Ester e Baruc. Stranamente apparentati dalla Liturgia, grazie alla signora Proba

Come accade in ogni disciplina, anche nello studio della Liturgia vale il fatto che qualora dei fenomeni accadano con una certa costanza e ripetizione, essi non possano essere casuali.

Chi avesse pregato con una benché minima attenzione l’Ufficio delle Letture della settimana appena trascorsa (XIX del t. ordinario), non potrà non essersi accorto dell’accostamento ripetuto fra i brani biblici del libro di Ester e sezioni della Lettera di sant’Agostino a Proba, come lettura patristica. Questa combinazione parte dalla domenica per resistere fino al giovedì: impensabile quindi che l’accostamento sia fortuito o semplicemente dovuto a combinazioni algoritmiche. Si tratta evidentemente di un accostamento  tematico cercato e voluto. Se ne può avere conferma osservando che anche nel lezionario a ciclo biennale si ha la stesso fenomeno: se nel lavoro di snellimento e di riordinamento per adattare lo schema biennale ad un ciclo invece annuale, queste associazioni sono state conservate, è accaduto perché sono state ritenute davvero azzeccate e ben riuscite (1).

E’ del tutto chiaro che la Lettera a Proba è centrata sul tema della preghiera (2); della vicenda rocambolesca narrata nel Libro di Ester, dall’accostamento con la lettura patristica risulta così evidenziata l’accorata preghiera della bella regina. Ester diventa figura dell’orante, la cui preghiera e la cui iniziativa diventa straordinario mezzo di ribaltamento delle sorti.

Le sezioni in cui è stata divisa la Lettera a Proba sono tuttavia più numerose delle sezioni  del libro di Ester, la cui lettura termina con la feria V, il giovedì della settimana. Rimaneva quindi da assegnare altre pericopi, per completare questo piccolo ciclo fino alla domenica. Dunque, per affiancare la lectio continua del testo patristico, i periti hanno pensato bene di trovare nella Sacra Scrittura un testo di supplica in qualche modo simile a quella di Ester: la scelta è caduta sui capitoli iniziali del profeta Baruc, con una selezione tematica che ne tradisce chiaramente l’intenzione. Sono stati estrapolate le espressioni più significative di una confessione dei peccati che diventa supplica, che nel testo originale sono distribuite in ben tre capitoli. E’ evidente il richiamo alla preghiera di Ester.

E così, il venerdì della XIX settimana abbiamo come prima Lettura Baruc e come lettura patristica ancora la Lettera di sant’Agostino a Proba, le cui sezioni terminano in questo giorno. Per la verità, il testo di Agostino continua oltre, ma i paragrafi finali sono più esplicitamente legati alla situazione di vedovanza di Proba e i toni sono più personali: i periti hanno ritenuto di ometterla. Rimaneva quindi ancora scoperto, sia per la casella della lettura biblica sia per la casella del testo patristico, il giorno di sabato. Piuttosto che cominciare o riprendere la lettura di un altro libro biblico, si è preferito continuare con Baruc, proponendone un altro testo celebre, quello che è proclamato nella Veglia pasquale. Spezzato ormai il legame fra prima e seconda lettura, cade anche l’identità fra ciclo annuale e ciclo biennale, che abbiamo visto per il resto della settimana. Nel ciclo annuale, infatti, la lettura che, il sabato, accompagna il profeta Baruc è tratta dai Discorsi di san Pier Crisologo, mentre quella prevista per il ciclo biennale è tratta dal Commento sul Salmo 118 di sant’Ambrogio. Nonostante ci sia qualcosa da dire anche a riguardo di quest’ultimo dettaglio, ci fermiamo qui per ora. Ritornando a sottolineare il modo mirabile con cui la liturgia intende la Sacra Scrittura. Non sapremmo infatti dire se si troverebbe biblista tanto coraggioso da associare Ester a Baruc.

Miracoli della liturgia, che passando dalla sapienza dei più grandi santi fino al lavoro certosino – in tutti i sensi – dei ultimi periti che lavorarono alla riforma, ci permette di contemplare la comunione di tutti i santi, e quindi anche di tutti i profeti e santi dell’Antico Testamento, che celebreremo con gioia fra ormai poche ore.


