Il re Ezechia in salsa francese

Visto che si tratta di Francia, questo post potrebbe essere più un divertissement che altro . Roba non troppo seria, insomma. Lo scriviamo perché lo studio della Liturgia e della libertà di cui essa gode ci diverte, appunto. Non solo santificazione, non solo edificazione, ma anche divertimento!

Ci spieghiamo.

Ieri, per diversi e strani motivi, abbiamo voluto utilizzare, nella preghiera dell’Ufficio delle Letture, anche i testi propri di una delle memorie facoltative proposte per il 25 di agosto, quelli legati al santo re francese Ludovico. Per la verità, si tratta solamente della seconda lettura, del suo responsorio e dell’orazione. Sia il primo che il terzo testo ci paiono mediamente discreti, senza spunti eccezionali e degni di menzione; il secondo, cioè il responsorio, ha invece attirato la nostra attenzione. Quando la citazione biblica di cui si compone il testo responsoriale viene preceduta da un «cfr.», indicazione questa di una citazione non del tutto letterale e non integralmente identica al testo della Sacra Scrittura, nella gran parte dei casi si può scoprire qualcosa di interessante.

Osservando il riferimento della citazione, si intuisce subito che si tratti di un collage di diversi versetti, quattro per l’esattezza. L’inizio del capitolo 18 del secondo Libro dei Re è una sorta di sommario di introduzione alle vicende del re Ezechia, poi trattate nei capitoli successivi. Ecco un confronto fra i due testi.

tabella articolo ludovico

E’ impressionante la rilettura che la liturgia compie sul testo biblico, applicandolo in toto al santo re francese, mettendo in ombra quello di Giuda. Il quale, fra l’altro, era  già stato comunque nominato nella prima lettura dell’Ufficio [sabato della XX settimana: «Isaia, figlio di Amoz, mandò a dire a Ezechia…(Is 37,21-35)]. Naturalmente, le due letture non erano coordinate! Solo uno scherzo curioso della liturgia restituisce un poco di notorietà ad un re a cui la Sacra Scrittura concede non poco spazio. La stessa liturgia delle Ore, tuttavia, anche quando riporta le parole del re, raccolte nel cantico del capitolo 38 del libro di Isaia, non fa menzione alcuna di chi le avrebbe pronunciate la prima volta: «Angosce di un moribondo, gioia di un risanato»: cf. Cantico (Is 38,10-14.17-20), martedì della II settimana del salterio. La citazione dal Nuovo Testamento in calce ne favorisce la rilettura cristologica: «Io ero morto, ma ora vivo…e ho potere sopra la morte (Ap 1,17-18) (1).

Se da una parte siamo sicuri che il povero re Ezechia sarà stato onorato che la sua vicenda si sia volta ad essere una prefigurazione di Cristo, ci piacerebbe sapere cosa avrà provato quando si sarà accorto che diventava ombra profetica pure di un santo re francese del XIII secolo!


(1) «I titoli costituiscono una novità per l’Ufficio romano. Sono una delle risorse più preziose per aiutare il recitante ad assimilare vitalmente i salmi (IU 110-111). I titoli non hanno carattere ufficiale e liturgico, ma sono un elemento privato, che, di regola, non fa parte della recitazione. Il primo titolo riassume il senso letterale dei salmi, senso che il recitante non può trascurare. I salmi, infatti, anche se sorsero molti secoli fa, e in mezzo a un popolo di cultura semitica lontana dalla nostra, tuttavia esprimono i dolori e le speranze, il senso della miseria e del peccato, la fiducia e la fede in Dio, l’attesa della salvezza, la lode e il ringraziamento a Dio che sono propri degli uomini di tutte le epoche e di tutti i climi (IU 107,111). Il secondo titolo è una frase desunta dal Nuovo Testamento o dai Padri che aiuta o invita a pregare il salmo in senso cristiano (IU 111). Nell’Ufficio del Tempo Ordinario “per annum”, quando viene eseguito senza canto, questo titolo può sostituire l’antifona (IU 114). Il testo del secondo titolo è preso dalla Bibbia o dai Padri onde ridurre al massimo l’impronta soggettiva nella valutazione e visuale dei salmi. Si tratta a volte di testi del Nuovo Testamento che citano esplicitamente o implicitamente il salmo, vedendolo nella luce della redenzione. E’ Cristo o gli apostoli che dano questa interpretazione. Anche le referenze patristiche hanno il loro peso come documento di tradizione. Ciò che si è detto dei titoli salici vale anche per quelli dei cantici dell’Antico Testamento. Questo sussidio dei titoli era stato desiderato e richiesto da molti. Tutti comunque ne avranno un grande vantaggio per una celebrazione più spirituale dell’Ufficio, anche se qualche titolo è tutt’altro che intuitivo»: V. Raffa, La Liturgia delle Ore. Presentazione storica, teologica e pastorale, Milano 1990³, 159.

