Cosa nostra

Con questo post singolare vorremmo ritornare su alcuni aspetti della parabola del figliol prodigo, o come la si voglia chiamare. Ne riproporremo un’interpretazione che, forse, necessita la rilettura del post immediatamente precedente a questo (qui).

La preghiera meditata dell’Ufficio delle Letture del giovedì della IV settimana di Quaresima ci ha suggerito alcuni agganci interessanti fra la pericope di Luca 15 e quanto predicò San Leone Magno, e che è proposto appunto come seconda lettura dell’Ufficio del giorno. Quindi si tratta non tanto di un elogio alla mafia siciliana – «cosa nostra» -, quanto piuttosto un riconoscimento della geniale predicazione leoniana.

Ci perdoni però il grande papa se rileggiamo le sue parole, superando sicuramente l’intentio auctoris, quanto Leone voleva realmente trasmettere; lo facciamo perché ci pare che possa aiutarci a cogliere sempre di più la ricchezza della parabola, che di certo lui aveva ben compresto. Faremo pertanto delle notazioni lungo il testo dell’omelia, sperando di non commettere un sacrilegio eccessivo.

Dai «Discorsi» di san Leone Magno, papa
(Disc. 15 sulla passione del Signore, 3-4; Pl 54, 366-367)

Colui che vuole onorare veramente la passione del Signore deve guardare con gli occhi del cuore Gesù Crocifisso, in modo da riconoscere nella sua carne la propria carne.
Tremi la creatura di fronte al supplizio del suo Redentore. Si spezzino le pietre dei cuori infedeli, ed escano fuori travolgendo ogni ostacolo coloro che giacevano nella tomba. Appaiano anche ora nella città santa, cioè nella Chiesa di Dio, i segni della futura risurrezione e, ciò che un giorno deve verificarsi nei corpi, si compia ora nei cuori.
A nessuno, anche se debole e inerme, è negata la vittoria della croce, e non v’è uomo al quale non rechi soccorso la mediazione di Cristo. Se giovò a molti che infierivano contro di lui, quanto maggiore beneficio apporterà a coloro che a lui si rivolgono! 
L’ignoranza dell’incredulità è stata cancellata. E` stata ridotta la difficoltà del cammino. Il sacro sangue di Cristo ha spento il fuoco di quella spada, che sbarrava l’accesso al regno della vita. Le tenebre dell’antica notte hanno ceduto il posto alla vera luce.
Il popolo cristiano è invitato alle ricchezze del paradiso. Per tutti i battezzati si apre il passaggio per il ritorno alla patria perduta, a meno che qualcuno non voglia precludersi da se stesso quella via, che pure si aprì alla fede del ladrone. [Qui c’è l’esperienza del figlio minore, ritornato nella casa paterna, dopo l’esilio volontario nella terra della sua alienazione; e c’è il rischio del fratello maggiore, che sdegnato non vorrebbe avere niente in comune con un fratello – nella cui carne dovrebbe invece riconoscere la propria carne – né con un padre così remissivo e indulgente ad una festa ai suoi occhi ingiusta e ingiustificata.] Procuriamo che le attività della vita presente non creino in noi o troppa ansietà o troppa presunzione sino al punto da annullare l’impegno di conformarci al nostro Redentore, nell’imitazione dei suoi esempi. Nulla infatti egli fece o soffrì se non per la nostra salvezza, perché la virtù, che era nel Capo, fosse posseduta anche dal Corpo«Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1, 14) nessuno lasciando privo della misericordia, ad eccezione di chi rifiuta di credere. E come potrà rimanere fuori della comunione con Cristo chi accoglie colui che ha preso la sua stessa natura e viene rigenerato dal medesimo Spirito, per opera del quale Cristo è nato? Chi non lo riterrebbe della nostra condizione umana sapendo che nella sua vita c’era posto per l’uso del cibo, per il riposo, il sonno, le ansie, la tristezza, la compassione e le lacrime?
Proprio perché questa nostra natura doveva essere risanata dalle antiche ferite e purificata dalla feccia del peccato, l’Unigenito Figlio di Dio si fece anche Figlio dell’uomo e riunì in sé autentica natura umana e pienezza di divinità. E’ cosa nostra ciò che giacque esanime nel sepolcro, che è risorto il terzo giorno, che è salito al di sopra di tutte le altezze alla destra della maestà del Padre. [E’ cosa nostra!! «Figlio… tutto ciò che è mio è tuo», diceva il padre dei fratelli al maggiore; e, poi, «questo tuo fratello era morto…», a ricordargli che quell’incauto scialaquatore delle paterne sostanze non era solamente un figlio di un padre troppo arrendevole – «questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi» -, ma pur sempre suo fratello. Leone Magno ha ben capito che occorre sul serio appropriarsi delle sostanze autentiche del Padre. Il figlio minore pretendeva le sostanze piccole, i beni materiali, il maggiore era pieno di risentimento per un capretto non concesso benché nemmeno richiesto….entrambi non hanno compreso come il Padre volesse far parte con loro di beni molto più preziosi: la sua natura, il suo amore, la sua vita. Proprio perché Cristo è diventato cosa nostra, proprio perché il vitello grasso è stato finalmente immolato, possiamo essere sicuri che la misericordia di Dio sia anch’essa cosa nostra, sia per noi per primi, investa la nostra debolezza; e poi cosa nostra diventa pure un fratello che cade, da riaccogliere con gioia.]