(1) Avendo tempo per studiare a fondo la formazione del lezionario dell’Ufficio delle Letture, risulterebbero sicuramente dati assai interessanti; qualcosa, assai poco per la verità, avevamo accennato qui.

(2) Una veloce introduzione alla Lettera e soprattutto un efficace inquadramento della Signora Anicia Faltonia Proba la si può leggere qui.

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A margine della Colletta della XXVII settimana

Un velocissimo post, per segnalare l’opportunità di tenere ben in mente la stupenda preghiera di colletta di questa XXVII settimana del tempo ordinario (1). Per un intervallo di una sola settimana, infatti, non si intersecheranno questo pezzo prezioso del tesoro eucologico della Chiesa con altri pezzi pregiati che la Liturgia delle Ore di Paolo VI ha combinato insieme, in una bellissima catechesi orante sulla preghiera: ossia il binomio formato dalla lettura biblica del Libro di Ester e la seconda lettura patristica, dalla Lettera a Proba di Sant’Agostino, proposto per l’Ufficio delle Letture della XXIX settimana del tempo Ordinario.

Può essere utile anticipare, almeno in parte, quelle letture, quando ancora la liturgia eucaristica feriale di questa XXVII settimana ci fa pregare quotidianamente la bellissima colletta.

Ascolta ora quale dev’esser l’oggetto delle tue preghiere, poiché per questo soprattutto hai voluto consultarmi, poiché ti fa impressione ciò che dice l’Apostolo: Noinon sappiamo che cosa dobbiamo dire nelle preghiere per pregare come si deve . Tu in realtà temi che più del non pregare possa nuocerti il non farlo come si dovrebbe. Te lo posso dire in poche parole: prega (per ottenere) la vita beata.

Perché mai dunque ci perdiamo dietro a tante considerazioni e cerchiamo di sapere che cosa dobbiamo chiedere nelle nostre preghiere per timore di non riuscire a pregare come dovremmo? Perché non diciamo piuttosto col salmo: Una cosa sola ho chiesta al Signore, quella sola io ricercherò: di restare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita per contemplare le delizie di Dio e visitare il suo tempio. […]

Potrebbe far meraviglia che agisca così Colui che conosce ciò che ci è necessario prima che glielo chiediamo, se non comprendessimo che il Signore Dio nostro non desidera che noi gli facciamo conoscere qual è il nostro volere ch’egli non può non conoscere, ma desidera che nelle preghiere si eserciti il nostro desiderio, onde diventiamo capaci di prendere ciò che prepara di darci [sed (Deus velit) exerceri in orationibus desiderium nostrum, quo possimus capere quod praeparat dare]. Questo bene è assaigrande, ma noi siamo piccoli e angusti per accoglierlo. Perciò ci vien detto: Allargate il cuore, per non mettervi a portare il giogo con gli infedeli. Con tanto maggiore capacità riceveremo quel bene molto grande, che occhio non ha veduto perché non è colore, orecchio non ha udito perché non è suono, né è entrato nel cuore dell’uomo, perché tocca al cuore dell’uomo elevarsi fino ad esso, con quanto maggior fede crediamo ad esso, con quanto maggiore fermezza speriamo in esso, con quanto maggiore ardore lo desideriamo [et desideramus ardentius].

Agostino di Ippona, Lettera a Proba (per il testo completo, cf. qui)


(1) O Dio, fonte di ogni bene, che esaudisci le preghiere del tuo popolo al di là di ogni desiderio e di ogni merito, effondi su di noi la tua misericordia: perdona ciò che la coscienza teme e aggiungi ciò che la preghiera non osa sperare [Omnipotens sempiterne Deus, qui abundantia pietatis tuae et merita supplicum excedis et vota, effunde super nos misericordiam tuam, ut dimittas quae conscientia metuit, ed adicias quod orario non praesumit].

“E oggi c’è ancora da lavorare”. Ma ci saranno lavoratori?

