Miracoli pasquali: da un ipotesi alquanto dubbia ad una certezza affermata. Intorno ad un’antifona salmica

Nel post precedente (cf. qui) avevamo mostrato come la liturgia, per mezzo di una sola antifona, possa affermare in modo peculiare ed inarrivabile un dato di fede, che invece una formulazione di tipo dogmatico dovrà articolare in modo differente e più complesso.

La complessità, e la difficoltà, della liturgia sta invece nella vigile attenzione da prestare ai testi, nella recitazione abituale ma non abitudinaria che forma una sensibilità, capace poi di cogliere anche le più piccole sfumature.

Possiamo fare un altro piccolo esempio. Torniamo alla seconda settimana di Pasqua, esaminando il terzo salmo dell’ufficio delle Lodi mattutine del giovedì.

Si tratta del salmo 80(81): Solenne rinnovazione dell’alleanza.

Nel tempo ordinario, come pure in Avvento e in Quaresima, l’antifona è tratta dal primo versetto del salmo stesso: «Esultate in Dio nostra forza». Per il tempo pasquale, invece, l’antifona è ispirata al versetto 17a: «Il Signore ci nutre con fiore di frumento, alleluia».

Questo è il punto degno di nota: il versetto 17 nel salmo non è indipendente e assoluto, è inserito in una forma sintattica del tutto particolare e coesa, di cui forma la seconda parte (apodosi). Si tratta di un periodo ipotetico, che inizia al versetto 14 («Se il mio popolo mi ascoltasse…»). La liturgia si prende la libertà di scindere queste due proposizioni, protasi – la condizione – e apodosi – la conseguenza, affermando come realtà compiuta quanto il testo biblico indicava come risultato di una condizione previa.

La dinamica del compimento che trova in Cristo Signore il suo culmine – è significativo che per le lodi del Giovedì Santo l’antifona al nostro salmo è costituita dall’intero versetto 17 – trova continuità nel tempo della Chiesa. Il fascino della liturgia è che questo principio teologico fondamentale non è affermato in forma speculativa, ma tramite la cura di un’antifona intenzionalmente scelta e ritoccata.

Si potrebbe approfondire questo discorso, poiché la versione latina del salmo – se rimaniamo del tutto fedeli alle regole della sintassi – sembrerebbe intendere un ipotesi  ormai passata (1). Non siamo biblisti e non possiamo se non registrare solamente che la versione italiana presenta invece un senso di possibilità presente e futura: «Se il mio popolo mi ascoltasse (e non invece “se….mi avesse ascoltato…”) […] li nutrirei con fiore di frumento (e non piuttosto “li avrei nutriti…”)».

Al di là di questo nodo grammaticale e sintattico ancora da chiarire, a noi interessa il fatto che la liturgia abbia svincolato il dato del nutrimento con il fiore di frumento da ogni condizione. Più che da una generosità assoluta e da una mancanza totale di limiti alla benevolenza graziosa, pare che tale svolta sia motivata da un principio cristologico: il Signore Gesù ha ascoltato davvero la voce del Padre, obbedendogli fino alla morte, e ha camminato per le sue vie; per questo, ora, Lui può dare il pane sostanziale, non come quello che mangiarono i padri, che nell’immagine del fiore di frumento era prefigurato (2). Dopo la Pasqua di Cristo, sì, lo possiamo dire, la possibilità diventa reale e disponibile: così ci insegna una banale antifona ad un salmo, mentre si prega la Liturgia delle Ore!


(1) Il piucchepperfetto congiuntivo nella protasi e l’imperfetto congiuntivo nell’apodosi sono usati per esprimere un’ipotesi irreale e passata, o anche nel caso di una possibilità nel passato.

(2) L’antifona di Introito della Messa del Corpus Domini è anch’essa ispirata dal Salmo 80,17: «Cibavit eos ex adipe frumenti….». Come si vede, però, l’antifona della Liturgia delle Ore è nel suo genere unica, perché cambia anche il pronome personale: «Cibavit nos, Domine, ex adipe frumenti». Che si possa delineare anche in un dettaglio così minimo una traccia della sacramentalità della preghiera oraria della Chiesa pare assai affascinante e intrigante da approfondire; non lo possiamo fare qui e ora. Rimane il dato che la preghiera delle Lodi del giovedì della II settimana permette a chi la celebra di collocarsi fra il popolo di Dio che gode già ora della grazia del compimento, che si rivolge al suo Signore con gratitudine riconoscente.

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