Dalla “Stella” una piccola luce sulle letture dell’Ufficio del Salterio odierno

Avevamo avanzato un’ipotesi che riconoscerebbe l’intervento degli ultimi due periti assegnati alla riforma delle letture dell’Ufficio in un responsorio raro e particolare (1).

Possiamo con più dati e con più probabilità offrire altra luce sul lavoro che portò al nuovo libro della Liturgia delle Ore, una luce che ci giunge, in modo indiretto, dall’Abbazia Notre Dame de l’Étoile, Nostra Signora della Stella, appunto.

In questa ricostruzione forse del tutto marginale si rende evidente però il fascino della liturgia: l’opera di Dio, la grazia che in essa fluisce si intreccia all’opera dell’uomo, che la vive e la celebra. O, in questo caso, che ne rivede i testi.

Il contesto è la fase di rielaborazione del lezionario patristico biennale, di fronte al fatto che il progetto di lezionario biblico, su cui quello era costruito, venne ridotto ad un ciclo unico. Già abbiamo accennato al pesante compito affidato ai due monaci Ashworth e Raciti, (2) benedettino il primo e cistercense il secondo. Proprio del cistercense sappiamo che studiò da vicino la figura e l’opera di un suo illustre confratello, Isacco, abate di Notre Dame de l’Étoile, conosciuto in Italia come Isacco della Stella.

4 dei suoi Discorsi sono proposti nel lezionario biennale e 4 ne compaiono nel ciclo unico pubblicato nei 4 volumi della Liturgia delle Ore. Già il fatto che sia stato conservato lo stesso numero di Discorsi segnala che la presenza di Isacco sia stata giudicata importante. Se poi confrontiamo da vicino le occorrenze, scopriremo dati più stringenti per la nostra tesi. Rimandiamo ad una tabella per le indicazioni precise (discorsi-isacco-della-stella), qui possiamo solo raccogliere le considerazioni in sintesi. Se da una parte è evidente che i due monaci dovettero fare i conti con un lezionario biblico stravolto e ridotto, e che le loro scelte furono in ragione di tale decisione – che non fu la loro -, dall’altra sembra che ad Isacco riconobbero un’autorità e un valore particolare. Il rimaneggiamento delle letture bibliche non determinò una perdita nella presenza dei Discorsi del cistercense inglese che divenne abate della Stella, quanto piuttosto una più curata occorrenza. Fu aggiunto un discorso che non era presente nel ciclo biennale, il Discorso 11, notevole per contenuto anche in se stesso; gli altri tre Discorsi trovarono nel lezionario effettivamente pubblicato nel Salterio una migliore ed efficace collocazione in rapporto alla prima lettura biblica. Questa attenzione e questa cura non possono che essere il frutto di una conoscenza e di un amore dei testi di Isacco, quale è del tutto plausibile fosse quella del Raciti. Per questa volta, una sana partigianeria ha recato beneficio a tutti: la sensibilità e la spiritualità cistercense di Isacco e di Raciti ha portato hanno davvero arricchito il lezionario universale della preghiera oraria cattolica. Non si potrà dire in questo caso, che l’opera di un perito abbia danneggiato con la sua parzialità il portato plurisecolare della tradizione. Al contrario, si mostra in modo preclaro la dinamica della liturgia cattolica, nella quale il dato umano, con la propria storia e geografia, non viene del tutto annichilito e assorbito dalla trascendenza di Dio, ma contribuisce – in modo sinergico, oserei dire – misteriosamente alla tradizione della grazia santificante.


(1) Cf. qui.

(2) Cf. qui.

Agostino: un perito “emerito” nella riforma della Liturgia delle Ore?

Nel post precedente (qui) abbiamo accennato, per sommi capi, a qualche aspetto del processo di riforma delle letture bibliche e patristiche, cogliendo l’occasione per ricordare almeno i nomi di quanti si adoperarono direttamente a questo settore della riforma liturgica post-conciliare. Non sarebbero da escludere nemmeno i membri del Consilium, cardinali e vescovi o altre personalità, a cui i periti sottoponevano regolarmente i progetti in fase di studio per averne pareri, conferme o correzioni. I lettori del nostro blog ricorderanno l’influsso che, fra gli altri, ebbe un membro particolarmente attivo e preparato, il vescovo francese H. Jenny.

Non dando un tono troppo serioso al discorso, possiamo comunque annoverare un altro vescovo assai influente nella redazione dei testi del nuovo libro liturgico della preghiera oraria della Chiesa. Il suo contributo non lo offrì di persona, ma attraverso i suoi scritti. Fra la vastissima produzione a lui attribuita, qui spicca il suo discorso sul Salmo 85. Stiamo parlando di sant’Agostino (per il testo completo del Discorso, vedi qui.

L’uso di questo sermone è curiosamente assai vario. Vediamone le declinazioni.

Innanzitutto, esso costituisce una lunga citazione, in verità assai lunga come citazione, nei Praenotanda della Liturgia delle Ore, testo fra i più riusciti fra quelli prodotti dal Consilium. Sant’Agostino offre quindi un’importante portato alla teologia della preghiera liturgica, aiutando la comprensione della valenza cristologica dell’orazione ecclesiale. Il paragrafo del Sermone agostiniano è perfettamente integrato con il testo dei Praenotanda:

«…i battezzati..[…] sono abilitati a esercitare il culto del Nuovo Testamento, culto che non deriva dalle nostre forze, ma dal merito e dal dono di Cristo. “Nessun dono maggiore Dio potrebbe fare agli uomini che costituire capo il suo Verbo…[…]”. In questo dunque sta la dignità della preghiera cristiana, che essa partecipa dell’amore del Figlio Unigenito per il Padre…» (IGLH 7)

Non stupisce, pertanto, che un testo così denso e fondamentale sia proposto anche alla meditazione orante dell’Ufficio delle Letture, come seconda lettura patristica. In effetti, troviamo il Sermone sul Salmo 85 sia nel lezionario biennale, il sabato della terza settimana di quaresima (ciclo I), sia nel lezionario annuale, il mercoledì della V settimana di quaresima. Un ulteriore particolare è il fatto che sia in un caso che nell’altro la prima lettura biblica sia la stessa, Eb 6,9-20, e stessi anche i due responsori.

A proposito di responsori, è proprio in questa forma letteraria che ricompare, per la terza volta e in un modo raro e particolare, il nostro Sermone. Naturalmente da esso sono estrapolate solo alcune frasi, ricomposte in uno schema responsoriale.

Nostro sacerdote, Cristo prega per noi; nostro capo, egli prega in noi: nostro Dio, noi lo preghiamo; *riconosciamo in lui le nostre voci, e la sua voce in noi.

Quando parliamo a Dio nella preghiera, non separiamo da essa il Figlio: *riconosciamo in lui le nostre voci, e la sua voce in noi.