Lo stesso Paolo VI, un anno prima della morte, diceva ai Cardinali riuniti in Concistoro: «E’ venuto il momento, ora, di lasciar cadere definitivamente i fermenti disgregatori, ugualmente perniciosi nell’un senso e nell’altro, e di applicare integralmente nei suoi giusti criteri ispiratori, la riforma da Noi approvata in applicazione ai voti del Concilio». E oggi c’è ancora da lavorare in questa direzione, in particolare riscoprendo i motivi delle decisioni compiute con la riforma liturgica, superando letture infondate e superficiali, ricezioni parziali e prassi che la sfigurano. Non si tratta di ripensare la riforma rivedendone le scelte, quanto di conoscerne meglio le ragioni sottese, anche tramite la documentazione storica, come di interiorizzarne i principi ispiratori e di osservare la disciplina che la regola.

Abbiamo volutamente lasciare qualche tempo dal giorno in cui queste parole di Papa Francesco sono state rivolte ai partecipanti alla 68° Settimana Liturgica nazionale, promossa dal Centro di Azione Liturgica, il 24 agosto scorso (l’intero testo qui).

Certamente il tempo è ancora troppo poco per i ritmi di preparazione e di pubblicazione di un articolo, per una rivista o per una miscellanea, a commento le parole del Pontefice. E’ ancora presto, a maggior ragione, per vedere organizzata qualche iniziativa accademica con tale oggetto.

Ma il tempo trascorso è sufficiente a registrare una tendenza, che si rispecchia in interviste, commenti a caldo e articoli nel mondo dei blog. Purtroppo, pare che si sia persa anche questa occasione propizia, e il timore che si preferisca la facile polemica e lo spirito di contraddizione ad un lavoro approfondito e di lunga durata è del tutto giustificato

Invano, infatti, si è atteso una parola esplicita e concreta sul citato passaggio del discorso papale. L’attenzione è rivolta – diremmo in modo pressoché generale – ad una frase che, se presa in senso assoluto, rischia di diventare solamente uno slogan vuoto e addirittura controproducente: «la riforma liturgica è irreversibile».

Personalmente, non avevamo bisogno dell’ultimo pronunciamento papale per essere convinti della bontà di quanto avviò dal Concilio Vaticano II, né ci viene spontaneo esultare come se questo discorso segnasse un punto a favore in una sorta di partita contro un avversario di una tendenza opposta.

Non basterà citare quest’affermazione, quando si tratterà di argomentare o andare in profondità nella ricerca e nel dibattito. Non ce la sentiamo di unirci al coro di quanti, soddisfatti del pronunciamento papale, pensano che ormai la questione sia chiusa. No, «c’è ancora da lavorare»!

Molto, molto più importante sarebbe, infatti, poter conoscere tutti i passaggi della riforma con una comprensione maggiormente profonda, con una fondata base storica e con ancor più precisi riferimenti documentari. Come si sa, finché si rimane nell’ambito del teorico e delle considerazioni generali, le differenti posizioni possono facilmente continuare a divergere, rimanendo personali e parziali. Al contrario, l’oggettività della documentazione costringe ad una scientificità che lascia poco spazio alle opinioni e ai gusti individuali: le convinzioni e i (pre-)giudizi partigiani possono continuare a resistere solo per malafede od ignoranza; uno studioso serio, infatti, accetta senza timore  o vergogna il dover abbandonare le proprie aspettative e le proprie visioni, arrendendosi al dato oggettivo che la documentazione gli presenta.

Ebbene, nell’ambito della riforma liturgica, ancora siamo lontani da una sufficiente conoscenza e da un minimo studio delle fonti documentarie! Ci si faccia caso: quanti manuali, quanti studi monografici passano allegramente dalla descrizione della situazione liturgica prima del Vaticano II ad un commento della prassi attuale, forse solo accennando a qualche passaggio di Sacrosanctum Concilium! Come si è arrivati ai nuovi libri liturgici? Quali decisioni sono state prese e perché, quando e in che modo furono approntate le scelte di cui oggi vediamo i frutti? Domande spesso lasciate in sospeso, talvolta neanche lontanamente adombrate.

Certo, non mancano coraggiosi e benemeriti autori, come per fortuna ancora ci sono editori che non guardano solo alle leggi di mercato. Oltre alla proliferazione di instant book, accompagnati da qualche lancio di agenzia condito con dettagli solleticanti, che però poi durano, appunto, un istante, senza lasciare nessun contributo alla scienza, vediamo pubblicati studi «imponenti» e volumi assai voluminosi, è il caso di dirlo: non si potranno leggere sul treno o in aereo, in viaggio, spesso rimarranno al chiuso delle biblioteche, ma – di certo – saranno strumento di consultazione e di riferimento per quanti vogliano davvero una formazione ed un’informazione più completa.

