Le porte degli inferi, quelle che non hanno prevalso e quelle che non prevarranno

Che ci fosse qualcosa di parziale nell’interpretazione popolare e immaginativa delle parole del Signore a Pietro lo sospettavamo da un po’. Parrebbe che i più intendano una Chiesa in atteggiamento difensivo nei confronti delle forze degli inferi, le quali, nonostante tutto il loro dispiegamento di potenza e di forza, non riescono a vincere. Ma ad una lettura più attenta ci si accorge che le cose non possano essere solo così. Risulta infatti difficile concepire delle porte che si muovono in attacco: lo sfondamento deve essere a parti invertite! Sarebbe la chiesa, quindi, in attacco, ad abbattere le porte degli inferi…Non vogliamo invadere il campo degli esegeti italiani, che hanno reso, nella nuova traduzione, le antiche «porte» con più generiche «potenze», ma ci permettiamo di osservare che se così si è risolto un passo di difficile interpretazione, ci si è privati di un significato importante che, fra l’altro, è rimasto esplicitato nelle note della Bibbia di Gerusalemme (1). Potrebbe essere utile, anche se per il metodo storico-critico di esegesi scritturale ciò sarebbe un orrore, interrogare altri testi non biblici e altre discipline teologiche, a proposito delle porte degli inferi…

In un testo apocrifo attribuito a Nicodemo, si racconta di un momento in cui tali porte «non prevalsero» e, nonostante fossero state rinforzate per l’occasione, vennero infine abbattute.

Mentre Satana e l’Ade parlavano così tra loro, ci fu una voce grande come un tuono, che diceva: “Alzate le vostre porte, o prìncipi, aprite le vostre porte eterne ed entrerà il re della gloria”. L’Ade udì e disse a Satana: “Esci e resistigli, se puoi!”. Satana dunque venne fuori, e l’Ade disse ai suoi demoni: “Rafforzate bene le porte bronzee, tirate le spranghe di ferro, osservate tutte le chiusure, vigilate tutti i punti. Se egli entra qui, guai a noi!”. Udito ciò, i primi padri incominciarono a disprezzarlo, dicendo: “O tu che divori tutto e sei insaziabile, apri affinché possa entrare il re della gloria!”. Il profeta David disse: “Non sai, o cieco, che quando vivevo nel mondo profetai questa parola: “Alzate le vostre porte, o prìncipi”?”. Isaia disse: “Illuminato dallo Spirito santo io previdi e dissi: “I morti risorgeranno e coloro che sono nelle tombe saranno svegliati e si rallegreranno quanti si trovano sulla terra”; e: “Dov’è il tuo pungolo, o morte? Dov’è la tua vittoria, o Ade?”. Venne allora una voce che diceva: “Aprite le porte!”. Udita questa voce per la seconda volta, l’Ade rispose come se non lo conoscesse, dicendo: “Chi è questo re della gloria?”. Gli angeli del padrone gli risposero: “Un Signore forte e potente, un Signore potente in guerra!”. A queste parole, le porte bronzee furono subito infrante e ridotte a pezzi, le sbarre di ferro polverizzate, e tutti i morti, legati in catene, furono liberati e noi con essi. Ed entrò, come un uomo, il re della gloria e furono illuminate tutte le tenebre dell’Ade. (2)

Questa tradizione è passata nell’iconografia orientale: Cristo si rialza dagli inferi, trascinando con i sé gli antichi padri. Ai piedi di Cristo si notano generalmente due ante o battenti di porte e qua e là dei chiavistelli divelti, catenacci spezzati e cose simili, proprio ad indicare che è aperta la possibilità di uscire dalla prigionia infernale.

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C’è dunque un precedente!

Ma come ogni azione della vita di Cristo, anche questa continua ad opera del suo corpo che è la Chiesa. Se è vero che nella vita di ogni uomo esiste la possibilità che gli inferi richiudano le loro porte e lo rendano prigioniero, è vero che di nuovo potranno essere abbattute e non prevarranno: altre porte dovranno essere sfondate e cedere il passo…

Perché questo post non appaia troppo legato a testi e a tradizioni antiche, lasciamo la parola ad un autore contemporaneo, leggendo il quale abbiamo trovato l’occasione di questo post.

Nell’icona della discesa agli inferi compare questa meravigliosa simbologia: le porte della morte sono inchiodate. Chi la contempla viene in tal modo messo di fronte a quest’altra immagine della crocifissione, viene messo di fronte alla morte, in ultima analisi. Le chiavi della nostra prigione sono state messe fuori uso: il vero potere delle chiavi, di cui Cristo parla altrove a proposito del “potere” della Chiesa, è forse da ricercare qui, nel mistero assoluto della resurrezione (cf. Mt 16,17-19). Se la chiesa ha ricevuto un potere, non è altro che quello di incatenare la morte e il male, di liberare l’amore e la vita. Essa non ha altro potere che quello di liberare il povero, il peccatore e lo schiavo, il disgraziato, l’angosciato o il disperato, di aprire loro le porte della vita. Si può immaginare promessa più straordinaria di questa: impedire l’insorgere in ogni uomo di tutto ciò che aliena in profondità la vita umana? Non si tratta dunque né di un potere sulle persone o sui bene, né di un potere sulle cose o sulle idee, ma unicamente, grazie alla santità di Cristo, di esercitare il potere di inchiodare la morte, di legare o di sciogliere, come mostra quest’icona della risurrezione. È questa la forza all’opera nella pasqua. La chiesa ha senso solo quando perdona, quando dà il pane. E quando riflette o fa teologia deve ricordare sempre che ha null’altro da cercare di esprimere se non ha la potenza della resurrezione. Ogni parola detta deve aprire, liberare qualcuno, far accedere all’intelligenza di Dio, nel suo mistero più profondo, che è mistero dell’esistenza, dell’essere e dell’amore. (3)


(1) «In questo passo, le “porte” dell’Ade, personificate, evocano le potenze del male che, dopo aver trascinato gli uomini nella morte del peccato, li incatenarono definitivamente nella morte eterna. Seguendo il suo Signore, morto, “disceso agli inferi” e risuscitato, la Chiesa avrà la missione di strappare gli eletti all’impero della morte, temporale e soprattutto eterna, per farli entrare nel regno dei cieli».