Siamo qui nella terza domenica del Tempo Ordinario – secondo lo schema di un unico ciclo -, e questo responsorio segue una lettura dalla Costituzione Sacrosanctum Concilium, che rappresenta una novità introdotta nell’organizzazione del ciclo annuale: nel lezionario biennale c’è sì una lettura da SC, ma si tratta di differenti paragrafi. Presumibile dunque è l’ipotesi che questo responsorio così particolare nella sua composizione integralmente patristica debba essere stato composto dai periti dell’ultimo periodo di preparazione del lezionario dell’Ufficio, Ashworth e Raciti (1), cui accennavamo nel post precedente.

Per finire, citiamo una parte della catechesi che San Giovanni Paolo II offrì sul Salmo 85: in essa il Papa riprende il commento di sant’Agostino, riportandone un’altra sezione:

Il Salmo 85 è un testo caro al giudaismo, che l’ha inserito nella liturgia di una delle solennità più importanti, lo Yôm Kippur o giorno dell’espiazione. Il libro dell’Apocalisse, a sua volta, ne ha estratto un versetto (cfr v. 9), collocandolo nella gloriosa liturgia celeste all’interno del «cantico di Mosè, servo di Dio, e del cantico dell’Agnello»: «Tutte le genti verranno e si prostreranno davanti a te», e l’Apocalisse aggiunge: «perché i tuoi giusti giudizi si sono manifestati» (Ap 15,4). Sant’Agostino ha dedicato al nostro Salmo un lungo e appassionato commento nelle sue Esposizioni sui Salmi, trasformandolo in un canto di Cristo e del cristiano. La traduzione latina, nel v. 2, conforme alla versione greca dei Settanta, invece di «fedele» usa la versione «santo»: «Custodiscimi perché sono santo». In realtà, solo Cristo è santo. Tuttavia, ragiona sant’Agostino, anche il cristiano può applicare a sé queste parole: «Sono santo, perché tu mi hai santificato; perché l’ho ricevuto [questo titolo], non perché l’avevo da me stesso; perché tu me l’hai dato, non perché io me lo sono meritato». Quindi «dica pure ogni cristiano, o meglio lo dica tutto il corpo di Cristo, lo gridi ovunque, mentre sopporta le tribolazioni, le varie tentazioni, gli innumerevoli scandali: “Custodisci l’anima mia, perché sono santo! Salva il tuo servo, Dio mio, che spera in te”. Ecco: questo santo non è superbo, perché spera nel Signore» (vol. II, Roma 1970, p. 1251).

5. Il cristiano santo si apre all’universalità della Chiesa e prega col Salmista: «Tutti i popoli che hai creato verranno e si prostreranno davanti a te, o Signore» (Sal 85,9). E Agostino commenta: «Tutte le genti nell’unico Signore sono una sola gente e costituiscono l’unità. Come ci sono la Chiesa e le chiese, e le chiese sono la Chiesa, così quel “popolo” è lo stesso che i popoli. Dapprima erano popoli vari, genti numerose; ora è un popolo solo. Perché un popolo solo? Perché una sola è la fede, una sola la speranza, una sola la carità, una sola l’attesa. Infine, perché non dovrebbe essere un popolo solo, se una sola è la patria? La patria è il cielo, la patria è Gerusalemme. E questo popolo si estende da oriente ad occidente, da settentrione fino al mare, nelle quattro parti del mondo intero» (ibid., p. 1269).

In questa luce universale la nostra preghiera liturgica si trasforma in un respiro di lode e in un canto di gloria al Signore a nome di tutte le creature (2).


(1) V. Raffa offre ulteriori indicazioni, che riportiamo, riconoscendogli l’autorità del testimone diretto e la competenza che noi davvero non abbiamo: «B. Responsori alle letture patristiche e agiografiche. I responsori, che seguono le letture patristiche e agiografiche, sono stati scelti in linea di massima per un certo loro accordo tematico con i brani, che accompagnano. Spesso colgono e trasformano in lirismo religioso il tema liturgico o della celebrazione festiva commentato dalle letture. Anche quando il riferimento mutuo fra lettura e responsorio fosse più largo, il responsorio rimane valido ugualmente come momento di libera meditazione. [….] b) Delle letture patristiche ed agiografiche. L’organico di questi responsori fu preparato da un’altra commissione, da quella che curava i canti. I testi sono nella massima parte quelli tradizionali, però accuratamente selezionati e collocati secondo i criteri che maggiormente rispondono al loro carattere specifico. c) Responsori del “Supplementum”. La serie dei responsori dei volumi del supplemento sarà ripresa e riallestita ex novo con una ricerca accurata e, dove occorrerà, con nuove creazioni…»: V. Raffa, La liturgia delle ore. Presentazione storica, teologica e pastorale, Milano 1990³, 169-170.

(2) Giovanni Paolo II, Udienza generale 23 ottobre 2002: per il testo completo, vedi qui.

“L’una conferma i pregi dell’altra”, note sull’uso liturgico del libro del Siracide.

Prendiamo in prestito questa citazione da una stupenda pagina della Sacra Scrittura, tratta dal libro del Siracide (42,25): con essa e a partire da essa vorremmo soffermarci un poco su un aspetto forse poco conosciuto della costruzione dell’impianto della Liturgia delle Ore, ossia le letture bibliche e le letture patristiche – e il rapporto fra di esse – dell’Ufficio delle Letture.

Con essa: in effetti, Siracide 42 era proposto come lettura biblica giovedì scorso (giovedì della prima settimana del salterio); siamo dunque in ritardo, ma speriamo che non sia stato comunque del tutto dimenticato come la lettura del Siracide ci abbia accompagnato per tutta la settimana appena conclusa (fra l’altro, anche quest’oggi – lunedì della seconda settimana – la Liturgia delle Ore ci ha proposto un brano del libro del Siracide – 36,1-5.10-13), sebbene non in forma di lettura, ma di Cantico, nella seconda sezione salmodica delle Lodi).

Ci aveva colpito la singolare ed efficace concordia non solo tematica, ma anche poetica e lirica, del brano in questione (per comodità, si può rileggere qui: lettura-biblica-giovedi-i-settimana-ordinario) con la lettura patristica ad esso associata: un brano preso dal Discorso contro i pagani di sant’Atanasio vescovo (per comodità, si può rileggere qui: lettura-patristica-giovedi-i-settimana-ordinario). Dopo averne apprezzato i toni e contenuti, possiamo brevemente, partendo proprio dal caso concreto e specifico di questa «coppia» di letture, tentare di dire qualcosa a riguardo del processo di formazione del lezionario dell’Ufficio. Si tratta senza dubbio di uno dei frutti migliori della riforma liturgica, eppure anche nella sua costruzione di intrecciano esempi di dedizione e di competenza esemplari insieme a tratti di ben più meschina considerazione umana, la luce fulgida del dinamismo della tradizione insieme ad ambiguità e resistenze; il risultato, frutto di un compromesso molto «cattolico», diremmo, è comunque assai positivo, perfettibile come ogni realtà umana ma affatto disprezzabile.

