Uno sposo liberale, ed un portiere altrettanto generoso, ma…. Riletture di una parabola matteana

In questi giorni di quaresima, si rileggono davvero con gusto alcuni passaggi della Procatechesi di San Cirillo di Gerusalemme, con la quale il santo vescovo predisponeva i battezzandi ad affrontare con frutto l’ultimo periodo di preparazione immediata al battesimo (1). Fra le molte citazioni della Sacra Scrittura con cui è intessuta la catechesi, spicca la parabola degli invitati alle nozze di Matteo 22, in particolare la figura dell’invitato che entra nella sala delle nozze senza l’abito nuziale. Colpiscono, per l’attualità, alcune sfumature e accenti che Cirillo tratteggia, come pure l’impressionante facilità con cui si passa dalle immagini della Scrittura al vissuto liturgico – quanto ci manca quell’immediatezza, segno di una fede viva e imbevuta di Parola di Dio! -.

Così, partendo dal rito dell’iscrizione dei candidati alla preparazione battesimale – «avete dato testé i vostri nomi, rispondendo alla chiamata per la milizia; avete preso in mano le lampade, invitati a partecipare al corteo nuziale; vi siete determinati a conseguire la beata speranza, animati dal desiderio della città celeste. Avete dato il vostro nome..» -, rito che iniziava una particolare attenzione pastorale del vescovo verso questo gruppo di persone (ciò vuol dire anche riunioni ed incontri particolari e appositi per essi), senza troppe spiegazioni Cirillo può passare ad una applicazione concretissima ed efficace della parabola di Matteo:

«Nessuno di voi si introduca dicendo: “Lascia che io veda cosa fanno i fedeli; fammi entrare e vedere, perché possa sapere quel che si fa”. Tu speri di vedere, ma non ti aspetti di essere veduto? Credi di poter indagare ciò che si fa, e pensi che Dio non scruti il tuo cuore? Vi fu chi così operò una volta al banchetto nuziale di cui parla il Vangelo. […] Lo sposo, però, per quanto liberale non mancava di discernimento*Girando tra i singoli convitati…s’accorse dell’intruso senza la veste nuziale gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui? Che colore ha la tua veste, e quale la tua coscienza? Anche se il portiere, data la generosità del convitante, non ti ha impedito l’accesso al banchetto, benché ignorassi quale tipo di veste deve portare chi entra al convito, tuttavia hai pur visto, una volta entrato, come le vesti dei commensali risplendevano! Da quanto era pur chiaro ai tuoi occhi non dovevi trarre insegnamento? Non dovevi uscire da giusto dopo essere entrato senza colpa? Adesso invece ti tocca uscire in malo modo così come malamente sei entrato! […] Vedi quello che allora capitò a lui, e quanto a te bada bene a quel che fai» (Protocatechesi, 2-3).

Cirillo sapeva che forse non tutti, fra quanti richiedevano il battesimo, erano ben disposti. Sapeva che, ad esempio del suo Signore, doveva mostrarsi misericordioso e generoso. Non per questo rinunciava a mettere in guardia con franchezza, e con parole aperte cercava di stanare anche i più contorti e doppi, avendo fiducia nella potente efficacia dell’itinerario catecumenale e, ancor di più, nel suo Maestro e Signore:

«Come ministri di Cristo, vi abbiamo accolti senza escludere alcuno, e come ostiari abbiamo aperto la porta a tutti[…] Ti avvero prima che lo Sposo delle anime, Gesù, entri e veda come sei vestito. […] Se persisterai nel tuo cattivo proposito – chi ti parla non ne avrà colpa – non aspettarti di ricevere la grazia, ti accoglierà l’acqua ma non ti accoglierà lo Spirito! […] Può darsi che tu sia venuto per altro motivo. Può darsi che un uomo sia indotto a venire per ingraziarsi una donna, che questa soltanto sia la sua motivazione. Simile discorso vale altresì per le donne; anche uno schiavo spesso vuol compiacere il padrone, un amico vuole ingraziarsi l’amico. In tal caso non mi resta che cogliere l’esca dall’amo, accoglierti ciò mal motivato come sei venuto, con buona speranza che sia suscettibile di salvezza. Tu non sapevi forse dove stavi entrando e in quale rete incappavi; perché sei caduto dentro le reti della Chiesa. Lasciati dunque prendere vivo; non sfuggire, perché è Gesù che ti prende al suo amo, per darti non la morte la risurrezione dopo la morte» (Protocatechesi, 4 -5)


(1) …«non è breve il tempo che hai a tua disposizione: hai quaranta giorni di penitenza, molte buone occasioni… per spogliarti e lavarti, per rivestirti e poi entrare» (Protocatechesi, 4): Cirillo di Gerusalemme, Le catechesi (Introduzione, traduzione e note a cura di C. Riggi), Roma 1997²; si può trovare una versione on line qui.