(2) Vangelo di Nicodemo, 5; per il testo completo, cf. qui.

(3) A. Gouzes, La notte luminosa. Iniziazione al mistero della Pasqua, Magnano (BI) 2015, 124.

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Un’antifona dura a morire….d’altronde si tratta dell’introito pasquale!!

Già diverse volte ci è capitato di presentare dei casi in cui la nuova traduzione della Bibbia, risolvendo dei problemi, ne causa altri. Alcuni versetti ora sono tradotti meglio, dal punto di vista tecnico ed esegetico, ma degli stessi se ne rende difficile e complicato l’uso liturgico consacrato dalla Tradizione.

Illustrando la nuova salmodia e i criteri e metodi di scelta (1), Pascher mostra alcuni esempi di come si sia dovuto modificare la salmodia delle solennità e delle feste proprio a causa della nuova versione del testo dei salmi. Pascher era il relatore del gruppo, o Coetus, incaricato della nuova distribuzione dei salmi, per cui la sua parola è assai autorevole. Bene, commentando l’uso tradizionale del salmo 138 nei II vespri delle feste degli Apostoli, ne giustifica l’odierna omissione. Per associazione di idee, l’autore esce un pochino dal contesto dell’articolo (Liturgia delle Ore) e ci svela un dettaglio della composizione del Messale.

Nella Messa di Pasqua, si nota la presenza di due antifone di Introito, con la possibilità di scegliere una delle due. Da dove viene nasce questa particolarità? L’antifona tradizionale Resurrexit, et adhuc tecum sum trova la sua fonte in una versione corrotta del salmo 138. Nella versione riveduta si legge: Si ad finem perveniam, adhuc sum tecum. Ecco come commenta il Pascher: «Bisogna tuttavia dire che è stata posta un’alternativa a questa antifona, che conserva l’errore di traduzione, in modo che quanti trovano difficoltà in questa situazione, possano trovare una via d’uscita: Surrexit Dominus vere, alleluia. Ipsi gloria et imperium per universa aeternitatis saecula» (2). Ma è ancora più curiosa una frase precedente, che ha suggerito il titolo forse un po’ ironico al nostro post: «Fa quindi meraviglia la tenacia con cui è riuscito a “sopravvivere”, quale introito di Pasqua, un altro passo corrotto del medesimo Sal 138».

Nonostante si fosse deciso di adottare criteri precisi e tecnicamente validi, i periti non sempre li hanno applicati in modo rigoroso; no, non erano freddi burocrati e esecutori di sistemi artificiali studiati a tavoli. In questo caso hanno mostrato rispetto della Tradizione, nonostante fosse evidente un problema da risolvere. Forse l’hanno fatto di malavoglia, come sembra emergere dalle parole di Pascher (..fa meraviglia la tenacia con cui è riuscito a sopravvivere..), ma lo hanno fatto.

E tutti gli siamo grati. Anche perché altrimenti non avremmo potuto ascoltare le splendide meditazioni che Benedetto XVI offrì, proprio a partire dal quell’Introito, nella Veglia Pasquale del 2007 e, poi, un anno dopo, nel Messaggio Urbi et Orbi per le festività pasquali 2008.

Buona lettura, e Santa Pasqua!!

 

OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI, Sabato Santo, 7 aprile 2007

Cari fratelli e sorelle!

Dai tempi più antichi la liturgia del giorno di Pasqua comincia con le parole: Resurrexi et adhuc tecum sum – sono risorto e sono sempre con te; tu hai posto su di me la tua mano. La liturgia vi vede la prima parola del Figlio rivolta al Padre dopo la risurrezione, dopo il ritorno dalla notte della morte nel mondo dei viventi. La mano del Padre lo ha sorretto anche in questa notte, e così Egli ha potuto rialzarsi, risorgere.

La parola è tratta dal Salmo 138 e lì ha inizialmente un significato diverso. Questo Salmo è un canto di meraviglia per l’onnipotenza e l’onnipresenza di Dio, un canto di fiducia in quel Dio che non ci lascia mai cadere dalle sue mani. E le sue mani sono mani buone. L’orante immagina un viaggio attraverso tutte le dimensioni dell’universo – che cosa gli accadrà? “Se salgo in cielo, là tu sei, se scendo negli inferi, eccoti. Se prendo le ali dell’aurora per abitare all’estremità del mare, anche là mi guida la tua mano e mi afferra la tua destra. Se dico: «Almeno l’oscurità mi copra…», nemmeno le tenebre per te sono oscure … per te le tenebre sono come luce” (Sal 138 [139],8-12).