Come è noto, di cicli di letture per l’Ufficio ne esistono tre (naturalmente escludendo da queste considerazioni generali gli schemi della liturgia delle Ore monastica): in un’alternanza biennale sono stati predisposti due cicli completi (I e II), rimandati poi al Supplemento alla Liturgia delle Ore ancora da pubblicarsi (sic!!), ed un ciclo annuale unico, quello effettivamente incorporato nei volumi del libro della Liturgia delle Ore. Precedenti e  primi sono i due schemi biennali, poi a partire da essi venne rielaborato un ciclo unico (1).

Il lavoro di studio e di revisione fu affidato a due gruppi di esperti, che meritano di essere ricordati. Per le letture bibliche fu dato mandato al gruppo di studio 4 (Coetus IV), composto da Martimort (relatore), E. Lengeling (segretario), P. Salmon, P. Grélot, C. Wiéner, G. Diekmann, O. Heiming, M. Du Buit, A. R. George, P. Dornier. Nel 1966 Lengeling divenne relatore con A. Rose come segretario. Il lavoro relativo alle letture patristiche fu affidato al Coetus V, la cui direzione conobbe vari cambiamenti per vicende personali dei membri (ad. es il primo relatore divenne vescovo e cardinale di Torino): M. Pellegrino (primo relatore, in seguito U. Neri, poi F. Nikolasch, infine J. Rotelle), I. Oñatibia, F. Toal, J. Quasten, W. Düring, A. Olivar, J. Daniélou, J. Leclercq, I. Ortiz de Urbina, A. Hammam, P. Serra Zanetti, H. Ashworth, G. Raciti.

Pur divisi nella ricerca, nei tempi e nei luoghi di riunione, questi due gruppi lavorarono necessariamente in stretta relazione fra loro. Il primo, poi, dovette interfacciarsi anche con il gruppo di studio che stava preparando il lezionario delle Messe festive e feriali, per rendere così la lettura biblica dell’Ufficio organica e complementare a quella della celebrazione eucaristica quotidiana. Si può immaginare la mole di lavoro, la fatica e la pazienza nel selezionare, valutare, organizzare e coordinare pagine e pagine di Scrittura e testi patristici. Dopo cinque anni di studio e verifica, il lezionario era finalmente pronto il 6 novembre 1969. Tuttavia, il progetto iniziale di due cicli di letture con alternanza biennale dovette cedere di fronte a motivazioni pratiche e logistiche: la pubblicazione di tale abbondante materiale poneva problemi editoriali che, insieme all’esigenza di affrettare la stampa del nuovo libro liturgico, alla fine risultarono decisivi nel rinviare i testi del biennale ad un volume a parte. I periti dovettero dunque reimpostare i lavori ed affrettarsi ad elaborare un nuovo ciclo. Di fronte a tale inattesa decisione, che in un certo senso aveva il sapore di un «tradimento» rispetto ai principi che fino ad allora avevano guidato il lavoro di riforma, non si levò – a nostra informazione – nessuna voce di polemica pubblica e di insubordinazione da parte dei periti, che si dovettero sobbarcare un’ulteriore peso di ingrato lavoro. Solo anni fa abbiamo sentito da un testimone indiretto e studioso della materia alcune battute di amara ironia sul duro lavoro dei liturgisti alla fine boicottato dalla tipografia vaticana. Del clima di quei frangenti si può avere una plastica ricostruzione nello studio del Bugnini (2).

Lasciando ora la ricostruzione storica di questo settore della riforma liturgica, torniamo ai testi, per verificare quanto detto.

La lettura continua di un’abbondantissima parte del libro del Siracide è prevista, nel ciclo biennale II, per le settimane 27,28 e 29 del tempo Ordinario, preceduta dai libri di Tobia e Giuditta e seguita da due settimane di lettura e meditazione del libro della Sapienza. Alle letture del Siracide sono affiancati brani tratti da diversi Padri. Per non appesantire ulteriormente il testo, rimandiamo ad una speciale tabella qui: tabella-letture.

Nella rielaborazione per l’unico ciclo annuale, le letture del Siracide rimasero in una sola settimana, la prima dell’Ordinario, non solamente ridotte di numero ma anche ritoccate nell’estensione (3) e così si dovette di nuovo cercare e organizzare l’armonizzazione fra prima e seconda lettura. Come si può vedere nella tabella citata, i testi patristici che erano proposti in lettura semicontinua non furono utilizzati, così come furono inseriti nuovi testi. Altri furono mantenuti, perché ne fu riconosciuta la mirabile mutua assonanza.

Mantenendo ben ferma l’analogia, si può dire che nel caso di alcune coppie di letture, come ben si vede nel caso in esame in questo post (Siracide 42 e Discorso contro i pagani di Atanasio), i periti, come discepoli di quel Creatore e artista che è il Verbo di Dio, hanno saputo comporre in modo davvero eccelso pericopi della Scrittura e della Tradizione a coppia, una di fronte all’altra, e l’una conferma i pregi dell’altra, così che pregando l’Ufficio l’anima dell’orante possa saziarsi di nutrimento spirituale solido e allo stesso tempo possa innalzarsi alla contemplazione delle meraviglie di Dio.

E l’animo di un liturgista possa gustare le meraviglie di Liturgia e Bibbia.


(1) «Il ciclo annuale costituisce una soluzione di ripiego, mentre il ciclo biennale è quello che fu lungamente maturato come più idoneo alle diverse esigenze. […] Nei 4 volumi della Liturgia delle Ore si ha solo il lezionario che si esaurisce tutto nel giro di un anno. Non si pensi tuttavia che esso sia stato ottenuto col semplice prelievo di uno dei due anni del ciclo biennale. Al contrario è frutto di una nuova elaborazione apposita. Dovendo scegliere bisognava puntare sui passi più idonei e preferire possibilmente quelli non presenti nel lezionario della Messa»: V. Raffa, La liturgia delle Ore. Presentazione storica, teologica e pastorale, Milano 1990³, 162.165.

(2) «All’inizio era stato deciso di fare un ciclo di letture bibliche e patristiche per i tempi forti, due per il tempus per annuo. In questo senso le letture patristiche erano state scelte in armonia con la lettura biblica. Essendo stato apportato un sostanziale cambiamento nel ciclo biblico con la fissazione di un solo ciclo per tutto l’anno, anche l’ordinamento della lectio Patrum doveva seguirne le sorti, rimandando al lezionario ad libitum una maggiore abbondanza di letture. Così il gruppo di studio si trovò davanti ad una duplice difficoltà: di esegesi e di armonizzazione. Per il compiere il lavoro, furono ingaggiati a tempo: Henry Ashworth, benedettino di Quarr Abbey, e Gaetano Raciti, cistercense di Orval. Per vari mesi, questi due monaci dal mattino alla sera passarono ore ed ore negli Uffici della Congregazione per Culto Divino leggendo, meditando, salmodiando, vagliando i vari testi che erano stati ammassati e appena criticamente sfiorati dai loro predecessori. Da questa fùcina, in cui la preghiera si sposava mirabilmente alla fatica e alla scienza, è scaturito il lezionario patristico “per annum”»: A. Bugnini, La riforma liturgica (1948-1975), Roma 1997², 534.

