Argumentum ad “rossettum”. Divagazioni intorno a Sacrosanctum Concilium

Avendo tempo e possibilità – lo scoglio del latino forse spaventa molti -, è interessante rileggere gli interventi in aula durante la fase sinodale del Concilio Vaticano. Si troveranno spunti importanti e argomentazioni alte, come pure schermaglie dialettiche forse esagerate, o comiche (il cronista annota anche le risate dei Padri sinodali, oppure il mormorio, o qualcuno che implora che l’oratore di turno finisca finalmente). Ci è capitato varie volte di immaginare la scena, o le facce dei Padri durante qualche intervento sopra le righe, apprezzando la pazienza e il grande lavoro di quegli anni. Davvero sorprendente fu la libertà di spirito che caratterizzò la macchina sinodale, e la varietà degli argomenti – anche quelli apparentemente più deboli o bizzarri – evidenzia una franchezza e una parresia che forse oggi non possediamo più (anche in queste settimane registriamo timidezze, piaggerie, silenzi e tentativi di silenziare che contraddicono il tanto sbandierato stile sinodale).

Al Vaticano II la discussione fu reale, franca e fino all’ultimo argomentare. E proprio una delle ultime argomentazioni, ci pare quella espressa dall’allora cardinale di Westminster, W. Godfrey, per rigettare la proposta della reintroduzione della Comunione sotto le due specie.

Il testo proposto all’attenzione dei padri conciliari era, nella redazione provvisoria, il n. 42: «Communio sub utraque specie, sublato fidei periculo, pro certis casibus a Sancta Sede bene determinatis, uti, v.g. in Missa sacrae Ordinationis, iudicio Episcoporum, tum clericis et religiosis, tum laicis concedi potest» (1).

Il cardinale inglese non era favorevole. La questione principale – e da un lato si capisce, essendo lui vescovo in una terra in cui il confronto con diverse confessioni cristiane era vivo e problematico – gli pareva dottrinale: introdurre di nuovo la pratica della comunione al calice poteva sembrare un implicito riconoscimento che la Chiesa Cattolica avesse commesso un errore nel renderla sempre più rara fino a non prevederla più. Strano ragionamento, diremmo noi: per non rischiare di mostrarsi perfettibili, facciamo finta di niente e continuiamo come abbiamo sempre (no, non sempre: da qualche tempo) fatto. Il secondo argomento – più condivisibile – fu che senza una regolamentazione chiara, si sarebbe creata confusione e disparità fra luoghi in cui forse la pratica sarebbe stata frequentamente accolta e luoghi in cui lo sarebbe stato meno. Si pone, inoltre, una questione igienica.

Il cardinale però volle strafare e non contento delle precedenti argomentazioni a sfavore dell’articolo proposto dalle bozze della Costituzione, ne citò altri, sinceramente più folcloristici.

I Padri si potevano forse dimenticare che le gentili Signore, come pure molte ragazze, usano ornarsi le labbra, tingendole di rosso?!

Un’altra questione pratica si solleverebbe nel caso di molti e molti fedeli da comunicare, senza dimenticare poi che ve ne sono che non amano bere sostanze alcoliche (il numero di tali persone, secondo la nostra esperienza, in Inghilterra non dovrebbe essere poi così rilevante, o forse i tempi sono cambiati…).

Comunque, al di là di quello che se ne possa pensare, abbiamo pensato di scrivere queste righe a testimonianza della franchezza e dell’autenticità delle discussioni conciliari. Ogni determinazione venne considerata da più parti, accuratamente.

Quando qualcuno vorrà di nuovo ripetere il motivo monotono del colpo di mano di pochi riformatori, cui i Padri inconsapevolmente cedettero, saprò contraddirlo, esemplificando, anche con l’argumentum ad rossettum!!

Ecco il testo dell’intervento:

De Communione sub utraque specie. Imprimis est difficultas doctrinalis, quia non desunt qui protestantur contra nostram praxim distributionis sacrae Communionis sub unica specie. Si praesens praxis mutaretur, periculum esset ne interpretetur tamquam admissio erroris ex parte nostra in materia doctrinali.

Difficultates etiam sunt practicae, quia si talis fiat mutatio, uti censeo quod limitatio stricte fieri deberet pro tota Ecclesia occidentali, secus, si relinquatur episcopis, habebitur magna confusio, ex praxi diversa in diversis regionibus necnon dioecesibus.

