Sazi, vivi e vegeti, proprio ora che sta per iniziare la Quaresima

Dopo aver citato, nel post precedente, le parole di un grande, ci prendiamo la licenza di mettere insieme alcuni dati in un alcune considerazioni nostre, senza pretesa alcuna di coerenza e sistematicità. Ci lasciamo semplicemente condurre dai testi della liturgia.

La pericope evangelica (Mt 6,24-34) sottolineava l’opera provvidente del Padre celeste, che nutre gli uccelli del cielo. Ne seguiva la domanda: «Non valete forse più di loro?».

Ma la stessa liturgia eucaristica nella quale era inserita la pagina matteana con tale domanda offriva anche l’esplicita risposta: si trattava di saperla ascoltare.

In effetti la traduzione italiana e forse le parole in libertà (avvisi, saluti, commenti vari…etc.) che sono introdotte – con una consuetudine che non diminuisce l’abuso – prima  o dopo che vengano pronunciate quelle non aiutano di certo a coglierle: si tratta delle parole della Orazione dopo la Comunione, che questa domenica si poteva legare in modo curioso con il testo del Vangelo. Così il Messale: «Padre misericordioso, il pane eucaristico che ci fa tuoi commensali in questo mondo, ci ottenga la perfetta comunione con te nella vita eterna». Una versione un pochino generica rispetto all’originale latino: «Satiati munere salutari, tuam, Domine, misericordiam deprecamur, ut, hoc modem quo nos temporaliter vegetas sacramento, perpetuae vitae participes benignus efficias». Abbiamo evidenziato i due verbi legati alla dimensione del nutrimento, per far notare come l’eucologia possa dare una risposta al testo del Vangelo. Certo, è pur vero, che l’impressione che la maggior parte dei fedeli lascia a vedere uscendo dalla celebrazione della Messa non è proprio quella di persone saziate e rinvigorite: forse l’unico loro sollievo è che sia finita!

Sarebbe davvero interessante studiare meglio il lessico delle preghiere dopo la comunione, in particolare modo quelle del tempo Ordinario. E’ davvero impressionante come spesso in esso si trovino espressioni legate al lessico della sazietà e del nutrimento. La dimensione conviviale della santa Eucaristia, la manducazione  del pane e l’assunzione del vino sono aspetti ben presenti nella terminologia che compone questa sezione eucologica. Inebriemur …et pascamur, dice il testo della XXVIII domenica: inebriati e pasciuti…

Ma tornando al testo della nostra domenica, l’VIII, da lì possiamo, con un pò di libertà (1), estrapolare tre termini: sazi, vivi e vegeti. Così dovremmo essere e così la liturgia della Chiesa ci ha fatti, pronti per la mortificazione quaresimale!


(1) Per la precisione, l’aggettivo italiano vegeto non deriva direttamente dal verbo vegeto della preghiera quanto da vegeo.

Agostino: un perito “emerito” nella riforma della Liturgia delle Ore?

Nel post precedente (qui) abbiamo accennato, per sommi capi, a qualche aspetto del processo di riforma delle letture bibliche e patristiche, cogliendo l’occasione per ricordare almeno i nomi di quanti si adoperarono direttamente a questo settore della riforma liturgica post-conciliare. Non sarebbero da escludere nemmeno i membri del Consilium, cardinali e vescovi o altre personalità, a cui i periti sottoponevano regolarmente i progetti in fase di studio per averne pareri, conferme o correzioni. I lettori del nostro blog ricorderanno l’influsso che, fra gli altri, ebbe un membro particolarmente attivo e preparato, il vescovo francese H. Jenny.

Non dando un tono troppo serioso al discorso, possiamo comunque annoverare un altro vescovo assai influente nella redazione dei testi del nuovo libro liturgico della preghiera oraria della Chiesa. Il suo contributo non lo offrì di persona, ma attraverso i suoi scritti. Fra la vastissima produzione a lui attribuita, qui spicca il suo discorso sul Salmo 85. Stiamo parlando di sant’Agostino (per il testo completo del Discorso, vedi qui.

L’uso di questo sermone è curiosamente assai vario. Vediamone le declinazioni.

Innanzitutto, esso costituisce una lunga citazione, in verità assai lunga come citazione, nei Praenotanda della Liturgia delle Ore, testo fra i più riusciti fra quelli prodotti dal Consilium. Sant’Agostino offre quindi un’importante portato alla teologia della preghiera liturgica, aiutando la comprensione della valenza cristologica dell’orazione ecclesiale. Il paragrafo del Sermone agostiniano è perfettamente integrato con il testo dei Praenotanda:

«…i battezzati..[…] sono abilitati a esercitare il culto del Nuovo Testamento, culto che non deriva dalle nostre forze, ma dal merito e dal dono di Cristo. “Nessun dono maggiore Dio potrebbe fare agli uomini che costituire capo il suo Verbo…[…]”. In questo dunque sta la dignità della preghiera cristiana, che essa partecipa dell’amore del Figlio Unigenito per il Padre…» (IGLH 7)

Non stupisce, pertanto, che un testo così denso e fondamentale sia proposto anche alla meditazione orante dell’Ufficio delle Letture, come seconda lettura patristica. In effetti, troviamo il Sermone sul Salmo 85 sia nel lezionario biennale, il sabato della terza settimana di quaresima (ciclo I), sia nel lezionario annuale, il mercoledì della V settimana di quaresima. Un ulteriore particolare è il fatto che sia in un caso che nell’altro la prima lettura biblica sia la stessa, Eb 6,9-20, e stessi anche i due responsori.