Nostrum est quod exanime in sepulcro iacuit, et quod die tertia resurrexit!

 

 

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Maiali, capretti, vitelli, agnelli. Non pare affatto una domenica quaresimale…

Dopo aver ascoltato vari commenti e letto qua e là, su libri e sul web, a proposito della Liturgia della Parola della IV domenica del tempo quaresimale, quest’anno secondo lo schema C, diciamo qualcosa pure noi. O, meglio, riportiamo le parole del grande Romano il Melode, il quale, sebbene si firmasse umile Romano – in modo acrostico nelle strofe dei suoi testi -, riesce spesso a sorprenderci per la ricchezza delle sue immagini interpretative. Il nostro autore ci aiuta a ricentrare il brano evangelico in tutta la sua portata cristologica, per non rischiare di perdere aspetti importanti avendone sottolineato eccessivamente altri.

In effetti, se non ci lascia prendere subito da considerazioni morali e psicologiche intorno ai due fratelli e al loro padre, fanno specie, in una domenica di Quaresima, letture così «carnali», con un’insistenza ripetuta sul mangiare e sulle carni, per di più. La prima lettura ribadisce solennemente, a proposito del popolo di Israele arrivato finalmente nella terra promessa: «mangiarono i prodotti della terra…mangiarono i frutti della terra di Canaan». Ma è poi il vangelo ad essere molto esplicito nel farci immaginare carni succulente e consumate in festosa convivialità: un capretto desiderato per una festa e un vitello grasso «cotto e mangiato», si direbbe a sottolineare il repentino giungere dell’occasione giusta, per la quale inconsapevolmente (?) era stato foraggiato. Da non dimenticare il contesto ampio delle letture, la celebrazione sacramentale dell’eucarestia, e segnatamente le parole prima della comunione: Ecce Agnus Dei, ecce qui tollit peccata mundi. Beati qui ad cenam Agni vocati sunt (1).

Una domenica di banchetti, quindi. Ecco perché ci pare faccia bene il Melode ad attardarsi su uno dei protagonisti della parabola, oltre ai celebri componenti della trilogia familiare, il padre e i due fratelli: il vitello grasso!

