Problemi di cuore: dettagli e distonie intorno al salmo 107

In un approfondimento (1) interessante anche se forse incompleto, Jordi Gibert affrontava il tema delle antifone non salmiche dell’Ordinario della Liturgia delle Ore, cioè di quel gruppo di antifone che , a differenza della grande maggioranza di esse, non sono tratte dallo stesso salmo che accompagnano, ma da altri libri della Sacra Scrittura o sono composizioni ecclesiastiche. Nell’elenco  delle 44 antifone individuate dallo studio del Gibert (stiamo parlando del tempo ordinario) a ragione non compare l’antifona al salmo 107, collocato alle Lodi del mercoledì della IV settimana. Infatti, come dovrebbe sempre essere, a meno di ulteriori specificazioni, uno studio liturgico che voglia essere scientifico va condotto sulle edizioni tipiche: nel nostro caso la versione latina della Liturgia delle Ore riporta come antifona la seguente espressione: «Paratum cor meum, Deus, paratum cor meum», che corrisponde in effetti al primo versetto del salmo: «Paratum cor meum, Deus, paratum cor meum, cantabo et psallam...».

Tuttavia, nella recitazione in italiano, sorge un piccolo corto circuito. Vediamo (2). La traduzione dell’antifona ha letto il latino «paratum» con «pronto» (3), mentre i traduttori del salmo hanno preferito l’aggettivo «saldo». Di per sè, quindi, sembra non cambiare molto il senso, se non per piccole sfumature. Perché allora rompere l’unità di antifona e salmo?  Vale di più il tentativo di rendere il testo scritturistico più fedelmente possibile oppure mantenere nella liturgia una tradizione antifonale, con connessa codificazione musicale, anch’essa attestata? Non converebbe che i liturgisti fossero attenti a simili questioni e che, viceversa, i biblisti considerassero pure tali ricadute, nelle loro scelte di traduzione (4).

Alla fine rimane la domanda: il cuore dell’orante dovrà essere pronto o saldo?

Sarà interessante vedere come verrano risolte tali problematiche, quando anche nella Liturgia delle Ore si introdurrà la nuova traduzione della Bibbia approvata dalla Conferenza Episcopale Italiana. Senza adesso verificare nei testi, possiamo immaginare che in altre occorrenze si verificherà una distonia fra antifona e salmo, forse pur maggiore della differenza, qui evidenziata, fra cuore pronto e cuore saldo.

Non tutte le versioni, nelle principali lingue europee, presentano la stessa problematica della versione italiana. In inglese, ad esempio, antifona e salmo coincidono: «(A) My heart is ready, o God, my heart is ready; (S) My heart is ready, o God…». Il francese sostituisce del tutto l’antifona: «Éveillez-vous, harpe, cithare: que j’éveille l’aurore; (S) Mon coeur est prêt, mon Dieu…». Lo spagnolo adegua l’antifona al salmo: «(A) Mi corazón está firme, Dios mío, mi corazón está firme; (S) Dios mío, mi corazón está firme..».

P.S. Giovanni Paolo II, nelle sue catechesi sui salmi della Liturgia delle Ore, a proposito del salmo 107, disse alcune cose degne di nota sull’uso liturgico dei salmi: cf. qui: http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/audiences/2003/documents/hf_jp-ii_aud_20030528.html : «anche la liturgia cristiana spesso fonde insieme brani biblici differenti così da trasformarli in un nuovo testo, destinato a illuminare situazioni inedite. Permane tuttavia il legame con la base originaria. In pratica il Salmo 107 – (ma non è il solo; si veda, tanto per evocare un’altra testimonianza, il Salmo 143) – mostra come già Israele nell’Antico Testamento riutilizzava e attualizzava la Parola di Dio rivelata».

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(1) J. Gibert, «Le antifone non salmiche dell’Ordinario della Liturgia Horarum romana. Tracce per ulteriori approfondimenti», in Psallendum. Miscellanea di studi in onore del prof. Jordi Pinell i Pons, osb (Studia Anselmiana 105, Analecta liturgica 15), ed. I. Scicolone, Roma 1992, 111-138.

(2) Non dubitiamo esistano studi che abbiano sottolineato tale problematica, ma confessiamo la nostra impossibilità a verificarlo, a causa della chiusura estiva delle nostre biblioteche di riferimento. Pertanto, introduciamo solo brevemente ad un problema probabilmente evidenziato da altri: come considerare la diversità fra il testo dell’antifona e il testo del salmo?

(3) Partendo dal latino paratum, la traduzione italiana pare ineccepibile: da un semplice vocabolario, l’aggettivo paratus,a,um viene reso in italiano con: preparato, apparecchiato,  pronto, deciso, deliberato, ben preparato, ben fornito, pronto a combattere, preparato convenientemente. Il verbo da cui proviene, paro, sottolinea ancora meglio l’idea di preparazione, allestimento, avere l’intenzione, disporsi.

(4) Un biblista italiano, che fra l’altro ha collaborato alla nuova versione della Bibbia Cei, nota tale differenza, senza però dare ad essa alcun peso: «”Saldo è il mio cuore, o Dio, saldo è il mio cuore. A te voglio cantare. Ti celebrerà tra i popoli, Signore. Il tuo amore è grande al di sopra dei cieli, la tua verità fino alle nubi…”. Altre traduzioni invece di “saldo” hanno “pronto” oppure “tranquillo”, ma – a quanto pare – non ne patisce il significato profondo dell’espressione biblica. Qui infatti si vuole affermare che, per cantare l’amore grande di Dio, il cuore del credente è sempre disponibile, sempre vigilante, sempre sensibile. Questo infattati non altro che la risposta del salvato al Salvatore, la reazione dell’amato all’Amante. Lo traduce bene anche la liturgia delle Ore, formulando per il nostro salmo questa antifona: “Il mio cuore è pronto per te, per te mio Dio”»: C. Ghidelli, Cuore a cuore. Riflessioni bibliche, Milano 2000, 52.

Il Martimort che non ci si aspetta. O meglio detto: Il Martimort che qualcuno non si aspetterebbe. Piccolissimo contributo all’ermeneutica della riforma liturgica.