A proposito di responsori, è proprio in questa forma letteraria che ricompare, per la terza volta e in un modo raro e particolare, il nostro Sermone. Naturalmente da esso sono estrapolate solo alcune frasi, ricomposte in uno schema responsoriale.

Nostro sacerdote, Cristo prega per noi; nostro capo, egli prega in noi: nostro Dio, noi lo preghiamo; *riconosciamo in lui le nostre voci, e la sua voce in noi.

Quando parliamo a Dio nella preghiera, non separiamo da essa il Figlio: *riconosciamo in lui le nostre voci, e la sua voce in noi.

Siamo qui nella terza domenica del Tempo Ordinario – secondo lo schema di un unico ciclo -, e questo responsorio segue una lettura dalla Costituzione Sacrosanctum Concilium, che rappresenta una novità introdotta nell’organizzazione del ciclo annuale: nel lezionario biennale c’è sì una lettura da SC, ma si tratta di differenti paragrafi. Presumibile dunque è l’ipotesi che questo responsorio così particolare nella sua composizione integralmente patristica debba essere stato composto dai periti dell’ultimo periodo di preparazione del lezionario dell’Ufficio, Ashworth e Raciti (1), cui accennavamo nel post precedente.

Per finire, citiamo una parte della catechesi che San Giovanni Paolo II offrì sul Salmo 85: in essa il Papa riprende il commento di sant’Agostino, riportandone un’altra sezione:

Il Salmo 85 è un testo caro al giudaismo, che l’ha inserito nella liturgia di una delle solennità più importanti, lo Yôm Kippur o giorno dell’espiazione. Il libro dell’Apocalisse, a sua volta, ne ha estratto un versetto (cfr v. 9), collocandolo nella gloriosa liturgia celeste all’interno del «cantico di Mosè, servo di Dio, e del cantico dell’Agnello»: «Tutte le genti verranno e si prostreranno davanti a te», e l’Apocalisse aggiunge: «perché i tuoi giusti giudizi si sono manifestati» (Ap 15,4). Sant’Agostino ha dedicato al nostro Salmo un lungo e appassionato commento nelle sue Esposizioni sui Salmi, trasformandolo in un canto di Cristo e del cristiano. La traduzione latina, nel v. 2, conforme alla versione greca dei Settanta, invece di «fedele» usa la versione «santo»: «Custodiscimi perché sono santo». In realtà, solo Cristo è santo. Tuttavia, ragiona sant’Agostino, anche il cristiano può applicare a sé queste parole: «Sono santo, perché tu mi hai santificato; perché l’ho ricevuto [questo titolo], non perché l’avevo da me stesso; perché tu me l’hai dato, non perché io me lo sono meritato». Quindi «dica pure ogni cristiano, o meglio lo dica tutto il corpo di Cristo, lo gridi ovunque, mentre sopporta le tribolazioni, le varie tentazioni, gli innumerevoli scandali: “Custodisci l’anima mia, perché sono santo! Salva il tuo servo, Dio mio, che spera in te”. Ecco: questo santo non è superbo, perché spera nel Signore» (vol. II, Roma 1970, p. 1251).

5. Il cristiano santo si apre all’universalità della Chiesa e prega col Salmista: «Tutti i popoli che hai creato verranno e si prostreranno davanti a te, o Signore» (Sal 85,9). E Agostino commenta: «Tutte le genti nell’unico Signore sono una sola gente e costituiscono l’unità. Come ci sono la Chiesa e le chiese, e le chiese sono la Chiesa, così quel “popolo” è lo stesso che i popoli. Dapprima erano popoli vari, genti numerose; ora è un popolo solo. Perché un popolo solo? Perché una sola è la fede, una sola la speranza, una sola la carità, una sola l’attesa. Infine, perché non dovrebbe essere un popolo solo, se una sola è la patria? La patria è il cielo, la patria è Gerusalemme. E questo popolo si estende da oriente ad occidente, da settentrione fino al mare, nelle quattro parti del mondo intero» (ibid., p. 1269).

In questa luce universale la nostra preghiera liturgica si trasforma in un respiro di lode e in un canto di gloria al Signore a nome di tutte le creature (2).


(1) V. Raffa offre ulteriori indicazioni, che riportiamo, riconoscendogli l’autorità del testimone diretto e la competenza che noi davvero non abbiamo: «B. Responsori alle letture patristiche e agiografiche. I responsori, che seguono le letture patristiche e agiografiche, sono stati scelti in linea di massima per un certo loro accordo tematico con i brani, che accompagnano. Spesso colgono e trasformano in lirismo religioso il tema liturgico o della celebrazione festiva commentato dalle letture. Anche quando il riferimento mutuo fra lettura e responsorio fosse più largo, il responsorio rimane valido ugualmente come momento di libera meditazione. [….] b) Delle letture patristiche ed agiografiche. L’organico di questi responsori fu preparato da un’altra commissione, da quella che curava i canti. I testi sono nella massima parte quelli tradizionali, però accuratamente selezionati e collocati secondo i criteri che maggiormente rispondono al loro carattere specifico. c) Responsori del “Supplementum”. La serie dei responsori dei volumi del supplemento sarà ripresa e riallestita ex novo con una ricerca accurata e, dove occorrerà, con nuove creazioni…»: V. Raffa, La liturgia delle ore. Presentazione storica, teologica e pastorale, Milano 1990³, 169-170.