Orsù, apprestateci il santissimo banchetto, sacrificate senza esitazione il vitello messo al mondo da una Madre vergine. […] Per il peccatore, ve l’ho già ordinato, sacrificate subito il vitello, il virgineo Figlio della Vergine che non si assoggettò al giogo del peccato, ma cammina spedito avanti a quanti lo vorrebbero trascinare. Egli infatti non si ribella di fronte al sacrificio, ma spontaneamente piega il capo a quanti si apprestano ad ucciderlo. Trascinate, immolate il Dispensatore della vita, che è sacrificato, ma non è messo a morte, e dona la vita a tutti gli ospiti dell’Ade, colui che noi mangiamo per essere nel gaudio. […] Sacerdoti, miei fedeli servitori, immolate questo vitello e a tutti i meritevoli del mio banchetto, datelo a mangiare, vitello senza macchia, puro alla perfezione, nutrito dalla terra non seminata che egli stesso creò. Offrite a loro anche la preziosa bevanda, il sangue e l’acqua che sgrogano dal suo fianco per tutti i credenti. Tutti, e in ogni tempo, mangiatene: smembrato che egli sia, non è per questo spartito, né diviso, né consumato, ma per l’eternità sazia gli uomini tutti. Egli si offre in cibo santissimo nel suo amore per gli uomini, lui, Padrone dei secoli e Signore. Mentre la schiera dei commensali era in festa e tutti cantavano nella gioia inni a Dio, il padre per primo dette un segnale agli invitati, dicendo: Gustate e vedete che sono il Cristo. Dopo di lui, il Salmista, accompagnandosi con la cetra, intona con voce dolcissima: Presto, portate vittime pure e benedette sull’altare consacrato; sacrificate un vitello con azioni di grazie. Poi Paolo ad alta voce pronuncia: La nostra Pasqua è stata immolata, Gesù Cristo, il Padrone dei secoli e Signore. Gli angeli che prestavano servizio al banchetto, vedendo che i presenti si rallegravano e cantavano armoniosamente, vollero imitarli intonando il loro inno. Qual’è questo inno? Ascoltiamolo, di grazia: Santo sei, Padre, che oggi hai accettato che sia immolato per gli uomini il vitello senza macchia. Santo è anche il tuo Figlio volontariamente sgozzato alla stregua di un vitello immacolato, che santifica coloro che sono battezzati nell’acqua salutare della piscina. Santo è anche lo Spirito, accordato in dono ai credenti dal Padrone dei secoli e Signore (2)

Infine, la poetica ispirata di Romano azzarda un happy end di cui solitamente non si dice nulla:

Così, figlio mio, rallegrati con tutti gli invitati al banchetto, e unisciti nel canto a tutti gli Angeli, perché tuo fratello era perduto ed eccolo ritrovato, era morto e, contro ogni attesa, eccolo risuscitato. A queste parole, l’altro fratello si lasciò convincere, si felicitò con il fratello e prese a salmodiare così: Elevate acclamazioni, tutti! Beati quelli ai quali i peccati sono stati condonati, e le colpe dei quali sono state arrestate e cancellate! Ti benedico, o Amico degli uomini, che hai salvato anche mio fratello, tu Padrone dei secoli e Signore (3)


(1) Prima o poi si dovrà chiarire l’improvvida inversione della versione italiana, che peggiora ulteriormente una già triste omissione: è una cena di nozze, quella dell’Agnello!

(2) Romano il Melode, Inni (Letture cristiane delle origini 13), XXXII,1.8-11, Milano 1981, 306.308-309.

(3) Ibid., XXX,21, 312.

Elogio della codardia ovvero quando un liturgista eccede nello zelo

Con questo brevissimo post vorremmo rendere omaggio alla mancanza di coraggio dei periti e dei Membri del Consilium; e manifestare il nostro disappunto per il tono sprezzante e sbrigativo con cui viene liquidata, in poche righe, una questione che meriterebbe ben altre riflessioni. Approfittiamo allo stesso tempo per evidenziare che le critiche alla riforma liturgica furono mosse non solo dagli ambienti cosiddetti tradizionalisti, ma pure da campi e da persone certamente non associabili a simpatie tridentine. Se possiamo permetterci di esprimere un commento personale, ci verrebbe da dire che se quella che vedremo esemplarmente appena più sotto fosse la linea degli oppositori più radicalmente progressisti, essi ci risulterebbero assai più incomprensibili rispetto a quanti non valutano positivamente la riforma del Vaticano II perché convinti dell’assoluta bontà della liturgia preconciliare. Ma passiamo al caso in questione.

Si leggeva qualche giorno fa qualche manuale a riguardo della celebrazione della Santa Famiglia. Fra il poco materiale che si è riusciti a trovare, si faceva notare Hansjörg Auf Der Maur, nel V volume de La Liturgia della Chiesa, il manuale di Scienza liturgica pubblicato da Elle Di Ci.

Questa festa affonda le sue radici nella devozione barocca della S. Famiglia (XVII sec.) e in un primo momento venne celebrata in diverse diocesi in varie date. Il dissolvimento dell’immagine tradizionale ed ecclesiastica della famiglia nel XIX sec. può essere stata l’occasione per favorire la festa. […] Nel MRom 1970 non si ebbe il coraggio di cancellare quest’idillio romantico-borghese.