 

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Sabato della VII settimana del tempo ordinario, anno del Signore 2018…Scherzi di liturgisti o di santi?

Abbiamo studiato per vari anni su volumi che avevano un apparato di note a piè pagina assai più corposo del testo stesso senza che il nostro sapere liturgico ne ricevesse l’implemento che ci si poteva attendere da tali poderosi tomi: ora ci sia concesso scrivere brevi e semplici osservazioni, tratte dall’esperienza liturgica.

Non che la ricerca puntigliosa e rigorosa non siano da promuovere – chi ha letto qualcosa di questo blog saprà bene del nostro affanno prolungato su carte polverose di archivi poco frequentati – ma occorre rimanere bene attenti a cogliere anche i più semplici segnali che la liturgia offre ai suoi cultori, ed essere disposti a stupirsene, grati.

Con questa intenzione condividiamo un’osservazione saltata agli occhi in maniera inaspettata quest’oggi, seguendo il corso diario della liturgia. Sabato della settima settimana del tempo ordinario, che quest’anno cade il 26 maggio, memoria di san Filippo Neri.  Durante questa settimana l’Ufficio delle Letture ci ha proposto come prima lettura biblica il libro di Qoèlet. Oggi l’ultimo discorso, seguito da un epilogo in prosa, che i biblisti attribuiscono a suoi discepoli. L’ultima parola di Qoèlet era l’inconfondibile: «Vanità delle vanità, dice Qoèlet, e tutto è vanità» (12,8). La seconda lettura patristica, propria della memoria, proveniva dai discorsi di Sant’Agostino (Disc. 171, Rallegratevi nel Signore, sempre).

Ora, quest’anno – non abbiamo verificato ogni quanto accada – l’incrociarsi dei due calendari, quello del temporale e quello dei santi, ci ha offerto un felice ermeneutica della figura di Qoèlet nella persona del santo fiorentino divenuto compatrono di Roma. Chi non conosce infatti la lauda composta dal Neri, che arricchisce magistralmente il laconico ritornello del sapiente biblico?

[…] Dunque a Dio rivolgi il cuore, dona a lui tutto il tuo amore, questo mai non mancherà, tutto il resto è vanità. […] Dunque frena le tue voglie, corri a Dio, che ognor t’accoglie, questo mai non mancherà. Tutto il resto è vanità.

La liturgia, in modo davvero sorprendente quest’oggi, ha offerto un sensu plenior alla pagina biblica dell’Ufficio, facendocela accostare con la figura di questo santo, che era «aspro e penitentissimo con se stesso, …mite cogli atri, ed al bisogno faceto» (1). Un bilanciamento all’aridità un pò triste e di sapore protestante di certi commenti biblici, con la figura saggia e arguta, all’occorrenza scanzonata, perché libera e innamorata di Cristo, del santo apostolo di Roma.

Riteniamo dunque che oggi si debba essere grati alla riforma liturgica, che ci permette di godere di queste belle sorprese. Lo possiamo essere tutti, anche quanti di solito sono critici nei confronti dei – dicono loro – creatori a tavolino di una nuova liturgia: neanche il più bravo di tali fantomatici esperti avrebbe potuto prevedere tali connessioni fra di due calendari! Ben Altro ispiratore ci dev’essere dunque dietro alla liturgia che si celebrava quest’oggi, 26 maggio dell’anno di grazia 2018!