Martimort

Già avevamo mostrato, qualche tempo fa (1), un piccolissimo esempio del clima in cui si lavorava nella commissione che coordinava i lavori di riforma della Liturgia delle Ore. Almeno per il Segretario di quel gruppo di esperti era assai chiaro come fossero a servizio dei Pastori e della Chiesa intera, e non al di sopra, in forza dei loro studi e delle loro competenze. Le decisioni definitive e normative venivano lasciate ad altri, mentre il loro compito era preparare soluzioni ai problemi e alle questioni sulle quali veniva chiesta la loro consulenza propositiva. Non possiamo dire se fu sempre così, ma per quel che abbiamo visto sulla riforma del Breviario, la documentazione fotografa una realtà ben diversa da quanto qualcuno vorrebbe insinuare, immaginando Cardinali e Vescovi che per timore reverenziale accettarono senza discutere le proposte degli esperti. Oggi possiamo mostrare un altro dettaglio, per certi versi ancora più significativo ed eloquente. Si tratta di un passaggio di un documento, la cui importanza è così descritta da Bugnini nelle sue memorie:

In preparazione della VII adunanza generale del “Consilium” (autunno 1966), il can. Martimort inviò ai suoi collaboratori verso la fine di luglio un ampio esposto di 40 fitte pagine, il più ampio di quanti ne abbia scritti sull’argomento, in cui trattava cinque problemi fondamentali: salmi imprecatori e storici; se dire tre ore minori oppure una sola; struttura di lodi e vespri; se proporre uno o due breviari; se ritenere o no gli elementi corali. La relazione si basava sulle risposte al questionario del 16 dicembre 1965, sui desideri e sulle proposte ricevute direttamente dal relatore, sulla documentazione riguardante l’ufficio divino presso altre comunità non cattoliche. L’esposto è di una ricchezza storica e liturgica sorprendente. I singoli punti sono approfonditi alla luce della pastorale e nella cornice dei documenti conciliari (2).

Ci troviamo di fronte, quindi, ad un documento che testimonia una fase critica e decisiva nella dinamica di riforma della preghiera delle Ore, nel suo impianto generale e nei singoli elementi. Secondo la volgata avversa alla riforma e oggi, in qualche modo, di nuovo, per la maggiore, ci si immaginerebbe la parte degli esperti del Consilium in fermento inquieto, innervosita dalla lentezza estenuante delle decisioni e dei ripensamenti dei Padri, agitata da irrequietezza e desiderosa di imporre i propri punti di vista come assoluti. Il fascicolo di Martimort, invece, si distingue per equilibrio, offrendo per ogni questione una sintesi delle diverse opinioni e un’argomentare pacato e prudente, capace di mostrare pro e contro delle diverse opzioni. Manca, insomma, quell’unilateralismo che si è gettato come un sospetto ormai radicato sull’opera di riforma.
Da uno dei più grandi liturgisti del tempo, impegnato in prima persona in tantissimi progetti di riforma, potrebbero sembrare strane e del tutto inaspettate le dichiarazioni che alleghiamo più sotto. Ma come spesso accade, le fonti ci obbligano a rivedere posizioni precostituite e precomprensioni parziali.
Ancora una piccola precisazione: il riferimento a Baumstark – che si vedrà più sotto – si riferisce alla differenza, riportata alla luce dal grande studioso tedesco, fra Ufficio monastico (le ore di preghiera e il tipo di salmodia proprie di assemblee di monaci) e Ufficio di Cattedrale (le ore di preghiera e il tipo di salmodia proprie di assemblee liturgiche del popolo riunito con il proprio vescovo e il clero locale): tale differenziazione rischiava di essere talvolta assolutizzata e usata in modo arbitrario, come prova storica, per appoggiare proposte estreme e non mediate.
Lasciamo dunque la parola a Martimort, grati alla sua sapiente opera di equilibrio e moderazione, auspicando che tale moderazione sia concessa anche a quei liturgisti odierni che paiono ugualmente scontenti della riforma liturgica pur partendo da prospettive opposte: chi ritiene la riforma troppo audace e innovatrice e chi la ritiene troppo prudente e conservativa si ritrova paradossalmente accumunato su posizioni simili, che potrebbero facilmente essere superate con uno studio serio sui documenti.

Par parenthèse, il faut mettre en garde contre tous ces projets de réforme liturgique qui sont l’ouvre de professeurs, moines ou autres, n’ayant aucune expérience du ministère tel qu’il est vécu par les curés de campagne, les prêtres de la ville et les missionnaires.
Ces diverses considérations mettent en garde contre le mirage des reconstitutions historiques. A. Baumstark, s’il vivait, serait le premier à protester contre l’emploi abusif des lois historiques qu’il a découvertes et définies. (3)

Nostra Traduzione: Per inciso, si deve mettere in guardia contro tutti questi progetti di riforma liturgica, opera di professori, monaci o altri, che non hanno alcuna esperienza di ministero pastorale, così come è vissuto dai sacerdoti di campagna, di città o missionari.
Queste diverse considerazioni mettono in guardia contro l’illusione di ricostruzioni storiche. Lo stesso A. Baumstark, se fosse in vita, sarebbe il primo a protestare contro l’abuso delle leggi storiche che lui ha scoperto e definito.

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(1) cf. http://www.sacramentumfuturi.wordpress.com/2014/10/27/quasi-due-anni-di-lavoro-cassati-e-tutto-da-ricominciare-un-momento-difficile-per-a-g-martimort-ma-non-una-parola-fuoriposto/.
(2) A. BUGNINI, La riforma liturgica (1948-1975), (Bibliotheca «Ephemerides Liturgicae» «Subsidia» 30), Roma 19972, 491.
(3) COETUS IX, Rapport general sur l’Office divin [31 juillet 1966] (Aimé-Georges Martimort), f. 29, Fondo Braga, Roma.