Deinde si sumatur sacra species ex calice, nemo est qui non videt difficultates et obiectiones posse oriri propter rationes hygienicas. Ulterius cogitandum est de mulieribus et puellis accedentibus ad sacram synaxim quarum labia tincta sunt notis illis ornamentis hodiernis rubri coloris. Difficultas evidens est.

Clarum etiam est quod administratio sacrae Communionis sub utraque specie magno fidelium numero crearet magnam difficultatem.

Denique meminisse iuvat quod sunt qui vinum vel alcoholica in quacumque circumstantia sumere nolunt.

Quibus de causis standum est praesenti praxi in Ecclesia latina.

Cf. Constitutio de Sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium (Concilii Vaticani II Synopsis in ordinem redigens schemata cum relationibus necnon Patrum orationes atque animadversiones), F. Gil Hellin (ed.), Città del Vaticano 2003, 547.


(1) Cf. Gil Hellin, Constitutio…, 164-166.

Ancora sul Salmo 86. Il mirabile tessuto di interpretazioni convergenti

I tempi liturgici cosiddetti “forti” sono assai interessanti agli occhi di un liturgista, perché in essi si contempla in modo eccelso la sapiente attenzione e maestria con le quali la tradizione della madre Chiesa li ha cesellati. L’ottava di Natale rimane, in questo senso, esemplare. Già ne avevamo mostrati alcuni aspetti, soffermandoci sulla salmodia (cf. qui). Ora ne riprendiamo un dettaglio, continuando le riflessioni sull’uso del Salmo 86, di cui abbiamo detto qualcosa nel post precedente.

Così, prima di riporre il primo volume della Liturgia delle Ore – da domani riprende il Tempo Ordinario -, ne sfogliamo di nuovo le pagine, ritornando appunto all’Ottava di Natale: nello spazio di pochi giorni, il salmo in questione viene pregato due volte, entrambe nell’Ufficio delle Letture, a differenza del corso normale del salterio distribuito nelle quattro settimane, in cui il Salmo 86 è usato – come notavamo – per le Lodi.

La prima occorrenza è prevista nella domenica dopo il Natale, festa della Santa Famiglia. Essa si spiega con il fatto che la salmodia è tratta dal comune della Beata Vergine Maria, che prevede come terzo salmo dell’Ufficio appunto il nostro salmo. Sul perché quest’ultimo sia stato scelto per il comune delle feste mariane si dirà qualcosa dopo. Per il momento notiamo che l’antifona corrispondente è strettamente legata alla festa della Santa Famiglia, senza avere particolari aderenze al salmo: Giuseppe si alzò nella notte, prese con sé il bambino e sua madre, e si rifugiò in Egitto (Consurgens Ioseph accepit Puerum et Matrem eius nocte, et secessit in Aegyptum)».

Molto più significativa è la seconda occorrenza, nella solennità di Maria santissima Madre di Dio. In questo caso antifona e salmo sono intimamente connesse, rendendo evidente l’interpretazione cristologica, e mariana allo stesso tempo, del salmo. Ciò parrebbe indice di antichità; purtroppo non siamo in grado, ora, di approfondire quanto ci lascia intravedere la relazione della commissione incaricata della distribuzione dei salmi, citata nel nostro post indicato, che giustificava la presenza del Salmo 86 nell’Ottava di Natale con il fatto che tale salmo fosse tradizionale dell’Ufficio natalizio proprio della Basilica di Santa Maria Maggiore, il santuario romano legato al mistero di Betlemme. Una pista assai interessante, che qui possiamo solamente indicare. Tornando, invece, all’antifona, ne rimaniamo affascinati per la mirabile ed ispirata composizione, che naturalmente prende le mosse dal testo latino del salmo nella versione della Vulgata: «Un Uomo è nato in lei: l’Altissimo ha consacrato la sua dimora (Homo natus est in ea, et ipse fundavit eam Altissimus)». Ad una lettura cristiana e credente, quell’«homo» non poteva essere che il nuovo nato nella stirpe di Davide, il Messia promesso, il Figlio di Dio, di cui il Natale celebra l’Incarnazione.

Tornando infine alla presenza del salmo nel comune della Beata Vergine Maria, ci aiuta a capirne la motivazione ancora un’antifona, questa volta dell’Ufficio della Solennità dell’Immacolata Concezione, l’otto dicembre. Come terzo salmo dell’Ufficio delle Letture troviamo ancora il salmo 86, preceduto dal testo antifonale: «Meraviglie si cantano di te, città di Dio: il Signore ti ha costruita sulla santa montagna».