Nel giorno di Pasqua la Chiesa ci dice: Gesù Cristo ha compiuto per noi questo viaggio attraverso le dimensioni dell’universo. Nella Lettera agli Efesini leggiamo che Egli è disceso nelle regioni più basse della terra e che Colui che è disceso è il medesimo che è anche asceso al di sopra di tutti i cieli per riempire l’universo (cfr 4,9s). Così la visione del Salmo è diventata realtà. Nell’oscurità impenetrabile della morte Egli è entrato come luce – la notte divenne luminosa come il giorno, e le tenebre divennero luce. Perciò la Chiesa giustamente può considerare la parola di ringraziamento e di fiducia come parola del Risorto rivolta al Padre: “Sì, ho fatto il viaggio fin nelle profondità estreme della terra, nell’abisso della morte e ho portato la luce; e ora sono risorto e sono per sempre afferrato dalle tue mani”. Ma questa parola del Risorto al Padre è diventata anche una parola che il Signore rivolge a noi: “Sono risorto e ora sono sempre con te”, dice a ciascuno di noi. La mia mano ti sorregge. Ovunque tu possa cadere, cadrai nelle mie mani. Sono presente perfino alla porta della morte. Dove nessuno può più accompagnarti e dove tu non puoi portare niente, là ti aspetto io e trasformo per te le tenebre in luce.

Questa parola del Salmo, letta come colloquio del Risorto con noi, è allo stesso tempo una spiegazione di ciò che succede nel Battesimo. Il Battesimo, infatti, è più di un lavacro, di una purificazione. È più dell’assunzione in una comunità. È una nuova nascita. Un nuovo inizio della vita. Il passo della Lettera ai Romani, che abbiamo appena ascoltato, dice con parole misteriose che nel Battesimo siamo stati “innestati” nella somiglianza con la morte di Cristo. Nel Battesimo ci doniamo a Cristo – Egli ci assume in sé, affinché poi non viviamo più per noi stessi, ma grazie a Lui, con Lui e in Lui; affinché viviamo con Lui e così per gli altri. Nel Battesimo abbandoniamo noi stessi, deponiamo la nostra vita nelle sue mani, così da poter dire con san Paolo: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”. Se in questo modo ci doniamo, accettando una specie di morte del nostro io, allora ciò significa anche che il confine tra morte e vita diventa permeabile. Al di qua come al di là della morte siamo con Cristo e per questo, da quel momento in avanti, la morte non è più un vero confine. Paolo ce lo dice in modo molto chiaro nella sua Lettera ai Filippesi: “Per me il vivere è Cristo. Se posso essere presso di Lui (cioè se muoio) è un guadagno. Ma se rimango in questa vita, posso ancora portare frutto. Così sono messo alle strette tra queste due cose: essere sciolto – cioè essere giustiziato – ed essere con Cristo, sarebbe assai meglio; ma rimanere in questa vita è più necessario per voi” (cfr 1,21ss). Di qua e di là del confine della morte egli è con Cristo – non esiste più una vera differenza. Sì, è vero: “Alle spalle e di fronte tu mi circondi. Sempre sono nelle tue mani”. Ai Romani Paolo ha scritto: “Nessuno … vive per se stesso e nessuno muore per se stesso … sia che viviamo, sia che moriamo, siamo … del Signore” (Rm 14,7s).

Cari battezzandi, è questa la novità del Battesimo: la nostra vita appartiene a Cristo, non più a noi stessi. Ma proprio per questo non siamo soli neppure nella morte, ma siamo con Lui che vive sempre. Nel Battesimo, insieme con Cristo, abbiamo già fatto il viaggio cosmico fin nelle profondità della morte. Accompagnati da Lui, anzi, accolti da Lui nel suo amore, siamo liberi dalla paura. Egli ci avvolge e ci porta, ovunque andiamo – Egli che è la Vita stessa.

Ritorniamo ancora alla notte del Sabato Santo. Nel Credo professiamo circa il cammino di Cristo: “Discese agli inferi”. Che cosa accadde allora? Poiché non conosciamo il mondo della morte, possiamo figurarci questo processo del superamento della morte solo mediante immagini che rimangono sempre poco adatte. Con tutta la loro insufficienza, tuttavia, esse ci aiutano a capire qualcosa del mistero. La liturgia applica alla discesa di Gesù nella notte della morte la parola del Salmo 23 [24]: “Sollevate, porte, i vostri frontali, alzatevi, porte antiche!” La porta della morte è chiusa, nessuno può tornare indietro da lì. Non c’è una chiave per questa porta ferrea. Cristo, però, ne possiede la chiave. La sua Croce spalanca le porte della morte, le porte irrevocabili. Esse ora non sono più invalicabili. La sua Croce, la radicalità del suo amore è la chiave che apre questa porta. L’amore di Colui che, essendo Dio, si è fatto uomo per poter morire – questo amore ha la forza per aprire la porta. Questo amore è più forte della morte. Le icone pasquali della Chiesa orientale mostrano come Cristo entra nel mondo dei morti. Il suo vestito è luce, perché Dio è luce. “La notte è chiara come il giorno, le tenebre sono come luce” (cfr Sal 138 [139],12). Gesù che entra nel mondo dei morti porta le stimmate: le sue ferite, i suoi patimenti sono diventati potenza, sono amore che vince la morte. Egli incontra Adamo e tutti gli uomini che aspettano nella notte della morte. Alla loro vista si crede addirittura di udire la preghiera di Giona: “Dal profondo degli inferi ho gridato, e tu hai ascoltato la mia voce” (Gio 2,3). Il Figlio di Dio nell’incarnazione si è fatto una cosa sola con l’essere umano – con Adamo. Ma solo in quel momento, in cui compie l’atto estremo dell’amore discendendo nella notte della morte, Egli porta a compimento il cammino dell’incarnazione. Mediante il suo morire Egli prende per mano Adamo, tutti gli uomini in attesa e li porta alla luce.

