Il re Ezechia in salsa francese

Visto che si tratta di Francia, questo post potrebbe essere più un divertissement che altro . Roba non troppo seria, insomma. Lo scriviamo perché lo studio della Liturgia e della libertà di cui essa gode ci diverte, appunto. Non solo santificazione, non solo edificazione, ma anche divertimento!

Ci spieghiamo.

Ieri, per diversi e strani motivi, abbiamo voluto utilizzare, nella preghiera dell’Ufficio delle Letture, anche i testi propri di una delle memorie facoltative proposte per il 25 di agosto, quelli legati al santo re francese Ludovico. Per la verità, si tratta solamente della seconda lettura, del suo responsorio e dell’orazione. Sia il primo che il terzo testo ci paiono mediamente discreti, senza spunti eccezionali e degni di menzione; il secondo, cioè il responsorio, ha invece attirato la nostra attenzione. Quando la citazione biblica di cui si compone il testo responsoriale viene preceduta da un «cfr.», indicazione questa di una citazione non del tutto letterale e non integralmente identica al testo della Sacra Scrittura, nella gran parte dei casi si può scoprire qualcosa di interessante.

Osservando il riferimento della citazione, si intuisce subito che si tratti di un collage di diversi versetti, quattro per l’esattezza. L’inizio del capitolo 18 del secondo Libro dei Re è una sorta di sommario di introduzione alle vicende del re Ezechia, poi trattate nei capitoli successivi. Ecco un confronto fra i due testi.

tabella articolo ludovico

E’ impressionante la rilettura che la liturgia compie sul testo biblico, applicandolo in toto al santo re francese, mettendo in ombra quello di Giuda. Il quale, fra l’altro, era  già stato comunque nominato nella prima lettura dell’Ufficio [sabato della XX settimana: «Isaia, figlio di Amoz, mandò a dire a Ezechia…(Is 37,21-35)]. Naturalmente, le due letture non erano coordinate! Solo uno scherzo curioso della liturgia restituisce un poco di notorietà ad un re a cui la Sacra Scrittura concede non poco spazio. La stessa liturgia delle Ore, tuttavia, anche quando riporta le parole del re, raccolte nel cantico del capitolo 38 del libro di Isaia, non fa menzione alcuna di chi le avrebbe pronunciate la prima volta: «Angosce di un moribondo, gioia di un risanato»: cf. Cantico (Is 38,10-14.17-20), martedì della II settimana del salterio. La citazione dal Nuovo Testamento in calce ne favorisce la rilettura cristologica: «Io ero morto, ma ora vivo…e ho potere sopra la morte (Ap 1,17-18) (1).

Se da una parte siamo sicuri che il povero re Ezechia sarà stato onorato che la sua vicenda si sia volta ad essere una prefigurazione di Cristo, ci piacerebbe sapere cosa avrà provato quando si sarà accorto che diventava ombra profetica pure di un santo re francese del XIII secolo!


(1) «I titoli costituiscono una novità per l’Ufficio romano. Sono una delle risorse più preziose per aiutare il recitante ad assimilare vitalmente i salmi (IU 110-111). I titoli non hanno carattere ufficiale e liturgico, ma sono un elemento privato, che, di regola, non fa parte della recitazione. Il primo titolo riassume il senso letterale dei salmi, senso che il recitante non può trascurare. I salmi, infatti, anche se sorsero molti secoli fa, e in mezzo a un popolo di cultura semitica lontana dalla nostra, tuttavia esprimono i dolori e le speranze, il senso della miseria e del peccato, la fiducia e la fede in Dio, l’attesa della salvezza, la lode e il ringraziamento a Dio che sono propri degli uomini di tutte le epoche e di tutti i climi (IU 107,111). Il secondo titolo è una frase desunta dal Nuovo Testamento o dai Padri che aiuta o invita a pregare il salmo in senso cristiano (IU 111). Nell’Ufficio del Tempo Ordinario “per annum”, quando viene eseguito senza canto, questo titolo può sostituire l’antifona (IU 114). Il testo del secondo titolo è preso dalla Bibbia o dai Padri onde ridurre al massimo l’impronta soggettiva nella valutazione e visuale dei salmi. Si tratta a volte di testi del Nuovo Testamento che citano esplicitamente o implicitamente il salmo, vedendolo nella luce della redenzione. E’ Cristo o gli apostoli che dano questa interpretazione. Anche le referenze patristiche hanno il loro peso come documento di tradizione. Ciò che si è detto dei titoli salici vale anche per quelli dei cantici dell’Antico Testamento. Questo sussidio dei titoli era stato desiderato e richiesto da molti. Tutti comunque ne avranno un grande vantaggio per una celebrazione più spirituale dell’Ufficio, anche se qualche titolo è tutt’altro che intuitivo»: V. Raffa, La Liturgia delle Ore. Presentazione storica, teologica e pastorale, Milano 1990³, 159.