Si rimane davvero stupiti di come l’interpretazione mariana del salmo prevalga nel tempo proprio del Natale, completando e affiancando l’altro filone esegetico che ne fa un salmo ecclesiologico – così vedevamo a proposito della presenza di esso nell’Ufficio delle Lodi nella distribuzione quadrisettimanale. Con ciò si dimostra, anche nei testi della liturgia, la verità di quanto bene affermava Isacco della Stella: «quel che si dice in modo speciale della vergine madre Maria, va riferito in generale alla vergine madre Chiesa; e quanto si dice d’una delle due, può essere inteso indifferentemente dell’una e dell’altra. Anche la singola anima fedele può essere considerata come Sposa del Verbo di Dio, madre figlia e sorella di Cristo, vergine e feconda. […] Eredità del Signore in modo universale è la Chiesa, in modo speciale Maria, in modo particolare ogni anima fedele. Nel tabernacolo del grembo di Maria Cristo dimorò nove mesi, nel tabernacolo della fede della Chiesa sino alla fine del mondo, nella conoscenza e nell’amore dell’anima fedele per l’eternità (Disc. 51)».


P.S. Queste brevi considerazioni hanno avuto il loro spunto nella preghiera personale del Salterio, ma hanno trovato conferma e fondamento grazie al sempre utilissimo lavoro di Felix M. Arocena e José A. Goñi, Psalterium Liturgicum. Psalterium crescit cum psallente Ecclesia, I, Roma 2005.

 

La liturgia, ovvero la mente aperta per comprendere le Scritture

«Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture» (Lc 24,44-45).

Diversi esegeti hanno sottolineato come i versetti lucani proclamati nel vangelo del quinto giorno dell’Ottava di Pasqua siano interessanti per la rivendicazione di Cristo a riguardo del senso delle Scritture e, qui in particolare, dei Salmi. La liturgia, tuttavia, si mostra assai ben più docile e pronta a fare propri gli insegnamenti di Gesù rispetto ad altre branche della teologia. Una prova?

Guardiamo l’ufficiatura dell’Ottava, e scopriremo dati significativi. Ci soffermiamo sulle sezioni salmodica dell’Ufficio delle Letture, tralasciando qui quelle delle due Ore principali – Lodi e Vespri – che si ripetono invariate dalla Pasqua alla Domenica in Albis.

Nei giorni dell’Ottava troviamo antifone e salmi propri, che cioè non seguono il consueto e ripetitivo schema delle quattro settimane, ma sono selezionati in base a richiami letterali o comunque tematicamente riferiti al mistero pasquale. E se il lunedì dell’Ottava parrebbe simile a qualsiasi lunedì della prima settimana del salterio (vi sono i salmi 1, 2 e 3), le antifone fugano ogni dubbio e ci ricordano che siamo davanti a qualcosa di unico. La sapienza della Chiesa, nella sua tradizione liturgica, ha elaborato infatti delle antifone davvero speciali, rileggendo i salmi in chiave eminentemente cristologica. La liturgia – poggiando sulle parole del Maestro – attribuisce in modo eminente a Lui i salmi, ritoccandone i versetti, perché diventino ancora più esplicitamente parole sue. Non si tratta di interventi indebiti e arbitrari, ma di espressione di fede pasquale e di obbedienza all’insegnamento del Signore.

In uno specchietto, ciò a cui ci si è riferiti:

foto documento pasqua

Un’ultima cosa, degna di nota, è il fatto che la composizione di queste antifone e di questi salmi è antichissima. Si tratta, infatti, del Mattutino di Pasqua testimoniato già nell’Ordo Romanus XXVIII. A detta di Righetti possiamo datarla all’VIII secolo (1). La riforma liturgica – ebbene sì, non furono così devastori i periti del Consilium – conservò questo tesoro e lo ricollocò nel primo giorno dell’Ottava. Insomma, una bella pagina di fedeltà alla tradizione ecclesiale e una professione di fede cristologica che ha pochi pari: attraverso la liturgia, oggi, il Maestro ci insegna ad aprire la mente alle Scritture e ci aiuta a leggere nei salmi «ciò che si riferisce a Lui».


(1) M. Righetti, Manuale di storia liturgica, II. L’anno liturgico – Il Breviario, Milano 1998 (ed. anastatica), 280.

“E oggi c’è ancora da lavorare”. Ma ci saranno lavoratori?