* L’edizione curata da V. Saxer offre una traduzione leggermente differente: «Ma lo sposo, pur essendo generoso, non era acritico. […] Sia pure, il portinaio non ti ha trattenuto, data la liberalità di chi offre il banchetto…»: cf. qui una versione on line.

Fango spalmato od unzione? Quisquiglie intorno ad una duplice traduzione o paradossi non del tutto astrusi?

A proposito delle letture della IV domenica di Quaresima, un autorevole commento liturgico riporta quanto segue:

La scelta della prima lettura indica che la Chiesa legge nella sua liturgia la pericope di Giovanni con un’insistenza particolare sul segno battesimale. In questa prima lettura (1Sam 16,1-13) non è facile trovare una connessione concreta con le altre due. Tuttavia essa è loro collegata da un rapporto molto lato ma consistente. La pericope sottolinea la scelta che Dio fa di coloro che egli vuol attirare a sé per consacrarli, e in questo è evidente il dono della fede. La scelta di Dio si manifesta in un modo molto personale; egli ha il suo modo di scegliere e di giudicare, e i suoi giudizi non hanno la superficialità dei giudizi degli uomini che giudicano su ciò che è esteriore. Chi è scelto per la fede non ne ha il merito, e spesso avviene che questo dono sconcerta coloro che ne sono testimoni e confonde il loro giudizio. Mi pare che non è tanto sulla scelta che si deve insistere. Non si può invece ignorare l’unzione degli occhi del cieco nato. Ma forse è un accostamento artificioso sul quale non è il caso di insistere…(1)

Proviamo, invece, ad insistere, facendo notare che la traduzione latina del testo giovanneo presenta dati interessanti.

La sequenza dei gesti e delle parole che descrivono il miracolo della guarigione del cieco nato è narrata in due versetti diversi: la prima volta sentiamo la voce dell’evangelista che racconta i fatti, la seconda è la voce dell’interessato che testimonia agli astanti come siano andate le cose: fra l’altro, Sant’Agostino commenta che quest’ultima è la voce della gratitudine (2). La traduzione latina dell’originale greco rende con due verbi differenti lo stesso verbo greco. Il motivo non lo sappiamo, possiamo immaginare, idealizzando un pochino, che il traduttore abbia voluto dare una sfumatura personale al racconto: il cieco ha avvertito, dopo, quel gesto di Cristo che ha messo del fango dei suoi occhi come un’unzione. Ma queste sono ipotesi, forse addirittura forzature, nostre. Ritorniamo ai testi come sono:

Gv 9,6: «Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò [ἐπέχρισεν αυτοῦ τὸν πηλὸν…linivit lutum super oculos eius] il fango sugli occhi del cieco e gli disse: “Va’ a lavarti nella piscina di Siloe…»

Gv 9,11: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, mi ha spalmato gli occhi [ἐπέχρισέν μου τοὺς ὀφθαλμοῦς…unxit oculos meos] e mi detto: “Va’ a Siloe…”».

Che ci sia qualcosa di misteriosamente controverso intorno a queste due possibili traduzioni ne è prova anche un altro piccolo dettaglio. L’antifona di comunione propria prevista per questa domenica è di per sé particolare perché riporta in prima persona le parole del cieco di Gv 9,11; inoltre il testo liturgico cambia il verbo latino di questo versetto: non è più unxit, ma linivit: «Dominus linivit oculos meos: et abii, et lavi, et vidi, et credidi Deo» (3).

A parte queste noticine, se quella del cieco si può leggere come un’unzione, il legame con la prima lettura diventa più intrigante. Per di più, anche a Betlemme – dove si reca Samuele – si dà il caso di una certa cecità e di uno sguardo che deve essere curato: il profeta infatti non riesce a vedere quale sia il prescelto dal Signore, i suoi occhi rimangono colpiti dall’imponenza di Eliab, uno dei fratelli di Davide e non riescono perciò a mettere a fuoco l’eletto  di Dio.

A Gerusalemme un cieco nato guarirà grazie ad una misteriosa unzione e immediatamente comincerà a parlare con verità e coraggio degni di un profeta, a Betlemme un grande profeta con la missione di ungere il successore di Saul deve affinare il suo sguardo e tararlo secondo i parametri di Dio.

Sulla scia del paradosso che Cristo enuncia al termine del capitolo 9 di Giovanni – «E’ per un giudizio che sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi (9,39) – possiamo ritenere non del tutto fuori luogo il paradosso che pare risultare dall’accostamento delle due letture.


(1) A. Nocent, Celebrare Gesù Cristo, l’anno liturgico, 3. Quaresima, Assisi (PG) 1999³, 161-162. In effetti, l’Ordinamento generale delle Letture della Messa, al n. 97, ci avverte che la prima lettura delle domeniche quaresimali non è scelta in concordanza tematica con il vangelo; eppure per il ciclo A, nonostante sia sfumata e labile, un peculiare accostamento non pare da escludersi.