Ora, tuttavia, si può domandare: Ma che cosa significa questa immagine? Quale novità è lì realmente accaduta per mezzo di Cristo? L’anima dell’uomo, appunto, è di per sé immortale fin dalla creazione – che cosa di nuovo ha portato Cristo? Sì, l’anima è immortale, perché l’uomo in modo singolare sta nella memoria e nell’amore di Dio, anche dopo la sua caduta. Ma la sua forza non basta per elevarsi verso Dio. Non abbiamo ali che potrebbero portarci fino a tale altezza. E tuttavia, nient’altro può appagare l’uomo eternamente, se non l’essere con Dio. Un’eternità senza questa unione con Dio sarebbe una condanna. L’uomo non riesce a giungere in alto, ma anela verso l’alto: “Dal profondo grido a te…” Solo il Cristo risorto può portarci su fino all’unione con Dio, fin dove le nostre forze non possono arrivare. Egli prende davvero la pecora smarrita sulle sue spalle e la porta a casa. Aggrappati al suo Corpo noi viviamo, e in comunione con il suo Corpo giungiamo fino al cuore di Dio. E solo così è vinta la morte, siamo liberi e la nostra vita è speranza.

È questo il giubilo della Veglia Pasquale: noi siamo liberi. Mediante la risurrezione di Gesù l’amore si è rivelato più forte della morte, più forte del male. L’amore Lo ha fatto discendere ed è al contempo la forza nella quale Egli ascende. La forza per mezzo della quale ci porta con sé. Uniti col suo amore, portati sulle ali dell’amore, come persone che amano scendiamo insieme con Lui nelle tenebre del mondo, sapendo che proprio così saliamo anche con Lui. Preghiamo quindi in questa notte: Signore, dimostra anche oggi che l’amore è più forte dell’odio. Che è più forte della morte. Discendi anche nelle notti e negli inferi di questo nostro tempo moderno e prendi per mano coloro che aspettano. Portali alla luce! Sii anche nelle mie notti oscure con me e conducimi fuori! Aiutami, aiutaci a scendere con te nel buio di coloro che sono in attesa, che gridano dal profondo verso di te! Aiutaci a portarvi la tua luce! Aiutaci ad arrivare al “sì” dell’amore, che ci fa discendere e proprio così salire insieme con te! Amen.

 

Messaggio Pasquale del Santo Padre nella Benedizione Urbi et Orbi – Pasqua 2008

“Resurrexi, et adhuc tecum sum. Alleluia! – Sono risorto, sono sempre con te. Alleluia!”. Cari fratelli e sorelle, Gesù crocifisso e risorto ci ripete oggi quest’annuncio di gioia: è l’annuncio pasquale. Accogliamolo con intimo stupore e gratitudine!

“Resurrexi et adhuc tecum sum – Sono risorto e sono ancora e sempre con te”. Queste parole, tratte da un’antica versione del Salmo 138 (v. 18b), risuonano all’inizio dell’odierna Santa Messa. In esse, al sorgere del sole di Pasqua, la Chiesa riconosce la voce stessa di Gesù che, risorgendo da morte, si rivolge al Padre colmo di felicità e d’amore ed esclama: Padre mio, eccomi! Sono risorto, sono ancora con te e lo sarò per sempre; il tuo Spirito non mi ha mai abbandonato. Possiamo così comprendere in modo nuovo anche altre espressioni del Salmo: “Se salgo in cielo, là tu sei, / se scendo negli inferi, eccoti. / … / Nemmeno le tenebre per te sono oscure, / e la notte è chiara come il giorno; / per te le tenebre sono come luce” (Sal 138, 8.12). È vero: nella solenne veglia di Pasqua le tenebre diventano luce, la notte cede il passo al giorno che non conosce tramonto. La morte e risurrezione del Verbo di Dio incarnato è un evento di amore insuperabile, è la vittoria dell’Amore che ci ha liberati dalla schiavitù del peccato e della morte. Ha cambiato il corso della storia, infondendo un indelebile e rinnovato senso e valore alla vita dell’uomo.

“Sono risorto e sono ancora e sempre con te”. Queste parole ci invitano a contemplare Cristo risorto, facendone risuonare nel nostro cuore la voce. Con il suo sacrificio redentore Gesù di Nazareth ci ha resi figli adottivi di Dio, così che ora possiamo inserirci anche noi nel dialogo misterioso tra Lui e il Padre. Ritorna alla mente quanto un giorno Egli ebbe a dire ai suoi ascoltatori: “Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare” (Mt 11,27). In questa prospettiva, avvertiamo che l’affermazione rivolta oggi da Gesù risorto al Padre, – “Sono ancora e sempre con te” – riguarda come di riflesso anche noi, “figli di Dio e coeredi di Cristo, se veramente partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare alla sua gloria” (cfr Rm 8,17). Grazie alla morte e risurrezione di Cristo, pure noi quest’oggi risorgiamo a vita nuova, ed unendo la nostra alla sua voce proclamiamo di voler restare per sempre con Dio, Padre nostro infinitamente buono e misericordioso.