(2) Giovanni Paolo II, Udienza generale 23 ottobre 2002: per il testo completo, vedi qui.

“L’una conferma i pregi dell’altra”, note sull’uso liturgico del libro del Siracide.

Prendiamo in prestito questa citazione da una stupenda pagina della Sacra Scrittura, tratta dal libro del Siracide (42,25): con essa e a partire da essa vorremmo soffermarci un poco su un aspetto forse poco conosciuto della costruzione dell’impianto della Liturgia delle Ore, ossia le letture bibliche e le letture patristiche – e il rapporto fra di esse – dell’Ufficio delle Letture.

Con essa: in effetti, Siracide 42 era proposto come lettura biblica giovedì scorso (giovedì della prima settimana del salterio); siamo dunque in ritardo, ma speriamo che non sia stato comunque del tutto dimenticato come la lettura del Siracide ci abbia accompagnato per tutta la settimana appena conclusa (fra l’altro, anche quest’oggi – lunedì della seconda settimana – la Liturgia delle Ore ci ha proposto un brano del libro del Siracide – 36,1-5.10-13), sebbene non in forma di lettura, ma di Cantico, nella seconda sezione salmodica delle Lodi).

Ci aveva colpito la singolare ed efficace concordia non solo tematica, ma anche poetica e lirica, del brano in questione (per comodità, si può rileggere qui: lettura-biblica-giovedi-i-settimana-ordinario) con la lettura patristica ad esso associata: un brano preso dal Discorso contro i pagani di sant’Atanasio vescovo (per comodità, si può rileggere qui: lettura-patristica-giovedi-i-settimana-ordinario). Dopo averne apprezzato i toni e contenuti, possiamo brevemente, partendo proprio dal caso concreto e specifico di questa «coppia» di letture, tentare di dire qualcosa a riguardo del processo di formazione del lezionario dell’Ufficio. Si tratta senza dubbio di uno dei frutti migliori della riforma liturgica, eppure anche nella sua costruzione di intrecciano esempi di dedizione e di competenza esemplari insieme a tratti di ben più meschina considerazione umana, la luce fulgida del dinamismo della tradizione insieme ad ambiguità e resistenze; il risultato, frutto di un compromesso molto «cattolico», diremmo, è comunque assai positivo, perfettibile come ogni realtà umana ma affatto disprezzabile.

Come è noto, di cicli di letture per l’Ufficio ne esistono tre (naturalmente escludendo da queste considerazioni generali gli schemi della liturgia delle Ore monastica): in un’alternanza biennale sono stati predisposti due cicli completi (I e II), rimandati poi al Supplemento alla Liturgia delle Ore ancora da pubblicarsi (sic!!), ed un ciclo annuale unico, quello effettivamente incorporato nei volumi del libro della Liturgia delle Ore. Precedenti e  primi sono i due schemi biennali, poi a partire da essi venne rielaborato un ciclo unico (1).

Il lavoro di studio e di revisione fu affidato a due gruppi di esperti, che meritano di essere ricordati. Per le letture bibliche fu dato mandato al gruppo di studio 4 (Coetus IV), composto da Martimort (relatore), E. Lengeling (segretario), P. Salmon, P. Grélot, C. Wiéner, G. Diekmann, O. Heiming, M. Du Buit, A. R. George, P. Dornier. Nel 1966 Lengeling divenne relatore con A. Rose come segretario. Il lavoro relativo alle letture patristiche fu affidato al Coetus V, la cui direzione conobbe vari cambiamenti per vicende personali dei membri (ad. es il primo relatore divenne vescovo e cardinale di Torino): M. Pellegrino (primo relatore, in seguito U. Neri, poi F. Nikolasch, infine J. Rotelle), I. Oñatibia, F. Toal, J. Quasten, W. Düring, A. Olivar, J. Daniélou, J. Leclercq, I. Ortiz de Urbina, A. Hammam, P. Serra Zanetti, H. Ashworth, G. Raciti.

Pur divisi nella ricerca, nei tempi e nei luoghi di riunione, questi due gruppi lavorarono necessariamente in stretta relazione fra loro. Il primo, poi, dovette interfacciarsi anche con il gruppo di studio che stava preparando il lezionario delle Messe festive e feriali, per rendere così la lettura biblica dell’Ufficio organica e complementare a quella della celebrazione eucaristica quotidiana. Si può immaginare la mole di lavoro, la fatica e la pazienza nel selezionare, valutare, organizzare e coordinare pagine e pagine di Scrittura e testi patristici. Dopo cinque anni di studio e verifica, il lezionario era finalmente pronto il 6 novembre 1969. Tuttavia, il progetto iniziale di due cicli di letture con alternanza biennale dovette cedere di fronte a motivazioni pratiche e logistiche: la pubblicazione di tale abbondante materiale poneva problemi editoriali che, insieme all’esigenza di affrettare la stampa del nuovo libro liturgico, alla fine risultarono decisivi nel rinviare i testi del biennale ad un volume a parte. I periti dovettero dunque reimpostare i lavori ed affrettarsi ad elaborare un nuovo ciclo. Di fronte a tale inattesa decisione, che in un certo senso aveva il sapore di un «tradimento» rispetto ai principi che fino ad allora avevano guidato il lavoro di riforma, non si levò – a nostra informazione – nessuna voce di polemica pubblica e di insubordinazione da parte dei periti, che si dovettero sobbarcare un’ulteriore peso di ingrato lavoro. Solo anni fa abbiamo sentito da un testimone indiretto e studioso della materia alcune battute di amara ironia sul duro lavoro dei liturgisti alla fine boicottato dalla tipografia vaticana. Del clima di quei frangenti si può avere una plastica ricostruzione nello studio del Bugnini (2).