Spesso tali lavori sono frutti, non diremo estemporanei né occasionali, ma di certo non maturati in un sistema organico e pensato. Capita che un professore particolarmente esigente chieda ad un suo dottorando di produrre integralmente la documentazione su cui fonda la sua tesi; succede pure che conoscenze e contatti quasi clandestini con persone ed enti legati in passato con il movimento della riforma liturgica rendano possibile l’accesso a documenti altrimenti introvabili, ad es., ad un religioso della stessa congregazione di un perito che lavorò in qualche gruppo di studio può capitare di consultare le carte del suo illustre confratello; ancora, non manca qualche zelante ricercatore che si metta sulle tracce di un «sentito dire», riuscendo poi a ritrovare un archivio dimenticato; non si esclude il caso di porte solitamente chiuse che si aprono dopo una telefonata di un amico più alto in grado…

Insomma, non sembra si  possa parlare di un coordinamento né tantomeno di un indirizzo comune o di una pista aperta e battuta insieme da una molteplicità di ricercatori. Eppure le possibilità ci sarebbero, gli archivi conservano materiale abbondante; è vero, documentazione ancora grezza e da riordinare – e in latino ! -, ma del resto così accade in una miniera quando si scopre un nuovo filone: prima di poter attingervi direttamente ed immediatamente, occorre provvedere a tutta una serie di accorgimenti per mettere in sicurezza e permettere un più agile e proficuo sfruttamento del giacimento.

Questo occorrerebbe fare, nell’ambito della ricerca liturgica sul Vaticano II e, soprattutto, sul periodo di riforma che ne seguì. Organizzare meglio la ricerca, mettere in circolazione, nella comunità scientifica, informazioni e dati; tentare di inserire lo studio di ciascuno in un progetto più ampio, collaborando, pur da diversi ambiti e con differenti prospettive, ad una storia della riforma liturgica il più possibile obiettiva e aderente ai testi. Ci sarà chi sia pronto a mettere mano a simile progetto? Interesseranno ancora faldoni polverosi e quasi dimenticati, nei quali – solamente nei quali – si trovano le tracce e le ragioni dei processi che hanno portato al nostro attuale modo di celebrare?

Ci sia permesso citare episodi personali, a sostegno di quanto si va dicendo. Nel corso delle nostre ricerche ci è capitato più volte di rimanere confusi e sbigottiti di fronte all’enorme mole di documentazione inedita, sconosciuta e inaccessibile ai più, che giace sparsa in diversi (1) archivi: noi avevamo poco tempo e dovevamo concentrarci sull’oggetto della nostra indagine, ma di fronte ad tesori così importanti non si poteva non sognare di avere disponibilità di tempo e risorse per studiare e pubblicare l’intera produzione del Consilium, gli schemi e le bozze dei rituali, la corrispondenza e le note personali dei membri e degli esperti. Ciò che una persona sola può appena immaginare di fare può , invece, essere compiuto in team: non si potrà arrivare a documentare ogni passaggio, è vero – ormai la grandissima parte dei testimoni è passata a celebrare la liturgia del cielo  – ma rimangono i testi, le carte e la documentazione da vagliare al setaccio e da pubblicare criticamente, per garantire quanta più oggettività possibile alla discussione. Un’altra volta ci capitò di notare che nella sala di consultazione dell’Archivio Segreto Vaticano c’era un’altra persona che chiedeva agli addetti di sala gli stessi faldoni che servivano a noi per le nostre ricerche. Dopo alcuni giorni, cercammo di capire chi fosse, ci presentammo e chiedemmo il motivo di una così sorprendente somiglianza di interessi: non fu un colloquio esaltante. Dopo qualche tempo, venimmo a sapere, indirettamente, che si stava preparando la pubblicazione on line dei documenti della Commissione Preparatoria De Liturgia… Averlo saputo prima, ci saremmo risparmiati ore e ore di consultazione e di trascrizione di testi, o avremmo offerto la nostra collaborazione a tale meritevole progetto (2)! Parte di tale documentazione è stata pubblicata anche nello studio di A. Lameri (3): quindi, tre persone hanno lavorato, senza saperlo, sugli stessi testi, in tempi quasi identici. Davvero un peccato lo spreco di energia, almeno così lo abbiamo vissuto noi: avevamo tantissimo altro materiale da esaminare. I testi della Commissione Preparatoria li avremmo potuti studiare grazie al lavoro di ricerca e di pubblicazione altrui, nel frattempo ci si poteva dedicare ad altre carte.