Entriamo così nella profondità del mistero pasquale. L’evento sorprendente della risurrezione di Gesù è essenzialmente un evento d’amore: amore del Padre che consegna il Figlio per la salvezza del mondo; amore del Figlio che si abbandona al volere del Padre per tutti noi; amore dello Spirito che risuscita Gesù dai morti nel suo corpo trasfigurato. Ed ancora: amore del Padre che “riabbraccia” il Figlio avvolgendolo nella sua gloria; amore del Figlio che con la forza dello Spirito ritorna al Padre rivestito della nostra umanità trasfigurata. Dall’odierna solennità, che ci fa rivivere l’esperienza assoluta e singolare della risurrezione di Gesù, ci viene dunque un appello a convertirci all’Amore; ci viene un invito a vivere rifiutando l’odio e l’egoismo e a seguire docilmente le orme dell’Agnello immolato per la nostra salvezza, a imitare il Redentore “mite e umile di cuore”, che è “ristoro per le nostre anime” (cfr Mt 11,29)….


(1) J. Pascher, «Il nuovo ordinamento della salmodia nella Liturgia romana delle Ore», in Liturgia delle Ore. Documenti ufficiali e Studi (Quaderni di Rivista Liturgica 14), Leumann (TO) 1972, 161-184.

(2) Ibid., 183

Silenzio sulla terra,…ma sottoterra una voce parla, eccome!

..Cristo ha varcato la soglia della nostra ultima solitudine, calandosi con la sua passione in questo abisso del nostro estremo abbandono. Là dove nessuna voce è più in grado di raggiungerci, egli è tuttora presente. Con ciò però l’inferno è vinto per sempre, o – per essere più esatti – la morte, che prima era davvero l’«inferno», ora non lo è più. Anzi, nessuno dei due è più lo stesso di prima, perché in seno alla morte pulsa ora la vita, in quanto vi inabita l’amore.

J. Ratzinger, Introduzione al cristianesimo, Brescia 1986, 245.

 

Quale sia questa voce, che è in grado di raggiungerci là dove nessuna voce può farlo, ce lo suggerisce la liturgia:

ora parlo e nella mia potenza ordino a coloro che erano in carcere: Uscite! A coloro che erano nelle tenebre: Siate illuminati! A coloro che erano morti: Risorgete! A te comando: Svegliati, tu che dormi! Infatti non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell’inferno. Risorgi dai morti. Io sono la vita dei morti. Risorgi, opera delle mie mani! Risorgi mia effige, fatta a mia immagine! Risorgi, usciamo di qui! Tu in me e io in te siamo infatti un’unica e indivisa natura. […] Sorgi, allontaniamoci di qui. Il nemico ti fece uscire dalla terra del paradiso. Io invece non ti rimetto più in quel giardino, ma ti colloco sul trono celeste.

Da un’antica omelia sul Sabato Santo.

Che il Signore ci conceda di ascoltare ancora, rivolta a noi, questa voce potente!

Buon sabato santo e buona preparazione alla santa notte pasquale.

Una “frode” poco liturgica e le giustificazioni di un liturgista..

Non ci convincono affatto – per quello che vale la nostra opinione – le argomentazioni di Enzo Lodi, a proposito della versione degli Inni della Liturgia delle Ore della Settimana Santa. Il confronto fra gli inni latini proposti e – grazie a Dio – mantenuti nella sezione relativa, e quelli italiani che li precedono nella disposizione tipografica, rende evidente il fatto che non si tratti di un tentativo di traduzione quanto piuttosto della sostituzione di testi, forse ritenuti non più adatti. In particolare, risalta l’0missione dell’Inno Pange, lingua, gloriosi proelium certaminis…Ci vuole coraggio, infatti, a qualificare come «saggia»  (1) tale rinuncia. Per cosa, poi? Per mutuare, come inno delle Lodi, l’inno dei vespri dei venerdì del tempo ordinario. Un’operazione un pochino discutibile, che si aggiunge all’altrettanto – o più – discutibile traduzione di questo stesso inno. E’ ancora Lodi che ce la commenta. Prima delle parole del liturgista bolognese, riportiamo la versione originale e una versione italiana in certi aspetti più fedele, e poi la versione di Gherardi, quella che è stata assunta dal libro liturgico ufficiale.

Plasmator hominis Deus, / Qui cuncta solus ordinans, / Humum jubes producere / Reptantis et feræ genus:

Qui magna rerum corpora, / Dictu jubentis vivida, / Ut serviant per ordinem, / Subdens dedisti homini:

Repelle a servis tuis, / Quidquid per immunditiam, /  Aut moribus se suggerit, / Aut actibus se interserit.

Da gaudiorum præmia, / Da gratiarum munera: / Dissolve litis vincula, / Astringe pacis fœdera.

Præsta, Pater piissime, / Patrique compar Unice, / Cum Spiritu Parassito / Regnans per omne sæculum. Amen.

O Dio, creatore dell’uomo, / che, ordinando da solo tutte le cose, / comandasti alla terra di produrre / ogni specie di rettili e di fiere;

Tu che grandi animali, / chiamasti con un cenno alla vita, / e, sottomettendoli, li desti all’ uomo / affinché secondo la regola lo servissero;

tieni lontano dai tuoi servi / tutto ciò che di impuro / voglia insinuarsi nei costumi, / o mescolarsi alle azioni.

Da’ il premio della gioia, / da’ il dono della grazia; / sciogli i vincoli della discordia, / stringi i legami della pace.

Concedicelo, o Padre pietosissimo, / e (anche) Tu Unigenito uguale al Padre, / che con lo Spirito Parassito / regnate per tutti i secoli. Amen.

O Gesù redentore, / immagine del Padre, / luce d’eterna luce, / accogli il nostro canto.

Per radunare i popoli / nel patto dell’amore, / distendi le tue braccia / sul legno della croce.

Dal tuo fianco squarciato / effondi sull’altare / i misteri pasquali / della nostra salvezza.