Lasciando ora la ricostruzione storica di questo settore della riforma liturgica, torniamo ai testi, per verificare quanto detto.

La lettura continua di un’abbondantissima parte del libro del Siracide è prevista, nel ciclo biennale II, per le settimane 27,28 e 29 del tempo Ordinario, preceduta dai libri di Tobia e Giuditta e seguita da due settimane di lettura e meditazione del libro della Sapienza. Alle letture del Siracide sono affiancati brani tratti da diversi Padri. Per non appesantire ulteriormente il testo, rimandiamo ad una speciale tabella qui: tabella-letture.

Nella rielaborazione per l’unico ciclo annuale, le letture del Siracide rimasero in una sola settimana, la prima dell’Ordinario, non solamente ridotte di numero ma anche ritoccate nell’estensione (3) e così si dovette di nuovo cercare e organizzare l’armonizzazione fra prima e seconda lettura. Come si può vedere nella tabella citata, i testi patristici che erano proposti in lettura semicontinua non furono utilizzati, così come furono inseriti nuovi testi. Altri furono mantenuti, perché ne fu riconosciuta la mirabile mutua assonanza.

Mantenendo ben ferma l’analogia, si può dire che nel caso di alcune coppie di letture, come ben si vede nel caso in esame in questo post (Siracide 42 e Discorso contro i pagani di Atanasio), i periti, come discepoli di quel Creatore e artista che è il Verbo di Dio, hanno saputo comporre in modo davvero eccelso pericopi della Scrittura e della Tradizione a coppia, una di fronte all’altra, e l’una conferma i pregi dell’altra, così che pregando l’Ufficio l’anima dell’orante possa saziarsi di nutrimento spirituale solido e allo stesso tempo possa innalzarsi alla contemplazione delle meraviglie di Dio.

E l’animo di un liturgista possa gustare le meraviglie di Liturgia e Bibbia.


(1) «Il ciclo annuale costituisce una soluzione di ripiego, mentre il ciclo biennale è quello che fu lungamente maturato come più idoneo alle diverse esigenze. […] Nei 4 volumi della Liturgia delle Ore si ha solo il lezionario che si esaurisce tutto nel giro di un anno. Non si pensi tuttavia che esso sia stato ottenuto col semplice prelievo di uno dei due anni del ciclo biennale. Al contrario è frutto di una nuova elaborazione apposita. Dovendo scegliere bisognava puntare sui passi più idonei e preferire possibilmente quelli non presenti nel lezionario della Messa»: V. Raffa, La liturgia delle Ore. Presentazione storica, teologica e pastorale, Milano 1990³, 162.165.

(2) «All’inizio era stato deciso di fare un ciclo di letture bibliche e patristiche per i tempi forti, due per il tempus per annuo. In questo senso le letture patristiche erano state scelte in armonia con la lettura biblica. Essendo stato apportato un sostanziale cambiamento nel ciclo biblico con la fissazione di un solo ciclo per tutto l’anno, anche l’ordinamento della lectio Patrum doveva seguirne le sorti, rimandando al lezionario ad libitum una maggiore abbondanza di letture. Così il gruppo di studio si trovò davanti ad una duplice difficoltà: di esegesi e di armonizzazione. Per il compiere il lavoro, furono ingaggiati a tempo: Henry Ashworth, benedettino di Quarr Abbey, e Gaetano Raciti, cistercense di Orval. Per vari mesi, questi due monaci dal mattino alla sera passarono ore ed ore negli Uffici della Congregazione per Culto Divino leggendo, meditando, salmodiando, vagliando i vari testi che erano stati ammassati e appena criticamente sfiorati dai loro predecessori. Da questa fùcina, in cui la preghiera si sposava mirabilmente alla fatica e alla scienza, è scaturito il lezionario patristico “per annum”»: A. Bugnini, La riforma liturgica (1948-1975), Roma 1997², 534.

(3) Le letture sono più brevi. Altra curiosità: nel ciclo annuale compare una lettura che nello schema biennale non era contemplata, si tratta del brano 47,14-31, dalla sezione che tratta degli uomini illustri e che la Liturgia delle Ore usa dopo la lettura di 2Sam, per chiudere il ciclo legato al re Davide (XIV sett. del tempo Ordinario).

Avvento. Cose inaudite, o quasi (II)

Continuiamo con alcune piccole note riguardanti particolari forse meno noti o comunque meno facili da ricordare, considerando la quantità di considerazioni talvolta un poco superficiali che si ascoltano o leggono qua e là.