Lo stesso Paolo VI, un anno prima della morte, diceva ai Cardinali riuniti in Concistoro: «E’ venuto il momento, ora, di lasciar cadere definitivamente i fermenti disgregatori, ugualmente perniciosi nell’un senso e nell’altro, e di applicare integralmente nei suoi giusti criteri ispiratori, la riforma da Noi approvata in applicazione ai voti del Concilio». E oggi c’è ancora da lavorare in questa direzione, in particolare riscoprendo i motivi delle decisioni compiute con la riforma liturgica, superando letture infondate e superficiali, ricezioni parziali e prassi che la sfigurano. Non si tratta di ripensare la riforma rivedendone le scelte, quanto di conoscerne meglio le ragioni sottese, anche tramite la documentazione storica, come di interiorizzarne i principi ispiratori e di osservare la disciplina che la regola.

Abbiamo volutamente lasciare qualche tempo dal giorno in cui queste parole di Papa Francesco sono state rivolte ai partecipanti alla 68° Settimana Liturgica nazionale, promossa dal Centro di Azione Liturgica, il 24 agosto scorso (l’intero testo qui).

Certamente il tempo è ancora troppo poco per i ritmi di preparazione e di pubblicazione di un articolo, per una rivista o per una miscellanea, a commento le parole del Pontefice. E’ ancora presto, a maggior ragione, per vedere organizzata qualche iniziativa accademica con tale oggetto.

Ma il tempo trascorso è sufficiente a registrare una tendenza, che si rispecchia in interviste, commenti a caldo e articoli nel mondo dei blog. Purtroppo, pare che si sia persa anche questa occasione propizia, e il timore che si preferisca la facile polemica e lo spirito di contraddizione ad un lavoro approfondito e di lunga durata è del tutto giustificato

Invano, infatti, si è atteso una parola esplicita e concreta sul citato passaggio del discorso papale. L’attenzione è rivolta – diremmo in modo pressoché generale – ad una frase che, se presa in senso assoluto, rischia di diventare solamente uno slogan vuoto e addirittura controproducente: «la riforma liturgica è irreversibile».

Personalmente, non avevamo bisogno dell’ultimo pronunciamento papale per essere convinti della bontà di quanto avviò dal Concilio Vaticano II, né ci viene spontaneo esultare come se questo discorso segnasse un punto a favore in una sorta di partita contro un avversario di una tendenza opposta.

Non basterà citare quest’affermazione, quando si tratterà di argomentare o andare in profondità nella ricerca e nel dibattito. Non ce la sentiamo di unirci al coro di quanti, soddisfatti del pronunciamento papale, pensano che ormai la questione sia chiusa. No, «c’è ancora da lavorare»!

Molto, molto più importante sarebbe, infatti, poter conoscere tutti i passaggi della riforma con una comprensione maggiormente profonda, con una fondata base storica e con ancor più precisi riferimenti documentari. Come si sa, finché si rimane nell’ambito del teorico e delle considerazioni generali, le differenti posizioni possono facilmente continuare a divergere, rimanendo personali e parziali. Al contrario, l’oggettività della documentazione costringe ad una scientificità che lascia poco spazio alle opinioni e ai gusti individuali: le convinzioni e i (pre-)giudizi partigiani possono continuare a resistere solo per malafede od ignoranza; uno studioso serio, infatti, accetta senza timore  o vergogna il dover abbandonare le proprie aspettative e le proprie visioni, arrendendosi al dato oggettivo che la documentazione gli presenta.

Ebbene, nell’ambito della riforma liturgica, ancora siamo lontani da una sufficiente conoscenza e da un minimo studio delle fonti documentarie! Ci si faccia caso: quanti manuali, quanti studi monografici passano allegramente dalla descrizione della situazione liturgica prima del Vaticano II ad un commento della prassi attuale, forse solo accennando a qualche passaggio di Sacrosanctum Concilium! Come si è arrivati ai nuovi libri liturgici? Quali decisioni sono state prese e perché, quando e in che modo furono approntate le scelte di cui oggi vediamo i frutti? Domande spesso lasciate in sospeso, talvolta neanche lontanamente adombrate.

Certo, non mancano coraggiosi e benemeriti autori, come per fortuna ancora ci sono editori che non guardano solo alle leggi di mercato. Oltre alla proliferazione di instant book, accompagnati da qualche lancio di agenzia condito con dettagli solleticanti, che però poi durano, appunto, un istante, senza lasciare nessun contributo alla scienza, vediamo pubblicati studi «imponenti» e volumi assai voluminosi, è il caso di dirlo: non si potranno leggere sul treno o in aereo, in viaggio, spesso rimarranno al chiuso delle biblioteche, ma – di certo – saranno strumento di consultazione e di riferimento per quanti vogliano davvero una formazione ed un’informazione più completa.