(3) Le letture sono più brevi. Altra curiosità: nel ciclo annuale compare una lettura che nello schema biennale non era contemplata, si tratta del brano 47,14-31, dalla sezione che tratta degli uomini illustri e che la Liturgia delle Ore usa dopo la lettura di 2Sam, per chiudere il ciclo legato al re Davide (XIV sett. del tempo Ordinario).

Cronache un poco sfasate. La difficile vita di uno storico della riforma liturgica

Questo post non ha granché di interessante riguardo al contenuto. Vuole essere piuttosto un’esemplificazione metodologica, diciamo così, intorno alla complessità e alla difficoltà dello scrivere sulla riforma liturgica voluta dal Concilio Vaticano II. Si tratta di un ambito ancora troppo soggetto a valutazioni di parte; la ricerca può essere influenzata da opinioni e considerazioni personali (intendendo qui sia la personalità dei ricercatori sia la personalità degli stessi attori della riforma); soprattutto, la difficile reperibilità delle fonti e della documentazione connessa rimane un problema ad oggi assai considerevole. Ultima delle rogne, il carico di lavoro aggiuntivo per una corretta e critica pubblicazione delle fonti stesse, quando – ed è già un lusso – esse possano essere editate, perché libere da ogni impedimento archivistico o di opportunità.

Quando questi fattori si intrecciano, saltano fuori imprecisioni e pagine non proprio ineccepibili, che rischiano di inficiare lavori per moltissimi altri aspetti meritori e imprescindibili.

Ecco un brano estratto dal lavoro di Nicola Giampietro, frutto dello studio delle carte del Cardinale Ferdinando Antonelli, Segretario della Commissione liturgica conciliare (1). Fra molti altri dati (2), l’autore offre, commentandole, le annotazioni che l’Antonelli registrava nell’occasione delle Adunanze plenarie del Consilium. Dopo aver riportato quanto Antonelli osservava sui lavori della II Adunanza, Giampietro chiosa:

Nello sfogliare la cronaca, è interessante rilevare le impressioni che l’Antonelli provava e che rivelano il clima nel quale si lavorava. Si viene inoltre a sapere che non c’erano solo discussioni su determinati problemi, ma che si facevano anche degli esperimenti liturgici veri e propri. Il 19 giugno 1964 alle ore 08.30 l’Antonelli scrive: ….(3)

E’ assolutamente certo che le impressioni di un testimone diretto di un evento passato siano fondamentali per il lavoro di una ricostruzione storica seria, critica e documentata. E’ tuttavia altrettanto vero che le informazioni che si acquisiscono dalle note personali di un solo testimone vadano poi confrontate con altre; inoltre, il lavoro di critica in vista della pubblicazione delle stesse impone un ordine e una disciplina ferra. Conosciamo bene l’entusiasmo che scaturisce dalla scoperta di manoscritti e di documentazione inedita: quando si ha l’occasione di avere fra le mani testi personali di chi fu tra i protagonisti di un evento così importante quale la riforma liturgica conciliare, si rischia di eccedere e di perdere la necessaria obiettività.

Non lo si scopre dalle note dell’Antonelli che durante i lavori del Consilium furono approvati dei testi e dei riti per azioni liturgiche ad exeperimentum. Inoltre, a proposito del «clima nel quale si lavorava», non fu l’Antonelli a rivelare chissà quali segreti o misteri. Certamente, dalle sue carte abbiamo la sua impressione e il suo punto di vista, ma per riportare il tutto nell’ambito più oggettivo, basta leggere la comunicazione dell’ordine del giorno dei lavori, comunicato ai membri, con lettera protocollata, qualche giorno prima dell’Adunanza (cf. terza-adunanza). E’ curioso e singolare quanto scrive Giampietro: «Il 19 giugno 1964 alle ore 8.30 l’Antonelli scrive:… ». Se la sintassi italiana vale ancora, l’autore starebbe affermando che dalle sue fonti può attestare che Antonelli abbia scritto quelle note proprio alle 08.30 del 19 giugno. In realtà, sappiamo che per le 8.30 era previsto (e fu probabilmente così) l’inizio dell’adunanza della Plenaria presso l’Abbazia di Sant’Anselmo. In effetti, le osservazioni di Antonelli riguardano lo svolgimento e la valutazione di quella celebrazione, che fu sì un esperimento, ma non di un «nuovo sacramento» o di una del tutto nuova invenzione liturgica, ma del tentativo di restaurare l’antica prassi della concelebrazione eucaristica. Per di più nel testo di Giampietro notiamo un’ulteriore imprecisione, di cui  però riteniamo più responsabili quanti lo aiutarono nella revisione del testo: può capitare che nell’organizzazione dell’imponente materiale documentario qualcosa sfugga, mentre chi impaginò e rilesse la bozza per l’edizione del testo avrebbe dovuto accorgersi che un paragrafo con la data 19 giugno 1964 non avrebbe dovuto essere compreso nel sottotitolo «Adunanza II (17-20 aprile 1964)» quanto in quello seguente «Adunanza III (18-20 giugno 1964)».

In un altro studio del Giampietro, specificatamente dedicato alla concelebrazione eucaristica, abbiamo a disposizione una versione più completa delle note in questione. Le poche righe in più sono interessanti perché registrano, parrebbe, una distensione nei rapporti, talvolta burrascosi, fra Bugnini e Antonelli: i lettori assidui del nostro blog potranno ricordare numerosi post al riguardo. Se davvero gli animi si siano rasserenati non possiamo assicurarlo con certezza, ma sarebbe stato senz’altro un beneficio per la riforma liturgica:

Assistono al rito: Card. Lercaro, Card. Bea, Card. Ritter; poi circa 15 vescovi, P. Bevilacqua, io. Padre Bugnini è molto contento della mia presenza (4).

Registriamo dunque la buona notizia, che Giampietro ci riporta, 13 anni dopo la prima edizione delle carte dell’Antonelli, anche se la domanda sulla motivazione dell’omissione nella sua opera prima rimane senza comprensibile risposta.

Ben vengano tuttavia studi e lavori come quelli del Giampietro. Nella storia, ancora molto incompleta, della riforma liturgica, per ricostruire l’insieme, ogni tassello è prezioso ed utilissimo!


(1) N. Giampietro, Il Card. Ferdinando Antonelli e gli sviluppi della riforma liturgica dal 1948 al 1970 (Studia Anselmiana 121), Roma 1998.

(2) La parte più corposa del suo studio riguarda piuttosto il periodo in cui Antonelli ebbe maggiore responsabilità: i lavori della Commissione pontificia per la riforma liturgica – la cosiddetta Comm

(3) Ibid., 229.

