Affrettiamoci dunque ad entrare in quel riposo…

Non c’è il tempo per accordare i testi in modo organico e discorsivo. Riportiamo solamente alcuni passaggi, come tessere di un mosaico – quello della liturgia del sabato santo -, incastonato a sua volta nel figurativo più ampio del santo Triduo.

In pace in idípsum dórmiam et requiéscam [Tranquillo mi addormento, e riposerò nella pace] Antifona al primo salmo dell’Ufficio delle Letture (Sal 4).

Caro mea requiéscet in spe [Nella speranza la mia carne riposa] Antifona al secondo salmo dell’Ufficio delle Letture (Sal 15).

La Chiesa contempla il suo Signore, attribuendo a Lui le profezie dei Salmi: è Cristo il vero dormiente. In Lui si compie il riposo sabbatico.

Ecco come lo dice in modo mirabile sant’Ambrogio, riannodando insieme il mistero di Cristo con le pagine dell’Antico Testamento:

Creò il cielo, e non leggo che si sia riposato; creò la terra, e non leggo che si sia riposato; creò il sole, la luna, le stelle, e non leggo che nemmeno allora si sia riposato; ma leggo che ha creato l’uomo e che a questo punto si è riposato, avendo un essere cui rimettere i peccati [lego quod fecerit hominem et tunc requieverit, habens cui peccata dimetteret]. O forse già allora si preannunciò il mistero della futura passione del Signore, col quale si rivelò che Cristo avrebbe riposato nell’uomo, egli che predestinava a se stesso il riposo in un corpo umano per la redenzione dell’uomo, secondo quanto egli stesso affermò: Io dormii e riposai e mi levai, perché il Signore mi ha accolto [Ego dormivi et soporatus su; exurrexi, qui Dominus suscepit me]. Infatti lo stesso Creatore si riposò. A lui onore, gloria, perennità dai secoli e ora e sempre e per tutti i secoli dei secoli. Amen. (Esamerone, Sesto giorno, IX,10,76)

Ambrogio, prima della dossologia finale, citava il salmo 3. Con esso siamo già proiettati nel cuore dell’Ottava di Pasqua. Esso, infatti, lo troviamo – con la sua antifona propria – nel mattutino del Lunedì dell’Angelo.

Ego dormívi et somnum cepi et exsurréxi, quóniam Dóminus suscépit me, allelúia [Dormivo nel sonno della morte, e mi sono risvegliato: il Signore mi ha preso accanto a sé, alleluia] Antifona al terzo Salmo dell’Ufficio delle Letture del lunedì dell’Ottava di Pasqua (Sal 3).

Ecco il vero riposo sabbatico, il riposo del Figlio, che si abbandona e consegna nelle mani del Padre. Riposo che ottiene il perdono e riconcilia. Riposo pasquale, dopo il combattimento, già intriso dalla forza della resurrezione.

Il senso esistenziale di tutto questo non possiamo declinarlo ora. Sia sufficiente ribadire l’invito della Parola di Dio: affrettiamoci ad entrare in questo riposo, come diceva la prima delle stupende letture dell’Ufficio di oggi

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Una “certa” penitenza. Dalla grammatica alla teologia, partendo da una traduzione per assonanze

Quasi in procinto di lasciarli, passando agli inni delle Ore della Settimana Santa, una piccola osservazione sulla traduzione degli inni di Vespri e Lodi proposti per la Quaresima. Senza soffermarci su di un’analisi puntuale, che obbligherebbe, ancora una volta, a biasimare il traduttore, vorremmo piuttosto dare conto di un’interessante operazione, che risulta da una familiarità di recitazione e di preghiera: in questo caso, a chi ha curato la versione italiana dell’innario, potremmo riconoscere delle importanti attenuanti e comunque comprenderne le intenzioni. Vediamo.

La terza strofa dell’inno dei vespri recita: Grande è il nostro peccato, ma più grande è il tuo amore; cancella i nostri debiti a gloria del tuo nome. Come si può vedere facilmente, dai due testi facoltativi che sono lodevolmente conservati nel Salterio, si tratta della traduzione dell’inno Audi, benigne Conditor, che a chi volesse pregare l’inno latino è suggerito per l’ufficio domenicale. Anche per chi non fosse pratico di latino, è abbastanza intuitivo l’accostamento fra traduzione e testo originale almeno per gli incipit delle prime due strofe: Accogli, o Dio pietoso [Audi, benigne Conditor] – Tu che scruti e conosci [Scrutator alme cordium]. Per la terza strofa ci può essere una vicinanza concettuale, ma risulta più difficile accostare i testi: Grande è il nostro peccato [Multum quidem peccavimus, più letteralmente Certo, senza dubbio, abbiamo molto peccato].