Lodi del lunedì della IV settimana, Orazione dopo il Cantico

Soffermandosi un poco sull’orazione che era in previsione dopo la recitazione del Cantico veterotestamentario assegnato alle Lodi di oggi, lunedì della IV settimana, si scoprono alcune cose interessanti. Il testo che la liturgia delle Ore assume dal libro di Isaia (i versetti 10-16) è inserito nel contesto del capitolo 42 (primo canto del servo di Jahwe). La preghiera, sia nella prima versione sia in quella, la seconda, rivista da p. Braga su mandato della Congregazione per il Culto divino (cf. i precedenti post sull’argomento), pare contenere parecchi riferimenti a versetti di tale capitolo. Nella recitazione corale della liturgia delle Ore sono quindi utilizzati i versetti più lirici e adatti al tono della preghiera di lode, mentre gli altri elementi che accompagnano il cantico – titolo, versetto neotestamentario e orazione (1)- permettono di arricchire la recitazione con una meditazione più ampia, suggerendo collegamenti e aperture a tutta la Scrittura. Ad una prima lettura, infatti, l’insistenza della preghiera su temi quali la giustizia, la liberazione dagli errori, la formazione di un popolo nuovo non si comprendono facilmente se riferiti solamente al testo del cantico in se stesso. Ma è sufficiente allargare lo sguardo all’intero capitolo 42 per accorgersi di come l’orazione raccolga e riformuli in preghiera non solo i versetti del cantico (cf. l’espressione “la buona battaglia del vangelo” che rilegge le immagini ben più guerresche “il Signore avanza come un prode, come un guerriero eccita il suo ardore…. lancia urla di guerra”), ma anche altri dati contenuti nella profezia: cf., ad es., i versetti 6-7 “Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia e ti ho preso per mano; ti ho formato e ti ho stabilito come alleanza del popolo e luce delle nazioni, perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre”. Il tema del canto nuovo, poi, permette di allargare la preghiera fino all’Apocalisse, con il canto nuovo dei redenti davanti all’Agnello, come pure alla seconda lettera di Pietro: “Dato che tutte queste cose dovranno finire in questo modo, quale deve essere la vostra vita nella santità della condotta e nelle preghiere, mentre aspettate e affrettate la venuta del giorno di Dio, nel quale i cieli in fiamme si dissolveranno e gli elementi incendiati fonderanno! Noi infatti, secondo la sua promessa, aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova, nei quali abita la giustizia” (2Pt 3,13).Quale ricchezza soggiace da questa mutua penetrazione fra Bibbia e Liturgia!

Vediamo i testi delle due versioni della preghiera e il testo biblico, con alcune sottolineature, che aiutano a cogliere gli elementi di cui sopra.

Omnium liberator Deus,
qui in Christo mortis victore
vim amoris tuis cunctis manifestati hominibus,
adiuva nos ut bonum certamen Evangelii certantes
fratres nostros ab errore et iniustitia
salvare possimus
ad populum de redemptis novo exitu efformadum,
qui duce Domino resurgente ad te venit.

O Dio, liberatore di tutti, che in Cristo, vincitore della morte, hai manifestato a tutti gli uomini la forza del tuo amore, a noi che combattiamo la buona battaglia del Vangelo concedi il tuo aiuto, perché possiamo salvare i nostri fratelli dall’errore e dall’ingiustizia, per formare, fra i redenti in un nuovo esodo, un popolo che guidato dal Signore risorto venga a te.

Deus, liberator noster,
qui in Christo de morte victore
potentiam novitatis, quae a te procedit, manifestasti,
adesto nobis bonum Evangelii certamen certantibus,
ut, ad fratres nostros ab errore et iniustitia liberandos
et ad terram novam in tua iustitia efformandam
tecum fidenter operemur.

O Dio, nostro liberatore, che in Cristo vincitore della morte hai manifestato la potenza della novità che da te procede, assistici mentre combattiamo la buona battaglia del vangelo, perché insieme con te ci adoperiamo fiduciosamente per liberare i nostri fratelli dall’errore e dall’ingiustizia e per formare una terra nuova nella tua giustizia.

Isaia 42,1-25

Primo canto del servo
Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio.
Ho posto il mio spirito su di lui; egli porterà il diritto alle nazioni.
Non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce,
non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta;
proclamerà il diritto con verità.
Non verrà meno e non si abbatterà, finché non avrà stabilito il diritto sulla terra,
e le isole attendono il suo insegnamento.

Così dice il Signore Dio, che crea i cieli e li dispiega,
distende la terra con ciò che vi nasce, dà il respiro alla gente che la abita
e l’alito a quanti camminano su di essa:
«Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia e ti ho preso per mano;
ti ho formato e ti ho stabilito come alleanza del popolo e luce delle nazioni,
perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri,
dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre.
Io sono il Signore: questo è il mio nome; non cederò la mia gloria ad altri,
né il mio onore agli idoli.
I primi fatti, ecco, sono avvenuti e i nuovi io preannuncio;
prima che spuntino, ve li faccio sentire».

Inno di vittoria
Cantate al Signore un canto nuovo, lodatelo dall’estremità della terra;
voi che andate per mare e quanto esso contiene, isole e loro abitanti.
Esultino il deserto e le sue città, i villaggi dove abitano quelli di Kedar;
acclamino gli abitanti di Sela, dalla cima dei monti alzino grida.
Diano gloria al Signore e nelle isole narrino la sua lode.
Il Signore avanza come un prode, come un guerriero eccita il suo ardore;
urla e lancia il grido di guerra, si mostra valoroso contro i suoi nemici.
«Per molto tempo ho taciuto, ho fatto silenzio, mi sono contenuto;
ora griderò come una partoriente, gemerò e mi affannerò insieme.
Renderò aridi monti e colli, farò seccare tutta la loro erba;
trasformerò i fiumi in terraferma e prosciugherò le paludi.
Farò camminare i ciechi per vie che non conoscono, li guiderò per sentieri sconosciuti;
trasformerò davanti a loro le tenebre in luce, i luoghi aspri in pianura.
Tali cose io ho fatto e non cesserò di fare».
Retrocedono pieni di vergogna quanti sperano in un idolo,
quanti dicono alle statue: «Voi siete i nostri dèi».