(4) N. Giampietro, La concelebrazione eucaristica e la comunione sotto le due specie nella storia della liturgia, Verona 2011, 85.

Il rituale della Penitenza: curiosità, contraddizioni (e soluzioni?)

Nella ricerca in archivio, anche pagine spurie e apparentemente di non primissima importanza, possono comunque offrire dettagli interessanti e preziosi, che giustificano la fatica di ore ed ore di ricerca: dalle pagine ingiallite e raccolte alla meno peggio possono scaturire considerazioni e riflessioni inaspettate, in modo particolare se si possono incrociare e confrontare con altri dati e documenti.

Vediamo allora di mettere in relazioni due pagine di genere, contesto e data del tutto diversi, ma con lo stesso oggetto: il rituale della penitenza riformato dopo il Vaticano II.

Il primo documento si tratta di una lettera riservata di Bugnini a Jounel, che abbiamo trovato appunto fra le carte del liturgista francese. Si tratta di una comunicazione passata a tutti i componenti della commissione che stava preparando il nuovo rituale della Penitenza – di cui mons. Pierre Jounel era parte attivissima, per metterli a parte di novità interessanti e, diciamo noi, per gratificarli un poco, dopo un lavoro difficile e delicato. Ecco il testo, per ciò che ci interessa ora:

Roma, 6 agosto 1973

Al gruppo di studio dell’«Ordo Paenitentiae»

Carissimi,

nell’Udienza concessami il 3 agosto u.s., il Papa mi ha parlato dell’Ordo Paenitentiae. Prima di tutto il Papa ha tenuto a sottolineare che lo schema gli è piaciuto moltissimo per la dottrina sicura, la cultura ampia che manifesta, la spiritualità molto accentuata, la profondità della ricerca. «Fa onore al Dicastero e alla Santa Sede» – ha detto. Ha poi consegnato e commentato al Segretario alcuni suoi appunti personali. […] Poiché alcuni ritocchi sono necessari (il Papa mi ha dato una lista di Sue osservazioni), vale la pena di rimandare un po’ la pubblicazione, ma limare ancora il bellissimo lavoro che avrà una incidenza formidabile sulla vita della Chiesa. […] Per la seconda volta, poi, mi ha fatto elogi del lavoro e mi ha detto: desidero che comunichi i miei voti e la mia particolare benedizione e il mio plauso a quanti vi hanno lavorato.

Poi ha voluto sapere i nomi di quelli che vi hanno lavorato: è stata la prima volta che il Papa mi ha chiesto i nominativi di un gruppo.

Tanto ho creduto bene di comunicarvi, per conforto e speranza. In autunno si terrà un’adunanza del gruppo. Saluti cordialissimi. (1)

 

Proviamo a confrontare tale documento con un articolo apparso nel 2010 in un fascicolo di Rivista di pastorale liturgica dedicato integralmente al sacramento della penitenza e alla sua pastorale:

  1. «La confessione è finita»

Così titolava un articolo apparso su Repubblica del 19 giugno 2009 a firma di Jenner Meletti, una notizia accolta subito con una certa soddisfazione dagli ambienti laicisti.

A parte il titolo a effetto, è una constatazione semplice, eppure incontrovertibile, che tanto la pratica quanto la comprensione del sacramento della Penitenza siano nella chiesa di oggi piuttosto in crisi. La riforma annunciata a suo tempo dal Vaticano II e attuata con la pubblicazione del Rito della Penitenza non è stata in grado di ravvivare l’interpretazione teologica e la prassi di questo sacramento.

(G. Venturi, «Dove stiamo andando?», Rivista di pastorale liturgica  4/2010, 32 (2)

Come si vede, l’assai favorevole apprezzamento del nuovo rituale da parte di Paolo VI e i suoi auspici positivi paiono essere del tutto smentiti dalla prassi successiva.

Cosa pensare di fronte a questa apparente contraddizione? Paolo VI in questo non fu davvero un buon profeta e gli esperti che si adoperarono per la riforma rituale della penitenza mancarono del tutto il loro obiettivo? La difficoltà e la stanchezza in cui giace la prassi celebrativa del quarto sacramento sono ai più evidenti, al di là dei titoli dei giornali (3): non è paradossale che proprio l’unico rituale che secondo il segretario del Consilium ad exsequendam Constitutionem de sacra Liturgia – lui che seguì l’intera opera di riforma post-conciciliare – fu in tal modo apprezzato e lodato dal Pontefice, alla prova della prassi si sia rivelato quello dall’attuazione pratica più fallimentare?

La sintesi, ci pare, può essere trovata nel riconoscere che alcuni principi fondamentali del rituale non furono – e non lo sono tuttora! – compresi e recepiti. Oltre alla sterile lamentela o all’ormai ripetitiva richiesta di ulteriore riforma del rituale, sembra più saggio ritornare a studiare sul serio quanto Bugnini e Jounel avevano fra le mani, nell’agosto del 1973…

A tale argomento abbiamo dedicato diversi post e, come sapranno i lettori più attenti, la ricerca dottorale. Rimandiamo pertanto a tali pagine, senza appesantire oltremodo la presente. Prossimamente, invece, ci soffermeremo su altri aspetti presenti nella lettera  di Bugnini citata più sopra.


(1) Sacra Congregatio pro Culto Divino, Corrispondenza Bugnini – Jounel, Lettera riservata (prot. n. 1127/73): Fondo Jounel, Archivio del Centre National de Pastorale Liturgique (Parigi); tale era l’ubicazione del fondo all’epoca della nostra consultazione. In questi ultimi anni la documentazione è stata riversata presso il Centre National des Archives de l’Église de France, Issy-Les-Moulineaux, Paris.

(2) Cf. qui.

(3) Cf. il recente libretto di Aldo Maria Valli, C’era una volta la Confessione. Inchiesta su un sacramento in crisi, Milano 2016.

B&B, una sorprendente comunione.

Nell’omelia nella Solennità del Corpus Domini dell’anno 2012, Benedetto XVI iniziava affrontando una questione che a lui stava molto a cuore:

Cari fratelli e sorelle! Questa sera vorrei meditare con voi su due aspetti, tra loro connessi, del Mistero eucaristico: il culto dell’Eucaristia e la sua sacralità. E’ importante riprenderli in considerazione per preservarli da visioni non complete del Mistero stesso, come quelle che si sono riscontrate nel recente passato. Anzitutto, una riflessione sul valore del culto eucaristico, in particolare dell’adorazione del Santissimo Sacramento. E’ l’esperienza che anche questa sera noi vivremo dopo la Messa, prima della processione, durante il suo svolgimento e al suo termine. Una interpretazione unilaterale del Concilio Vaticano II aveva penalizzato questa dimensione, restringendo in pratica l’Eucaristia al momento celebrativo. […] In effetti – come spesso avviene – per sottolineare un aspetto si finisce per sacrificarne un altro. In questo caso, l’accentuazione giusta posta sulla celebrazione dell’Eucaristia è andata a scapito dell’adorazione, come atto di fede e di preghiera rivolto al Signore Gesù, realmente presente nel Sacramento dell’altare. Questo sbilanciamento ha avuto ripercussioni anche sulla vita spirituale dei fedeli. (1)