Il testo italiano, poi, nel secondo stico della strofa, introduce una sorta di parallelismo progressivo: grande è il nostro peccato, ma più grande è il tuo amore. Anche nell’originale i due stichi erano strettamente connessi tramite l’avversativa sed, tuttavia il legame non era giocato sulla grandezza (già importante, quella del peccato dell’uomo; ben maggiore, quella del perdono di Dio), bensì sulla diversa qualità dell’azione: il peccare dell’uomo di fronte al perdonare di Dio: multum quidem peccavimus, sed parce confitentibus [certo, senza dubbio, abbiamo peccato, ma tu perdona a coloro che  lo confessano(1)].

Come mai il traduttore ha compiuto questa scelta?

Non possiamo esserne sicuri, eppure riteniamo che abbia voluto, consapevolmente o meno, conservare qualcosa di un altro inno, che non ha trovato spazio nell’innario italiano. Si tratta del Iam, Christe, sol iustitiae, proposto – per quanti vogliano pregare l’inno latino – nell’ufficio feriale delle Lodi (2). Nella terza strofa ritroviamo una costruzione simile: Quiddamque paenitentiae / da terre, quo fit demptio / maiore tuo munere/ culparum quamvis grandium [Concedici di sostenere una qualche penitenza / di modo che vengano cancellate / per il tuo maggiore dono / le colpe, per quanto grandi]. Le colpe dell’uomo sono grandi, ma più grande (maggiore) è il dono di Dio, nel rimetterle. O, più compiutamente: è indispensabile che l’uomo si metta in penitenza, ma non è certo quella a meritare il perdono. Ci è ancora più necessaria la grazia più grande del perdono divino, efficace nonostante le colpe da rimettere non siano affatto insignificanti, ma reali e, appunto, «grandi».

Sembra dunque che sia questo il testo da cui il traduttore avrebbe attinto le parole e i concetti che ha usato per tradurre la strofa del suo inno. Probabilmente ne aveva l’eco nella mente e nel cuore, quando si è trovato di fronte a quel: «multum quidem peccavimus...».

Volendo proseguire nella questione, un altro dettaglio che potrebbe aver facilitato la commistione è la vicinanza fra il «quidem» del primo inno e il «quiddamque» dell’altro, sebbene abbiano significati diversi. La prima congiunzione intende rafforzare e asseverare un’affermazione, mentre il pronome quidam sottolinea l’indeterminazione.

Quiddamque paenitentiae: una certa qualcosa di penitenza, una certa qualcosa come penitenza: la preghiera dell’inno chiede la grazia di accogliere, sopportandola, una qualche forma di penitenza. Il contesto sembra suggerircene l’attribuzione di un valore minimo, così da intendere il senso come «concedici di fare un poco di penitenza».  Dovendo rimanere più fedeli al significato e all’uso particolare del pronome – «a indicare indeterminatezza qualitativa, di persone e di cose, […] di cui non viene dato né il nome né una più precisa determinazione, o perché non sono altrimenti note o perché non si vogliono più precisamente determinare» – sembrerebbe che la sfumatura ci porti, senza negare del tutto l’altro senso, a quell’indeterminatezza, che tuttavia consente a ciascuno di vivere, nel segreto, il suo personalissimo esercizio penitenziale come se fosse l’unico e il necessario. Oltre alle forme tradizionali e alle prassi generali e comuni, non vi è una penitenza sempre e comunque valida per tutti, ma ognuno dovrà compierne taluna, la sua. Il Padre che vede nel segreto saprà cogliere in quel piccolo e peculiare gesto penitenziale quanto basta per rendere efficace e attuale la dinamica sovrabbondante del suo perdono più grande.

Mentre un certo moralismo pelagiano appesantisce e scoraggia quanti si trovano a fare i conti con la propria debolezza, anche a fronte di un sincero affrontamento quaresimale, la liturgia consola e dona nuove energie a coloro che, al di là di pii ed esagerati propositi, vogliano veramente aprirsi al dono di questo santo tempo penitenziale, ormai prossimo alla stretta finale. Basta poco!


(1) Ci sia consentita questa veloce traduzione di confitentibus. Sappiamo bene che il termine sarebbe assai più ricco a complesso, ma non vogliamo attardarci su di esso.

(2) Su questo Inno avevamo già annotato qualcosa qui e qui.