Cecità e sordità d’Israele
Sordi, ascoltate, ciechi, volgete lo sguardo per vedere.
Chi è cieco, se non il mio servo?
Chi è sordo come il messaggero che io invio?
Chi è cieco come il mio privilegiato?
Chi è cieco come il servo del Signore?
Hai visto molte cose, ma senza farvi attenzione,
hai aperto gli orecchi, ma senza sentire.
Il Signore si compiacque, per amore della sua giustizia,
di dare una legge grande e gloriosa.
Eppure questo è un popolo saccheggiato e spogliato;
sono tutti presi con il laccio nelle caverne, sono rinchiusi in prigioni.
Sono divenuti preda e non c’era un liberatore,
saccheggio e non c’era chi dicesse: «Restituisci».
Chi fra voi porge l’orecchio a questo, vi fa attenzione e ascolta per il futuro?
Chi abbandonò Giacobbe al saccheggio, Israele ai predoni?
Non è stato forse il Signore contro cui peccò, non avendo voluto camminare per le sue vie
e non avendo osservato la sua legge?
Egli, perciò, ha riversato su di lui la sua ira ardente e la violenza della guerra,
che lo ha avvolto nelle sue fiamme senza che egli se ne accorgesse,
lo ha bruciato, senza che vi facesse attenzione.

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(1) “Inno al Signore vittorioso e salvatore. Essi cantavano un cantico nuovo davanti al trono di Dio (Ap 14,3)“. Come si sa, per i testi ufficiali delle orazioni dopo i salmi e dopo i cantici ancora si deve attendere il promesso quinto volume della Liturgia delle Ore.

Di nuovo sul buon ladrone e sulle sue “ricadute” liturgiche

Quando si stava preparando il post precedente, sul tema del buon ladrone nella liturgia pasquale, non si era prestata attenzione alle antifone della Liturgia delle Ore. Così, quando ieri mattina (venerdì 23 maggio) si sono pregati i salmi delle Lodi Mattutine, la liturgia ha ancora una volta confermato la sua sorprendente ricchezza. Come ogni venerdì, come primo salmo, si doveva pregare il Miserere. Ma in questa prima settimana del ciclo quadrisettimanale del salterio adattato al tempo di Pasqua, il salmo 50 è accompagnato da un’antifona eccezionale, costituita da una citazione esplicita della frase del buon ladrone. Un tale rimando aiuta la contestualizzazione del salmo nella concreta celebrazione, e favorisce il senso spirituale con cui si prega quel salmo. Avendo ben presente l’episodio del buon ladrone e la ricchezza dell’interpretazione patristica a riguardo, si può essere introdotti nella preghiera del salmo 50 in un modo davvero particolare e proprio.
Ma anche nelle altre settimane del tempo pasquale il medesimo testo pregato nelle lodi dei venerdì assume un particolare tono.
Ecco le antifone proprie del tempo di Pasqua che accompagnano il ciclo quadrisettimanale.
I Sett., Ant.: Ricordati di me, Signore mio Dio, quando sarai nel tuo regno, alleluia [Memento mei, Domine Deus, dum veneris in regnum tuum, alleluia]: cf. Lc 23,42
II Sett., Ant.: Coraggio, figlio, i tuoi peccati sono perdonati, alleluia [Confide, fili, remittuntur tibi peccata tua, alleluia]: cf. Mt 9,2 [la guarigione del paralitico]
III Sett., Ant: Purificami ancora, o Dio, da ogni mia colpa, alleluia [Amplius lava me, Domine, ab iniustitia mea, alleluia]: cf. Sal 50(51),4a
IV Sett., Ant: Per noi Cristo ha dato la sua vita, sacrificio gradito a Dio, alleluia [Christus se tradidit pro nobis oblationem et hostiam De, alleluia]: cf. Ef 5,2 [parenesi di Paolo sulla vita nuova in Cristo].

Non è sempre facile, è vero, aver presente la molteplicità dei rimandi e dei possibili intrecci, dal libro liturgico solamente accennati, né, del resto, si può appesantire eccessivamente la preghiera e la meditazione con richiami testuali al di fuori della struttura schematica della celebrazione delle Ore. Rimane però assai utile mantenere il principio e una certa familiarità con la Bibbia e con la Liturgia: in essa, infatti, la Scrittura si illumina con altra Scrittura, e quest’ultima riceve nuova luce dalla celebrazione liturgica (gesti, testi e contesti): si viene così formando un ordito preziosissimo e raffinato, tutto da svelare e da gustare. E che non cessa di sorprendere.

 

Astèrio di Amasea, reloaded

Quasi per farci perdonare il post precedente, ne riproponiamo uno di qualche mese fa. L’Ufficio delle letture di oggi riportava una splendida pagina patristica, da cui avevamo attinto una perla: https://sacramentumfuturi.wordpress.com/2013/09/14/questa-pecorella-non-e-in-realta-una-pecorella-e-questo-pastore-e-tuttaltro-che-un-pastore/

 Vi lascio alla lettura dell’omelia del Padre della Chiesa, poi, alla fine, ancora due parole di commento:

 

Dalle «Omelie» di sant’Astèrio di Amasea, vescovo  (Om. 13; PG 40, 355-358. 362)

Imitiamo l’esempio del buon Pastore

 Poiché il modello, ad immagine del quale siete stati fatti, è Dio, procurate di imitare il suo esempio. Siete cristiani, e col vostro stesso nome dichiarate la vostra dignità umana, perciò siate imitatori dell’amore di Cristo che si fece uomo.

Considerate le ricchezze della sua bontà. Egli, quando stava per venire tra gli uomini mediante l’incarnazione, mandò avanti Giovanni, araldo e maestro di penitenza e, prima di Giovanni, tutti i profeti, perché insegnassero agli uomini a ravvedersi, a ritornare sulla via giusta e a convertirsi a una vita migliore.