(2) «Perciò i vicini e quelli che prima erano soliti vederlo, giacché era un mendicante, dicevano: Ma costui non è quello che era seduto e mendicava? Altri dicevano: E’ lui; altri: No, ma gli assomiglia. Con gli occhi aperti aveva cambiato fisionomia. Egli diceva: Sono proprio io. E’ la voce della gratitudine, dove il silenzio sarebbe colpevole. Gli dissero allora: In che modo si sono aperti i tuoi occhi? Egli rispose: Quell’uomo chiamato Gesù, fece del fango e mi spalmò gli occhi e mi disse: Va’ alla piscina di Siloe e lavati! Ci sono andato, mi son lavato e ci vedo (Gv 9, 8-10). Eccolo diventato annunciatore della grazia; ecco che, diventato veggente, proclama il Vangelo, fa la sua professione di fede. La coraggiosa confessione del cieco spezza il cuore degli empi, i quali non avevano nel cuore ciò che egli ormai possedeva sul volto. E gli dissero: Dov’è colui che ti ha aperto gli occhi? Ed egli: Non lo so. Queste parole dimostrano che la sua anima è ancora simile a uno che ha ricevuto l’unzione e ancora non ci vede. E’ come se avesse avuto quell’unzione nell’anima. Predica il Cristo, che ancora egli non conosce»: Sant’Agostino, Commento al Vangelo di Giovanni, 44,8.

(3) Rispetto alla versione contenuta nel Messale di Pio V, il Messale di Paolo VI apporta alcune modifiche alla nostra antifona, ma nel dettaglio che stiamo descrivendo si dimostra tradizionale conservando il «linivit». Per gustare la melodia gregoriana dell’antifona, cf. qui.

Sazi, vivi e vegeti, proprio ora che sta per iniziare la Quaresima

Dopo aver citato, nel post precedente, le parole di un grande, ci prendiamo la licenza di mettere insieme alcuni dati in un alcune considerazioni nostre, senza pretesa alcuna di coerenza e sistematicità. Ci lasciamo semplicemente condurre dai testi della liturgia.

La pericope evangelica (Mt 6,24-34) sottolineava l’opera provvidente del Padre celeste, che nutre gli uccelli del cielo. Ne seguiva la domanda: «Non valete forse più di loro?».

Ma la stessa liturgia eucaristica nella quale era inserita la pagina matteana con tale domanda offriva anche l’esplicita risposta: si trattava di saperla ascoltare.

In effetti la traduzione italiana e forse le parole in libertà (avvisi, saluti, commenti vari…etc.) che sono introdotte – con una consuetudine che non diminuisce l’abuso – prima  o dopo che vengano pronunciate quelle non aiutano di certo a coglierle: si tratta delle parole della Orazione dopo la Comunione, che questa domenica si poteva legare in modo curioso con il testo del Vangelo. Così il Messale: «Padre misericordioso, il pane eucaristico che ci fa tuoi commensali in questo mondo, ci ottenga la perfetta comunione con te nella vita eterna». Una versione un pochino generica rispetto all’originale latino: «Satiati munere salutari, tuam, Domine, misericordiam deprecamur, ut, hoc modem quo nos temporaliter vegetas sacramento, perpetuae vitae participes benignus efficias». Abbiamo evidenziato i due verbi legati alla dimensione del nutrimento, per far notare come l’eucologia possa dare una risposta al testo del Vangelo. Certo, è pur vero, che l’impressione che la maggior parte dei fedeli lascia a vedere uscendo dalla celebrazione della Messa non è proprio quella di persone saziate e rinvigorite: forse l’unico loro sollievo è che sia finita!

Sarebbe davvero interessante studiare meglio il lessico delle preghiere dopo la comunione, in particolare modo quelle del tempo Ordinario. E’ davvero impressionante come spesso in esso si trovino espressioni legate al lessico della sazietà e del nutrimento. La dimensione conviviale della santa Eucaristia, la manducazione  del pane e l’assunzione del vino sono aspetti ben presenti nella terminologia che compone questa sezione eucologica. Inebriemur …et pascamur, dice il testo della XXVIII domenica: inebriati e pasciuti…

Ma tornando al testo della nostra domenica, l’VIII, da lì possiamo, con un pò di libertà (1), estrapolare tre termini: sazi, vivi e vegeti. Così dovremmo essere e così la liturgia della Chiesa ci ha fatti, pronti per la mortificazione quaresimale!


(1) Per la precisione, l’aggettivo italiano vegeto non deriva direttamente dal verbo vegeto della preghiera quanto da vegeo.

Agostino: un perito “emerito” nella riforma della Liturgia delle Ore?

Nel post precedente (qui) abbiamo accennato, per sommi capi, a qualche aspetto del processo di riforma delle letture bibliche e patristiche, cogliendo l’occasione per ricordare almeno i nomi di quanti si adoperarono direttamente a questo settore della riforma liturgica post-conciliare. Non sarebbero da escludere nemmeno i membri del Consilium, cardinali e vescovi o altre personalità, a cui i periti sottoponevano regolarmente i progetti in fase di studio per averne pareri, conferme o correzioni. I lettori del nostro blog ricorderanno l’influsso che, fra gli altri, ebbe un membro particolarmente attivo e preparato, il vescovo francese H. Jenny.