Ma il nostro intento non è affatto irriguardoso nei confronti di quanti perpetuano luoghi comuni, piuttosto quello di suscitare ancora una volta un grato stupore per come la Liturgia e la Scrittura si combinino insieme in modo mirabile e, nel piccolo esempio che vorremmo mostrare, davvero curioso. Dettagli, sì, ma che rivelano una Sapienza misteriosa e affascinante che accompagna la tradizione liturgica.

«Isaia, profeta dell’Avvento». Quante volte abbiamo sentito questa espressione o considerazioni simili! Come se il primo dei profeti maggiori, nel suo carisma profetico, avesse immaginato la sua rilettura liturgica già da allora.

In effetti, la presenza di pericopi isaiane nel tempo di Avvento è davvero impressionante. Ad eccezione di solennità e feste (Immacolata, Sant’Andrea, memorie particolari commemorate da famiglie religiose o chiese locali), quasi ogni giorno abbiamo una lettura sia nella celebrazione della Messa sia nella celebrazione dell’Ufficio delle Letture; antifone, responsori, letture brevi completano il quadro di un’insistenza considerevolissima di questo libro della Sacra Scrittura.

Eppure,  se consideriamo le origini di tale uso liturgico, potremmo dire che la presenza di Isaia nell’Avvento sia avventizia! Nel senso che essa è determinata da fattori esterni e non integrati, almeno all’inizio, in un insieme organico e coerente, bensì occasionali. Non era infatti l’Avvento l’inizio di quello che oggi consideriamo l’anno liturgico: così, nel ciclo della lettura continua della Scrittura nel corso dell’anno civile, al mese di dicembre corrispondeva la lettura di Isaia. In altre parole, è più antica la lettura di Isaia in questo periodo che il periodo stesso dell’Avvento come tale.

Per questo, risulta sorprendente come, in seguito, il contesto liturgico dell’attesa escatologica e della commemorazione della nascita del Signore si siano armonizzati e integrati in modo unico e speciale con i testi e la spiritualità del libro di Isaia. Vero è che alcune letture testuali della versione latina della Bibbia abbiano facilitato un’interpretazione cristologica.

Per finire, segnaliamo un ottimo articolo di P. Farnes, raccolto insieme a suoi altri studi in Dossier CPL 48 (Lettura de la Biblia en el Año liturgico): «Las lecturas biblica en adviento».

La cultura della Liturgia

Nonostante tanti strumenti oggi a disposizione e l’ausilio dei supporti informatici, una della migliori forme di entrare nella liturgia e nella sua conoscenza profonda è senza dubbio quella di praticarla e viverla. Certamente, occorrerà aver sviluppato una sensibilità particolare ed un’attenzione vigile, ma un semplice cultore della preghiera e delle celebrazioni della Chiesa potrà assaporare sfumature e accorgersi di dati che talvolta sfuggiono ad esperti e competenti: specializzarsi e concentrarsi in un settore, può far perdere la visione dell’insieme dell’organismo che è la liturgia.

Vero è che per ciò che stiamo per dire è importante avere una certa familiarità con i testi originali e tipici, quindi in latino, nei quali – fino ad oggi – si è depositata la tradizione e la ricchezza delle riletture e delle interpretazioni biblico-patristiche e l’elaborazione teologica. Le assonanze fra il latino e l’italiano certamente possono aiutare molto di più rispetto ad altre lingue nazionali, ma questa potrebbe essere la controprova del fatto che un traduttore della Scrittura non debba essere solamente un fine biblista ma sarebbe quanto mai opportuno fosse anche profondo conoscitore della Liturgia. E questo non lo diciamo solamente perché uno dei nostri più grandi maestri è dottore in Liturgia e pure dottore in Sacra Scrittura presso il Pontificio Istituto Biblico!

Quello che intendiamo dire lo si capirà meglio a partire dall’esempio concreto che ha suscitato queste brevissime riflessioni.

Dall’inizio dell’Avvento fino al 17 dicembre, la Liturgia delle Ore propone, ai Vespri l’Inno Conditor alme siderum (1). Fortunatamente il Salterio italiano, nell’Innario del libro della Liturgia delle Ore ha mantenuto anche il testo latino, per cui anche quanti non sono esperti latinisti potrebbero dare uno sguardo all’originale, di certo non tutto scritto nel latino di un Cicerone. La seconda strofa recita: «Qui condolens interitu / mortis perire saeculum, / salvasti mundum languidum, / donans reis remedium». L’ultima parte è facilmente comprensibile: salvasti il mondo malato, donando ai rei il rimedio. Altro è la comprensione formale delle parole, altro è la comprensione del significato pieno e simbolico che soggiace ad esse. Mondus languidus, a cosa esattamente è riferito? All’interpretazione patristica delle età del mondo (2)?

Ebbene, ieri, lunedì della II settimana di Avvento, l’Ufficio delle Letture proponeva, come lettura biblica, un brano di Isaia, tratto dal capitolo 24 (24,1-18).  Il titoletto che precede la pericope recita: «Il Signore si manifesterà nel suo giorno e la città del caos sarà distrutta» (nel testo latino della Liturgia delle Ore: Manifestatio Domini in die suo). La Bibbia di Gerusalemme, invece, appone al capitolo 24 e ad altri successivi il titolo di sezione «Apocalisse». Vediamo da vicino il versetto 24,4: «E’ in lutto, languisce la terra; è squallido, languisce il mondo, sono desolati il cielo e gli abitanti del mondo» (Luget, languet terra, marcescit, languet orbis…). 