H. Auf Der Maur, «Altre feste del Signore», in La Liturgia della Chiesa. Manuale di scienza liturgica, V, Le celebrazioni nel ritmo del tempo – I, Leumann (TO) 1990, 246-247.

Sinceramente non si comprende lo zelo inconoclasta: le tormentate e avventurose vicende della Santa Famiglia difficilmente sono riconducibili ad un idillio, secondo i parametri terreni. Dobbiamo confessare di non conoscere null’altro della biografia e della bibliografia del liturgista svizzero: che esperienza avrà avuto, per parlare in tal modo della famiglia?! Per di più, sia nei formulari del Messale precedente, sia in quello attuale, ci sembra di non riuscire a rintracciare quel tono romantico-borghese che viene stigmatizzato. Nel complesso, la liturgia della Santa Famiglia lascia trasparire assai bene la difficoltà, i travagli e i combattimenti della vita dei tre di Nazareth; non ne viene sublimata la vicenda, negandone asperità, fatiche e scandali (nella versione italiana della Liturgia delle Ore, l’inno delle Lodi ha un’espressione assai significativa: «O famiglia di Nazareth, esperta nel soffrire»! Altroché idillio romantico-borghese…)

Ecco, non sappiamo cosa abbia spinto Aud Der Maur ad una posizione così radicale, ma ci auguriamo per lui che nell’ora della sua morte, la Vergine Maria e san Giuseppe lo abbiano soccorso ugualmente, come chiedeva una delle preghiere che lui non apprezzava.

Quos cælestibus reficis sacramentis, fac, Domine Jesu, sanctæ Familiæ tuæ exempla jugiter imitari: ut in hora mortis nostræ, occurrente gloriosa Virgine Matre tua cum beato Joseph, per te in æterna tabernacula recipi mereamur. [Signore Gesù, fa sì che noi nutriti dei tuoi celesti Misteri, abbiamo ad imitare costantemente gli esempi della tua santa Famiglia, affinché nell’ora della nostra morte, venendoci incontro la gloriosa Vergine tua Madre insieme col beato Giuseppe, meritiamo di essere da te ammessi agli eterni tabernacoli] (Postcommunio della Festa della Santa Famiglia secondo il messale preconciliare).

Molto più equilibrato il commento di Bugnini, il quale non negando alcune difficoltà, e lasciando trasparire qualche sua riserva, è tutt’altro che intransigente:

Trattandosi di una festa di idea introdotta da Leone XII nel labirinto liturgicamente già complicato del periodo natalizio, creò non poca difficoltà sistemarla convenientemente secondo i nuovi criteri. L’effettiva celebrazione delle tre «Epifanie» (Magi, Battesimo, Cana), tenuto conto anche dei paesi in cui l’Epifania viene rimandata alla domenica seguente, non lascia più spazio per la festa della S. Famiglia, che dal lato pastorale presenta indiscutibili vantaggi e si inserisce bene, idealmente, nel clima natalizio. Furono fatte diverse proposte: nella domenica tra il 1° e il 5 gennaio, nella 3a domenica dopo l’Epifania, al 1° maggio. Prevalse, infine, la domenica tra l’ottava di Natale, perché, anche se sfasata cronologicamente, «mette in rilievo il mistero dell’Incarnazione, che introduce il Figlio di Dio nella pienezza dell’umanità nella famiglia» (Guano) e perché la festa di Natale richiama e riunisce tante famiglie attorno al focolare domestico; perciò suscettibile di opportuni sviluppi pastorali.

A. Bugnini, La riforma liturgica (1948-1975) (Bibliotheca «Ephemerides Liturgicae» «Subsidia» 30, Roma 1997, 308.

La superbia di un liturgista troppo zelante, quasi novello Erode, fa risplendere ancora di più il prezioso lavoro di periti e membri del Consilium, i quali – sicuramente nella stragrande maggioranza di essi – mai si sentirono in diritto di disprezzare quanto la tradizione aveva portato fino a loro, sebbene talora con evidenti incrostazioni. Se il coraggio di taluni coincide con il disprezzo e con il desiderio di fare all’istante piazza pulita, ben venga una santa codardia, paziente e aperta a sviluppi futuri.