Non dando un tono troppo serioso al discorso, possiamo comunque annoverare un altro vescovo assai influente nella redazione dei testi del nuovo libro liturgico della preghiera oraria della Chiesa. Il suo contributo non lo offrì di persona, ma attraverso i suoi scritti. Fra la vastissima produzione a lui attribuita, qui spicca il suo discorso sul Salmo 85. Stiamo parlando di sant’Agostino (per il testo completo del Discorso, vedi qui.

L’uso di questo sermone è curiosamente assai vario. Vediamone le declinazioni.

Innanzitutto, esso costituisce una lunga citazione, in verità assai lunga come citazione, nei Praenotanda della Liturgia delle Ore, testo fra i più riusciti fra quelli prodotti dal Consilium. Sant’Agostino offre quindi un’importante portato alla teologia della preghiera liturgica, aiutando la comprensione della valenza cristologica dell’orazione ecclesiale. Il paragrafo del Sermone agostiniano è perfettamente integrato con il testo dei Praenotanda:

«…i battezzati..[…] sono abilitati a esercitare il culto del Nuovo Testamento, culto che non deriva dalle nostre forze, ma dal merito e dal dono di Cristo. “Nessun dono maggiore Dio potrebbe fare agli uomini che costituire capo il suo Verbo…[…]”. In questo dunque sta la dignità della preghiera cristiana, che essa partecipa dell’amore del Figlio Unigenito per il Padre…» (IGLH 7)

Non stupisce, pertanto, che un testo così denso e fondamentale sia proposto anche alla meditazione orante dell’Ufficio delle Letture, come seconda lettura patristica. In effetti, troviamo il Sermone sul Salmo 85 sia nel lezionario biennale, il sabato della terza settimana di quaresima (ciclo I), sia nel lezionario annuale, il mercoledì della V settimana di quaresima. Un ulteriore particolare è il fatto che sia in un caso che nell’altro la prima lettura biblica sia la stessa, Eb 6,9-20, e stessi anche i due responsori.

A proposito di responsori, è proprio in questa forma letteraria che ricompare, per la terza volta e in un modo raro e particolare, il nostro Sermone. Naturalmente da esso sono estrapolate solo alcune frasi, ricomposte in uno schema responsoriale.

Nostro sacerdote, Cristo prega per noi; nostro capo, egli prega in noi: nostro Dio, noi lo preghiamo; *riconosciamo in lui le nostre voci, e la sua voce in noi.

Quando parliamo a Dio nella preghiera, non separiamo da essa il Figlio: *riconosciamo in lui le nostre voci, e la sua voce in noi.

Siamo qui nella terza domenica del Tempo Ordinario – secondo lo schema di un unico ciclo -, e questo responsorio segue una lettura dalla Costituzione Sacrosanctum Concilium, che rappresenta una novità introdotta nell’organizzazione del ciclo annuale: nel lezionario biennale c’è sì una lettura da SC, ma si tratta di differenti paragrafi. Presumibile dunque è l’ipotesi che questo responsorio così particolare nella sua composizione integralmente patristica debba essere stato composto dai periti dell’ultimo periodo di preparazione del lezionario dell’Ufficio, Ashworth e Raciti (1), cui accennavamo nel post precedente.

Per finire, citiamo una parte della catechesi che San Giovanni Paolo II offrì sul Salmo 85: in essa il Papa riprende il commento di sant’Agostino, riportandone un’altra sezione:

Il Salmo 85 è un testo caro al giudaismo, che l’ha inserito nella liturgia di una delle solennità più importanti, lo Yôm Kippur o giorno dell’espiazione. Il libro dell’Apocalisse, a sua volta, ne ha estratto un versetto (cfr v. 9), collocandolo nella gloriosa liturgia celeste all’interno del «cantico di Mosè, servo di Dio, e del cantico dell’Agnello»: «Tutte le genti verranno e si prostreranno davanti a te», e l’Apocalisse aggiunge: «perché i tuoi giusti giudizi si sono manifestati» (Ap 15,4). Sant’Agostino ha dedicato al nostro Salmo un lungo e appassionato commento nelle sue Esposizioni sui Salmi, trasformandolo in un canto di Cristo e del cristiano. La traduzione latina, nel v. 2, conforme alla versione greca dei Settanta, invece di «fedele» usa la versione «santo»: «Custodiscimi perché sono santo». In realtà, solo Cristo è santo. Tuttavia, ragiona sant’Agostino, anche il cristiano può applicare a sé queste parole: «Sono santo, perché tu mi hai santificato; perché l’ho ricevuto [questo titolo], non perché l’avevo da me stesso; perché tu me l’hai dato, non perché io me lo sono meritato». Quindi «dica pure ogni cristiano, o meglio lo dica tutto il corpo di Cristo, lo gridi ovunque, mentre sopporta le tribolazioni, le varie tentazioni, gli innumerevoli scandali: “Custodisci l’anima mia, perché sono santo! Salva il tuo servo, Dio mio, che spera in te”. Ecco: questo santo non è superbo, perché spera nel Signore» (vol. II, Roma 1970, p. 1251).