Ecco che i due testi, l’uno biblico e l’altro liturgico, la lettura biblica e l’inno dei vespri, si illuminano a vicenda, in un’integrazione mirabile e feconda. Non abbiamo la certezza che l’inno, di origine medioevale, derivi direttamente la sua espressione mondus languidus dal testo isaiano: per noi tuttavia è sicuramente un riferimento utile e prezioso.

La versione italiana dell’inno, in una riformulazione globale del testo, sembra ridire i nostri versetti in questo mondo: «Per redimere il mondo, travolto dal peccato…». In effetti qualche eco rimane ancora, con il testo biblico citato, che nel versetto successivo, il 25, dice: «La terra è stata profanata dai suoi abitanti, perché hanno trasgredito le leggi, hanno disobbedito al decreto, hanno infranto l’alleanza eterna».

Sarebbe interessante verificare se e come in altre lingue volgari si è riusciti a mantenere questo legame. Non possiamo fare noi ora questa ricerca. Se eventualmente fra i nostri lettori, che stanno diventando sempre più numerosi e da ogni parte del mondo, ci sarà chi vorrà farlo, saremmo ben felici di pubblicarne i contenuti.


(1) Avevamo già scritto qualcosa a proposito dell’inno qui.

(2) Cf., sempre a proposito del nostro inno, qui.

La II domenica di Avvento: tracce per una lettura “sapiente” dei formulari liturgici.

In generale, si può dire che i tempi liturgici «forti» siano quelli in cui si riscontra una maggiore stratificazione di antiche tradizioni e una più articolata convergenza e complessità di fonti. Nel caso della II domenica di Avvento di quest’anno (ciclo A del lezionario), questo principio è ben evidente: a comporre l’eucologia e il lezionario che la liturgia ci propone oggi concorrono elementi di varie provenienze, da uno dei più antichi lezionari alle indicazioni conciliari, da tradizioni eucologiche secolari a nuove ricollocazioni. Vediamo.

L’antifona di ingresso (1) è ripresa tale e quale dal Messale precedente, con una piccola differenza nella notazione della citazione: con più correttezza, il Messale di Paolo VI segnala che il testo è ripreso dal capitolo 30 del profeta Isaia, sì, ma con una certa libertà, segnalata appunto con un «Cf.».

La preghiera Colletta è un «nuovo» testo, che sostituisce la preghiera precedente «Excita, Domine, corda nostra ad praeparandas…», ora spostata al giovedì della II settimana. Il nuovo formulario non è nuovo in senso assoluto, perché è ripescato dal Sacramentario Gelasiano (2), con alcuni riaggiustamenti stilistici. La preghiera sulle Offerte è pressoché la stessa di quella del Messale precedente, con una piccola aggiunta che specifica meglio i «tuis praesidiis», che diventano «tuae indulgentiae praesidiis», aiuto, soccorso della tua misericordia, rispetto al più semplice tuo aiuto. Un intervento più incisivo viene fatto sulla preghiera dopo la Comunione, che nella prima parte è derivata tale e quale dal Messale precedente, per poi assumere diverse sfumature (3).

Repleti […] doceas nos terrena despicere et amare caelestia (M1962)

Repleti […] doceas nos terrena sapienter perpendere, et caelestis inhaerere.

Non vorrei soffermarmi ora sulla scelta operata dagli esperti che curarono la revisione della parte eucologica del Messale – c’è chi lo ha fatto in modo eccellente e documentato (cf., ad es., qui) -, quanto notare che come conseguenza, di cui forse non si accorsero, risultano insolitamente due occorrenze della stessa radice tematica: nella colletta il sostantivo (eruditio sapientiae) e nella postcommunio l’avverbio (sapienter). Sia sufficiente per il momento mantenere in mente questo dato, mentre passiamo velocemente a dare uno sguardo alle letture.

Il Vangelo è di Matteo e ha come oggetto la figura di Giovanni il Battista. Ma non più i versetti 2-10 del capitolo 11, come il M1962 riportava (la domanda di Giovanni Battista e testimonianza che a lui rende Gesù) bensì i versetti 1-12 del capitolo 3 (la predicazione di Giovanni Battista) (4). La prima lettura, ovviamente, è tratta dal profeta Isaia, i versetti 1-10 del capitolo 11. Una sezione più ridotta di questo brano era prevista, nel M1962, per il venerdì delle Tempora di Avvento. Come seconda lettura, il Lezionario prevede Rm 15,4-9Questo brano, presente anche nel M1962 proprio in questa II domenica di Avvento, è già segnalato, in una lezione più lunga, comprendente i versetti 4-13 ,  fra le pericopi raccolte nella sezione titolata De Adventu domini dell’antico Capitolare di Würzburg. Come si vede, una continuità in questo caso davvero persistente. Sarebbe interessante delineare le motivazioni di questa scelta, mostrando la rilettura liturgica di questa pericope paolina che diventa un testo di Avvento. Per ora possiamo solo constatare come non aver mantenuto la lezione lunga abbia eliminato la citazione di Isaia 11,10, al versetto 15,12 della Lettera ai Romani, che avrebbe creato un certo legame fra la prima e la seconda lettura. Ma occorre fare i conti con i testi uti iacent, ed osservando il testo latino della versione ci accorgiamo della quarta occorrenza (5)  della famiglia semantica di sapientia: quello che nella versione italiana è reso con «il Dio della perseveranza e della consolazione vi conceda di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti, sull’esempio di Cristo Gesù», nel testo latino è «Deus…det vobis idipsum sapere in alterutrum secundum Christum Iesum» (Rm 15,5). Sapere secundum Christum, ecco una specificazione della sapienza evocata dalle due preghiere. Diventa facile così, già da questa II domenica, allargare lo sguardo fino alla prima delle ferie maggiori dell’Avvento: il 17 dicembre, il testo della prima delle Antifone «O»recita:

 O Sapienza,
che esci dalla bocca dell’Altissimo,
ed arrivi ai confini della terra con forza,
e tutto disponi con dolcezza:
vieni ad insegnarci la via della prudenza.

La sapienza nel «valutare i beni della terra» non è quindi un saper fare pratico ed organizzativo, quanto un netto criterio cristologico. La realtà mondana e la vita dello spirito non sono realtà contrapposte: la «sapienza che viene dal cielo» «arriva ai confini della terra»! E’ semmai la nostra tortuosità e la nostra doppiezza a voler distorcere le realtà create, nel seguire la nostra volontà, chiusi e autodeterminati nell’inseguire progetti e idee vane e vacue come la pula. Per questo il Battista ci chiama a conversione, nel contesto ampio della liturgia domenicale, i cui testi – dobbiamo riconoscerlo – sono composti in modo davvero sapiente: una sapienza che non può essere solo il risultato del lavoro di esperti, ma che nello stratificarsi di varie tradizioni e intuizioni, testimonia la presenza, nella liturgia, della Sapienza personificata: il Signore Gesù vivo e operante.


(1) Cf. qui un post precedente.

(2) GeV 1153: Festinantes, Omnipotens Deus, in occorsum Filii tui Domini nostri nulla inpediant opera actus terrini,  sed caelestis sapienciae erudicio faciat nos eius esse consortes. Interessante questo attacco insolito della preghiera, con un participio plurale: da notare che, nella stessa sezione da cui è tratto questo formulario, poco più sopra un altro testo inizia con lo stesso verbo, questa volta avente Dio come soggetto: Festina, ne tardaveris, Domine Deus….Si può immaginare così un intreccio di «frette», quella di Dio nel voler visitare il suo popolo, e quella del popolo cristiano nell’andare incontro al Signore che viene. Nella moderna versione italiana, questo senso rimane troppo vago, e sembra che il tema dominante, anche se in negativo, sia «l’impegno nel mondo».

(3) Non possiamo essere d’accordo con P. Regan: nel suo pur meritevole studio comparativo, a proposito  dice: «Nella seconda e terza domenica, la preghiera sulle offerte e la preghiera dopo la comunione sono le stesse nei due messali»: P. Regan, Dall’Avvento alla Pentecoste. La Riforma liturgica nel Messale di Paolo VI, Bologna 2013, 51.

(4) Nella II domenica di Avvento in tutti e tre i cicli del Lezionario è prevista la presentazione della figura del Battista sullo sfondo simbolico di Isaia 40,3 (la voce che grida nel deserto), ovviamente con le particolarità di ciascuno dei tre sinottici.

(5) Nella prima lettura, al versetto 2 leggiamo: «spiritus sapientiae» (Is 11,2).

Tempore terraemotus

Condividiamo le riflessioni riportate nel post Legem credendi lex statuat supplicandi…anche a proposito di terremoti? del blog Cantuale Antonianum. Già da qualche giorno avevamo in mente di scrivere qualcosa a proposito: siamo stati preceduti, e siamo contenti di esserlo stati, perché quanto lì scritto non avremmo saputo dirlo meglio.

Ci limitiamo ad osservare che anche nel Messale attuale è proposto un formulario, sebbene provvisto solo di Colletta – le altre orazioni possono essere tratte da altre sezioni -, da usarsi in un frangente terribile quale è quello di eventi tettonici importanti. Prima di esaminare un poco il testo della preghiera, pare assai interessante rileggere l’introduzione alla sezione delle messe votive e per varie necessità. In effetti, nel considerare i titoli dei formulari, qualcuno potrebbe essere indotto a facile ironia o, peggio, a ipotizzare uno scadimento del Messale verso mentalità pre-cristiane o paganeggianti: troviamo infatti formulari di Messe per la patria, per il presidente della repubblica, per il tempo della semina, per chiedere la pioggia, contro le tempeste, per chiedere la grazia della buona morte. Come si vede, un diversissima varietà di formulari, che coprono un ampio spettro di momenti della vita comunitaria, sociale e personale. Retaggio del Messale preconcilare?

Ebbene, la presentazione del Messale a questa grande varietà è prettamente teologica e proviene direttamente da Sacrosanctum Concilium, con un’abbondante citazione:

Poiché la liturgia dei sacramenti e dei sacramentali offre ai fedeli ben disposti la possibilità di santificare quasi tutti gli avvenimenti della vita per mezzo della grazia che fluisce dal mistero pasquale, e poiché l’Eucaristia è il sacramento per eccellenza, il messale presenta formulari di Messe e orazioni che si possono usare nelle diverse circostanze della vita cristiana, per le necessità di tutto il mondo o della Chiesa universale e locale (PNMR 326) (1).