Concludiamo con un’altra massima di Filippo:

Chi vuol altro che Cristo, non sa quel che vuole, e chi dimanda altro che Cristo, non sa quel che dimanda. Chi opera e non per Cristo, non sa quel che fa.


(1) I. Schuster, Liber Sacramentorum, Vol. VII, Torino 1930, 198.

 

 

Ultimo festivitatis dies. Interferenze sull’ultimo giorno della cinquantina pasquale

Con questo breve post, vogliamo continuare a mostrare esempi, seppur minimi, di quanto la liturgia goda di una sorprendente libertà nell’usare la Sacra Scrittura. Già molte altre volte siamo rimasti quasi spiazzati dai criteri e dalle modalità che la tradizione liturgica ha messo in atto, nel selezionare brani e citazioni bibliche ricollocandoli in contesti anche apparentemente lontanissimi.

Sebbene siamo abituati a tenere ben fermo il principio ermeneutico espresso nella Costituzione conciliare sulla Divina Rivelazione al paragrafo 12, questa volta – lo confessiamo – ci stupiamo non poco, e ci arrendiamo sorpresi di fronte a tanta licenza. Ci viene in mente piuttosto, visto che – lo vedremo immediatamente – si tratta di un formulario della solennità di Pentecoste, un’altra citazione: «Il Signore è lo Spirito e, dove c’è lo Spirito del Signore, c’è libertà» (2Cor 3,17).

Dunque, dicevamo, se guardiamo i testi liturgici per la Solennità di Pentecoste, notiamo che nella Messa della Vigilia, il Messale riporta, come antifona per la comunione, il tradizionale testo tratto da Gv 7,37: «Ultimo festivitatis dies, stabat Iesus et clamabat dicens: Si qui sitit, veniat ad me et bibat, alleluia [L’ultimo giorno della festa, Gesù si levò in piedi ed esclamò a gran voce: “Chi ha sete, venga a me e beva”. Alleluia]».

In effetti, il testo pare del tutto appropriato. Si ricorderanno facilmente le prime parole del brano degli Atti degli Apostoli che ci rivela l’evento della Pentecoste storica: dum complerentur dies Pentecostes [mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste (2)]. Abbiamo evidenziato il plurale della forma verbale, perché tramite esso si intenderebbe meglio il senso di compimento e di chiusura delle sette settimane iniziate dalla Pasqua. Il prefazio, inoltre, parla di compimento del mistero pasquale [sacramento paschale consummans]. Quell’ultimo festivitatis dies risulta centrato.

Nell’odierno lezionario Gv 7,37-39 è anche il brano evangelico proclamato nella liturgia della Parola, per cui l’antifona alla comunione ora ne riecheggia il testo. Tuttavia, il versetto di Giovanni usato come antifona non è stato scelto perché nella messa ne veniva proclamato il brano: nel messale precedente l’antifona era già presente, e il brano evangelico era invece Gv 14,15-21.

Sembrerebbe che la liturgia, per la vigilia della Pentecoste, abbia voluto mettere in evidenza quella notazione temporale: si tratta dell’ultimo giorno della festa, siamo alla fine della cinquantina pasquale.

Peccato, però, che in Gv 7, l’«ultimo giorno della festa» sia l’ultimo giorno della festa delle Capanne, e non della festa di Pentecoste!!

La liturgia, considerato che Gesù in quel giorno pronunciò quella frase così importante sul dono dello Spirito Santo, ha cooptato quel versetto, cambiandone il contesto originale. C’è da dire che il testo della Vulgata recita diversamente: «in novissimo autem die magno festivitatis….». Non possiamo verificare ora se esista una lezione latina del passo giovanneo che riporti invece «ultimo festivitatis dies», o se sia proprio la liturgia ad aver adattato il testo biblico. Nel qual caso, la licenza liturgica sarebbe addirittura maggiore: stravolto il testo e stravolto il contesto temporale!!