Poco dopo, quando venne egli stesso, proclamò di persona e con la propria bocca: «Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi e io vi ristorerò» (Mt 11, 28). Perciò a coloro che ascoltarono la sua parola, concesse un pronto perdono dei peccati e li liberò da quanto li angustiava. Il Verbo li santificò, lo Spirito li rese saldi, l’uomo vecchio venne sepolto nell’acqua, e fu generato l’uomo nuovo, che fiorì nella grazia.

Dopo che cosa seguì? Colui che era stato nemico diventò amico, l’estraneo diventò figlio, l’empio diventò santo e pio.

Imitiamo l’esempio che ci ha dato il Signore, il buon Pastore. Contempliamo i vangeli e, ammirando il modello di premura e di bontà in essi rispecchiato, cerchiamo di assimilarlo bene.

Nelle parabole e nelle similitudini vedo un pastore che ha cento pecore. Essendosi una di esse allontanata dal gregge e vagando sperduta, egli non rimane con quelle che pascolavano in ordine, ma messosi alla ricerca dell’altra, supera valli e foreste, scala monti grandi e scoscesi, e, camminando per lunghi deserti con grande fatica, cerca e ricerca fino a che non trova la pecora smarrita.

Dopo averla trovata, non la bastona, né la costringe a forza a raggiungere il gregge, ma, presala sulle spalle, e trattatala con dolcezza, la riporta al gregge, provando una gioia maggiore per quella sola ritrovata, che per la moltitudine delle altre.

Consideriamo la realtà velata e nascosta della parabola. Quella pecora non è affatto una pecora, né quel pastore un pastore, ma significano altra cosa. Sono figure che contengono grandi realtà sacre. Ci ammoniscono, infatti, che non è giusto considerare gli uomini come dannati e senza speranza, e che non dobbiamo trascurare coloro che si trovano nei pericoli, né essere pigri nel portare loro il nostro aiuto, ma che è nostro dovere ricondurre sulla retta via coloro che da essa si sono allontanati e che si sono smarriti. Dobbiamo rallegrarci del loro ritorno e ricongiungerli alla moltitudine di quanti vivono bene e nella pietà.

 

Ex Homilíis sancti Astérii Amaséni epíscopi (Hom. 13: PG 40, 355-358. 362)

[…]

Imitémur eam pascéndi ratiónem, qua Dóminus usus est; Evangélia contemplémur; ibíque, tamquam in spéculo, diligéntiæ et benignitátis exémplum intuéntes, eas perdiscámus.

Illic enim in parábolis adumbratísque sermónibus vídeo centum óvium hóminem pastórem, qui, cum illárum una a grege discessísset et errabúnda vagarétur, non mansit cum illis, quæ servántes órdinem pascebántur; sed, ad eam requiréndam proféctus, multas valles saltúsque superávit, magnos atque árduos montes transcéndit, in solitudínibus peragrándo multo cum labóre támdiu pervestigávit, donec errántem invénit.

Invéntam autem non verberávit, nec urgéndo veheméntius ad gregem cómpulit, sed húmeris suis impósitam et léniter tractátam ad gregem gestávit, maiórem ex una illa invénta, quam ex reliquárum multitúdine, lætítiam percípiens. Rem obscuritáte similitúdinis obvolútam atque recónditam considerémus. Ovis hæc non ovem omníno, nec pastor ille plane pastórem, sed áliud quiddam signíficat.

His exémplis sacræ res continéntur. Nos enim cómmonent, ne hómines pro pérditis ac desperátis habeámus, neve eos in perículis versántes neglegámus aut segnes simus ad feréndum auxílium, sed eos, a recta vivéndi ratióne deflecténtes et errántes, reducámus in viam, eorúmque lætémur réditu, atque ipsos cum bene piéque vivéntium multitúdine coniungámus.

Oggi è l’anniversario dell’elezione di Papa Francesco: avrà trovato nella Liturgia una consolazione per il suo ministero!

Terminiamo con alcune sue parole:

“Tutte e tre queste parabole parlano della gioia di Dio. Dio è gioioso. Interessante questo: Dio è gioioso! E qual è la gioia di Dio? La gioia di Dio è perdonare, la gioia di Dio è perdonare! E’ la gioia di un pastore che ritrova la sua pecorella; la gioia di una donna che ritrova la sua moneta; è la gioia di un padre che riaccoglie a casa il figlio che si era perduto, era come morto ed è tornato in vita, è tornato a casa. Qui c’è tutto il Vangelo! Qui! Qui c’è tutto il Vangelo, c’è tutto il Cristianesimo! Ma guardate che non è sentimento, non è “buonismo”! Al contrario, la misericordia è la vera forza che può salvare l’uomo e il mondo dal “cancro” che è il peccato, il male morale, il male spirituale. Solo l’amore riempie i vuoti, le voragini negative che il male apre nel cuore e nella storia. Solo l’amore può fare questo, e questa è la gioia di Dio!”

http://www.vatican.va/holy_father/francesco/angelus/2013/documents/papa-francesco_angelus_20130915_it.html

Salmo 77(78): Liturgia fidelitatis ?

Alcuni cenni facevamo nel post precedente agli incisi, «titoli» e «sentenze», premessi al testo del salmo 77. Possiamo dire qualche parola in più a proposito di questi elementi, introdotti nel libro liturgico delle Ore in seguito alla riforma post-conciliare, come aiuti per una preghiera più spirituale dei salmi.

Nelle premesse del Salterio ne viene offerta una piccola illustrazione:

«Nel salterio della Liturgia delle Ore, ad ogni salmo è premesso un titolo sul suo significato e la sua importanza per la vita umana del credente. Questi titoli, nel Libro della Liturgia delle Ore, sono proposti unicamente ad utilità di coloro che recitano i salmi. Per alimentare la preghiera alla luce della rivelazione nuova, si aggiunge una sentenza del Nuovo Testamento o dei Padri che invita a pregare in senso cristologico» (Principi e Norme per la Liturgia delle Ore, 111).