Spesso tali lavori sono frutti, non diremo estemporanei né occasionali, ma di certo non maturati in un sistema organico e pensato. Capita che un professore particolarmente esigente chieda ad un suo dottorando di produrre integralmente la documentazione su cui fonda la sua tesi; succede pure che conoscenze e contatti quasi clandestini con persone ed enti legati in passato con il movimento della riforma liturgica rendano possibile l’accesso a documenti altrimenti introvabili, ad es., ad un religioso della stessa congregazione di un perito che lavorò in qualche gruppo di studio può capitare di consultare le carte del suo illustre confratello; ancora, non manca qualche zelante ricercatore che si metta sulle tracce di un «sentito dire», riuscendo poi a ritrovare un archivio dimenticato; non si esclude il caso di porte solitamente chiuse che si aprono dopo una telefonata di un amico più alto in grado…

Insomma, non sembra si  possa parlare di un coordinamento né tantomeno di un indirizzo comune o di una pista aperta e battuta insieme da una molteplicità di ricercatori. Eppure le possibilità ci sarebbero, gli archivi conservano materiale abbondante; è vero, documentazione ancora grezza e da riordinare – e in latino ! -, ma del resto così accade in una miniera quando si scopre un nuovo filone: prima di poter attingervi direttamente ed immediatamente, occorre provvedere a tutta una serie di accorgimenti per mettere in sicurezza e permettere un più agile e proficuo sfruttamento del giacimento.

Questo occorrerebbe fare, nell’ambito della ricerca liturgica sul Vaticano II e, soprattutto, sul periodo di riforma che ne seguì. Organizzare meglio la ricerca, mettere in circolazione, nella comunità scientifica, informazioni e dati; tentare di inserire lo studio di ciascuno in un progetto più ampio, collaborando, pur da diversi ambiti e con differenti prospettive, ad una storia della riforma liturgica il più possibile obiettiva e aderente ai testi. Ci sarà chi sia pronto a mettere mano a simile progetto? Interesseranno ancora faldoni polverosi e quasi dimenticati, nei quali – solamente nei quali – si trovano le tracce e le ragioni dei processi che hanno portato al nostro attuale modo di celebrare?

Ci sia permesso citare episodi personali, a sostegno di quanto si va dicendo. Nel corso delle nostre ricerche ci è capitato più volte di rimanere confusi e sbigottiti di fronte all’enorme mole di documentazione inedita, sconosciuta e inaccessibile ai più, che giace sparsa in diversi (1) archivi: noi avevamo poco tempo e dovevamo concentrarci sull’oggetto della nostra indagine, ma di fronte ad tesori così importanti non si poteva non sognare di avere disponibilità di tempo e risorse per studiare e pubblicare l’intera produzione del Consilium, gli schemi e le bozze dei rituali, la corrispondenza e le note personali dei membri e degli esperti. Ciò che una persona sola può appena immaginare di fare può , invece, essere compiuto in team: non si potrà arrivare a documentare ogni passaggio, è vero – ormai la grandissima parte dei testimoni è passata a celebrare la liturgia del cielo  – ma rimangono i testi, le carte e la documentazione da vagliare al setaccio e da pubblicare criticamente, per garantire quanta più oggettività possibile alla discussione. Un’altra volta ci capitò di notare che nella sala di consultazione dell’Archivio Segreto Vaticano c’era un’altra persona che chiedeva agli addetti di sala gli stessi faldoni che servivano a noi per le nostre ricerche. Dopo alcuni giorni, cercammo di capire chi fosse, ci presentammo e chiedemmo il motivo di una così sorprendente somiglianza di interessi: non fu un colloquio esaltante. Dopo qualche tempo, venimmo a sapere, indirettamente, che si stava preparando la pubblicazione on line dei documenti della Commissione Preparatoria De Liturgia… Averlo saputo prima, ci saremmo risparmiati ore e ore di consultazione e di trascrizione di testi, o avremmo offerto la nostra collaborazione a tale meritevole progetto (2)! Parte di tale documentazione è stata pubblicata anche nello studio di A. Lameri (3): quindi, tre persone hanno lavorato, senza saperlo, sugli stessi testi, in tempi quasi identici. Davvero un peccato lo spreco di energia, almeno così lo abbiamo vissuto noi: avevamo tantissimo altro materiale da esaminare. I testi della Commissione Preparatoria li avremmo potuti studiare grazie al lavoro di ricerca e di pubblicazione altrui, nel frattempo ci si poteva dedicare ad altre carte.

Ci stiamo allungando oltremodo per gli spazi di un post sul nostro minuscolo blog. Nei prossimi giorni tenteremo di chiarire il senso delle nostre riflessioni e lo scopo di questa sorta di appello.