A proposito di fake news vaticane. Strane citazioni, purtroppo, non mancano.

Nonostante il post precedente (1) ci abbia portato alle altezze del Paradiso, siamo stati troppo presto precipitati di nuovo a livello terra terra. A malincuore e contrariati – avremmo preferito pubblicare ben altri contributi -, non possiamo esimerci di scrivere queste piccole note, in questi giorni agitati dalla polemica intorno all’ormai famigerata lettera di Benedetto XVI a mons. Viganò, lettera che sembrerebbe essere stata personale e riservata, resa pubblica parzialmente e in un contesto assai diverso. Al di là delle intenzioni, sulle quali non ci pronunciamo, si tratta comunque di una caduta di stile e di professionalità da parte di chi deve gestire il settore, così importante oggi, dell’informazione e della comunicazione.

Con queste premesse, mentre cercavamo  documentazione per una questione altra, sui cui ci stiamo interrogando da qualche giorno, ci è capitato di soffermarci su testo in pdf, disponibile on line sulla piattaforma web della Fondazione Joseph Ratzinger. Si tratta di una lezione tenuta da Nicola Bux, il 3 maggio 2016, nel contesto del master «Joseph Ratzinger: studi e spiritualità», sul tema: «La riforma liturgica del Concilio Vaticano II e la sua applicazione secondo Joseph Ratzinger – Benedetto XVI» (2). Confessiamo apertamente che non abbiamo letto tutto il testo e che ne abbiamo scorso rapidamente le pagine. Un dettaglio, tuttavia, ha attirato la nostra attenzione: una citazione del famoso studio di Annibale Bugnini sulla riforma liturgica, racchiusa fra le virgolette, era riferita in nota all’edizione in lingua inglese dello stesso testo. Davvero curioso: un testo presentato in italiano (probabilmente anche pensato in italiano) ricorre, in citazione, ad una traduzione inglese di un testo pubblicato in edizione originale italiana, pur riportando nell’argomentare del discorso, una versione italiana dell’edizione inglese citata. Vedere per credere:

Di certo, oggi la liturgia si dibatte tra lo ius della Chiesa universale, negato ormai anche in linea di principio, e le richieste arbitrarie di una diocesi o di una parrocchia. Ma, pare che Annibale Bugnini ritenesse le aberrazioni secondarie: è emblematica la sua ammissione circa le responsabilità del Consilium: «ha sempre ritenuto che il modo migliore per prevenire gli abusi fosse di anticiparli piuttosto che reprimerli; di dare ai vescovi e alle conferenze episcopali mezzi adeguati per promuovere la pastorale liturgica piuttosto che inviare loro ‘decreti’ anacronistici che non sarebbero stati né applicati né eseguiti»(9)

(9) Cfr A.BUGNINI, The reform of the liturgy, 1948-1975, tr. M.O’Connell (Collegeville,MN.1990), p. 257, 486.

Con un pò di difficoltà (i due numeri di pagina indicati lascerebbero pensare ad un testo articolato, estrapolato da due passaggi diversi e piuttosto lontani fra loro; non parrebbe così, da quanto ci risulta) siamo riusciti a ritrovare il paragrafo citato da Bux nell’edizione originale: esso suona in modo decisamente diverso:

In termini generali, la Congregazione per il Culto Divino prese sul serio, e non in senso meramente oratorio, meno ancora pletorico o opportunistico, il compito assegnatole da Paolo VI nell’ottobre 1966: «impedire gli abusi, stimolare i ritardatari e i renitenti, risvegliare energie, favorire buone iniziative». E per impedire gli abusi ha sempre creduto che il mezzo migliore fosse quello di prevenirli, più che respingerli; di dare ai vescovi e alle Conferenze episcopali i mezzi adeguati per promuovere la pastorale liturgica, più che inviare anacronistici “verdetti”, né ascoltati né seguiti (3).