 

Offriamo, a proposito, un testo inedito, alcuni paragrafi di uno degli schemi della fase di preparazione e redazione della Liturgia delle Ore di Paolo VI, lo schema n. 244 (De breviario, 59) del 20 settembre 1967, curato dal Coetus a studiis III, il gruppo di studio incaricato della nuova distribuzione dei salmi. Dopo la VI sessione plenaria del Consilium, il gruppo di studio modificò lo schema della distribuzione secondo le osservazioni emerse, e predispose uno specimen per i salmi delle festività e si cominciò a studiare la possibilità di inserire i «titoli» dei salmi. Due periti del gruppo di studio avanzarono dubbi su quest’aspetto. Il primo perché riteneva che per predisporre i titoli occorressero esperti competenti “in arte poetica”, il secondo perché temeva che l’apposizione dei titoli limitasse poi la libertà di chi avrebbe recitato i salmi. Nella riunione del gruppo di studio IX, che coordinava il lavori di tutti i gruppi coinvolti nella revisione del salterio, si decise di continuare con almeno un tentativo in tal senso. Lo schema 244, appunto, fra altre cose riporta un lungo elenco di titoli con una spiegazione previa, che riproduciamo in una nostra traduzione dall’originale latino, che riportiamo alla fine del post.

Assai interessante il titolo esteso assegnato al salmo 77: Liturgia fidelitatis. I periti avevano intuito un aspetto che le odierne scienze bibliche evidenziano: per il popolo di Israele una narrazione di fatti storici non è mai solo mera elencazione di avvenimenti, ma ha qualcosa di eminentemente “liturgico”. E quindi adatto per la preghiera.

Il titolo proposto, Liturgia fidelitatis erga Deum: Fidelitas Dei in populum infidelem in historia salutis, nella versione finale e tipica è stato reso Domini bonitas et populi infidelitas in historia salutis. Nella versione italiana della Liturgia delle Ore sembra ancora depauperato, Infedeltà del popolo e fedeltà di Dio. Una piccola indagine potrebbe essere fatta su come le altre versioni in lingua volgare hanno deciso di rendere l’originale latino.

Si propongono qui due serie di Titoli ai salmi da aggiungere al Breviario: una secondo il senso letterale, l’altra secondo il senso cristiano. Questo senso cristiano si fonda in parte sulla teologia dei Padri, in parte sulla natura della salmodia. Riguardo alla natura del canto, affinché il testo sia accomodato al cuore di chi canta. Non fa meraviglia che il cuore del fedele ascolti nelle parole dei salmi le voci del Nuovo Testamento, la voce del Padre, del Figlio, della Chiesa etc. Lo studio dei Breviari dimostra sempre più con certezza che non sempre, in verità, ma nemmeno solo raramente, i salmi siano assegnati per motivi teologici. Ciò non è da biasimare. A tale fine vogliono servire i titoli. Ma si deve badare che con i titoli non sia limitata la libertà e l’ampiezza della risonanza nel cuore di chi salmeggia. Nel proemio del Breviario sia espressamente detto che i titoli non sono esclusivi. I titoli seguenti sono tratti dal Nuovo Testamento e dalle sue citazioni. Tuttavia sono tratti anche dai Padri e dalla restante tradizione tanto della Liturgia quanto dei titoli nei salteri del Medio Evo. I titoli sono di diversa qualità e molto, in questa materia, vale la sensibilità dei singoli. Nella serie seguente la qualità in qualche modo è indicata da alcuni segni che sono premessi.

[Nello schema segue una proposta di titoli per ciascuno dei 150 salmi, con una piccola didascalia che chiarisce i segni tipografici che talora li precedono:]

! L’interpretazione cristiana è chiaramente fondata nel N.T.

= meno chiaramente fondata nel N.T.

+ L’interpretazione cristiana è fondata nell’ottima tradizione della Chiesa

– meno chiaramente fondata nella tradizione

In tutti gli altri casi non si aggiunge alcun segno.

[….]

77.       Liturgia fidelitatis erga Deum: Fidelitas Dei in populum infidelem in historia salutis

!           Liberatio de Aegypto imago redemptionis

Consilium ad Exsequendam Constitutionem de sacra Liturgia, Coetus a studiis III, De Psalmis distribuendis, Schemata n. 244 (De Breviario, 59), 20 septembris 1967, 17-18.21.

 

Prima del testo latino dello schema, due contributi. Il primo è di V. Raffa, uno dei periti che lavorarono alla riforma del Breviario.

I titoli dei salmi e dei cantici

I titoli costituiscono una novità per l’Ufficio romano. Sono una delle risorse più preziose per aiutare il recitante ad assimilare vitalmente i salmi (IU 110-111). I titoli non hanno carattere ufficiale e liturgico, ma sono un elemento privato, che, di regola, non fa parte della recitazione. Il primo titolo riassume il senso letterale dei salmi, senso che il recitante non può trascurare. I salmi, infatti, anche se sorsero molti secoli fa, e in mezzo a un popolo di cultura semitica lontana dalla nostra, tuttavia esprimono i dolori e le speranze, il senso della miseria e del peccato, la fiducia e la fede in Dio, l’attesa della salvezza, la lode e il ringraziamento a Dio che sono propri degli uomini di tutte le epoche e di tutti i climi (IU 107,111). Il secondo titolo è una frase desunta dal Nuovo Testamento o dai Padri che aiuta e invita a pregare il salmo in senso cristiano (IU 111). Nell’ufficio del Tempo ordinario «per annum», quando viene eseguito senza canto, questo titolo può sostituire l’antifona (IU 114). Il testo del secondo titolo è preso dalla Bibbia o dai Padri onde ridurre al massimo l’impronta soggettiva nella valutazione e visuale dei salmi. Si tratta volta di testi del Nuovo Testamento che citano esplicitamente o implicitamente il salmo, vedendolo nella luce della redenzione. E’ Cristo dunque o gli apostoli che danno questa interpretazione. Anche le referenze patristiche hanno il loro peso come documento di tradizione. Ciò che si è detto dei titoli salmici vale anche per quelli dei cantici dell’Antico Testamento. Questo sussidio dei titoli era stato desiderato e richiesto da molti. Tutti comunque ne avranno un grande vantaggio per una celebrazione più spirituale dell’Ufficio, anche se quale titolo è tutt’altro che intuitivo.