Ci stiamo allungando oltremodo per gli spazi di un post sul nostro minuscolo blog. Nei prossimi giorni tenteremo di chiarire il senso delle nostre riflessioni e lo scopo di questa sorta di appello.

Nel frattempo, siamo apertissimi ad ogni contributo.


(1) Per quanto ne sappiamo, l’unico archivio che permetta il superamento della comprensibile frammentarietà di fondi privati o di istituti particolari, è quello della Congregazione per il Culto Divino, che – guarda caso – è chiuso alla consultazione di esterni. Il che ci pare un vero peccato, se non addirittura uno scandalo. Dopo il discorso di Francesco, non sarebbe più degno di accademici e di studiosi chiedere, ad esempio, l’apertura di tale archivio piuttosto che, come è successo, chiedere la testa di qualche ecclesiastico o di qualche teologo «nemico»?

(2) Cf. qui. Purtroppo la promessa scritta sull’home page, che annuncia un prossimo caricamento di altro materiale, non è stata compiuta. L’aggiornamento è fermo al 22 novembre 2013. Invano è stato tentato di mettersi in contatto con i responsabili della pagina web.

(3) A. Lameri, La «Pontificia Commissio de sacra Liturgia Praeparatoria  Concilii Vaticani II». Documenti, Testi, Verbali (Ephemerides Liturgicae Subsidia 168), Roma 2013.

Geremia aveva pregato la Colletta della XXII domenica?

E’ evidentemente una domanda retorica ed assurda, quella che poniamo nel titolo di queste brevi righe.

Eppure, nonostante la provocazione, avrebbe fatto bene ai traduttori (al traduttore?) dell’originale latino della preghiera di questa XXII domenica dare un’occhiata anche al contesto ampio del formulario eucologico in questione, allargando l’analisi pure alle letture bibliche scelte per la stessa domenica. Infatti, nel ciclo di quest’anno, lo schema A delle letture, il brano dell’Antico Testamento riporta un’espressione che avrebbe potuto fornire un prezioso aggancio con la preghiera, rendendo concreta e viva  un’espressione linguistica che forse ha spaventato chi doveva renderla in italiano.  Con una traduzione più disinvolta ogni  possibilità viene meno, invece.

Vediamo più da vicino.

La preghiera recita nell’originale: Deus virtutum, […], insere pectoribus nostris tui nominis amorem…

Questa la traduzione ufficiale: «O Dio…[…] suscita in noi l’amore per te…»

E questa una versione più (troppo?) letterale: «O Signore, Dio degli eserciti, […], metti dentro al mio cuore l’amore per il tuo nome…»

La lettura: «Mi dicevo: “Non penserò più a lui, non parlerò più nel suo nome!”. Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, trattenuto nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo (Ger 20,9)».

Insomma, pare che Geremia abbia avuto il dono di quanto chiede la preghiera, seppure il profeta di Anatot qualche volta si sia rivolto a Dio con ben altri termini! Ma questi sono misteri di Dio.

Noi possiamo solo giocare con qualche mistero ben più terreno: il mistero di traduzioni un poco edulcorate. Da una parte, però, lo capiamo bene il disagio del traduttore: fra l’altro non si poteva proprio mantenere fedelmente quel Deus virtutum (reso con O Dio, nostro Padre), nonostante pochi versetti dopo quello già citato sopra ritroviamo la stessa espressione di nuovo sulle labbra di Geremia: «Signore degli eserciti, che provi il giusto, che vedi il cuore e la mente, possa vedere la tua vendetta su di loro, poiché a te ho affidato la mia causa!» (Ger 20,12)!!

 

 

Solo un accento. La struttura personale della fede a partire da un semplice segno di ortografia.

Siamo nel cuore delle ferie di agosto e trovare una biblioteca dove poter consultare il testo originale ci è impossibile. Per questa volta, tuttavia, pare che la traduzione renda possibile un gioco linguistico che aumenta l’espressività del concetto.