Ma, contrariamente ai moderni stravolgimenti, non stona assolutamente, anzi!!

Altro è improvvisarsi novatori e creatori artificiali di presunte migliorie, altro è aver respirato, per secoli, «lo stesso Spirito».


(1) «Però, dovendo la Sacra Scrittura essere letta e interpretata con lo stesso Spirito con cui fu scritta, per scoprire con esattezza il senso dei sacri testi, si deve badare con non minore diligenza al contenuto e all’unità di tutta la Scrittura, tenendo debito conto della viva tradizione di tutta la chiesa e dell’analogia della fede (Dei Verbum, 12)».

(2) Si dovrebbe dire qualcosa sulla traduzione italiana: così espresso, il dato temporale potrebbe indurre un ascoltatore semplice ad intendere che l’effusione dello Spirito accada verso la sera del giorno della Pentecoste; sappiamo invece, dal discorso di Pietro, che siamo intorno alle nove del mattino!

Affrettiamoci dunque ad entrare in quel riposo…

Non c’è il tempo per accordare i testi in modo organico e discorsivo. Riportiamo solamente alcuni passaggi, come tessere di un mosaico – quello della liturgia del sabato santo -, incastonato a sua volta nel figurativo più ampio del santo Triduo.

In pace in idípsum dórmiam et requiéscam [Tranquillo mi addormento, e riposerò nella pace] Antifona al primo salmo dell’Ufficio delle Letture (Sal 4).

Caro mea requiéscet in spe [Nella speranza la mia carne riposa] Antifona al secondo salmo dell’Ufficio delle Letture (Sal 15).

La Chiesa contempla il suo Signore, attribuendo a Lui le profezie dei Salmi: è Cristo il vero dormiente. In Lui si compie il riposo sabbatico.

Ecco come lo dice in modo mirabile sant’Ambrogio, riannodando insieme il mistero di Cristo con le pagine dell’Antico Testamento:

Creò il cielo, e non leggo che si sia riposato; creò la terra, e non leggo che si sia riposato; creò il sole, la luna, le stelle, e non leggo che nemmeno allora si sia riposato; ma leggo che ha creato l’uomo e che a questo punto si è riposato, avendo un essere cui rimettere i peccati [lego quod fecerit hominem et tunc requieverit, habens cui peccata dimetteret]. O forse già allora si preannunciò il mistero della futura passione del Signore, col quale si rivelò che Cristo avrebbe riposato nell’uomo, egli che predestinava a se stesso il riposo in un corpo umano per la redenzione dell’uomo, secondo quanto egli stesso affermò: Io dormii e riposai e mi levai, perché il Signore mi ha accolto [Ego dormivi et soporatus su; exurrexi, qui Dominus suscepit me]. Infatti lo stesso Creatore si riposò. A lui onore, gloria, perennità dai secoli e ora e sempre e per tutti i secoli dei secoli. Amen. (Esamerone, Sesto giorno, IX,10,76)

Ambrogio, prima della dossologia finale, citava il salmo 3. Con esso siamo già proiettati nel cuore dell’Ottava di Pasqua. Esso, infatti, lo troviamo – con la sua antifona propria – nel mattutino del Lunedì dell’Angelo.

Ego dormívi et somnum cepi et exsurréxi, quóniam Dóminus suscépit me, allelúia [Dormivo nel sonno della morte, e mi sono risvegliato: il Signore mi ha preso accanto a sé, alleluia] Antifona al terzo Salmo dell’Ufficio delle Letture del lunedì dell’Ottava di Pasqua (Sal 3).

Ecco il vero riposo sabbatico, il riposo del Figlio, che si abbandona e consegna nelle mani del Padre. Riposo che ottiene il perdono e riconcilia. Riposo pasquale, dopo il combattimento, già intriso dalla forza della resurrezione.