Come si vede, innanzitutto il soggetto della frase citata da Bux non era il Consilium ma la Congregazione per il Culto Divino, nel cui organigramma il Consilium fu inquadrato in una fase della sua attività; i due soggetti non coincidevano. La generalizzazione che Bux compie si potrebbe pure tollerare, capendone il senso. Ciò che invece appare assai più grave l’alterazione dei tre verbi: dove nel testo originale abbiamo impedire, prevenire e respingere, nel testo di Bux troviamo rispettivamente prevenire, anticipare, reprimere. In tal modo, si insinua che grazie a Bugnini gli abusi fossero tollerati al punto da essere addirittura, in un certo senso, assecondati o, peggio, suggeriti: nel contesto del paragrafo il senso di prevenire pare discostarsi dall’impedire originale, così come l’anticipare dal prevenire (4). Non sarebbe stato meglio citare il testo originale? Certo, esso non era così funzionale all’intenzione dell’autore, che pare voler attribuire al Bugnini, che di colpe ne avrà avute sicuramente nel corso della sua vita, la responsabilità di aver aperto la porta ai fenomeni di cui siamo oggi tutti testimoni. Non neghiamo certamente –  lo sperimentiamo frequentemente anche in diverse parrocchie romane – che ci troviamo di fronte ad abusi ripetuti ed anche gravi (talora è più grave l’ignoranza che la disobbedienza), ma le questioni sono assai più complesse.

Non si può pensare di liquidare il problema con una citazione scopiazzata, e per giunta in modo maldestro.

 


(1) Si trattava della canonizzazione di Paolo VI (qui).

(2) Cf. qui e qui.

(3) A. Bugnini, La riforma liturgica (1948-1975) («Bibliotheca Ephemerides Liturgicae» «Subsidia» 30), Roma 1997², 480.

(4) Appena dopo la citazione, Bux aggiunge: «La linea-guida di quell’organismo era che, tollerando ufficialmente gli abusi, questi avrebbero cessato d’essere tali».

 

Paolo VI santo, finalmente rasserenato. Un altro piccolo segno

Con la canonizzazione di un suo figlio, la Chiesa proclama solennemente la certezza che esso sia ammesso alla beatitudine del Paradiso. Prossimamente, tale pronunciamento riguarderà il beato Paolo VI. Possiamo senza alcun dubbio ritenerlo, dunque, concittadino dei santi e partecipe della liturgia del cielo, con la speranza che cessino giudizi malevoli e si smetta di gettare ombre e insinuazioni sulla sua vita e sul suo pontificato, pur tribolato e complesso.

Le cose del cielo non sono affatto separate e totalmente altre rispetto agli accidenti di quaggiù e pertanto, anche questa volta, eventi su piani diversi si intersecano curiosamente e provvidenzialmente. Quasi in contemporanea all’annuncio della canonizzazione, papa Francesco ha decretato l’obbligatorietà della memoria liturgica di Maria Madre della Chiesa per tutto il rito latino, inserendola nel calendario il lunedì dopo la solennità di Pentecoste. «E’ evidente il nesso tra la vitalità della Chiesa della Pentecoste e la sollecitudine materna di Maria nei suoi confronti», afferma il commento del Prefetto della Congregazione del Culto al testo del decreto, continuando poi così: «Nei testi della Messa e dell’Ufficio il testo di At 1,12-14 illumina la celebrazione liturgica». Questo sembra centrare ancora molto poco Paolo VI. Eppure, si tratta di una questione non del tutto irrilevante. Infatti, intorno al lunedì dopo Pentecoste – e ai giorni seguenti -, è stata montata una polemica importante concernente la riforma liturgica, in questo caso più specificamente la riforma del calendario e dell’anno liturgico. La posizione di Paolo VI fu resa pubblica in modo chiaro ed esauriente in occasione della sua beatificazione (cf. qui). Infatti si resero accessibili alcune carte e documentazione che ricostruivano impressioni, pareri e, poi, decisioni, dell’allora Pontefice, a proposito della soppressione dell’Ottava di Pentecoste e dei relativi formulari. Da quelle testimonianze si evince come Papa Montini seguisse ben da vicino il lavoro del Consilium, avendone confronti franchi e aperti, confortati da pareri e impressioni anche di personalità esterne, con cui corroborava le sue convinzioni e sensibilità. Sappiamo quanto gli costò la soppressione dell’Ottava di Pentecoste, ed espresse esplicitamente il suo disagio e la sua difficoltà fino al turbamento a proposito del lunedì dopo Pentecoste, primo giorno di feria del tempo ordinario dopo il lungo spazio temporale della quaresima e della cinquantina pasquale.

Ora, – possiamo dirlo in tono scherzoso – sarà del tutto soddisfatto: un suo successore lo sta per annoverare nel numero dei santi e il lunedì dopo la Pentecoste avrà una veste liturgica rinnovata. L’integrità della Cinquantina pasquale è rimasta inalterata, ma il passaggio al tempo ordinario parebbe adesso meno brusco. E’ proprio vero, i santi fanno miracoli!

Che questo piccolo segno aiuti tutti noi nell’approfondimento della riforma liturgica.