Ci stiamo riferendo ad alcune riflessioni dell’allora giovanissimo professore Joseph Ratzinger a proposito di quanto suscitato dal Congresso Eucaristico di Monaco di Baviera nell’agosto 1960 (2), ora riproposte nel volume 7/1 dell’opera omnia con il titolo «Il congresso eucaristico internazionale alla luce della critica».

Il contesto è il dibattito intorno alla questione delle celebrazioni massive in una simile manifestazione religiosa. L’argomentazione, pur fornendo alcuni passaggi degni di essere ripresi, è molto equilibrata e ispirata ad un sano buon senso; Ratzinger, come al solito, non si cela di fronte alle domande difficili, e riesce ad offrire spunti assai profondi anche mentre risponde a questioni da altri affrontate in modo assai più superficiale. Così, mentre affronta «il problema della massa», prende spunto da una realtà allora ben viva nell’ambiente germanico per tratteggiare in modo chiarissimo un carattere decisivo della fede cristiana. Come dicevamo, sarebbe interessante poter confrontare il testo originale con la versione italiana, che gioca in modo geniale con le possibilità della lingua italiana. Ecco il paragrafo:

….Ci si ricordava in modo sin troppo chiaro delle grandi manifestazioni di massa dei sistemi totalitari, che coscientemente puntavano a sorprendere il singolo con il pathos della massa, a trascinarlo semplicemente in una corrente alla quale solo i più forti possono opporsi. Proprio chi aveva fatto esperienza di questo (e in Germania erano tutte le persone adulte) sapeva anche che un processo di questo tipo è contrario alla natura della fede cristiana, che consiste proprio non nella sopraffazione del proprio io, non nell’essere trascinati dalla corrente dell’opinione dominante, da quello che in quel momento «si» dice e «si» fa; la natura della fede cristiana consiste invece nel «sì» del tutto personale del mio cuore e del mio spirito al Dio che chiama ogni singolo per nome e che, nell’ora del compimento di questo dialogo d’amore, a ognuno dà un nome che solo lui – il chiamato – conosce (Ap 2,17); in un’unità tra uomo e Dio penetrare nella quale è precluso a qualunque creatura. L’uomo non giunge alla fede imparando man mano a fare con gli altri quello che in quel momento «si» fa, quanto, proprio al contrario, svincolandosi dalla prigionia del «si» e in tal modo divenendo libero per l’avvenimento personale dell’incontro con l’invisibile (2).

 

(1) J. Ratzinger, «Der Eucharistische Weltkongress im Spiegel der Kritik», in R. Egenter – O. Perner – H. Hofbauer (a cura di), «Statio Orbis». Eucharistischer Weltkongress 1960 in München 1960, I, München 1961, 227-242.

(2) J. Ratzinger, Opera omnia, 7/1. L’insegnamento del Concilio Vaticano II, Città del Vaticano 2016, 35-36.

San Pietro Crisologo plagiato?

Sarà stato il caldo estivo e il clima di vacanza, sarà stata la più facile allegria con cui si guarda la realtà e la natura quando si è liberi da più gravi occupazioni, oppure, semplicemente, un contrappasso di un «peccato» che un liturgista integralista non dovrebbe fare: dare un’occhiata al Santorale essendo domenica e non potendo addurre la giustificazione di una festa locale. Così, lo confessiamo, ci è capitato di leggere con gusto e profitto, dopo la preghiera canonica dell’Ufficio delle Letture secondo il calendario del tempo, anche il brano di san Pietro Crisologo proposto dal Salterio nell’occorrenza della sua memoria liturgica, il 30 luglio, quest’anno 2017 – appunto – ricorrente nel giorno di domenica.

La sorpresa è stata grande nel notare che le bellissime espressione di questo grande pastore e predicatore, non per niente attribuito del titolo di Crisologo, dalle parole d’oro, sembrano essere state riprese, senza saperlo, da un ben altro personaggio, che ha fatto fortuna mettendo insieme parole, e insieme parole e musica.