Non c’è dunque nessun aspetto della vita che non possa essere messo in relazione alla Pasqua del Signore Gesù: non stupisce quindi che nella raccolta di Messe ci sia anche un formulario da recitarsi in occasione di terremoti.

Dio creatore, che reggi con la tua sapienza l’armonia dell’universo, abbi pietà di noi tuoi fedeli, sconvolti dai cataclismi che scuotono le profondità della terra; veglia sull’incolumità delle nostre famiglie, perché, anche nella sventura, sentiamo su di noi la tua mano di Padre, e, liberati dal pericolo, possiamo cantare la tua lode. [Deus, qui fundasti terram super stabiliatem suam, parce metuentibus, propitiare supplicibus, ut, trementis terrae periculis penitus amotis, clementiam tuam iugiter sentiamus, et, tua protectione sicuri, tibi serviamus gratanter].

Osservando il testo latino, si può facilmente notare come sia il risultato di una fusione e di una rielaborazione dei testi del Messale precedente, che offriva un formulario completo di tre testi, da due dei quali sono assunti alcuni sintagmi per creare una nuova composizione.

Oratio: Omnipotens sempiterne Deus, qui respicis terra et facis eam tremere: parce metuentibus, propitiare supplicibus; ut, cuius iram terrae fundamenta concutientem expavimus, clemencia contritiones eius  sanantem iugiter sentiamus. [O Dio onnipotente ed eterno tu guardi la terra ed essa trema; perdona chi ti teme, risparmia chi supplica, e, dopo aver temuto il tuo sdegno che scuoteva i cardini della terra, possiamo a lungo esperimentare la tua clemenza che ne ripara le rovine].

Secreta: Deus, qui fundasti terra super stabilitatem suam, suscipe oblationes et preces populi tui: ac, trementis terrae periculis penitus amotis, divinae tuae iracundiae terrores in humanas salutis remedia converte; ut, qui de terra sunt et in terra revententur, gaudeant se fieri sancta conversatione caelestes. [O Dio che hai fondato e reso stabile la terra, accogli le offerte e le preghiere del tuo popolo; rimosso completamente il pericolo del terremoto, muta la paura del tuo giusto sdegno in rimedio per la salvezza degli uomini; ed essi che vengono dalla terra e alla terra ritorneranno, si allietino al pensiero che con una vita santa diventeranno cittadini del cielo].

Post Communio: Tuere nos, Domine, quaesumus, tua sancta sumentes: et terram, quam vidimus nostris iniquitatibus trementem, superno munere firma; ut mortalium corda cognoscant, et te indignante talia flagella prodire, et te miserante cessare. [Proteggi, o Signore, chi si ciba dei santi misteri; e la grazia celeste renda stabile la terra che, a cagione dei nostri peccati, abbiamo visto sussultare; e sappiano gli uomini che dal tuo sdegno nascono questi flagelli e per la tua misericordia hanno fine].

E’ da notare che il nuovo formulario ha escluso ogni riferimento all’ira e allo sdegno divino. Delle due esplicite citazioni bibliche, ne è rimasta una sola, ben chiara nell’originale latino, assai meno evidente nella versione italiana, che come capita spesso va ben oltre una traduzione letterale.

Egli fondò la terra sulle sue basi: non potrà mai vacillare [Sal 104(103),5 – Qui fundasti terram super stabilitatem suam-] [….] Egli guarda la terra ed essa trema, tocca i monti ed essi fumano [Sal 104(103), 32 – Qui respicit terram et facit eam tremere, qui tangit montes, et fumigant].

 

Un’ultima curiosità: il Salm0 104(103) è proposto, in tre sezioni, all’Ufficio delle Letture per la domenica della seconda settimana del salterio. Nel tempo di Pasqua, alla sesta domenica di Pasqua, ad esso sono associate tre antifone proprie, ispirate ai racconti evangelici della resurrezione. Ebbene, nella redazione di Matteo, non solo nel momento della morte di Cristo vi fu un terremoto, ma anche la mattina di Pasqua la terrà tremo: «Ed ecco, vi fu un gran terremoto. Un angelo del Signore, infatti, sceso dal cielo, si avvicinò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa» (Mt 28,2). Riportiamo infine le antifone, avendo nel cuore la preghiera che i nostri fratelli coinvolti da vicino in questo tempo di terremoti possano essere associati al mistero pasquale del Signore e che la luce della Risurrezione illumini questo loro tempo di oscurità. Preghiamo altresì che i loro Pastori possano sostenerne e nutrirne la fede anche in questi frangenti difficili. Un pensiero particolare vada ai monaci benedettini di Norcia, e alla loro testimonianza, che già ha edificato molti.

Ant. 1: Alleluia, lapis revolutus est ab ostio monumenti, alleluia;

Ant. 2: Alleluia, quem quaeris, mulier? Viventem cum mortuis? Alleluia;

Ant. 3: Alleluia, noli flere, Maria: resurrexit Dominus, alleluia.


(1) «…la liturgia dei sacramenti e dei sacramentali offre ai fedeli ben disposti la possibilità di santificare quasi tutti gli avvenimenti della vita per mezzo della grazia divina che fluisce dal mistero pasquale della passione, morte e risurrezione di Cristo, mistero dal quale derivano la loro efficacia tutti i sacramenti e sacramentali» (SC, 61).