V. Raffa, La Liturgia delle Ore. Presentazione storica, teologica e pastorale, Milano 1990, 159.

 Sentenza. Si chiama «sentenza» (dal latino «sentire», opinione, massima) la frase cristiana che nella Liturgia delle Ore viene anteposta ai salmi per conferire loro un’interpretazione cristologica o ecclesiale. Mentre i «i titoli» (in rosso) sono di origine ebraica e servono ad inquadrare il salmo nel suo contesto umano e storico, le «sentenze», tratte dal NT o dai Santi Padri, ci aiutano a recitarlo in senso cristiano (cf. IGLH 111): per questo si chiamano anche «titoli cristiani». Un autore in particolare, P. Salmon, ha raccolto queste frasi nei diversi Salteri e le ha riunite in sei serie («Les tituli psalmorum des manuscrits latins», Du Cerf, Paris 1959). Tali titoli cristiani permettono di interpretare i salmi mettendosi dalla parte di Cristo (Cristo che si rivolge al Padre) o della Chiesa (la voce della Chiesa che si rivolge a Cristo: cf. IGLH 109). Nel Tempo Ordinario le antifone possono essere sostituite per un certo periodo con queste sentenze o frasi cristiane, che hanno tale finalità (cf. IGHL 114)

J. Aldazábal, «Sentenza», in Id., Dizionario sintetico di liturgia, Città del Vaticano 2001,421-422.

De Titulis psalmorum

98) Duae series Titulorum psalmis addendorum in Breviario hic proponuntur: Una secundum sensum litteralem, altera secundum sensum christianum. Hic sensus christianus partim in theologia Patrum, partim in natura psallendi fundatur. De natura cantandi est, ut sensus textus accomdetur cordi cantantis. Non mirum, quod cor fidele audiat in verbis psalmorum voces Novi Testamenti, vocem Patris, Filii, Ecclesiae etc.

Studium Breviarii demonstrat certo certius, non semper, immo raro tantum assignari psalmos ex causis theologicis. Quod non est vituperandum. Cui fini servire volunt tituli. Sed advertendum est, ne titulis restringatur liberta set amplitudo resonantiae in cordibus psallentium. In prooemio Breviarii expresse dicatur titulos non esse exclusivos.

Tituli sequentes sumuntur e Novo Testamento eiusque citationibus. Sumuntur autem e Patribus et reliqua traditione tam Liturgiae quam titulorum in psalteriis Medii Aevi. Tituli diversae qualitatis sunt et multum in hac re valet gustus singulorum. In serie sequenti qualitas aliquomodo indicatur quibusdam signis, quae praenotantur:

! Interpretatio christiana fundatur clare in N.T.

= minus clare fundatur in N.T.

+ Interpretatio fundatur in optima traditione Ecclesiae

– minus clare fundatur in traditione

In omnibus aliis casibus non additur signum.

 [….]

77.       Liturgia fidelitatis erga Deum: Fidelitas Dei in populum infidelem in historia salutis

!           Liberatio de Aegypto imago redemptionis

Ancora sul Salmo 77(78)

Non sembri superflua l’insistenza su questo salmo: si tratta di uno dei salmi che rischiarono di non essere integrati nella nuova ripartizione della Liturgia delle Ore di Paolo VI. E abbiamo visto che non furono i periti del Consilium a fare difficoltà…

Nell’Ufficio delle Letture di oggi, Sabato dopo le ceneri, si è pregata la seconda parte di questo lungo salmo “storico”.

Partendo da un curioso dettaglio, vorremmo poi dire qualcosa di più sensato.

 Nella versione italiana del Salterio, fra la prima antifona e il testo del salmo vi sono due incisi, uno in colore rosso e il secondo in nero, ma in carattere corsivo.

Salmo 77,1-39 (venerdì) Infedeltà del popolo e fedeltà di Dio

Salmo 77,40-72 (sabato) Infedeltà del popolo e fedeltà di Dio

Ciò avvenne come esempio per noi (1Cor 10,6) (venerdì e sabato)

 

Una piccola differenza si nota nella versione latina

Psalmus 77(78),1-39 Domini bonitas et populi infidelitas in historia salutis

Haec figura fuerunt nostrae (1Cor 10,6)                                         [venerdì]

Psalmus 77(78),40-72 Domini bonitas et populi infidelitas in historia salutis

Haec in figura facta sunt nostri (1Cor 10,6)                                    [sabato]

 

E’ curiosa la differente citazione del passo paolino!

Per quel che riguarda la versione italiana, nel primo inciso è stata omesso, purtroppo, il riferimento alla storia della salvezza, esplicito nel testo latino. La traduzione del passo della prima Lettera ai Corinzi è coerente con il testo della Bibbia della Cei. E’ la traduzione più immediata, ma forse non la migliore. Illuminante è la nota della Bibbia di Gerusalemme, che restituisce all’espressione un significato più pregnante, rispetto al semplice “esempio”.

«10,6 esempio: lett.: «tipi», che Dio ha suscitato per raffigurare anticipatamente le realtà spirituali dell’era messianica («antitipi», 1Pt 3,21, ma cf. Eb 9,24). Benché oltrepassi la chiara coscienza degli autori ispirati, questo senso «tipico» (o «allegorico», Gal 4,24) dei libri sacri non è meno scritturistico, perché voluto da Dio, autore di tutta la Scrittura. Ordinato all’istruzione dei cristiani, è stato spesso evidenziato dagli autori del NT. Paolo lo inculca a più riprese (vv 11 e 9,9ss, Rm 4,23s; 5,14; 15,4; cf. 2Tm 3,16); interi scritti, come il quarto Vangelo o la Lettera agli Ebrei, sono fondati su una tipologia dell’AT».

 Sulla tipologia è fondata anche la liturgia.

 Dove questo non si comprende, molte cose diventano oscure. Come il fatto che un cristiano debba pregare con una composizione che apparentemente non ha nulla di cristiano né ha la forma di una preghiera. Le obiezioni fatte all’uso di questo salmo, nel corso della fase redazionale della nuova Liturgia delle Ore, trovano qui molte delle sue radici.