5. Il cristiano santo si apre all’universalità della Chiesa e prega col Salmista: «Tutti i popoli che hai creato verranno e si prostreranno davanti a te, o Signore» (Sal 85,9). E Agostino commenta: «Tutte le genti nell’unico Signore sono una sola gente e costituiscono l’unità. Come ci sono la Chiesa e le chiese, e le chiese sono la Chiesa, così quel “popolo” è lo stesso che i popoli. Dapprima erano popoli vari, genti numerose; ora è un popolo solo. Perché un popolo solo? Perché una sola è la fede, una sola la speranza, una sola la carità, una sola l’attesa. Infine, perché non dovrebbe essere un popolo solo, se una sola è la patria? La patria è il cielo, la patria è Gerusalemme. E questo popolo si estende da oriente ad occidente, da settentrione fino al mare, nelle quattro parti del mondo intero» (ibid., p. 1269).

In questa luce universale la nostra preghiera liturgica si trasforma in un respiro di lode e in un canto di gloria al Signore a nome di tutte le creature (2).


(1) V. Raffa offre ulteriori indicazioni, che riportiamo, riconoscendogli l’autorità del testimone diretto e la competenza che noi davvero non abbiamo: «B. Responsori alle letture patristiche e agiografiche. I responsori, che seguono le letture patristiche e agiografiche, sono stati scelti in linea di massima per un certo loro accordo tematico con i brani, che accompagnano. Spesso colgono e trasformano in lirismo religioso il tema liturgico o della celebrazione festiva commentato dalle letture. Anche quando il riferimento mutuo fra lettura e responsorio fosse più largo, il responsorio rimane valido ugualmente come momento di libera meditazione. [….] b) Delle letture patristiche ed agiografiche. L’organico di questi responsori fu preparato da un’altra commissione, da quella che curava i canti. I testi sono nella massima parte quelli tradizionali, però accuratamente selezionati e collocati secondo i criteri che maggiormente rispondono al loro carattere specifico. c) Responsori del “Supplementum”. La serie dei responsori dei volumi del supplemento sarà ripresa e riallestita ex novo con una ricerca accurata e, dove occorrerà, con nuove creazioni…»: V. Raffa, La liturgia delle ore. Presentazione storica, teologica e pastorale, Milano 1990³, 169-170.

(2) Giovanni Paolo II, Udienza generale 23 ottobre 2002: per il testo completo, vedi qui.

“L’una conferma i pregi dell’altra”, note sull’uso liturgico del libro del Siracide.

Prendiamo in prestito questa citazione da una stupenda pagina della Sacra Scrittura, tratta dal libro del Siracide (42,25): con essa e a partire da essa vorremmo soffermarci un poco su un aspetto forse poco conosciuto della costruzione dell’impianto della Liturgia delle Ore, ossia le letture bibliche e le letture patristiche – e il rapporto fra di esse – dell’Ufficio delle Letture.

Con essa: in effetti, Siracide 42 era proposto come lettura biblica giovedì scorso (giovedì della prima settimana del salterio); siamo dunque in ritardo, ma speriamo che non sia stato comunque del tutto dimenticato come la lettura del Siracide ci abbia accompagnato per tutta la settimana appena conclusa (fra l’altro, anche quest’oggi – lunedì della seconda settimana – la Liturgia delle Ore ci ha proposto un brano del libro del Siracide – 36,1-5.10-13), sebbene non in forma di lettura, ma di Cantico, nella seconda sezione salmodica delle Lodi).

Ci aveva colpito la singolare ed efficace concordia non solo tematica, ma anche poetica e lirica, del brano in questione (per comodità, si può rileggere qui: lettura-biblica-giovedi-i-settimana-ordinario) con la lettura patristica ad esso associata: un brano preso dal Discorso contro i pagani di sant’Atanasio vescovo (per comodità, si può rileggere qui: lettura-patristica-giovedi-i-settimana-ordinario). Dopo averne apprezzato i toni e contenuti, possiamo brevemente, partendo proprio dal caso concreto e specifico di questa «coppia» di letture, tentare di dire qualcosa a riguardo del processo di formazione del lezionario dell’Ufficio. Si tratta senza dubbio di uno dei frutti migliori della riforma liturgica, eppure anche nella sua costruzione di intrecciano esempi di dedizione e di competenza esemplari insieme a tratti di ben più meschina considerazione umana, la luce fulgida del dinamismo della tradizione insieme ad ambiguità e resistenze; il risultato, frutto di un compromesso molto «cattolico», diremmo, è comunque assai positivo, perfettibile come ogni realtà umana ma affatto disprezzabile.