 

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Una “certa” penitenza. Dalla grammatica alla teologia, partendo da una traduzione per assonanze

Quasi in procinto di lasciarli, passando agli inni delle Ore della Settimana Santa, una piccola osservazione sulla traduzione degli inni di Vespri e Lodi proposti per la Quaresima. Senza soffermarci su di un’analisi puntuale, che obbligherebbe, ancora una volta, a biasimare il traduttore, vorremmo piuttosto dare conto di un’interessante operazione, che risulta da una familiarità di recitazione e di preghiera: in questo caso, a chi ha curato la versione italiana dell’innario, potremmo riconoscere delle importanti attenuanti e comunque comprenderne le intenzioni. Vediamo.

La terza strofa dell’inno dei vespri recita: Grande è il nostro peccato, ma più grande è il tuo amore; cancella i nostri debiti a gloria del tuo nome. Come si può vedere facilmente, dai due testi facoltativi che sono lodevolmente conservati nel Salterio, si tratta della traduzione dell’inno Audi, benigne Conditor, che a chi volesse pregare l’inno latino è suggerito per l’ufficio domenicale. Anche per chi non fosse pratico di latino, è abbastanza intuitivo l’accostamento fra traduzione e testo originale almeno per gli incipit delle prime due strofe: Accogli, o Dio pietoso [Audi, benigne Conditor] – Tu che scruti e conosci [Scrutator alme cordium]. Per la terza strofa ci può essere una vicinanza concettuale, ma risulta più difficile accostare i testi: Grande è il nostro peccato [Multum quidem peccavimus, più letteralmente Certo, senza dubbio, abbiamo molto peccato].

Il testo italiano, poi, nel secondo stico della strofa, introduce una sorta di parallelismo progressivo: grande è il nostro peccato, ma più grande è il tuo amore. Anche nell’originale i due stichi erano strettamente connessi tramite l’avversativa sed, tuttavia il legame non era giocato sulla grandezza (già importante, quella del peccato dell’uomo; ben maggiore, quella del perdono di Dio), bensì sulla diversa qualità dell’azione: il peccare dell’uomo di fronte al perdonare di Dio: multum quidem peccavimus, sed parce confitentibus [certo, senza dubbio, abbiamo peccato, ma tu perdona a coloro che  lo confessano(1)].

Come mai il traduttore ha compiuto questa scelta?

Non possiamo esserne sicuri, eppure riteniamo che abbia voluto, consapevolmente o meno, conservare qualcosa di un altro inno, che non ha trovato spazio nell’innario italiano. Si tratta del Iam, Christe, sol iustitiae, proposto – per quanti vogliano pregare l’inno latino – nell’ufficio feriale delle Lodi (2). Nella terza strofa ritroviamo una costruzione simile: Quiddamque paenitentiae / da terre, quo fit demptio / maiore tuo munere/ culparum quamvis grandium [Concedici di sostenere una qualche penitenza / di modo che vengano cancellate / per il tuo maggiore dono / le colpe, per quanto grandi]. Le colpe dell’uomo sono grandi, ma più grande (maggiore) è il dono di Dio, nel rimetterle. O, più compiutamente: è indispensabile che l’uomo si metta in penitenza, ma non è certo quella a meritare il perdono. Ci è ancora più necessaria la grazia più grande del perdono divino, efficace nonostante le colpe da rimettere non siano affatto insignificanti, ma reali e, appunto, «grandi».