Il senso esistenziale di tutto questo non possiamo declinarlo ora. Sia sufficiente ribadire l’invito della Parola di Dio: affrettiamoci ad entrare in questo riposo, come diceva la prima delle stupende letture dell’Ufficio di oggi

Giona nel tempo ordinario: tutto facile?

Il titolo di questo breve post crediamo lo si capirà alla fine, dopo alcune riflessioni e dopo aver mostrato qualche esemplificazione parallela.

Parliamo della prima lettura della III domenica del tempo ordinario, secondo il ciclo B del lezionario, che quest’anno 2018 cade il 21 gennaio.

La pericope liturgica ritaglia un brano da un contesto più ampio, come accade spesso nelle celebrazioni festive, nelle quali la presenza di tre letture ha suggerito una lunghezza non eccessiva delle singole unità, talvolta fatta eccezione del vangelo. Ebbene, nel nostro caso abbiamo un testo che presenta i primi 5 versetti del capitolo terzo del libro di Giona – appunto -, per poi concludere con il versetto 10. Parrebbe la consueta e ormai «pacifica» operazione. Se non che, ad un confronto con il testo biblico uti iacet, ci si dovrebbe accorgere subito di un secondo, e particolare, intervento sulla pericope. Nel brano liturgico scompaiono tre parole del primo versetto: «una seconda volta». Potrebbe sembrare una sottigliezza, ma non è proprio così; una cosa è leggere: «Fu rivolta a Giona una seconda volta questa parola del Signore…», e altro è leggere: «Fu rivolta a Giona una seconda volta questa parola del Signore…».

La seconda espressione esclude tutto quello che precede e pure quanto segue il capitolo III e che, tutto sommato, rende unico ed avvincente il libro di Giona: la sua particolarissima vicenda di profeta recalcitrante e capriccioso, la cui missione tuttavia si compie – misteriosamente – come meglio non si poteva: tutta Ninive, uomini e animali, (!) si convertono e si salvano.

«Una seconda volta», rimanda alla prima volta in cui alla parola del Signore Giona risponde facendo l’opposto, tentando di fuggire più lontano possibile da Ninive. Come si sa, non furono i Niniviti ad opporre resistenza all’invito alla conversione: lo accolsero immediatamente, addirittura senza aspettare le indicazioni del re, che pure lui appena avuta conoscenza della predicazione di Giona, non esitò un attimo a fare propri i tipici gesti penitenziali.

Il fatto della conversione di Ninive è stato ritenuto un buon accostamento tematico alla pronta risposta alla chiamata del Signore Gesù da parte di Simone e Andrea, e di Giacomo e Giovanni. Il brano evangelico riporta, in pochi versetti, il termine «subito». E’ impressionante il dinamismo temporale del brano: «Dopo che Giovanni fu arrestato…Passando lungo il mare di Galilea…E subito lasciarono le reti…E subito li chiamò…e andarono dietro a lui» (Mc 1,14-20).

In tutto questo incedere, la lentezza di Giona è stata ritenuta fuorviante! Così, il riferimento ad essa è stato semplicemente omesso.

Se da una parte si possono comprendere le ragioni di questa scelta, dall’altra si rimane un poco più perplessi quando ci si accorge che capita «una seconda volta»! Il mercoledì della I settimana di quaresima ritorna Giona (3,1-10), anche questa volta «ripulito», ossia senza il riferimento all’insistenza di Dio nel chiamarlo ancora alla missione profetica a Ninive dopo la sua rocambolesca fuga. Il lezionario della Messa, nella versione italiana, offre dunque un’immagine alquanto diversa del profeta, immagine che Papa Francesco ha curiosamente e a modo suo sintetizzato, assegnandogli il «Nobel delle lamentele» (1).

Tornando invece al Lezionario, può risultare curioso come la versione inglese almeno nel tempo di quaresima (2) mantenga il testo biblico così com’è, mentre nel tempo ordinario, nel caso della nostra domenica, registri lo stesso fenomeno che abbiamo evidenziato. Nel tempo ordinario sembra dunque tutto più semplice e piano.