Interpretazione unilaterale del Concilio Vaticano II, dunque. Senza dubbio, ci sarà stato chi dalle parole del Papa si sarà sentito confermato nella sua personale ostilità verso la riforma liturgica, in essa avrà individuato l’obiettivo del rilievo papale e, in generale, la causa di ogni male nella Chiesa dei nostri giorni. Non possiamo certo fare qui una sintesi della documentazione prodotta dagli esperti del Consilium a riguardo del culto eucaristico; sia sufficiente citare un brevissimo testo, che potrebbe far storcere il naso a qualcuno:

Non sarà fuori luogo ricordare che lo scopo primario e originario della conservazione nella Chiesa delle sante Specie al di fuori della celebrazione della Messa è l’amministrazione del Viatico; scopi secondari sono la distribuzione della comunione al di fuori della Messa e l’adorazione del Signore nostro Gesù Cristo, presente sotto quelle specie.

Questa sorta di gerarchizzazione delle motivazioni della riserva eucaristica in effetti compare nel testo (al n. 49) dell’Istruzione post-conciliare Eucharisticum Mysterium (1967), e potrebbe sembrare una certa svalutazione dell’adorazione eucaristica. Ma se così fosse, la responsabilità non sarebbe da attribuire al Consilium. Si tratta infatti di un citazione di un’altra Istruzione precedente, la Quam plurimum, pubblicata dalla Sacra Congregazione dei Riti nel 1949!

Se qualcosa invece nel 1967 cambiò furono alcuni aspetti della terminologia. Sentiamo, a tal proposito, la testimonianza di Bugnini: «Con “preghiera davanti al Sacramento” si sostituisce la terminologia devozione precedente, che parlava di “visita al SS.mo Sacramento”. Per qualche consultore essa indicava ancora bene l’atto di “andare pellegrinando al Signore”, ma alla maggior parte dava l’impressione di atti di cortesia o di conforto al “Divino prigioniero”. Tutti concetti che non hanno nulla a che vedere con la dottrina proposta sulla presenza reale. Perciò sono sembrati termini più appropriati: “prev” oppure “oratio”» (2). Sempre a riguardo di tale preghiera, Bugnini afferma ancora: «Porta alla familiarità e all’apertura del cuore con Cristo e insieme a considerare che la presenza di Cristo nel Sacramento è frutto del sacrificio e conduce alla comunione. Perciò spinge all’offerta di sé e all’intima comunione di sentimenti con il Signore morto e risorto» (3).

Scherzando un poco, prendendo in prestito le parole citate, se si leggerà con attenzione la continuazione dell’omelia, si potrà notare una sorprendente comunione di sentimenti e di concetti fra Bugnini e Benedetto XVI. In questo, almeno, non si può arruolare Ratzinger nella campagna contro il Segretario del Consilium.

L’ultima parola al Papa:

In realtà, è sbagliato contrapporre la celebrazione e l’adorazione, come se fossero in concorrenza l’una con l’altra. E’ proprio il contrario: il culto del Santissimo Sacramento costituisce come l’«ambiente» spirituale entro il quale la comunità può celebrare bene e in verità l’Eucaristia. Solo se è preceduta, accompagnata e seguita da questo atteggiamento interiore di fede e di adorazione, l’azione liturgica può esprimere il suo pieno significato e valore. […] Comunione e contemplazione non si possono separare, vanno insieme. Per comunicare veramente con un’altra persona devo conoscerla, saper stare in silenzio vicino a lei, ascoltarla, guardarla con amore. Il vero amore e la vera amicizia vivono sempre di questa reciprocità di sguardi, di silenzi intensi, eloquenti, pieni di rispetto e di venerazione, così che l’incontro sia vissuto profondamente, in modo personale e non superficiale. E purtroppo, se manca questa dimensione, anche la stessa comunione sacramentale può diventare, da parte nostra, un gesto superficiale.


(1) Cf. Omelia del Santo Padre Benedetto XVI, 7 giugno 2012.

(2) A. Bugnini, La riforma liturgica (1948-1975) (Bibliotheca «Ephemerides Liturgicae», «Subsidia » 30), Roma 1997, 827.

(3) Ibid.

Un’antifona dura a morire….d’altronde si tratta dell’introito pasquale!!

Già diverse volte ci è capitato di presentare dei casi in cui la nuova traduzione della Bibbia, risolvendo dei problemi, ne causa altri. Alcuni versetti ora sono tradotti meglio, dal punto di vista tecnico ed esegetico, ma degli stessi se ne rende difficile e complicato l’uso liturgico consacrato dalla Tradizione.

Illustrando la nuova salmodia e i criteri e metodi di scelta (1), Pascher mostra alcuni esempi di come si sia dovuto modificare la salmodia delle solennità e delle feste proprio a causa della nuova versione del testo dei salmi. Pascher era il relatore del gruppo, o Coetus, incaricato della nuova distribuzione dei salmi, per cui la sua parola è assai autorevole. Bene, commentando l’uso tradizionale del salmo 138 nei II vespri delle feste degli Apostoli, ne giustifica l’odierna omissione. Per associazione di idee, l’autore esce un pochino dal contesto dell’articolo (Liturgia delle Ore) e ci svela un dettaglio della composizione del Messale.

Nella Messa di Pasqua, si nota la presenza di due antifone di Introito, con la possibilità di scegliere una delle due. Da dove viene nasce questa particolarità? L’antifona tradizionale Resurrexit, et adhuc tecum sum trova la sua fonte in una versione corrotta del salmo 138. Nella versione riveduta si legge: Si ad finem perveniam, adhuc sum tecum. Ecco come commenta il Pascher: «Bisogna tuttavia dire che è stata posta un’alternativa a questa antifona, che conserva l’errore di traduzione, in modo che quanti trovano difficoltà in questa situazione, possano trovare una via d’uscita: Surrexit Dominus vere, alleluia. Ipsi gloria et imperium per universa aeternitatis saecula» (2). Ma è ancora più curiosa una frase precedente, che ha suggerito il titolo forse un po’ ironico al nostro post: «Fa quindi meraviglia la tenacia con cui è riuscito a “sopravvivere”, quale introito di Pasqua, un altro passo corrotto del medesimo Sal 138».

Nonostante si fosse deciso di adottare criteri precisi e tecnicamente validi, i periti non sempre li hanno applicati in modo rigoroso; no, non erano freddi burocrati e esecutori di sistemi artificiali studiati a tavoli. In questo caso hanno mostrato rispetto della Tradizione, nonostante fosse evidente un problema da risolvere. Forse l’hanno fatto di malavoglia, come sembra emergere dalle parole di Pascher (..fa meraviglia la tenacia con cui è riuscito a sopravvivere..), ma lo hanno fatto.