A te sia lode, o Cristo, / speranza delle genti, / al Padre e al Santo Spirito / nei secoli dei secoli. Amen.

 

Quest’antico inno (secc. VII-VIII), composto di quattro strofe quaternarie, è stato ridotto a tre strofe (esclusa la dossologia), abbandonando la tematica del sesto giorno della creazione (Gen 1,24-31) dove si evoca la creazione degli animali dalla terra, per sviluppare invece la tematica cristologica della nuova alleanza («nel patto dell’amore») sigillata dal sacrificio della croce («distendi le tue labbra sul legno della croce»). Anche la terza strofa, su questa traccia pasquale, esprime liricamente questo rapporto fra la fonte del fianco squarciato e la vita sacramentale che viene profusa «sull’altare dei misteri pasquali della nostra salvezza». Lo spunto di questo sviluppo è stato dato da un solo verso (v. 16: «astringe pacis foedera»). Una ricostruzione dunque ricca e anche poeticamente riuscita. (2)

Si potrebbe discutere se sia stato fatto un progresso, nel proporre nella settimana santa un inno del tempo ordinario: potrebbe avere un senso, ma più senso parrebbe averlo il contrario, cioè proporre per ogni venerdì del tempo ordinario un inno proprio della settimana santa. A prescindere da tale riflessione, risulta davvero curioso sostenere che a partire da un versetto si possano alterare tutte le altre strofe, spacciando tale operazione come ricostruzione. Viene in mente,  a proposito, un termine che compare proprio nell’inno di Venanzio Fortunato sparito dall’innario italiano: de parentis protoplasti fraude…. Si perdoni la battuta, non si vuole certo paragonare l’inganno originale con la questione poc’anzi sollevata! Forse non sarebbe del tutto giusto parlare di frode, ma neppure si possono accettare giustificazioni così complicate e astruse senza almeno un minimo di ironia: talvolta i liturgisti si prendono troppo sul serio….


(1) E. Lodi, «L’innario della liturgia oraria nell’opera poetica di L. Gherardi», in G. Mattenzi – S. Ottani (edd.), La cupola fra le torri. Scritti per mons. Luciano Gherardi nel 50 di ordinazione sacerdotale, Bologna 1992, 109.

(2) Ibid., 101.

 

 

 

Intorno alla V Domenica di Quaresima: “Iudica me, Deus..”, et alia.

Uno sguardo completo ai testi della liturgia della V domenica di Quaresima quest’anno (C) permette di apprezzare richiami incrociati, che si compongono in un mirabile quadro. Si tratta di arricchire la meditazione con dati che lungo la tradizione si sono sedimentati in modo frammentario – per questo da essi non si può far discendere un’argomentazione rigorosa e sistematica -, ma che tuttavia sono oggettivi: sarebbe un peccato non cogliere i suggerimenti che paiono emergere.

La pericope evangelica di quest’anno – l’adultera perdonata (Gv 8,1-11) è appropriatamente introdotta dall’antifona d’ingresso: «Fammi giustizia, o Dio, e difendi la mia causa contro gente senza pietà; salvami dall’uomo ingiusto e malvagio, perché tu sei il mio Dio e la mia difesa» (Sal 42,1-2). L’antico testo, scelto per accompagnare l’inizio del Tempo di Passione – la nostra V domenica di quaresima era infatti la I domenica di Passione (1) – risulta sorprendentemente armonico con il nostro Lezionario.

L’interpretazione prevalentemente cristologica del contesto antico – in esso l’antifona introduceva il tema della Passione dell’Unico Innocente, giudicato ingiustamente – sembra allargarsi: il cristiano penitente invoca il Dio misericordioso, perché lo sottragga dalle accuse spietate del Nemico. Ma pure l’adultera evangelica potrebbe di certo fare sue le parole della nostra antifona!

Potrebbe essere utile gettare uno sguardo anche al lezionario del giorno successivo, il lunedì della V settimana di Quaresima: il Vangelo è l’immediata prosecuzione del testo domenicale, mentre è assai interessante la prima lettura, per la coincidenza tematica, seppur in certi aspetti rovesciata: si tratta dell’episodio di Susanna. A differenza dell’adultera colta in flagrante peccato, la “casta Susanna” viene condannata ingiustamente da due anziani giudici perversi; entrambe, però, sono infine salvate dalla lapidazione. Nell’episodio dell’Antico Testamento, grazie all’ispirato intervento del giovane Daniele «il quale si mise a gridare: “Io sono innocente del sangue di lei!”» (Dan 13,46). Alla luce della pagina evangelica e della crescente ostilità nei confronti di Gesù, che la lettura progressiva di Giovanni testimonierà nei prossimi giorni, impressiona rileggere la reazione degli astanti di Daniele: «Il popolo tornò subito indietro e gli anziani dissero a Daniele: “Vieni, siedi in mezzo a noi e facci da maestro, poiché Dio ti ha concesso le prerogative dell’anzianità”. […] Da quel giorno in poi Daniele divenne grande di fronte al popolo» (Dan 13,50.64). «Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo» (Gv 11,53), testimonia l’evangelista, dopo l’episodio della risurrezione di Lazzaro, testo legato anch’esso a questa V Domenica, nel ciclo A.

Ma torniamo a Daniele e alla sorta di tipo rovesciato che si crea fra Daniele, che sventa la meschina vendetta di due pervertiti contro una nobile ragazza e che per questo acquista autorità e rispetto, e Gesù Cristo, che svela la malizia degli scribi e dei farisei, chiusi nelle loro macchinazioni e nelle assurde pretese di fare giustizia, offre la grazia di un futuro nuovo alla donna peccatrice («va’ e d’ora in poi non peccare più») e che per questo, fra l’altro, si pregiudicherà il proprio, di futuro: sarà Lui ad essere condannato a morte.