Sembra dunque che sia questo il testo da cui il traduttore avrebbe attinto le parole e i concetti che ha usato per tradurre la strofa del suo inno. Probabilmente ne aveva l’eco nella mente e nel cuore, quando si è trovato di fronte a quel: «multum quidem peccavimus...».

Volendo proseguire nella questione, un altro dettaglio che potrebbe aver facilitato la commistione è la vicinanza fra il «quidem» del primo inno e il «quiddamque» dell’altro, sebbene abbiano significati diversi. La prima congiunzione intende rafforzare e asseverare un’affermazione, mentre il pronome quidam sottolinea l’indeterminazione.

Quiddamque paenitentiae: una certa qualcosa di penitenza, una certa qualcosa come penitenza: la preghiera dell’inno chiede la grazia di accogliere, sopportandola, una qualche forma di penitenza. Il contesto sembra suggerircene l’attribuzione di un valore minimo, così da intendere il senso come «concedici di fare un poco di penitenza».  Dovendo rimanere più fedeli al significato e all’uso particolare del pronome – «a indicare indeterminatezza qualitativa, di persone e di cose, […] di cui non viene dato né il nome né una più precisa determinazione, o perché non sono altrimenti note o perché non si vogliono più precisamente determinare» – sembrerebbe che la sfumatura ci porti, senza negare del tutto l’altro senso, a quell’indeterminatezza, che tuttavia consente a ciascuno di vivere, nel segreto, il suo personalissimo esercizio penitenziale come se fosse l’unico e il necessario. Oltre alle forme tradizionali e alle prassi generali e comuni, non vi è una penitenza sempre e comunque valida per tutti, ma ognuno dovrà compierne taluna, la sua. Il Padre che vede nel segreto saprà cogliere in quel piccolo e peculiare gesto penitenziale quanto basta per rendere efficace e attuale la dinamica sovrabbondante del suo perdono più grande.

Mentre un certo moralismo pelagiano appesantisce e scoraggia quanti si trovano a fare i conti con la propria debolezza, anche a fronte di un sincero affrontamento quaresimale, la liturgia consola e dona nuove energie a coloro che, al di là di pii ed esagerati propositi, vogliano veramente aprirsi al dono di questo santo tempo penitenziale, ormai prossimo alla stretta finale. Basta poco!


(1) Ci sia consentita questa veloce traduzione di confitentibus. Sappiamo bene che il termine sarebbe assai più ricco a complesso, ma non vogliamo attardarci su di esso.

(2) Su questo Inno avevamo già annotato qualcosa qui e qui.

Miracoli pasquali: da un ipotesi alquanto dubbia ad una certezza affermata. Intorno ad un’antifona salmica

Nel post precedente (cf. qui) avevamo mostrato come la liturgia, per mezzo di una sola antifona, possa affermare in modo peculiare ed inarrivabile un dato di fede, che invece una formulazione di tipo dogmatico dovrà articolare in modo differente e più complesso.

La complessità, e la difficoltà, della liturgia sta invece nella vigile attenzione da prestare ai testi, nella recitazione abituale ma non abitudinaria che forma una sensibilità, capace poi di cogliere anche le più piccole sfumature.

Possiamo fare un altro piccolo esempio. Torniamo alla seconda settimana di Pasqua, esaminando il terzo salmo dell’ufficio delle Lodi mattutine del giovedì.

Si tratta del salmo 80(81): Solenne rinnovazione dell’alleanza.

Nel tempo ordinario, come pure in Avvento e in Quaresima, l’antifona è tratta dal primo versetto del salmo stesso: «Esultate in Dio nostra forza». Per il tempo pasquale, invece, l’antifona è ispirata al versetto 17a: «Il Signore ci nutre con fiore di frumento, alleluia».

Questo è il punto degno di nota: il versetto 17 nel salmo non è indipendente e assoluto, è inserito in una forma sintattica del tutto particolare e coesa, di cui forma la seconda parte (apodosi). Si tratta di un periodo ipotetico, che inizia al versetto 14 («Se il mio popolo mi ascoltasse…»). La liturgia si prende la libertà di scindere queste due proposizioni, protasi – la condizione – e apodosi – la conseguenza, affermando come realtà compiuta quanto il testo biblico indicava come risultato di una condizione previa.