 Era questo tipo di impressioni che cercavamo di stimolare con il post precedente, https://sacramentumfuturi.wordpress.com/2014/03/07/psalmus-7778-interessante-un-sondaggio/

Psalmus 77(78): interessante un sondaggio?

Sarebbe assai interessante, oggi, tentare di avere un piccolo riscontro sull’Ufficio delle Letture, fra i lettori del blog che abbiano avuto la possibilità aver già pregato tale Ora del corso giornaliero. Ancora più rilevante sarebbe il parere e il feed back di quanti lo avessero fatto in comune. In questo venerdì dopo il mercoledì delle ceneri, la salmodia è tratta dal venerdì della IV settimana del salterio. Nei tempi forti (Avvento, Quaresima e Cinquantina Pasquale) la distribuzione consueta subisce un piccolo cambiamento: si prega, all’Ufficio delle Letture, il salmo 77, e non come è più frequente nelle settimane del tempo per annum il salmo 54. Ad analoghe e piccole, ma non insignificanti, variazioni avevamo già dedicato alcuni post tempo fa.

https://sacramentumfuturi.wordpress.com/2013/12/14/ii-settimana-di-avvento-sabato-ufficio-delle-letture-un-approdo-non-scontato-per-un-salmo/

https://sacramentumfuturi.wordpress.com/2013/12/20/il-card-bacci-era-dunque-protestante-dove-porterebbe-la-polemica/

Si potrebbe tentare di fare un quadro riassuntivo delle vostre impressioni, cari lettori. Anche perché il Salmo 77, nella sua seconda parte, lo pregheremo anche domani!

In attesa di vostri eventuali riscontri, offriamo una riflessione di un autore competente, nella quale abbiamo anche una citazione del nostro amato Daniélou. Nelle pagine finali del suo studio storico sulla Liturgia delle Ore[1], R. Taft dedica alcune pagine al significato teologico e all’importanza della stessa nella vita personale dei fedeli, delineando alcune caratteristiche della preghiera oraria come scuola di preghiera. Fra altre, Taft mette in rilievo la dimensione oggettiva della preghiera delle Ore e dei suoi contenuti. Da quest’ultimo paragrafo estrapoliamo le riflessioni riportate di seguito:

«Naturalmente per trarre profitto dalle ore come da una vera spiritualità, da una scuola di preghiera, bisogna essere una persona che prega e la cui vita è compenetrata dalle Scritture. La Bibbia è la storia dell’incessante chiamata di Dio, del suo disegno di salvezza e della costante ostinazione del suo popolo. I Padri e i monaci della Chiesa antica, nella loro meditazione su questa storia sempre ripetuta, compresero che essi erano Abramo, essi erano Mosè. Essi erano chiamati fuori dall’Egitto. Con essi era stipulata un’alleanza. Essi capivano che il vagabondaggio attraverso il deserto verso la terra promessa era pure il pellegrinaggio della loro vita. I diversi livelli di Israele, Cristo, Chiesa, noi, sono tutti lì. E i temi della redenzione, dell’esodo, del deserto, del resto fedele e dell’esilio, della terra promessa della Città Santa di Gerusalemme, sono tutte metafore della storia spirituale delle nostre vite. Gli uffici delle Chiesa possono essere pienamente vissuti solo da colui la cui vita è permeata da un tale lectio divina della Bibbia. Contemporaneamente la ricerca biblica è direttamente interessata nel Sitz im Leben di ciò che è riferito nel testo biblico. Ma nella vita della Chiesa la Sacra Scrittura ha anche un Sitz im Gottesdienst, nella vita spirituale un Sitz im meinem Leben. Come ha detto Jean Daniélou:

“La fede cristiana ha un solo oggetto, il mistero di Cristo morto e risorto. Ma questo unico mistero sussiste sotto diverse forme: è prefigurato nell’Antico Testamento, giunge storicamente a compimento nella vita terrena di Cristo, è contenuto in mistero nei sacramenti, è vissuto misticamente nelle anime, è realizzato comunitariamente nella Chiesa, è consumato escatologicamente nel Regno dei cieli. Così il cristiano ha a sua disposizione molti registri, un simbolismo pluridimensionale, per esprimere questa unica realtà. Il complesso della cultura cristiana consiste nel comprendere i legami che esistono tra Bibbia e liturgia, vangelo ed escatologia, misticismo e liturgia. L’applicazione di questo metodo alla Scrittura è chiamato esegesi; applicato alla liturgia è chiamato mistagogia. Essa consiste nel leggere nei riti il mistero di Cristo e nel contemplare sotto i simboli l’invisibile realtà”.

J. Daniélou, “Le symbolisme des rites baptismaux”, Dieu vivant 1 (1945) 17.

S. Paolo ci dice: “Tutto ciò che è stato scritto prima di noi, è stato scritto per nostra istruzione” (Rm 15,4). Ma non sarà per nostra istruzione fino a quando non impegneremo costantemente sul testo biblico il dialogo personale della nostra contemplazione privata. Poiché fino a quando la nostra salmodia non diviene risposta a una tale lectio divina, una vera meditatio nel senso originale di riandare lentamente più e più volte al testo rivelato per assaporarlo nelle sue profondità in relazione a noi stessi, l’Ufficio divino non raggiungerà mai la sua finalità piena nella nostra vita. Proprio come la lectio penetra le nostre vita con una visione dell’umana esistenza radicata nella storia della salvezza, così la salmodia dell’ufficio è la sua risposta cosmica ed escatologica. Poiché è soprattutto nell’ufficio che evochiamo quella visione di un universo salvato, trasfigurato in quell’inno di lode cosmica dinanzi al trono dell’Agnello che leggiamo nei capitoli finali del Nuovo Testamento (Ap 19-22): […] Questo è quanto sarà la nostra conclusione, e la Liturgia delle Ore, come gli altri simboli della vita cristiana, ci assicura il grandioso privilegio di anticiparla fin d’ora».


[1] R. taft, La Liturgia delle Ore in Oriente e in Occidente. Le origini dell’Ufficio divino e il suo significato oggi, Roma 1988, 474-476.