Quest’insieme di rimandi e di connessioni, che la Liturgia ricama sull’ordito già finissimo della Sacra Scrittura è davvero assai ricco.

Possiamo aggiungere altri dettagli. La versione liturgica dell’Antifona ritocca leggermente il testo del Salmo nella Vulgata, la cui lezione sarebbe: «Iudica me, Deus, et discerne causam meam de gente non sancta, ab homine iniquo, et doloso erue me. Quia tu es, Deus, fortitudo mea». Abbiamo evidenziato quel verbo – che nell’Antifona era reso con eripe -, perché esso torna anche nella Liturgia delle Ore. Ecco, infatti, la seconda antifona delle Lodi: «Erue nos in mirabílibus tuis, et salvos nos fac de manu mortis (Salvaci, rinnova i prodigi per noi, strappaci dal potere della morte)». Si tratta di un testo composito, la cui prima parte è tratta dal libro di Daniele (eccolo di nuovo!, ma d’altronde la seconda antifona accompagna il Cantico dei tre giovani nella fornace) mentre la seconda parte è ispirata dal libro del profeta Osea. Vediamo meglio.

Appunto pochi versetti prima del Cantico dei tre giovani, il libro di Daniele riporta la lunga preghiera di Azaria, in parte ripresa poi dalla Liturgia delle Ore come cantico alle lodi del martedì della IV settimana; l’ultima parte recita:

Fa’ con noi secondo la tua clemenza, secondo la tua grande misericordia. Salvaci con i tuoi prodigi (erue nos in mirabilibus tuis), da’ gloria al tuo nome, Signore. Siano invece confusi quanti mostrano il male ai tuoi servi, siano coperti di vergogna, privati della loro potenza e del loro dominio, sia infranta la loro forza! Sappiano che tu sei il Signore, il Dio unico e glorioso su tutta la terra (Dan 3,42-45).

Anche qui impressiona una confronto in controluce con Giovanni 8, con gli scribi e i farisei costretti a ripiegare, confusi e «coperti di vergogna» dalla geniale risposta di Gesù: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». Inoltre, la traduzione italiana dell’antifona sembra riecheggiare pure la prima lettura: quel «rinnova i tuoi prodigi per noi» che l’assemblea orante rivolge a Dio, si appoggia davvero bene con quanto Dio stesso aveva detto: «Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco io faccio una cosa nuova» (Is 43,18-19).

La seconda parte dell’antifona è ispirata da un testo biblico dalla difficile interpretazione – direbbero i biblisti rigorosi (2)-, ma che la liturgia, seguendo del resto san Paolo, interpreta liberamente:

Li strapperò di mano agli inferi (de manu mortis liberabo eos), li riscatterò dalla morte? Dov’è, o morte, la tua peste? Dov’è, o inferi, il vostro sterminio? La compassione è nascosta ai miei occhi (Os 13,14).

La liturgia non teme di trasformare in supplica fiduciosa quanto nella Scrittura sembra – almeno secondo la lettera stretta – tutt’altro che un’espressione favorevole: ma non si tratta di un’arbitraria operazione testuale, quanto di una corrispondenza ad un reale e profondo compimento della Scrittura nella Persona di Cristo, che concede al suo Corpo – la Chiesa orante e il singolo fedele – di appropriarsi delle sue stesse parole.

Ma per questa domenica, possiamo fermarci qui.


 

(1) Nell’odierno Messale, ne è rimasta traccia nell’uso, previsto dal lunedì successivo alla V domenica, del prefazio I della Passione.

(2) Così la nota della Bibbia di Gerusalemme: «Il contesto esige di interpretare  questo v. 14 come una minaccia. Le due prime domande richiedono una risposta negativa e le due successive sono un richiamo che invita la morte e gli inferi a inviare flagelli sul popolo ribelle. San Paolo cita questo testo per annunciare che la morte è vinta (1Cor 15,55); ma egli l’interpreta secondo l’uso del suo tempo, quando non si temeva di isolare una frase dal suo contesto». Il curatore della nota dimentica, oltre alla tradizione interpretativa della Vulgata, l’ancora più importante tradizione interpretativa della Liturgia.

Una buona visita in libreria. Prima della Pasqua.

Ci fa davvero piacere segnalare una recente pubblicazione, in cui la competenza di provati esegeti si confronta con il dato della liturgia, mostrando la ricchezza dell’approccio sintetico fra Bibbia e Liturgia. Si tratta di un lavoro che, in grado molto, moltissimo, inferiore, andiamo facendo in certo modo anche nelle povere pagine di questo piccolo blog.

D’altronde riconosciamo in uno dei «pensatori» di questo volume, un nostro maestro, docente al Pontificio Istituto Liturgico, e da qualche tempo professore anche presso il Dipartimento di Teologia Biblica della Pontificia Università Gregoriana.

La pubblicazione in questione raccoglie le conferenze presentate in una giornata di studi di quella Istituzione Accademica. Il titolo, dell’una e dell’altra, è assai intrigante: La Bibbia si apre a Pasqua. Il lezionario della Veglia Pasquale: storia, esegesi, liturgia.

On line, è disponibile l’introduzione e l’indice (2). Si tratta, senza dubbio, di uno strumento utilissimo, proprio nell’avvicinarsi della Santa Notte di Pasqua. Se non altro per la novità dell’approccio. Non manca forse qualche forzatura e non tutti i contributi paiono dello stesso valore, ma crediamo che valga la pena incoraggiare questa iniziativa.