La dinamica del compimento che trova in Cristo Signore il suo culmine – è significativo che per le lodi del Giovedì Santo l’antifona al nostro salmo è costituita dall’intero versetto 17 – trova continuità nel tempo della Chiesa. Il fascino della liturgia è che questo principio teologico fondamentale non è affermato in forma speculativa, ma tramite la cura di un’antifona intenzionalmente scelta e ritoccata.

Si potrebbe approfondire questo discorso, poiché la versione latina del salmo – se rimaniamo del tutto fedeli alle regole della sintassi – sembrerebbe intendere un ipotesi  ormai passata (1). Non siamo biblisti e non possiamo se non registrare solamente che la versione italiana presenta invece un senso di possibilità presente e futura: «Se il mio popolo mi ascoltasse (e non invece “se….mi avesse ascoltato…”) […] li nutrirei con fiore di frumento (e non piuttosto “li avrei nutriti…”)».

Al di là di questo nodo grammaticale e sintattico ancora da chiarire, a noi interessa il fatto che la liturgia abbia svincolato il dato del nutrimento con il fiore di frumento da ogni condizione. Più che da una generosità assoluta e da una mancanza totale di limiti alla benevolenza graziosa, pare che tale svolta sia motivata da un principio cristologico: il Signore Gesù ha ascoltato davvero la voce del Padre, obbedendogli fino alla morte, e ha camminato per le sue vie; per questo, ora, Lui può dare il pane sostanziale, non come quello che mangiarono i padri, che nell’immagine del fiore di frumento era prefigurato (2). Dopo la Pasqua di Cristo, sì, lo possiamo dire, la possibilità diventa reale e disponibile: così ci insegna una banale antifona ad un salmo, mentre si prega la Liturgia delle Ore!


(1) Il piucchepperfetto congiuntivo nella protasi e l’imperfetto congiuntivo nell’apodosi sono usati per esprimere un’ipotesi irreale e passata, o anche nel caso di una possibilità nel passato.

(2) L’antifona di Introito della Messa del Corpus Domini è anch’essa ispirata dal Salmo 80,17: «Cibavit eos ex adipe frumenti….». Come si vede, però, l’antifona della Liturgia delle Ore è nel suo genere unica, perché cambia anche il pronome personale: «Cibavit nos, Domine, ex adipe frumenti». Che si possa delineare anche in un dettaglio così minimo una traccia della sacramentalità della preghiera oraria della Chiesa pare assai affascinante e intrigante da approfondire; non lo possiamo fare qui e ora. Rimane il dato che la preghiera delle Lodi del giovedì della II settimana permette a chi la celebra di collocarsi fra il popolo di Dio che gode già ora della grazia del compimento, che si rivolge al suo Signore con gratitudine riconoscente.

“…le chiese fondate in Germania…”

Lo diciamo dall’inizio: non abbiamo alcuna autorevolezza, se non quella di aver pregato e meditato l’Ufficio delle Letture della festa dell’Evangelista San Marco, pochi giorni fa.

Ma proprio perché ci risuonano ancora alcune parole di un testo della liturgia di quel giorno, usciamo – in questo post – dalle solite e abituali nostre questioni (testi liturgici, storia della riforma, rapporti fra Bibbia e Liturgia, etc.), per far notare una sorta di parallelismo antitetico. Lo riconosciamo, qui accostiamo in modo neanche troppo scientifico – e forse addirittura scorretto -, due diverse citazioni, ma il risultato è davvero sorprendente. La prima è un passaggio del brano del Trattato «Contro le eresie», di Sant’Ireneo, proposto dalla Liturgia delle Ore come lettura patristica dell’ufficiatura di San Marco; la seconda è tratta da una recente intervista al card. Kasper.