Nel frattempo, siamo apertissimi ad ogni contributo.


(1) Per quanto ne sappiamo, l’unico archivio che permetta il superamento della comprensibile frammentarietà di fondi privati o di istituti particolari, è quello della Congregazione per il Culto Divino, che – guarda caso – è chiuso alla consultazione di esterni. Il che ci pare un vero peccato, se non addirittura uno scandalo. Dopo il discorso di Francesco, non sarebbe più degno di accademici e di studiosi chiedere, ad esempio, l’apertura di tale archivio piuttosto che, come è successo, chiedere la testa di qualche ecclesiastico o di qualche teologo «nemico»?

(2) Cf. qui. Purtroppo la promessa scritta sull’home page, che annuncia un prossimo caricamento di altro materiale, non è stata compiuta. L’aggiornamento è fermo al 22 novembre 2013. Invano è stato tentato di mettersi in contatto con i responsabili della pagina web.

(3) A. Lameri, La «Pontificia Commissio de sacra Liturgia Praeparatoria  Concilii Vaticani II». Documenti, Testi, Verbali (Ephemerides Liturgicae Subsidia 168), Roma 2013.

Solo un accento. La struttura personale della fede a partire da un semplice segno di ortografia.

Siamo nel cuore delle ferie di agosto e trovare una biblioteca dove poter consultare il testo originale ci è impossibile. Per questa volta, tuttavia, pare che la traduzione renda possibile un gioco linguistico che aumenta l’espressività del concetto.

Ci stiamo riferendo ad alcune riflessioni dell’allora giovanissimo professore Joseph Ratzinger a proposito di quanto suscitato dal Congresso Eucaristico di Monaco di Baviera nell’agosto 1960 (2), ora riproposte nel volume 7/1 dell’opera omnia con il titolo «Il congresso eucaristico internazionale alla luce della critica».

Il contesto è il dibattito intorno alla questione delle celebrazioni massive in una simile manifestazione religiosa. L’argomentazione, pur fornendo alcuni passaggi degni di essere ripresi, è molto equilibrata e ispirata ad un sano buon senso; Ratzinger, come al solito, non si cela di fronte alle domande difficili, e riesce ad offrire spunti assai profondi anche mentre risponde a questioni da altri affrontate in modo assai più superficiale. Così, mentre affronta «il problema della massa», prende spunto da una realtà allora ben viva nell’ambiente germanico per tratteggiare in modo chiarissimo un carattere decisivo della fede cristiana. Come dicevamo, sarebbe interessante poter confrontare il testo originale con la versione italiana, che gioca in modo geniale con le possibilità della lingua italiana. Ecco il paragrafo:

….Ci si ricordava in modo sin troppo chiaro delle grandi manifestazioni di massa dei sistemi totalitari, che coscientemente puntavano a sorprendere il singolo con il pathos della massa, a trascinarlo semplicemente in una corrente alla quale solo i più forti possono opporsi. Proprio chi aveva fatto esperienza di questo (e in Germania erano tutte le persone adulte) sapeva anche che un processo di questo tipo è contrario alla natura della fede cristiana, che consiste proprio non nella sopraffazione del proprio io, non nell’essere trascinati dalla corrente dell’opinione dominante, da quello che in quel momento «si» dice e «si» fa; la natura della fede cristiana consiste invece nel «sì» del tutto personale del mio cuore e del mio spirito al Dio che chiama ogni singolo per nome e che, nell’ora del compimento di questo dialogo d’amore, a ognuno dà un nome che solo lui – il chiamato – conosce (Ap 2,17); in un’unità tra uomo e Dio penetrare nella quale è precluso a qualunque creatura. L’uomo non giunge alla fede imparando man mano a fare con gli altri quello che in quel momento «si» fa, quanto, proprio al contrario, svincolandosi dalla prigionia del «si» e in tal modo divenendo libero per l’avvenimento personale dell’incontro con l’invisibile (2).

 

(1) J. Ratzinger, «Der Eucharistische Weltkongress im Spiegel der Kritik», in R. Egenter – O. Perner – H. Hofbauer (a cura di), «Statio Orbis». Eucharistischer Weltkongress 1960 in München 1960, I, München 1961, 227-242.

(2) J. Ratzinger, Opera omnia, 7/1. L’insegnamento del Concilio Vaticano II, Città del Vaticano 2016, 35-36.

“Ottimamente composta”. Un endorsement ante litteram del giovane Ratzinger.