Sono davvero così moderni, i moderni liturgisti?

Quante volte abbiamo sentito commentare con malcelata ironia le scelte e i gusti liturgici di antiche testimonianze, in nome di una finalmente progredita scienza liturgica! Tuttavia è altrettanto frequente che una veloce e sbrigativa critica, risolta magari con qualche esempio scelto all’uopo,  nasconda un’analisi superficiale. La fretta e la superba saccenza sono cattive consigliere: capita così, senza neppure accorgersene, di fare brutte figure che facilmente si potevano evitare.

Facciamo un esempio concreto, per non rimanere troppo vaghi e generici.

L’uso liturgico dei Salmi è da sempre un ambito delicato e ricco di sfumature.

Sicuramente gli antichi liturgisti avevano un approccio alla Sacra Scrittura assai diverso da quello di un moderno esperto. Senza discuterne adesso la bontà o meno, vorremmo semplicemente ricostruire, con un esempio specifico, il processo che ha portato ad alcune scelte.

L’antica Ufficiatura del giorno di Pentecoste prevedeva, per il Mattutino, fra gli altri, il salmo 47. Tale salmo presenta la particolarità di avere un’antifona non estrapolata dallo stesso salmo – come capita invece per gli altri due salmi del Mattutino – ma composta da una citazione biblica di un brano relativo al mistero di quella particolare solennità: Factus est repente de caelo sonus advenientis spiritus vehementis, alleluia, alleluia (At 2,2a). E’ facile perciò ipotizzare che la scelta del salmo 47 per l’ufficiatura di Pentecoste sia stata motivata dal fatto che nel versetto 8 si parla di un vento particolarmente impetuoso: in spiritu vehementi conteres naves Tharsis (l’odierna traduzione italiana recita: …simile al vento orientale che squarcia le navi di Tarsis). Senza escludere altre immagini e contenuti del Salmo che potrebbero averne rafforzato l’accostamento con il Mistero della Pentecoste, è evidente l’assonanza dei termini.

Rimanendo neutrali e distaccati, si dovrebbe solamente registrare il fatto, o meglio la dinamica di simili scelte: l’uso liturgico di questo particolare salmo, in questo caso, poggia principalmente su di un riferimento letterale (naturalmente il fenomeno è più complesso e sottintende, fra l’altro, una chiarissima visione unitaria della Bibbia).

Se, piuttosto, ci sentissimo illuminati e progrediti, ritenendo rozzo e troppo elementare il sistema di lavoro di antichi colleghi, e ci riempissimo la bocca con generi letterari e simili conquiste della scienza biblico-liturgica, saremmo spiazzati e sorpresi nell’apprendere le motivazioni della collocazione del salmo 47 nella nuova distribuzione del salterio della Liturgia delle Ore di Paolo VI. Prima però di riportarla, dobbiamo fare alcune precisazioni.

Dobbiamo per onestà specificare che stiamo per confrontare due dati non del tutto omogenei: nel primo caso si tratta dell’ufficio proprio di una solennità, mentre il secondo riguarda la distribuzione del salterio nell’ufficiatura ordinaria. Dobbiamo ricordare inoltre che l’attuale salmodia delle Lodi ha una strutturazione specifica: il primo salmo ha a che fare in certo modo con l’ora dell’ufficio (salmi legati ai temi della luce, dell’alba, etc.) oppure perché è da tradizioni importanti collocato da tempo nell’ufficio delle Lodi; quindi vi è un cantico, infine un altro salmo dal carattere laudativo. Tornando dunque al nostro salmo 47, esso si trova nelle lodi del giovedì della prima settimana, come terzo salmo del gruppo salmodico. Come mai è stato collocato fra i salmi laudativi? Ce lo facciamo spiegare da uno dei testimoni più autorevoli della riforma della Liturgia delle Ore, padre Vincenzo Raffa, che in uno studio afferma: i salmi del terzo gruppo «hanno, all’inizio o nei primi versi, espressioni come queste: lodate, cantate, esultate, giubilate, date gloria, degno di ogni lode è il Signore, ti glorifichino le tue opere, i cieli narrano la gloria di Dio, come è ammirabile il tuo nome o Signore ecc.» (1). Quindi il salmo 47 avrebbe trovato la sua attuale collocazione a causa del versetto 2a: «Grande è il Signore e degno di ogni lode nella città del nostro Dio».