Benché infatti nel mondo diverse siano le lingue, unica e identica è la forza della tradizione. Per cui le chiese fondate in Germania non credono o trasmettono una dottrina diversa da quelle che si trovano in Spagna o nelle terre dei Celti o in Oriente o in Egitto o in Libia o al centro del mondo. Come il sole, creatura di Dio, è unico in tutto l’universo, così la predicazione della verità brilla ovunque e illumina tutti gli uomini che vogliono giungere alla conoscenza della verità. E così tra coloro che presiedono le chiese nessuno annunzia una dottrina diversa da questa, perché nessuno è al di sopra del suo maestro.
Si tratti di un grande oratore o di un misero parlatore, tutti insegnano la medesima verità. Nessuno sminuisce il contenuto della tradizione. Unica e identica è la fede. Perciò né il facondo può arricchirla, né il balbuziente impoverirla. [Dal trattato «Contro le eresie» di sant’Ireneo, vescovo (Lib. 1, 10, 1-3; PG 7, 550-554)]

C’è anche una certa libertà per i singoli vescovi e le conferenze episcopali. Perché non tutti i cattolici la pensano come noi tedeschi. Qui [in Germania] può essere consentito ciò che in Africa è proibito. [per il testo più ampio, cf. qui]

E’ singolare, e colpisce, il fatto che il grande Ireneo abbia indicato come primo termine geografico la Germania….

Certamente ci può essere ribattuto che nel primo caso si tratta di dottrina, mentre nella seconda citazione si farebbe riferimento solamente alla prassi pastorale; questa argomentazione, a dir la verità, non ci convince troppo: se è lecito fare questa sottile distinzione, allora crediamo che lo sia anche accostare i due testi.

E’ inutile dire che noi, da liturgisti, preferiamo il brano che la Liturgia ci ha proposto.  L’intervista al card. Kasper era datata 22 aprile, secondo quanto riporta il sito web da cui abbiamo attinto la notizia e parte del testo. A meno che lì non ci sia un calendario liturgico proprio, anche in Germania, il 25 aprile la Liturgia avrebbe dovuto proporre il testo di Sant’Ireneo.

Ci fermiamo qui: lasciamo ai nostri pochi lettori il trarre le loro conclusioni. Non ci azzardiamo ad entrare in un campo che non ci appartiene….noi siamo solo cultori di antichi testi….

Una “frode” poco liturgica e le giustificazioni di un liturgista..

Non ci convincono affatto – per quello che vale la nostra opinione – le argomentazioni di Enzo Lodi, a proposito della versione degli Inni della Liturgia delle Ore della Settimana Santa. Il confronto fra gli inni latini proposti e – grazie a Dio – mantenuti nella sezione relativa, e quelli italiani che li precedono nella disposizione tipografica, rende evidente il fatto che non si tratti di un tentativo di traduzione quanto piuttosto della sostituzione di testi, forse ritenuti non più adatti. In particolare, risalta l’0missione dell’Inno Pange, lingua, gloriosi proelium certaminis…Ci vuole coraggio, infatti, a qualificare come «saggia»  (1) tale rinuncia. Per cosa, poi? Per mutuare, come inno delle Lodi, l’inno dei vespri dei venerdì del tempo ordinario. Un’operazione un pochino discutibile, che si aggiunge all’altrettanto – o più – discutibile traduzione di questo stesso inno. E’ ancora Lodi che ce la commenta. Prima delle parole del liturgista bolognese, riportiamo la versione originale e una versione italiana in certi aspetti più fedele, e poi la versione di Gherardi, quella che è stata assunta dal libro liturgico ufficiale.

Plasmator hominis Deus, / Qui cuncta solus ordinans, / Humum jubes producere / Reptantis et feræ genus:

Qui magna rerum corpora, / Dictu jubentis vivida, / Ut serviant per ordinem, / Subdens dedisti homini:

Repelle a servis tuis, / Quidquid per immunditiam, /  Aut moribus se suggerit, / Aut actibus se interserit.

Da gaudiorum præmia, / Da gratiarum munera: / Dissolve litis vincula, / Astringe pacis fœdera.

Præsta, Pater piissime, / Patrique compar Unice, / Cum Spiritu Parassito / Regnans per omne sæculum. Amen.

O Dio, creatore dell’uomo, / che, ordinando da solo tutte le cose, / comandasti alla terra di produrre / ogni specie di rettili e di fiere;

Tu che grandi animali, / chiamasti con un cenno alla vita, / e, sottomettendoli, li desti all’ uomo / affinché secondo la regola lo servissero;

tieni lontano dai tuoi servi / tutto ciò che di impuro / voglia insinuarsi nei costumi, / o mescolarsi alle azioni.