Più e più volte abbiamo cercato di contribuire ad una ricostruzione più possibile oggettiva e fedele dell’importante periodo che va dall’approvazione della Costituzione liturgica conciliare alle prime realizzazioni di ordine pratico ed effettivo delle disposizioni generale in essa contenute. In questa ricerca sono importanti i documenti ufficiali e gli atti, così come possono aiutare anche le testimonianze delle persone direttamente coinvolte e contemporanee. Testi e testimoni, dunque. Naturalmente, una serie critica storica impone di contestualizzare e di pesare con attenzione la qualità e l’oggettività di una valutazione personale. Nondimeno, a rendere il quadro sempre più completo, giovano pareri pur contrastanti fra loro.

In questo post segnaliamo quello che potremmo definire un endorsement ante litteram, di un futuro Pontefice, alla speciale Commissione, appositamente studiata ed organizzata, incaricata dell’attuazione di Sacrosanctum Concilium. Non è un mistero che sul Consilium ad exsequendam Constitutionem De Sacra Liturgia, sulla sua composizione e sulle sue competenze si siano registrate diverse valutazioni, talora espresse anche in modo assai sgarbato e sgradevolmente risentito.

E’ vero che alcuni aspetti della sua stessa origine non sono ancora del tutto chiariti, eppure il testo che riproduciamo ci testimonia un clima sereno e fiducioso, e la persona che lo esprimeva non era affatto, e non lo è tuttora, usa a giudizi avventati o, peggio, abituata a riportare dati non personalmente verificati. Per questo, nonostante sia un giudizio iniziale e relativo ad un periodo previo alle grandi realizzazioni del lavoro, crediamo che il testo dell’allora giovane professor J. Ratzinger abbia un valore assai significativo, proprio perché ci permette di intuire una certa corrispondenza fra i Padri conciliari e l’incipiente lavoro del Consilium. Se non altro a riguardo delle persone che lo componevano. E, in confronto a tante valutazioni senza fondamento, non è davvero poco, credeteci.

Dopo una lunga serie di votazioni, sono state accettate e promulgate solennemente come deliberazioni conciliari la Costituzione sulla sacra liturgia e il Decreto sui mezzi d’informazione. Ma qui, innanzitutto, bisogna osservare che la Costituzione sulla liturgia è una specie di legge quadro che necessita una duplice attuazione per poter esercitare la sua piena efficacia. Essa traccia le linee guida, che dovranno essere tradotte in concreti ordinamenti liturgici soltanto da una commissione post-conciliare appositamente creata nel frattempo (presieduta dal Cardinal Lercaro e ottimamente composta) (1).


(1) J. Ratzinger, Opera Omnia VII/1, L’insegnamento del Concilio Vaticano II. Formulazione – trasmissione – interpretazione, Città del Vaticano 2016, 418. Il testo citato fa parte di un volume, la cui prefazione è datata Pasqua 1964, che raccoglie conferenze tenute in Germania e Svizzera, il cui titolo era Il Concilio in cammino. Sguardo retrospettivo sul secondo periodo di Sessioni del Concilio Vaticano II. La citazione è tratta da quelle che erano le pagine finali del volumetto (Le mete raggiunte).

Concilio (solo) pastorale? La voce, passata eppure attuale, di uno dei protagonisti del Vaticano II

E’ davvero impressionante come considerazioni sull’attualità di oltre 50 anni fa siano ancora freschissime e attinenti anche a nostre e contemporanee questioni. Probabilmente ciò è dovuto allo straordinario significato dell’evento di allora come pure alla sapiente lungimiranza dell’autore delle stesse.

Parliamo infatti di alcune osservazioni di mons. H. Jenny, padre conciliare e membro fra i più attivi e impegnati nelle diverse commissioni che delinearono prima e portarono a compimento poi il rinnovamento liturgico disegnato a grandi tratti nella Costituzione liturgica Sacrosanctum Concilium (1). L’occasione di mettere per iscritto le riflessioni – inedite – che riportiamo più sotto – fu la terza ed ultima plenaria della Commissione Preparatoria, dall’11 al 13 gennaio 1962. Purtroppo, di quella sessione abbiamo solo qualche parola di commento generale nel pur ottimo articolo di p. C. Braga, «La terza redazione del primo capitolo della “Sacrosanctum Concilium”», Ephemerides Liturgicae 115 (2001) 35-67. Diversamente da quanto lodevolmente riporta il sito di documentazione http://www.fontescl.com per le due plenarie precedenti – con verbali e bozze della futura Costituzione -, il link al verbale della terza plenaria indirizza ad una pagina del tutto vuota (cf. qui). Non possiamo quindi affermare con certezza se il testo che riproduciamo sia stato tradotto in latino e quindi effettivamente pronunciato da Jenny nel corso della plenaria, oppure se si tratti di riflessioni per un circolo più ristretto. Non possiamo escludere che siano solo appunti e note esclusivamente personali, anche se il fatto che si tratti di un testo dattiloscritto fa pensare che sia stato pensato per una qualche comunicazione.