Dunque, in certo senso, la stessa dinamica di riferimento alla lettera del salmo unisce il liturgista tridentino all’esperto della riforma postconciliare dei nostri tempi. Chi volesse, al contrario, distinguersi e segnare oltremodo la differenza della propria metodologia, magari oltretutto irridendo la semplicità e l’immediatezza di antichi estensori, ci farebbe sorgere qualche dubbio intorno alle sue creazioni: sarebbe ancora liturgia cattolica?

Molto più cattolici , cioè capaci di raccogliere insieme di diversi libri della Scrittura, originali ed ammirevoli ci paiono gli antichi esperti che plasmarono l’antica ufficiatura della Pentecoste, ragguardevoli anche per il modo in cui la Parola di Dio era posseduta e ruminata: senza le moderne concordanze e analoghi strumenti ausiliari, due sole parole di un salmo accendevano le luci su altri testi,  Salmi e Atti degli Apostoli, lontanissimi, ma sorprendentemente ben presenti nello spirito e nella memoria di quanti trovarono tale corrispondenza.


(1) V. Raffa, La liturgia delle Ore. Presentazione storica, teologica e pastorale, Milano 1990, 110.

Il re Ezechia in salsa francese

Visto che si tratta di Francia, questo post potrebbe essere più un divertissement che altro . Roba non troppo seria, insomma. Lo scriviamo perché lo studio della Liturgia e della libertà di cui essa gode ci diverte, appunto. Non solo santificazione, non solo edificazione, ma anche divertimento!

Ci spieghiamo.

Ieri, per diversi e strani motivi, abbiamo voluto utilizzare, nella preghiera dell’Ufficio delle Letture, anche i testi propri di una delle memorie facoltative proposte per il 25 di agosto, quelli legati al santo re francese Ludovico. Per la verità, si tratta solamente della seconda lettura, del suo responsorio e dell’orazione. Sia il primo che il terzo testo ci paiono mediamente discreti, senza spunti eccezionali e degni di menzione; il secondo, cioè il responsorio, ha invece attirato la nostra attenzione. Quando la citazione biblica di cui si compone il testo responsoriale viene preceduta da un «cfr.», indicazione questa di una citazione non del tutto letterale e non integralmente identica al testo della Sacra Scrittura, nella gran parte dei casi si può scoprire qualcosa di interessante.

Osservando il riferimento della citazione, si intuisce subito che si tratti di un collage di diversi versetti, quattro per l’esattezza. L’inizio del capitolo 18 del secondo Libro dei Re è una sorta di sommario di introduzione alle vicende del re Ezechia, poi trattate nei capitoli successivi. Ecco un confronto fra i due testi.

tabella articolo ludovico

E’ impressionante la rilettura che la liturgia compie sul testo biblico, applicandolo in toto al santo re francese, mettendo in ombra quello di Giuda. Il quale, fra l’altro, era  già stato comunque nominato nella prima lettura dell’Ufficio [sabato della XX settimana: «Isaia, figlio di Amoz, mandò a dire a Ezechia…(Is 37,21-35)]. Naturalmente, le due letture non erano coordinate! Solo uno scherzo curioso della liturgia restituisce un poco di notorietà ad un re a cui la Sacra Scrittura concede non poco spazio. La stessa liturgia delle Ore, tuttavia, anche quando riporta le parole del re, raccolte nel cantico del capitolo 38 del libro di Isaia, non fa menzione alcuna di chi le avrebbe pronunciate la prima volta: «Angosce di un moribondo, gioia di un risanato»: cf. Cantico (Is 38,10-14.17-20), martedì della II settimana del salterio. La citazione dal Nuovo Testamento in calce ne favorisce la rilettura cristologica: «Io ero morto, ma ora vivo…e ho potere sopra la morte (Ap 1,17-18) (1).

Se da una parte siamo sicuri che il povero re Ezechia sarà stato onorato che la sua vicenda si sia volta ad essere una prefigurazione di Cristo, ci piacerebbe sapere cosa avrà provato quando si sarà accorto che diventava ombra profetica pure di un santo re francese del XIII secolo!