Da’ il premio della gioia, / da’ il dono della grazia; / sciogli i vincoli della discordia, / stringi i legami della pace.

Concedicelo, o Padre pietosissimo, / e (anche) Tu Unigenito uguale al Padre, / che con lo Spirito Parassito / regnate per tutti i secoli. Amen.

O Gesù redentore, / immagine del Padre, / luce d’eterna luce, / accogli il nostro canto.

Per radunare i popoli / nel patto dell’amore, / distendi le tue braccia / sul legno della croce.

Dal tuo fianco squarciato / effondi sull’altare / i misteri pasquali / della nostra salvezza.

A te sia lode, o Cristo, / speranza delle genti, / al Padre e al Santo Spirito / nei secoli dei secoli. Amen.

 

Quest’antico inno (secc. VII-VIII), composto di quattro strofe quaternarie, è stato ridotto a tre strofe (esclusa la dossologia), abbandonando la tematica del sesto giorno della creazione (Gen 1,24-31) dove si evoca la creazione degli animali dalla terra, per sviluppare invece la tematica cristologica della nuova alleanza («nel patto dell’amore») sigillata dal sacrificio della croce («distendi le tue labbra sul legno della croce»). Anche la terza strofa, su questa traccia pasquale, esprime liricamente questo rapporto fra la fonte del fianco squarciato e la vita sacramentale che viene profusa «sull’altare dei misteri pasquali della nostra salvezza». Lo spunto di questo sviluppo è stato dato da un solo verso (v. 16: «astringe pacis foedera»). Una ricostruzione dunque ricca e anche poeticamente riuscita. (2)

Si potrebbe discutere se sia stato fatto un progresso, nel proporre nella settimana santa un inno del tempo ordinario: potrebbe avere un senso, ma più senso parrebbe averlo il contrario, cioè proporre per ogni venerdì del tempo ordinario un inno proprio della settimana santa. A prescindere da tale riflessione, risulta davvero curioso sostenere che a partire da un versetto si possano alterare tutte le altre strofe, spacciando tale operazione come ricostruzione. Viene in mente,  a proposito, un termine che compare proprio nell’inno di Venanzio Fortunato sparito dall’innario italiano: de parentis protoplasti fraude…. Si perdoni la battuta, non si vuole certo paragonare l’inganno originale con la questione poc’anzi sollevata! Forse non sarebbe del tutto giusto parlare di frode, ma neppure si possono accettare giustificazioni così complicate e astruse senza almeno un minimo di ironia: talvolta i liturgisti si prendono troppo sul serio….


(1) E. Lodi, «L’innario della liturgia oraria nell’opera poetica di L. Gherardi», in G. Mattenzi – S. Ottani (edd.), La cupola fra le torri. Scritti per mons. Luciano Gherardi nel 50 di ordinazione sacerdotale, Bologna 1992, 109.

(2) Ibid., 101.

 

 

 

La libertà della liturgia e la libertà dei traduttori italiani

Ci si perdoni se trattiamo qui di dettagli tutto sommato marginali: non vorremmo essere pedanti e scrupolosi. Siamo però rimasti colpiti, pregando e ruminando alcuni testi della liturgia del fine settimana passato (1), dal corpus delle antifone, minori e maggiori, del breviario italiano. Senza prenderci troppo sul serio e senza pretendere consensi, ma quasi a modo di battuta, in una delle antifone in questione si può trovare esplicitato, in un lapsus forse inconscio, l’atteggiamento dei traduttori italiani: si sono sentiti liberi! In effetti, quando si confronta il testo italiano «Il tuo sangue, o Cristo, agnello senza colpa, è il prezzo della nostra libertà» con quello originale latino «Redempti sumus sanguine agni immacolati Christi», non si può non pensare che abbiano preso proprio sul serio la libertà che Cristo ci ha conquistata!