Prima il brano del nostro santo, con alcune sottolineature nostre (in verità, l’intero brano è di bellissima confezione e il contenuto è assai impattante):

Dai «Discorsi» di san Pietro Crisologo, vescovo (Disc. 148; PL 52, 596-598)

Quando la Vergine concepisce, vergine partorisce e vergine rimane. Non rientra nell’ordine della natura, ma dei segni divini. Non c’entra la ragione, ma la potenza superiore, non la natura, ma il Creatore. Non è cosa normale, ma singolare; è un fatto divino, non umano. La nascita di Cristo non fu dettata dalla necessità, ma da una libera scelta. Fu un sacramento di pietà, fu la restaurazione della salvezza umana. Colui che senza nascere aveva formato l’uomo da un intatto limo, quando egli stesso nacque, formò un uomo da un intatto corpo. La mano che si era degnata di prendere del fango per plasmare il nostro corpo, si degnò di prendere anche la carne per la nostra restaurazione. Ora che il Creatore dimori nella sua creatura e che Dio si trovi nella nostra carne, è un onore per l’uomo, non una sconvenienza per Dio.
O uomo, perché hai di te un concetto così basso quando sei stato tanto prezioso per Dio? Perché mai, tu che sei così onorato da Dio, ti spogli irragionevolmente del tuo onore? Perché indaghi da che cosa sei stato tratto e non ricerchi per qual fine sei stato creato? Tutto questo edificio del mondo, che i tuoi occhi contemplano, non è stato forse fatto per te? La luce infusa in te scaccia le tenebre che ti circondano. Per te è stata regolata la notte, per te definito il giorno, per te il cielo è stato illuminato dal diverso splendore del sole, della luna e delle stelle. Per te la terra è dipinta di fiori, di boschi e di frutti. Per te è stata creata la mirabile e bella famiglia di animali che popolano l’aria, i campi e l’acqua, perché una desolata solitudine non appannasse la gioia del mondo appena fatto.
Tuttavia il tuo creatore trovò ancora qualcosa da aggiungere per onorarti. Ha stampato in te la sua immagine, perché l’immagine visibile rendesse presente al mondo il creatore invisibile, e ti ha posto in terra a fare le sue veci, perché un possedimento così vasto, qual è il mondo, non fosse privo di un vicario del Signore.
Dio, nella sua infinita bontà, prese in sé ciò che aveva fatto in te per sé. Volle essere visto nell’uomo direttamente e in se stesso. Egli, che nell’uomo aveva prima voluto essere visto per riflesso, fece sì che diventasse sua proprietà l’uomo che prima aveva ottenuto di essere solo sua immagine riflessa.
Nasce dunque Cristo, per reintegrare con la sua nascita la natura decaduta. Accetta di essere bambino, vuole, essere nutrito, passa attraverso i vari stadi dell’età per restaurare l’unica perfetta duratura età, quella che egli stesso aveva creato. Regge l’uomo, perché l’uomo non possa più cadere. Fa diventare celeste colui che aveva creato terreno. Fa vivere dello spirito divino chi aveva soltanto un’anima umana. E così lo innalza tutto fino a Dio, perché nulla più rimanga nell’uomo di ciò che in lui v’è di peccato, di morte, di travagli, di dolore, di terra, per mezzo di nostro Signore Gesù Cristo che vive e regna con il Padre nell’unità dello Spirito Santo, ora e sempre per gli infiniti secoli dei secoli. Amen.

Ora, proviamo ad accostare il testo di una canzone profana, ma non del tutto, perché composta in occasione della nascita della figlia primogenita, un 13 dicembre di vari anni fa. Si tratta del testo di «Per te», di Jovanotti (Lorenzo Cherubini) e altri autori.

È per te che sono verdi gli alberi
e rosa i fiocchi in maternità
è per te che il sole brucia a luglio
è per te tutta questa città
è per te che sono bianchi i muri
e la colomba vola
è per te il 13 dicembre
è per te la campanella a scuola
è per te ogni cosa che c’è ninna na ninna e…
è per te ogni cosa che c’è ninna na ninna e…
è per te che a volte piove a giugno
è per te il sorriso degli umani
è per te un’aranciata fresca
è per te lo scodinzolo dei cani
è per te il colore delle foglie
la forma strana della nuvole
è per te il succo delle mele
è per te il rosso delle fragole
è per te ogni cosa che c’è ninna na ninna e…
è per te ogni cosa che c’è ninna na ninna e…
è per te il profumo delle stelle
è per te il miele e la farina
è per te il sabato nel centro
le otto di mattina
è per te la voce dei cantanti
la penna dei poeti
è per te una maglietta a righe
è per te la chiave dei segreti
è per te ogni cosa che c’è ninna na ninna e…
è per te ogni cosa che c’è ninna na ninna e…
è per te il dubbio e la certezza
la forza e la dolcezza
è per te che il mare sa di sale
è per te la notte di Natale

E’ curiosa la somiglianza dei passaggi centrali del brano del Santo Vescovo di Ravenna con l’insistenza ripetuta della canzone, che mette al centro del cosmo la bambina, senza nominarla.