E tutti gli siamo grati. Anche perché altrimenti non avremmo potuto ascoltare le splendide meditazioni che Benedetto XVI offrì, proprio a partire dal quell’Introito, nella Veglia Pasquale del 2007 e, poi, un anno dopo, nel Messaggio Urbi et Orbi per le festività pasquali 2008.

Buona lettura, e Santa Pasqua!!

 

OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI, Sabato Santo, 7 aprile 2007

Cari fratelli e sorelle!

Dai tempi più antichi la liturgia del giorno di Pasqua comincia con le parole: Resurrexi et adhuc tecum sum – sono risorto e sono sempre con te; tu hai posto su di me la tua mano. La liturgia vi vede la prima parola del Figlio rivolta al Padre dopo la risurrezione, dopo il ritorno dalla notte della morte nel mondo dei viventi. La mano del Padre lo ha sorretto anche in questa notte, e così Egli ha potuto rialzarsi, risorgere.

La parola è tratta dal Salmo 138 e lì ha inizialmente un significato diverso. Questo Salmo è un canto di meraviglia per l’onnipotenza e l’onnipresenza di Dio, un canto di fiducia in quel Dio che non ci lascia mai cadere dalle sue mani. E le sue mani sono mani buone. L’orante immagina un viaggio attraverso tutte le dimensioni dell’universo – che cosa gli accadrà? “Se salgo in cielo, là tu sei, se scendo negli inferi, eccoti. Se prendo le ali dell’aurora per abitare all’estremità del mare, anche là mi guida la tua mano e mi afferra la tua destra. Se dico: «Almeno l’oscurità mi copra…», nemmeno le tenebre per te sono oscure … per te le tenebre sono come luce” (Sal 138 [139],8-12).

Nel giorno di Pasqua la Chiesa ci dice: Gesù Cristo ha compiuto per noi questo viaggio attraverso le dimensioni dell’universo. Nella Lettera agli Efesini leggiamo che Egli è disceso nelle regioni più basse della terra e che Colui che è disceso è il medesimo che è anche asceso al di sopra di tutti i cieli per riempire l’universo (cfr 4,9s). Così la visione del Salmo è diventata realtà. Nell’oscurità impenetrabile della morte Egli è entrato come luce – la notte divenne luminosa come il giorno, e le tenebre divennero luce. Perciò la Chiesa giustamente può considerare la parola di ringraziamento e di fiducia come parola del Risorto rivolta al Padre: “Sì, ho fatto il viaggio fin nelle profondità estreme della terra, nell’abisso della morte e ho portato la luce; e ora sono risorto e sono per sempre afferrato dalle tue mani”. Ma questa parola del Risorto al Padre è diventata anche una parola che il Signore rivolge a noi: “Sono risorto e ora sono sempre con te”, dice a ciascuno di noi. La mia mano ti sorregge. Ovunque tu possa cadere, cadrai nelle mie mani. Sono presente perfino alla porta della morte. Dove nessuno può più accompagnarti e dove tu non puoi portare niente, là ti aspetto io e trasformo per te le tenebre in luce.

Questa parola del Salmo, letta come colloquio del Risorto con noi, è allo stesso tempo una spiegazione di ciò che succede nel Battesimo. Il Battesimo, infatti, è più di un lavacro, di una purificazione. È più dell’assunzione in una comunità. È una nuova nascita. Un nuovo inizio della vita. Il passo della Lettera ai Romani, che abbiamo appena ascoltato, dice con parole misteriose che nel Battesimo siamo stati “innestati” nella somiglianza con la morte di Cristo. Nel Battesimo ci doniamo a Cristo – Egli ci assume in sé, affinché poi non viviamo più per noi stessi, ma grazie a Lui, con Lui e in Lui; affinché viviamo con Lui e così per gli altri. Nel Battesimo abbandoniamo noi stessi, deponiamo la nostra vita nelle sue mani, così da poter dire con san Paolo: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”. Se in questo modo ci doniamo, accettando una specie di morte del nostro io, allora ciò significa anche che il confine tra morte e vita diventa permeabile. Al di qua come al di là della morte siamo con Cristo e per questo, da quel momento in avanti, la morte non è più un vero confine. Paolo ce lo dice in modo molto chiaro nella sua Lettera ai Filippesi: “Per me il vivere è Cristo. Se posso essere presso di Lui (cioè se muoio) è un guadagno. Ma se rimango in questa vita, posso ancora portare frutto. Così sono messo alle strette tra queste due cose: essere sciolto – cioè essere giustiziato – ed essere con Cristo, sarebbe assai meglio; ma rimanere in questa vita è più necessario per voi” (cfr 1,21ss). Di qua e di là del confine della morte egli è con Cristo – non esiste più una vera differenza. Sì, è vero: “Alle spalle e di fronte tu mi circondi. Sempre sono nelle tue mani”. Ai Romani Paolo ha scritto: “Nessuno … vive per se stesso e nessuno muore per se stesso … sia che viviamo, sia che moriamo, siamo … del Signore” (Rm 14,7s).

Cari battezzandi, è questa la novità del Battesimo: la nostra vita appartiene a Cristo, non più a noi stessi. Ma proprio per questo non siamo soli neppure nella morte, ma siamo con Lui che vive sempre. Nel Battesimo, insieme con Cristo, abbiamo già fatto il viaggio cosmico fin nelle profondità della morte. Accompagnati da Lui, anzi, accolti da Lui nel suo amore, siamo liberi dalla paura. Egli ci avvolge e ci porta, ovunque andiamo – Egli che è la Vita stessa.

Ritorniamo ancora alla notte del Sabato Santo. Nel Credo professiamo circa il cammino di Cristo: “Discese agli inferi”. Che cosa accadde allora? Poiché non conosciamo il mondo della morte, possiamo figurarci questo processo del superamento della morte solo mediante immagini che rimangono sempre poco adatte. Con tutta la loro insufficienza, tuttavia, esse ci aiutano a capire qualcosa del mistero. La liturgia applica alla discesa di Gesù nella notte della morte la parola del Salmo 23 [24]: “Sollevate, porte, i vostri frontali, alzatevi, porte antiche!” La porta della morte è chiusa, nessuno può tornare indietro da lì. Non c’è una chiave per questa porta ferrea. Cristo, però, ne possiede la chiave. La sua Croce spalanca le porte della morte, le porte irrevocabili. Esse ora non sono più invalicabili. La sua Croce, la radicalità del suo amore è la chiave che apre questa porta. L’amore di Colui che, essendo Dio, si è fatto uomo per poter morire – questo amore ha la forza per aprire la porta. Questo amore è più forte della morte. Le icone pasquali della Chiesa orientale mostrano come Cristo entra nel mondo dei morti. Il suo vestito è luce, perché Dio è luce. “La notte è chiara come il giorno, le tenebre sono come luce” (cfr Sal 138 [139],12). Gesù che entra nel mondo dei morti porta le stimmate: le sue ferite, i suoi patimenti sono diventati potenza, sono amore che vince la morte. Egli incontra Adamo e tutti gli uomini che aspettano nella notte della morte. Alla loro vista si crede addirittura di udire la preghiera di Giona: “Dal profondo degli inferi ho gridato, e tu hai ascoltato la mia voce” (Gio 2,3). Il Figlio di Dio nell’incarnazione si è fatto una cosa sola con l’essere umano – con Adamo. Ma solo in quel momento, in cui compie l’atto estremo dell’amore discendendo nella notte della morte, Egli porta a compimento il cammino dell’incarnazione. Mediante il suo morire Egli prende per mano Adamo, tutti gli uomini in attesa e li porta alla luce.