Ma del resto, anche l’antifona dell’edizione tipica latina mostra una certa libertà, quando riformula in una sola sentenza i due versetti del testo biblico che ne sono la fonte: «Scientes quod non corruptibilis argento vel auro redempti estis de vana vestra conversatione paternae traditionis sed pretioso sanguine quasi agni incontaminati et inmaculati Christi (Voi sapete che non a prezzo di cose effimere, come argento e oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta, ereditata dai padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia)» (1Pt 1,18-19). Evidentemente il traduttore italiano  (2) si considerava investito di quell’autorità che la Liturgia possiede di ridire la Scrittura, amplificando ulteriormente la riformulazione, trasformandola in un’acclamazione a Cristo. Costretti dallo spazio di un post a tralasciare il tentativo di offrire considerazioni teologiche sulla capacità e sulla liceità di tali operazioni della Tradizione liturgica, passiamo a vedere altri piccoli esempi; non possiamo però esimerci dall’esprimere il dubbio che un singolo traduttore possa godere della stessa libertà di una tradizione liturgica attestata.

Nell’Ufficio delle Letture del sabato trovavamo il salmo 105(106), uno dei salmi storici che hanno rischiato di non trovare spazio nel cursus psalmorum riformato dopo il Concilio Vaticano II. Sulla questione avevamo già detto qualcosa (3). Qui ci soffermiamo sull’antifona della prima sezione: il latino recita «Memento nostri, Domine, visita nos in salutari tuo». Si tratta della ripresa di un versetto dello stesso salmo: «Memento nostri, Domine, in beneplacito populi sui, visita nos in salutati tuo» (105,4). La versione italiana della Bibbia traduceva: Ricordati di noi, Signore, per amore del tuo popolo, visitaci con la tua salvezza (4). Ma il traduttore della Liturgia delle Ore opera un curioso rovesciamento; l’antifona infatti recita: «Ricordati di noi, Signore, salvaci con la tua visita», cioè i concetti salvezza e visita sono interscambiati. I biblisti diranno a ragione che si tratta della stessa realtà, tuttavia non si comprende tale intervento; forse per rendere meno monotona la preghiera di un salmo così lungo? (5)

Un’ultima osservazione: per i primi Vespri, la Liturgia Horarum propone come antifone maggiori, ossia antifone al Cantico evangelico del Magnificat, tre antifone che riprendono i tre brani evangelici del lezionario, a seconda dell’anno (A, B o C).Il Salterio italiano invece propone antifone ispirate alle lezioni apostoliche della domenica. Vediamo:

Antifone al Magnificat

Anno A: Dicit Dóminus: Si quis bíberit aquam, quam ego dabo ei, non sítiet in ætérnum. Anno B: Dixit Iesus: Auférte ista hinc: Nolíte fácere domum Patris mei domum negotiatiónis. Anno C: Dico vobis: Nisi pæniténtiam egéritis, omnes simíliter períbitis.

Anno A Resi giusti dalla fede abbiamo pace con Dio per mezzo di Cristo Signore. Anno B: Cantiamo Cristo crocifisso, scandalo per gli Ebrei, stoltezza per i pagani; ma per i chiamati, salvezza di Dio. Anno C: Ciò che avvenne in antico ai nostri padri si compie per noi nei tempi nuovi.

La lettura apostolica di quest’anno era 1Cor 10. Essa la troviamo già citata nell’Ufficio delle Letture del sabato, come sentenza neotestamentaria che segue il titolo del salmo, appunto il salmo 105 di cui abbiamo parlato prima:

Titolo: Bontà del Signore e infedeltà del popolo

Sentenza neotestamentaria: Tutte queste cose accaddero a loro come esempio e sono state scritte per ammonimento nostro, di noi per il quali è arrivata la fine dei tempi (1Cor 10,11)

Il traduttore italiano, che ha scelto di ricomporre un’antifona diversa da quella, ispirata al vangelo, proposta dall’edizione tipica latina, ci ha però regalato una formulazione di teologia liturgica esatta, portandoci dal piano pedagogico di Paolo (per ammonimento nostro) a quello reale della liturgia: ciò che avvenne ai nostri padri (in figura) si compie oggi nella realtà sacramentale della Chiesa.


(1) Si tratta del sabato della II settimana di quaresima e della III domenica di quaresima.

(2) Francese: Nous sommes rachetés par le sang du Christ, par le sang de l’Agneau sans péché. Spagnolo: Nos rescataron a precio de la sangre de Cristo, el Cordero sin defecto ni mancha. Inglese: We have been redeemed by the precious blood of Christ, the lamb without blemish.