Come è noto, di cicli di letture per l’Ufficio ne esistono tre (naturalmente escludendo da queste considerazioni generali gli schemi della liturgia delle Ore monastica): in un’alternanza biennale sono stati predisposti due cicli completi (I e II), rimandati poi al Supplemento alla Liturgia delle Ore ancora da pubblicarsi (sic!!), ed un ciclo annuale unico, quello effettivamente incorporato nei volumi del libro della Liturgia delle Ore. Precedenti e  primi sono i due schemi biennali, poi a partire da essi venne rielaborato un ciclo unico (1).

Il lavoro di studio e di revisione fu affidato a due gruppi di esperti, che meritano di essere ricordati. Per le letture bibliche fu dato mandato al gruppo di studio 4 (Coetus IV), composto da Martimort (relatore), E. Lengeling (segretario), P. Salmon, P. Grélot, C. Wiéner, G. Diekmann, O. Heiming, M. Du Buit, A. R. George, P. Dornier. Nel 1966 Lengeling divenne relatore con A. Rose come segretario. Il lavoro relativo alle letture patristiche fu affidato al Coetus V, la cui direzione conobbe vari cambiamenti per vicende personali dei membri (ad. es il primo relatore divenne vescovo e cardinale di Torino): M. Pellegrino (primo relatore, in seguito U. Neri, poi F. Nikolasch, infine J. Rotelle), I. Oñatibia, F. Toal, J. Quasten, W. Düring, A. Olivar, J. Daniélou, J. Leclercq, I. Ortiz de Urbina, A. Hammam, P. Serra Zanetti, H. Ashworth, G. Raciti.

Pur divisi nella ricerca, nei tempi e nei luoghi di riunione, questi due gruppi lavorarono necessariamente in stretta relazione fra loro. Il primo, poi, dovette interfacciarsi anche con il gruppo di studio che stava preparando il lezionario delle Messe festive e feriali, per rendere così la lettura biblica dell’Ufficio organica e complementare a quella della celebrazione eucaristica quotidiana. Si può immaginare la mole di lavoro, la fatica e la pazienza nel selezionare, valutare, organizzare e coordinare pagine e pagine di Scrittura e testi patristici. Dopo cinque anni di studio e verifica, il lezionario era finalmente pronto il 6 novembre 1969. Tuttavia, il progetto iniziale di due cicli di letture con alternanza biennale dovette cedere di fronte a motivazioni pratiche e logistiche: la pubblicazione di tale abbondante materiale poneva problemi editoriali che, insieme all’esigenza di affrettare la stampa del nuovo libro liturgico, alla fine risultarono decisivi nel rinviare i testi del biennale ad un volume a parte. I periti dovettero dunque reimpostare i lavori ed affrettarsi ad elaborare un nuovo ciclo. Di fronte a tale inattesa decisione, che in un certo senso aveva il sapore di un «tradimento» rispetto ai principi che fino ad allora avevano guidato il lavoro di riforma, non si levò – a nostra informazione – nessuna voce di polemica pubblica e di insubordinazione da parte dei periti, che si dovettero sobbarcare un’ulteriore peso di ingrato lavoro. Solo anni fa abbiamo sentito da un testimone indiretto e studioso della materia alcune battute di amara ironia sul duro lavoro dei liturgisti alla fine boicottato dalla tipografia vaticana. Del clima di quei frangenti si può avere una plastica ricostruzione nello studio del Bugnini (2).

Lasciando ora la ricostruzione storica di questo settore della riforma liturgica, torniamo ai testi, per verificare quanto detto.

La lettura continua di un’abbondantissima parte del libro del Siracide è prevista, nel ciclo biennale II, per le settimane 27,28 e 29 del tempo Ordinario, preceduta dai libri di Tobia e Giuditta e seguita da due settimane di lettura e meditazione del libro della Sapienza. Alle letture del Siracide sono affiancati brani tratti da diversi Padri. Per non appesantire ulteriormente il testo, rimandiamo ad una speciale tabella qui: tabella-letture.

Nella rielaborazione per l’unico ciclo annuale, le letture del Siracide rimasero in una sola settimana, la prima dell’Ordinario, non solamente ridotte di numero ma anche ritoccate nell’estensione (3) e così si dovette di nuovo cercare e organizzare l’armonizzazione fra prima e seconda lettura. Come si può vedere nella tabella citata, i testi patristici che erano proposti in lettura semicontinua non furono utilizzati, così come furono inseriti nuovi testi. Altri furono mantenuti, perché ne fu riconosciuta la mirabile mutua assonanza.

Mantenendo ben ferma l’analogia, si può dire che nel caso di alcune coppie di letture, come ben si vede nel caso in esame in questo post (Siracide 42 e Discorso contro i pagani di Atanasio), i periti, come discepoli di quel Creatore e artista che è il Verbo di Dio, hanno saputo comporre in modo davvero eccelso pericopi della Scrittura e della Tradizione a coppia, una di fronte all’altra, e l’una conferma i pregi dell’altra, così che pregando l’Ufficio l’anima dell’orante possa saziarsi di nutrimento spirituale solido e allo stesso tempo possa innalzarsi alla contemplazione delle meraviglie di Dio.