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Avevamo da poco pubblicato il nostro ultimo post (1), in cui echeggiava l’eucologia della veglia pasquale, che ci è capitato di leggere le note di un biblista intorno alle prime letture della celebrazione della Parola della notte. Confessiamo che non si credeva ai nostri occhi:

Il sabato e oltre

La prima lettura della Veglia non solo introduce quelli che saranno i simboli materiali della Veglia (la luce, l’acqua); insieme alla loro dinamica (il sorgere, la separazione) fornisce al lezionario di Pasqua anche la sua scansione temporale. L’evento pasquale in effetti si iscrive nella scia della settimana creatrice, conclusa con il sabato (Gen 2,2-3), e porta l’opera divina più avanti: «Passato il sabato […] Di buon mattino, il primo giorno dopo il sabato» (Mc 1,2); «Il primo giorno dopo il sabato, di buon mattino» (Lc 24,1). Il nuovo inizio si avverte in particolare nel Vangelo secondo Giovanni che fa uso del numero cardinale per qualificare il giorno della risurrezione – «Nel giorno uno dopo il sabato (tê de mia ton sabbátón)» (Gv 201,) – e così riecheggia il giorno iniziale della creazione in Gen 1,5: «giorno uno (yôm ’ehad)».  […] Alla fine dell’arco delle letture, la risurrezione è un evento che si misura a partire dal mistero della creazione – in ambedue i misteri si dichiara l’onnipotenza divina in una manifestazione di luce. L’orazione che fa da eco a Gen 1 esprime questa corrispondenza sotto la forma di un «tanto più»: «Se fu grande all’inizio la creazione del mondo, ben più grande, nella pienezza dei tempi, fu l’opera della nostra redenzione».

J. P. Sonnet, «Le letture della Genesi. La creazione (Gen 1,1-2,2) e la legatura di Isacco (Gen 22,1-18)», in J.-P. Sonnet (ed.), La Bibbia si apre a Pasqua. Il lezionario della Veglia pasquale: storia, esegesi e liturgia, Roma – Cinisello Balsamo (MI) 2016, 71-72.


(1) La_Bibbia_si_apre_a_Pasqua._Il_lezionari-2

(2) Qui.

What a wonderful way!

Ci permettiamo di parafrasare la nota canzone di Louis Armstrong, per sottolineare una  felice particolarità della traduzione inglese della Colletta della IV domenica di Quaresima: O God, who through your Word reconcile the human race to yourself in a wonderful way, grant, we pray, that with prompt devotion and eager faith the Christian people may hasten toward the solemn celebrations to come, che rende l’originale latino: Deus, qui per Verbum tuum humani generis reconciliationem mirabiliter operaris, praesta, quaesumus, ut populus christianus prompta devotione et alacri fide ad ventura sollemnia valeat festinare.

L’avverbio mirabiliter è degno di nota: secondo le osservazioni del liturgista, e biblista, R. De Zan (1), l’uso di tale lessema è, nel temporale del messale romano, è associato alla creazione e alla redenzione. In questo, ci potrebbe essere un’analogia con un fenomeno che i biblisti conoscono bene: nell’Antico Testamento, alcuni verbi sono riservati esclusivamente a Dio come soggetto; Dio solo crea, Dio solo perdona.

Solo le azioni di Dio sono mirabili, solo le sue opere destano meraviglia e suscitano stupore. Tutto il resto è noia, si potrebbe dire,  usando ancora altre parole da vecchie canzoni.

Sono sfumature, si potrebbe eccepire. Eppure sarebbe stato utile considerare bene il senso e il significato di quell’avverbio. Di fronte ad un’opera mirabile, in risposta alla contemplazione stupita del mistero della redenzione, suona alquanto strano un richiamo ad un generico «generoso impegno», come recita la versione italiana della Colletta. Che ci sia accorti di qualcosa che non andava, lo fa trasparire il fatto che il traduttore ha dovuto invertire i due sintagmi: ha dovuto anticipare «fede viva» – che nel latino viene dopo -, posticipando quel «generoso impegno» (2).

Concludiamo questa breve nota, evidenziando come davvero questa colletta aiuti a sentire la Pasqua vicina. Quel «mirabiliter» fa risuonare l’eco della liturgia della santa notte della Veglia, durante la quale ci sarà di che stupirsi! Nei suoi formulari, infatti, il lessico della meraviglia è più volte usato:

O mira circa nos tuae pietatis dignatio (Preconio)

…Deus, qui es in omnium operum tuorum dispensatione mirabilis (Colletta dopo la 1° lettura)

Deus, qui mirabiliter creasti hominem et mirabilius redimisti (Colletta alternativa dopo la 1° lettura)

Deus, qui invisibili potentia per sacramentorum signa mirabilem operaris effectus (Benedizione dell’acqua battesimale)

..nobis, mirabile nostrae creationis opus, sed et redemptionis nostrae mirabilius, memorantibus… (Benedizione dell’acqua del fonte, nel caso in cui non ci siano battezzandi)

What a wonderful way! Ci sarà prima da stupirsi, dovremmo contemplare – a bocca aperta – le meraviglie della salvezza, poi seguirà l’impegno (?). Senza il primo momento, si rischia di cadere in quello che una volta J. Ratzinger chiamò il pelagianismo dei pii.


(1) R. De Zan, «La Misericordia del Padre. Itinerario biblico-liturgico di un’esplorazione», Notitiae 51 (2015) 209.

(2) Cf. qui e qui.