(1) «I titoli costituiscono una novità per l’Ufficio romano. Sono una delle risorse più preziose per aiutare il recitante ad assimilare vitalmente i salmi (IU 110-111). I titoli non hanno carattere ufficiale e liturgico, ma sono un elemento privato, che, di regola, non fa parte della recitazione. Il primo titolo riassume il senso letterale dei salmi, senso che il recitante non può trascurare. I salmi, infatti, anche se sorsero molti secoli fa, e in mezzo a un popolo di cultura semitica lontana dalla nostra, tuttavia esprimono i dolori e le speranze, il senso della miseria e del peccato, la fiducia e la fede in Dio, l’attesa della salvezza, la lode e il ringraziamento a Dio che sono propri degli uomini di tutte le epoche e di tutti i climi (IU 107,111). Il secondo titolo è una frase desunta dal Nuovo Testamento o dai Padri che aiuta o invita a pregare il salmo in senso cristiano (IU 111). Nell’Ufficio del Tempo Ordinario “per annum”, quando viene eseguito senza canto, questo titolo può sostituire l’antifona (IU 114). Il testo del secondo titolo è preso dalla Bibbia o dai Padri onde ridurre al massimo l’impronta soggettiva nella valutazione e visuale dei salmi. Si tratta a volte di testi del Nuovo Testamento che citano esplicitamente o implicitamente il salmo, vedendolo nella luce della redenzione. E’ Cristo o gli apostoli che dano questa interpretazione. Anche le referenze patristiche hanno il loro peso come documento di tradizione. Ciò che si è detto dei titoli salici vale anche per quelli dei cantici dell’Antico Testamento. Questo sussidio dei titoli era stato desiderato e richiesto da molti. Tutti comunque ne avranno un grande vantaggio per una celebrazione più spirituale dell’Ufficio, anche se qualche titolo è tutt’altro che intuitivo»: V. Raffa, La Liturgia delle Ore. Presentazione storica, teologica e pastorale, Milano 1990³, 159.

 

L’eccezione che conferma la regola. Per non av-vilirci del tutto

Dobbiamo fare una premessa a quello che diremo. E’ stato proprio un padre gesuita a metterci la pulce nell’orecchio, facendoci notare che parrebbe una contraddizione in termini un gesuita appassionato e cultore di liturgia.

Si tratterebbe pertanto di un retaggio che va al di là della personale sensibilità o interesse: il fatto che Papa Francesco citi, nella sua predicazione, così di rado testi e gesti della liturgia potrebbe essere dovuto anche alla sua formazione e appartenenza all’ordine dei Gesuiti. Papa Benedetto ci aveva abituati diversamente: spesso le sue omelie iniziavano con qualche citazione tratta dalla liturgia del giorno (Antifone, Sequenze, etc.).

Come in tutte le cose, anche in questa generalizzazione ci sono alcune eccezioni significative (1). Abbiamo trovato assai interessante la citazione che Bergoglio propone nell’omelia per la Solennità del Corpus Domini, il 4 giugno 2015, in cui sceglie come impianto del suo argomentare «un testo molto bello della liturgia» del giorno, il Responsorio della seconda lettura dell’Ufficio. L’intera composizione della liturgia della solennità è senza dubbio un gioiello finemente impreziosito da numerose gemme. Una di queste, appunto, è il responsorio che segue il brano di San Tommaso d’Aquino: alcune frasi del Sermone 228 B di sant’Agostino vengono usate come tessere di un mosaico davvero splendente.

Riconoscete in questo pane, colui che fu crocifisso; nel calice, il sangue sgorgato dal suo fianco. Prendete e mangiate il corpo di Cristo, bevete il suo sangue: poiché ora siete membra di Cristo. Per non disgregarvi, mangiate questo vincolo di comunione; per non svilirvi, bevete il prezzo del vostro riscatto.