E l’animo di un liturgista possa gustare le meraviglie di Liturgia e Bibbia.


(1) «Il ciclo annuale costituisce una soluzione di ripiego, mentre il ciclo biennale è quello che fu lungamente maturato come più idoneo alle diverse esigenze. […] Nei 4 volumi della Liturgia delle Ore si ha solo il lezionario che si esaurisce tutto nel giro di un anno. Non si pensi tuttavia che esso sia stato ottenuto col semplice prelievo di uno dei due anni del ciclo biennale. Al contrario è frutto di una nuova elaborazione apposita. Dovendo scegliere bisognava puntare sui passi più idonei e preferire possibilmente quelli non presenti nel lezionario della Messa»: V. Raffa, La liturgia delle Ore. Presentazione storica, teologica e pastorale, Milano 1990³, 162.165.

(2) «All’inizio era stato deciso di fare un ciclo di letture bibliche e patristiche per i tempi forti, due per il tempus per annuo. In questo senso le letture patristiche erano state scelte in armonia con la lettura biblica. Essendo stato apportato un sostanziale cambiamento nel ciclo biblico con la fissazione di un solo ciclo per tutto l’anno, anche l’ordinamento della lectio Patrum doveva seguirne le sorti, rimandando al lezionario ad libitum una maggiore abbondanza di letture. Così il gruppo di studio si trovò davanti ad una duplice difficoltà: di esegesi e di armonizzazione. Per il compiere il lavoro, furono ingaggiati a tempo: Henry Ashworth, benedettino di Quarr Abbey, e Gaetano Raciti, cistercense di Orval. Per vari mesi, questi due monaci dal mattino alla sera passarono ore ed ore negli Uffici della Congregazione per Culto Divino leggendo, meditando, salmodiando, vagliando i vari testi che erano stati ammassati e appena criticamente sfiorati dai loro predecessori. Da questa fùcina, in cui la preghiera si sposava mirabilmente alla fatica e alla scienza, è scaturito il lezionario patristico “per annum”»: A. Bugnini, La riforma liturgica (1948-1975), Roma 1997², 534.

(3) Le letture sono più brevi. Altra curiosità: nel ciclo annuale compare una lettura che nello schema biennale non era contemplata, si tratta del brano 47,14-31, dalla sezione che tratta degli uomini illustri e che la Liturgia delle Ore usa dopo la lettura di 2Sam, per chiudere il ciclo legato al re Davide (XIV sett. del tempo Ordinario).

Avvento. Cose inaudite, o quasi (II)

Continuiamo con alcune piccole note riguardanti particolari forse meno noti o comunque meno facili da ricordare, considerando la quantità di considerazioni talvolta un poco superficiali che si ascoltano o leggono qua e là.

Ma il nostro intento non è affatto irriguardoso nei confronti di quanti perpetuano luoghi comuni, piuttosto quello di suscitare ancora una volta un grato stupore per come la Liturgia e la Scrittura si combinino insieme in modo mirabile e, nel piccolo esempio che vorremmo mostrare, davvero curioso. Dettagli, sì, ma che rivelano una Sapienza misteriosa e affascinante che accompagna la tradizione liturgica.

«Isaia, profeta dell’Avvento». Quante volte abbiamo sentito questa espressione o considerazioni simili! Come se il primo dei profeti maggiori, nel suo carisma profetico, avesse immaginato la sua rilettura liturgica già da allora.

In effetti, la presenza di pericopi isaiane nel tempo di Avvento è davvero impressionante. Ad eccezione di solennità e feste (Immacolata, Sant’Andrea, memorie particolari commemorate da famiglie religiose o chiese locali), quasi ogni giorno abbiamo una lettura sia nella celebrazione della Messa sia nella celebrazione dell’Ufficio delle Letture; antifone, responsori, letture brevi completano il quadro di un’insistenza considerevolissima di questo libro della Sacra Scrittura.

Eppure,  se consideriamo le origini di tale uso liturgico, potremmo dire che la presenza di Isaia nell’Avvento sia avventizia! Nel senso che essa è determinata da fattori esterni e non integrati, almeno all’inizio, in un insieme organico e coerente, bensì occasionali. Non era infatti l’Avvento l’inizio di quello che oggi consideriamo l’anno liturgico: così, nel ciclo della lettura continua della Scrittura nel corso dell’anno civile, al mese di dicembre corrispondeva la lettura di Isaia. In altre parole, è più antica la lettura di Isaia in questo periodo che il periodo stesso dell’Avvento come tale.