(3) cf., ad esempio, quiqui e qui.

(4) La nuova traduzione della CEI aggiorna anche questo versetto: Ricordati di me, Signore, per amore del tuo popolo, visitami con la tua salvezza.

(5) In inglese viene mantenuta la corrispondenza fra antifona e versetto salmico: come with your saving help; in spagnolo cambia solamente il singolare del versetto (visítame con tu salvación) con il plurale dell’antifona (visítanos con tu salvación); la versione francese della liturgia delle Ore presenta invece un’unica antifona per le tre sezioni salmiche, ispirata piuttosto al titolo del salmo: Quand nous somme infidèles, le Seigneur reste fidèle).

Riletture di riletture: dalla geografia all’astronomia, ma è liturgia, autentica!

Siamo, evidentemente, fuori tempo, ma può essere utile – a titolo esemplificativo – tornare ad alcuni testi del proprio del tempo di Avvento e Natale, per mostrare la libertà che la liturgia si prende nell’usare e nel citare la Sacra Scrittura, dalla quale però è totalmente ispirata e imbevuta, assumendo da essa le parole che poi rielabora in proprio: il risultato è una mirabile ricchezza.

Il primo caso è la qualifica geografica di Betlemme. E’ celebre la profezia di Michea a riguardo, ripresa – rielaborata – dall’evangelista Matteo. Ebbene, quel processo di citazione riadattata inziato nel Nuovo Testamento si conclude nella liturgia, che riprende un testo di Prudenzio (1) e lo propone come Inno nella liturgia delle Ore. Così, Betlemme passa ad essere non solo non più così piccola nè, ancora, non davvero l’ultima, ma finalmente grande!

E tu, Betlemme di Efrata, così piccola per essere fra i villaggi di Giuda, da te uscirà per me colui che deve essere il dominatore in Israele; le sue origini sono dall’antichità, dai giorni più remoti [et tu Bethlehem Epurata parvulus es in milibus Iuda ex te mihi egredietur qui sit dominator in Israhel et egressus ius ab initio a diebus aeternitatis] (Mi 5,2)

E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te in fatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele [et tu Bethlehem terra Iuda nequaquam minima es in principibus Iuda ex te enim exit dux qui reget populum meum Israhel] (Mt 2,6)

Betlemme, tu sei grande fra le città di Giuda: in te è apparso al mondo il Cristo Salvatore [O sola magnarum urbium maior Bethlem, cui contigit ducem salutis caelitus incorporatum gignere] (Liturgia delle Ore, Inno dell’Ufficio delle Letture e Lodi per il tempo di Natale dalla solennità dell’Epifania)

Abbiamo evidenziato anche il verbo uscire, perché echeggia un altra strofa di un inno importante, strofa che però – un vero peccato -, non è stata conservata nell’attuale liturgia. Essa è parte dell’Inno, attribuibile con certezza al genio di sant’Ambrogio, Intende, qui regis Israel (cf. qui e anche qui). Nell’odierna Liturgia delle Ore una versione ridotta ci viene proposta come Inno per l’Ufficio delle Letture per il tempo di Avvento dopo il 16 dicembre. Il simbolismo del sole e del suo corso è rimasto comunque nell’Inno: si è perso invece il riassunto dell’intera opera salvifica di Gesù Cristo che Ambrogio sviluppa a partire dall’arco dell’orbita solare.

Basterebbe poco, tuttavia, perché la rilettura della Scrittura, di cui i Padri sono stati maestri, possa arrivare fino a noi, e non come testi lontani ed estranei, ma come ricchezze ricevute dalla tradizione da gustare e da far risplendere. Questo dovrebbero fare i liturgisti!

Sorge da un estremo del cielo e la sua orbita (corsa) raggiunge l’altro estremo: nulla si sottrae al suo calore [a summo caeli egressio eius et occursus eius usque ad summum eius nec est qui se abscondat a calore eius] (Sal 18,7)

La sua uscita dal Padre, e il suo ritorno al Padre, la sua discesa fino agli inferi e il suo ritorno al regno di Dio [Egressus eius a Patre, regressus eius ad Patrem ; excursus usque ad inferos recursus ad sedem Dei]


(1) Cf. qui.