Ora, tuttavia, si può domandare: Ma che cosa significa questa immagine? Quale novità è lì realmente accaduta per mezzo di Cristo? L’anima dell’uomo, appunto, è di per sé immortale fin dalla creazione – che cosa di nuovo ha portato Cristo? Sì, l’anima è immortale, perché l’uomo in modo singolare sta nella memoria e nell’amore di Dio, anche dopo la sua caduta. Ma la sua forza non basta per elevarsi verso Dio. Non abbiamo ali che potrebbero portarci fino a tale altezza. E tuttavia, nient’altro può appagare l’uomo eternamente, se non l’essere con Dio. Un’eternità senza questa unione con Dio sarebbe una condanna. L’uomo non riesce a giungere in alto, ma anela verso l’alto: “Dal profondo grido a te…” Solo il Cristo risorto può portarci su fino all’unione con Dio, fin dove le nostre forze non possono arrivare. Egli prende davvero la pecora smarrita sulle sue spalle e la porta a casa. Aggrappati al suo Corpo noi viviamo, e in comunione con il suo Corpo giungiamo fino al cuore di Dio. E solo così è vinta la morte, siamo liberi e la nostra vita è speranza.

È questo il giubilo della Veglia Pasquale: noi siamo liberi. Mediante la risurrezione di Gesù l’amore si è rivelato più forte della morte, più forte del male. L’amore Lo ha fatto discendere ed è al contempo la forza nella quale Egli ascende. La forza per mezzo della quale ci porta con sé. Uniti col suo amore, portati sulle ali dell’amore, come persone che amano scendiamo insieme con Lui nelle tenebre del mondo, sapendo che proprio così saliamo anche con Lui. Preghiamo quindi in questa notte: Signore, dimostra anche oggi che l’amore è più forte dell’odio. Che è più forte della morte. Discendi anche nelle notti e negli inferi di questo nostro tempo moderno e prendi per mano coloro che aspettano. Portali alla luce! Sii anche nelle mie notti oscure con me e conducimi fuori! Aiutami, aiutaci a scendere con te nel buio di coloro che sono in attesa, che gridano dal profondo verso di te! Aiutaci a portarvi la tua luce! Aiutaci ad arrivare al “sì” dell’amore, che ci fa discendere e proprio così salire insieme con te! Amen.

 

Messaggio Pasquale del Santo Padre nella Benedizione Urbi et Orbi – Pasqua 2008

“Resurrexi, et adhuc tecum sum. Alleluia! – Sono risorto, sono sempre con te. Alleluia!”. Cari fratelli e sorelle, Gesù crocifisso e risorto ci ripete oggi quest’annuncio di gioia: è l’annuncio pasquale. Accogliamolo con intimo stupore e gratitudine!

“Resurrexi et adhuc tecum sum – Sono risorto e sono ancora e sempre con te”. Queste parole, tratte da un’antica versione del Salmo 138 (v. 18b), risuonano all’inizio dell’odierna Santa Messa. In esse, al sorgere del sole di Pasqua, la Chiesa riconosce la voce stessa di Gesù che, risorgendo da morte, si rivolge al Padre colmo di felicità e d’amore ed esclama: Padre mio, eccomi! Sono risorto, sono ancora con te e lo sarò per sempre; il tuo Spirito non mi ha mai abbandonato. Possiamo così comprendere in modo nuovo anche altre espressioni del Salmo: “Se salgo in cielo, là tu sei, / se scendo negli inferi, eccoti. / … / Nemmeno le tenebre per te sono oscure, / e la notte è chiara come il giorno; / per te le tenebre sono come luce” (Sal 138, 8.12). È vero: nella solenne veglia di Pasqua le tenebre diventano luce, la notte cede il passo al giorno che non conosce tramonto. La morte e risurrezione del Verbo di Dio incarnato è un evento di amore insuperabile, è la vittoria dell’Amore che ci ha liberati dalla schiavitù del peccato e della morte. Ha cambiato il corso della storia, infondendo un indelebile e rinnovato senso e valore alla vita dell’uomo.

“Sono risorto e sono ancora e sempre con te”. Queste parole ci invitano a contemplare Cristo risorto, facendone risuonare nel nostro cuore la voce. Con il suo sacrificio redentore Gesù di Nazareth ci ha resi figli adottivi di Dio, così che ora possiamo inserirci anche noi nel dialogo misterioso tra Lui e il Padre. Ritorna alla mente quanto un giorno Egli ebbe a dire ai suoi ascoltatori: “Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare” (Mt 11,27). In questa prospettiva, avvertiamo che l’affermazione rivolta oggi da Gesù risorto al Padre, – “Sono ancora e sempre con te” – riguarda come di riflesso anche noi, “figli di Dio e coeredi di Cristo, se veramente partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare alla sua gloria” (cfr Rm 8,17). Grazie alla morte e risurrezione di Cristo, pure noi quest’oggi risorgiamo a vita nuova, ed unendo la nostra alla sua voce proclamiamo di voler restare per sempre con Dio, Padre nostro infinitamente buono e misericordioso.

Entriamo così nella profondità del mistero pasquale. L’evento sorprendente della risurrezione di Gesù è essenzialmente un evento d’amore: amore del Padre che consegna il Figlio per la salvezza del mondo; amore del Figlio che si abbandona al volere del Padre per tutti noi; amore dello Spirito che risuscita Gesù dai morti nel suo corpo trasfigurato. Ed ancora: amore del Padre che “riabbraccia” il Figlio avvolgendolo nella sua gloria; amore del Figlio che con la forza dello Spirito ritorna al Padre rivestito della nostra umanità trasfigurata. Dall’odierna solennità, che ci fa rivivere l’esperienza assoluta e singolare della risurrezione di Gesù, ci viene dunque un appello a convertirci all’Amore; ci viene un invito a vivere rifiutando l’odio e l’egoismo e a seguire docilmente le orme dell’Agnello immolato per la nostra salvezza, a imitare il Redentore “mite e umile di cuore”, che è “ristoro per le nostre anime” (cfr Mt 11,29)….


(1) J. Pascher, «Il nuovo ordinamento della salmodia nella Liturgia romana delle Ore», in Liturgia delle Ore. Documenti ufficiali e Studi (Quaderni di Rivista Liturgica 14), Leumann (TO) 1972, 161-184.

(2) Ibid., 183