Per questo, risulta sorprendente come, in seguito, il contesto liturgico dell’attesa escatologica e della commemorazione della nascita del Signore si siano armonizzati e integrati in modo unico e speciale con i testi e la spiritualità del libro di Isaia. Vero è che alcune letture testuali della versione latina della Bibbia abbiano facilitato un’interpretazione cristologica.

Per finire, segnaliamo un ottimo articolo di P. Farnes, raccolto insieme a suoi altri studi in Dossier CPL 48 (Lettura de la Biblia en el Año liturgico): «Las lecturas biblica en adviento».

La cultura della Liturgia

Nonostante tanti strumenti oggi a disposizione e l’ausilio dei supporti informatici, una della migliori forme di entrare nella liturgia e nella sua conoscenza profonda è senza dubbio quella di praticarla e viverla. Certamente, occorrerà aver sviluppato una sensibilità particolare ed un’attenzione vigile, ma un semplice cultore della preghiera e delle celebrazioni della Chiesa potrà assaporare sfumature e accorgersi di dati che talvolta sfuggiono ad esperti e competenti: specializzarsi e concentrarsi in un settore, può far perdere la visione dell’insieme dell’organismo che è la liturgia.

Vero è che per ciò che stiamo per dire è importante avere una certa familiarità con i testi originali e tipici, quindi in latino, nei quali – fino ad oggi – si è depositata la tradizione e la ricchezza delle riletture e delle interpretazioni biblico-patristiche e l’elaborazione teologica. Le assonanze fra il latino e l’italiano certamente possono aiutare molto di più rispetto ad altre lingue nazionali, ma questa potrebbe essere la controprova del fatto che un traduttore della Scrittura non debba essere solamente un fine biblista ma sarebbe quanto mai opportuno fosse anche profondo conoscitore della Liturgia. E questo non lo diciamo solamente perché uno dei nostri più grandi maestri è dottore in Liturgia e pure dottore in Sacra Scrittura presso il Pontificio Istituto Biblico!

Quello che intendiamo dire lo si capirà meglio a partire dall’esempio concreto che ha suscitato queste brevissime riflessioni.

Dall’inizio dell’Avvento fino al 17 dicembre, la Liturgia delle Ore propone, ai Vespri l’Inno Conditor alme siderum (1). Fortunatamente il Salterio italiano, nell’Innario del libro della Liturgia delle Ore ha mantenuto anche il testo latino, per cui anche quanti non sono esperti latinisti potrebbero dare uno sguardo all’originale, di certo non tutto scritto nel latino di un Cicerone. La seconda strofa recita: «Qui condolens interitu / mortis perire saeculum, / salvasti mundum languidum, / donans reis remedium». L’ultima parte è facilmente comprensibile: salvasti il mondo malato, donando ai rei il rimedio. Altro è la comprensione formale delle parole, altro è la comprensione del significato pieno e simbolico che soggiace ad esse. Mondus languidus, a cosa esattamente è riferito? All’interpretazione patristica delle età del mondo (2)?

Ebbene, ieri, lunedì della II settimana di Avvento, l’Ufficio delle Letture proponeva, come lettura biblica, un brano di Isaia, tratto dal capitolo 24 (24,1-18).  Il titoletto che precede la pericope recita: «Il Signore si manifesterà nel suo giorno e la città del caos sarà distrutta» (nel testo latino della Liturgia delle Ore: Manifestatio Domini in die suo). La Bibbia di Gerusalemme, invece, appone al capitolo 24 e ad altri successivi il titolo di sezione «Apocalisse». Vediamo da vicino il versetto 24,4: «E’ in lutto, languisce la terra; è squallido, languisce il mondo, sono desolati il cielo e gli abitanti del mondo» (Luget, languet terra, marcescit, languet orbis…). 

Ecco che i due testi, l’uno biblico e l’altro liturgico, la lettura biblica e l’inno dei vespri, si illuminano a vicenda, in un’integrazione mirabile e feconda. Non abbiamo la certezza che l’inno, di origine medioevale, derivi direttamente la sua espressione mondus languidus dal testo isaiano: per noi tuttavia è sicuramente un riferimento utile e prezioso.

La versione italiana dell’inno, in una riformulazione globale del testo, sembra ridire i nostri versetti in questo mondo: «Per redimere il mondo, travolto dal peccato…». In effetti qualche eco rimane ancora, con il testo biblico citato, che nel versetto successivo, il 25, dice: «La terra è stata profanata dai suoi abitanti, perché hanno trasgredito le leggi, hanno disobbedito al decreto, hanno infranto l’alleanza eterna».

Sarebbe interessante verificare se e come in altre lingue volgari si è riusciti a mantenere questo legame. Non possiamo fare noi ora questa ricerca. Se eventualmente fra i nostri lettori, che stanno diventando sempre più numerosi e da ogni parte del mondo, ci sarà chi vorrà farlo, saremmo ben felici di pubblicarne i contenuti.


(1) Avevamo già scritto qualcosa a proposito dell’inno qui.

(2) Cf., sempre a proposito del nostro inno, qui.