Non ci pare il caso di scomodare commissioni di vigilanza anti-plagio, san Pietro Crisologo, ne siamo sicuri, cederebbe volentieri i suoi diritti d’autore. Ma pensiamo che non sia questione di aver copiato dall’antico scrittore: si tratta di una naturale eccedenza dell’essere, della bellezza e del sentimento che sconvolge il cuore di un giovane papà guardando la sua piccola. Ben più fondata e articolata è l’argomentazione del santo, che poggia la sua valutazione della positività e della pro-positività del reale sul mistero dell’amore divino. Tuttavia, di una felice corrispondenza, può essere prova, forse neanche troppo consapevole o voluta, l’ultimo riferimento, nella canzone, alla notte di Natale. Un’indizio cristologico? Al lettore la sua risposta.

Buone vacanze, e alla prossima divagazione!

Una “Commissione ad hoc”… Era un segreto, o semplicemente nostra ignoranza?

Essendo del tutto estranei a circoli e a cordate e non avendo alcuna “fonte” se non testi e testimoni accessibili, della notizia che apprendiamo solo ora non c’era giunta nessuna anticipazione. Ci sia permesso tuttavia, dopo aver professato la nostra ignoranza, di stupirci e di rallegrarci di quanto troviamo documentato fra le righe di un intervento del professore Matias Augé. Si tratta di un commento del liturgista spagnolo ad uno scritto del Prefetto della Congregazione per il Culto (qui la pagina del blog con il testo in questione). Fra le righe, sobbalziamo alla lettura del passaggio seguente:

«…il cardinale ha il merito di esprimere una sua proposta concreta per arrivare “ad un rito comune riformato con lo scopo di facilitare la riconciliazione all’interno della Chiesa”. In primo luogo, il cardinale si augura che si possa arrivare ad un calendario liturgico comune per le due forme del rito romano, e anche ad una “convergenza” dei lezionari. Sua Eminenza sa, meglio di me, che una commissione ad hoc ha lavorato negli anni del pontificato di papa Ratzinger senza riuscire a produrre una proposta concreta, date le difficoltà dell’operazione».

Dal testo della Lettera di accompagnamento del Motu proprio Summorum Pontificum si evince che tale lavoro dovesse essere svolto dalla Commissione Ecclesia Dei, (1) un’istituzione già allora e ancor oggi attiva, e quindi non «ad hoc».

Non sappiamo dire nulla di più, se non immaginare quanti spunti e dati per lo studio e la ricerca potrebbero sorgere dalla possibilità di consultare la documentazione prodotta da tale Commissione. Immaginiamo il lavoro dei suoi componenti, le loro ricerche e le loro analisi: quale beneficio ne verrebbe se simile sforzo potesse essere condiviso. Al di là delle partigianerie e delle sensibilità, cultori e ricercatori di liturgia dovrebbero saper fare tesoro di simili confronti.

Che peccato che tutto debba rimanere segretato e ignoto, come purtroppo riteniamo accadrà. Ma saremmo felicissimi di essere smentiti, e di poter avere anche qualche piccola informazione in più!


(1) «Del resto le due forme dell’uso del Rito Romano possono arricchirsi a vicenda: nel Messale antico  potranno e dovranno essere inseriti nuovi santi e alcuni dei nuovi prefazi. La Commissione “Ecclesia Dei” in contatto con i diversi enti dedicati all’ “usus antiquior” studierà le possibilità pratiche. Nella celebrazione della Messa secondo il Messale di Paolo VI potrà manifestarsi, in maniera più forte di quanto non lo è spesso finora, quella sacralità che attrae molti all’antico uso»: qui il testo completo.