(1) Cf. Omelia a santa Marta, 11 dicembre 2017; qui il testo, secondo la ricostruzione dell’Osservatore romano.

(2) Cf. quanto avevamo notato qualche anno fa, qui.

La chiave di Davide funziona! Riletture natalizie dell’Ufficiatura di santo Stefano.

Risulta piuttosto evidente, nei testi della liturgia di santo Stefano protomartire, una particolare insistenza su alcune immagini. Li riportiamo, evidenziando quanto ci interessa sottolineare, per poter fare poi alcuni collegamenti.

  • Ufficio delle Letture

Responsorio dopo la lettura biblica: «Stefano, servo di Dio, lapidato dai Giudei, vide i cieli aperti, e vi entrò: beato l’uomo a cui il cielo si schiude».

  • Lodi

Antifona al II salmo: «Stefano vide i cieli aperti, e vi entrò: beato quest’uomo, a cui il cielo si schiude»; Antifona al III salmo: «Vedo i cieli aperti, e Gesù alla destra della potenza di Dio»; Antifona al Benedictus: «Le porte del cielo si aprono a Stefano; per primo è coronato con la gloria dei martiri».

  • Messa

Antifona d’ingresso: «Si aprirono le porte del cielo per santo Stefano; egli è il primo nella schiera dei martiri e ha ricevuto in cielo la corona di gloria».

Come era naturale aspettarsi, testo ispiratore principale è la narrazione degli Atti degli Apostoli: «Stefano, pieno di Spirito Santo, fissando gli occhi al cielo, vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla sua destra e disse: “Ecco, io contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio”» (At 7,55-56). Ma la liturgia trasporta questa visione in un modo particolare: il cielo è aperto, perché le porte delle cielo si sono schiuse, e ora Stefano può oltrepassarle ed entrare nella gloria.

L’immagine della porta richiama un’altra immagine, quella della chiave che apre (o chiude). Ora, anche quest’ultimo simbolismo, mutuato dalla Sacra Scrittura, è stato ben presente nella liturgia pre-natalizia.

Antifona al Magnificat del 20 dicembre: «O Chiave di Davide, scettro della casa d’Israele, che apri, e nessuno può chiudere, chiudi e nessuno può aprire: vieni, libera l’uomo prigioniero, che giace nelle tenebre e nell’ombra di morte». Mettendo insieme e in parafrasi le antifone maggiori dei vespri delle ferie della novena di Natale, è stato composto un inno popolare, il Veni, Veni Emmanuel, di cui riportiamo la strofa relativa alla chiave di Davide: «Vieni, Chiave di Davide, spalanca la patria celeste, rendi sicura la via dei cieli e chiudi l’accesso all’inferno».

L’invocazione e la preghiera dell’Avvento ha trovato dunque compimento: la chiave di Davide dimostra tutta la sua efficacia, e la liturgia di Santo Stefano lo afferma con sicurezza!

 

Signore, hai messo luce negli abissi,

redento i corpi e liberato i cuori.

Il diavolo dal luogo suo è scacciato,

il tuo corpo è chiave ad ogni porta.

(Giovanni il solitario)

Adamo dovrà smetterla di scusarsi. In margine alla Solennità dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria

Più volte abbiamo riportato in questi brevi post alcuni brani tratti dalla produzione esuberante di autori orientali, più facili al lirismo e a una rilettura della Scrittura libera e arricchita di vivezza e immaginazione. Romano il Melode ne è un esempio preclaro. Ma anche in Occidente talvolta si raggiungono vette di preziosissima qualità.