Fatto sta che le due pagine che recano annotata a mano la data del 12 gennaio 1962 descrivono alcune tensioni di allora che si ripresentano – mutatis mutandis – anche nell’oggi del dibattito ecclesiale. Mons. Jenny, di certo non classificabile fra quanti si opponevano alla dinamica del ritorno alle fonti per una riforma generale, insiste sul necessario fondamento cristologico di ogni pastorale e di ogni riforma. Mancando un radicato e profondo pensiero biblico e teologico-liturgico, le riforme sarebbero solo nuove rubriche, ritocchi esterni condannati a passare di moda molto presto, inseguendo l’ultima tendenza…. Abbiamo varie volte mostrato come Jenny abbia preso la parola e abbia combattuto anche su questioni minime e di dettaglio con assoluta precisione ed efficacia, la sua preparazione glielo consentiva. Tuttavia nei primi giorni del 1962, quando i periti della Commissione Preparatoria lavoravano alacremente per limare e riformulare i singoli numeri della Costituzione, il nostro vescovo francese non dimenticava l’orizzonte più ampio all’interno del quale ci si doveva muovere. Lasciamo a lui la parola:

On dit que le Concile sera surtout pastoral et apostolique: il pensera à ce monde immense et compliqué, affamé de pain et de vérité, attiré par le progrès, le bien-être, le plaisir. Mais pour que le Concile soit vraiment l’expression de la volonté du Sauveur, ne doit-il pas proclamer solennellement, pour le monde d’aujourd’hui, le message toujours actuel, toujours nouveau, du Règne de Jésus-Seigneur? Ne doit-il pas affirmer à nouveau, de façon à être entendu, que Jésus est le seul Sauveur, par sa Croix et sa Résurrection?

Même les chrétiens, même les prêtres, oublient parfois de proclamer le «testimonium Resurrectionis». Et le Seigneur ressuscité vit et agit dans sa liturgie, dans ce Passage incessant de l’Eucharistie.

Pour ce qui concerne la liturgie, ne convient-il pas, avant de proposer des «réformes», portant sur les «rites», les cérémonies, les formes extérieures, la langue, etc., ne faut-il pas d’abord rappeler le caractère réel et objectif de l’action mystérieuse du Christ Seigneur à travers les «faits» de la liturgie, qui sont les fêtes successives de l’Année chrétienne, qui sont les «merveilles du salut» renouvelées pour notre temps?  (Cambrai, fond Jenny, boite 14) (2)


(1) Cf. M. Felini, «Contributo alla storia della genesi della Sacrosanctum Conciliumgli interventi di Mons. Jenny e il suo influsso nel primo capitolo della Costituzione liturgica», Ecclesia Orans 31 (2014) 481-503; cf. anche i vari post sul blog, digitando «Jenny» nella casella  «cerca».

(2) Si dice che il Concilio sarà prevalentemente pastorale e apostolico: avrà a cuore questo mondo vasto e complicato, affamato di pane e di verità, attratto dal progresso, dal benessere, dal piacere. Ma affinché il Concilio sia veramente l’espressione della volontà del Salvatore, non dovrebbe annunciare solennemente al mondo di oggi, il messaggio sempre attuale, sempre nuovo, del Regno di Gesù il Signore? Non dovrà affermare ancora una volta, in modo da essere ascoltato, che Gesù è l’unico Salvatore, attraverso la sua croce e risurrezione? Anche i cristiani, anche gli stessi preti a volte dimenticano di annunciare il «Testimonium Resurrectionis». E il Signore risorto vive e agisce nella sua liturgia, in questo passaggio incessante dell’Eucaristia. Per quanto riguarda la liturgia, non si conviene, prima di proporre «riforme» in riferimento ai «riti», alle cerimonie, alle forme esterne,  alla lingua, etc., non si dovrebbe come prima cosa ricordare il reale ed oggettivo carattere dell’azione misteriosa di Cristo Signore attraverso gli «eventi» della liturgia, che sono le feste successive dell’anno cristiano, che sono le «meraviglie della salvezza» rinnovate per il nostro tempo?