San Bernardo e le sue Lodi alla Vergine Madre, ad esempio, ci offrono brani di gustosa dolcezza, oltre a profondità di dottrina e di spiritualità. Se, in passato, con i Padri dell’oriente tante volte è stata data la parola ad Adamo, o si è descritto – con le immagini di grandi scrittori ecclesiastici – le sue emozioni e il suo stato (1),  ora, a commento della prima lettura della Solennità dell’Immacolata (Gen 3,9-15.20) riportiamo un brano del grande doctor mellifluus. Di esso vorremmo qui sottolineare solamente un aspetto: Adamo non ha più scuse, nel senso che il maldestro e goffo tentativo di scaricare la responsabilità della sua colpa su Eva e, in ultima istanza, su Dio stesso, ormai non ha più senso ed è del tutto menzognero. Dio gli ha concesso graziosamente l’aiuto, la vicinanza e l’intercessione della Vergine Maria: con questa nuova donna a fianco, Adamo potrà  smettere di accampare futili pretesti per non assumersi la propria responsabilità. Ma proprio perché può finalmente riconoscere la verità della sua debolezza e la verità della misericordia di Dio, può – invece di chiudersi con una scusa iniqua – aprirsi al rendimento di grazie. Un altro tema assai interessante, da riprendere, sarebbe il parallelismo antitetico Eva – Maria, anch’esso ben frequentato dalla tradizione patristica, il cui eco si ritrova nell’Inno dei Vespri della Solennità (Sumens illud ‘Ave’ / Gabrielis ore, / funda nos in pace, / mutans (2) Evae nomen – L’Ave del messo celeste / reca l’annunzio di Dio, / muta la sorte di Eva, / dona al mondo la pace); lo spazio non ce lo consente adesso, per cui lasciamo volentieri la parola a san Bernardo:

Rallegrati, o padre Adamo, e più ancora tu, o madre Eva, esulta. Voi da cui tutti sono nati e per cui tutti sono morti, anzi (ed è più triste) voi che ci avete dato la morte prima ancora di darci la vita, consolatevi entrambi per questa figlia, e quale figlia! E più si consoli colei da cui prima si è originato il male e il cui disonore è passato a tutte le donne. E’ infatti giunto il tempo in cui ogni disonore viene abolito e l’uomo non ha più nulla da rimproverare alla donna, quell’uomo che mentre cercava imprudentemente di scusare se stesso, non esitò ad accusarla crudelmente, dicendo: «La donna che tu mi hai posto accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato». Perciò, Eva, corri da Maria, tu, madre, corri dalla figlia; e la figlia risponda per la madre, ella della madre cancelli il disonore, paghi al padre il debito della madre, perché, ecco, se l’uomo è caduto a causa della donna, non viene ora rialzato se non a causa della donna?
Che cosa dicevi, Adamo? «La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato». Queste parole sono piene di malizia, e con esse tu aumenti la tua colpa piuttosto che cancellarla. Tuttavia la Sapienza vince la malizia, quando trova un pretesto sufficiente al perdono nel tesoro della sua misericordia, che non viene mai meno; quel pretesto che, interrogandoti, Dio allora cercò di ottenere da te, senza riuscirci. Ora in realtà, per una donna ti viene data in cambio un’altra donna, in luogo della sciocca la prudente, in luogo della superba l’umile, che invece del frutto della morte ti offra il cibo gustoso della vita, e invece del cibo velenoso, con tutta la sua amarezza, ti prepari la dolcezza del frutto eterno. Muta dunque le parole della tua iniqua scusa in voce di rendimento di grazie, dicendo: «O Signore, la donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato, ed è diventato dolce più del miele alla mia bocca, perché con esso mi hai dato la vita» (2).

Bernardo, Lodi alla Vergine Madre (ed. C. Leonardi), Roma 1990, 35-36.


(1) Cf. alcuni post passati: qui e qui.

(2) «Muta ergo iniquae excusationis verbum in vocem gratiarum actionis, et dic: Domine, mulier, quam dedisti mihi, dedit mihi de ligno vitae, et comedi; et dulce factum est super mel ori meo, quia in ipso vivificasti me»: quel «muta» può essere messo in relazione alla stessa espressione dell’Inno, «mutans Evae nomen»: dal momento che il nome, la sorte di Eva (alcuni padri giocano anche sul binomio fra il nome della progenitrice e il saluto dell’angelo: Eva – Ave) è stata mutata, può mutare anche la risposta di Adamo; non più dunque scuse messe insieme in modo ridicolo, ma ringraziamento e lode.