Francesco sceglie di soffermarsi su due espressioni, le due finalità espresse al negativo: non disgregarsi, non svilirsi. Quindi offre la sua personale attualizzazione di tale parole. Di certo la versione italiana non lo aiuta ad esprimere il concetto che intendeva esprimere il Santo di Ippona, che, fra l’altro, il Papa non menziona. L’originale latino riporta infatti: ne vobis viles videamini potrebbe essere reso meglio con per non considerarvi da poco. Siamo nell’ambito della stima di sé, di quanto ci si valuti: svilirsi nel senso di svalutarsi, non apprezzarsi per quanto siamo stati invece stimati da Dio, meritevoli della redenzione mediante il sacrificio del Figlio. Francesco preferisce sottolineare un secondo aspetto: svilimento come annacquamento dell’identità cristiana, ridursi ad una vita mediocre….

che cosa significa oggi per noi “svilirci”, ossia annacquare la nostra dignità cristiana? Significa lasciarci intaccare dalle idolatrie del nostro tempo: l’apparire, il consumare, l’io al centro di tutto; ma anche l’essere competitivi, l’arroganza come atteggiamento vincente, il non dover mai ammettere di avere sbagliato o di avere bisogno. Tutto questo ci svilisce, ci rende cristiani mediocri, tiepidi, insipidi, pagani (2).

Questa tuttavia non è la sola interpretazione che Bergoglio ha offerto del testo del responsorio: già come Arcivescovo di Buenos Aires aveva utilizzato quell’espressione, seppure con un’altra attualizzazione:

Beviamo il Sangue di Cristo! E’ il nostro prezzo, per non svalutarci, per non deprezzarci. Che bel modo di sentire e gustare l’Eucaristia! Il sangue di Cristo, quello che ha sparso per noi, ci fa vedere quanto valiamo. Noi di Buenos Aires a volte sbagliamo a valutarci: dapprima ci crediamo i migliori del mondo e subito dopo passiamo all’autodisprezzo, a sentire che in questo Paese non ce la si fa, e così andiamo da un estremo all’altro. Il sangue di Cristo ci dà la vera autostima, l’autostima nella fede: agli occhi di Gesù Cristo valiamo molto. Non perché siamo meglio o peggio rispetto agli altri popoli, ma perché siamo stati e siamo molto amati; è per questo che valiamo. (3)

Dobbiamo dire che la seconda attualizzazione, quella argentina, ci convince maggiormente, così come apprezziamo il fatto che la citazione del testo liturgico sia stata esplicitamente attribuita all’estensore originale: l’espressioni di sant’Agostino non anonime, come invece accade per il testo dell’omelia pronunciata da Bergoglio, ormai Papa Francesco, il 4 giugno 2015. In quest’ultimo caso registriamo almeno una correzione positiva: il testo è indicato per quello che è, un responsorio, e non come avvenne nella capitale argentina, laddove Bergoglio disse che si trattava di un’antifona. Ma tutto sommato queste sono sottigliezze anche per un non gesuita!


(1) Confessiamo di non seguire con attenzione ogni omelia di Papa Francesco, per cui altri esempi potrebbero esserci sfuggiti.

(2) cf. l’intero testo qui.

(3) Omelia nella Solennità del Corpo e Sangue del Signore, Buenos Aires 25 giugno 2011, in J.M. Bergoglio, Nei tuoi occhi è la mia parola. Omelie e discorsi di Buenos Aires 1999-2013, Milano 2016.

 

 

 

 

Sabato della VII settimana del tempo ordinario, anno del Signore 2018…Scherzi di liturgisti o di santi?

Abbiamo studiato per vari anni su volumi che avevano un apparato di note a piè pagina assai più corposo del testo stesso senza che il nostro sapere liturgico ne ricevesse l’implemento che ci si poteva attendere da tali poderosi tomi: ora ci sia concesso scrivere brevi e semplici osservazioni, tratte dall’esperienza liturgica.

Non che la ricerca puntigliosa e rigorosa non siano da promuovere – chi ha letto qualcosa di questo blog saprà bene del nostro affanno prolungato su carte polverose di archivi poco frequentati – ma occorre rimanere bene attenti a cogliere anche i più semplici segnali che la liturgia offre ai suoi cultori, ed essere disposti a stupirsene, grati.

Con questa intenzione condividiamo un’osservazione saltata agli occhi in maniera inaspettata quest’oggi, seguendo il corso diario della liturgia. Sabato della settima settimana del tempo ordinario, che quest’anno cade il 26 maggio, memoria di san Filippo Neri.  Durante questa settimana l’Ufficio delle Letture ci ha proposto come prima lettura biblica il libro di Qoèlet. Oggi l’ultimo discorso, seguito da un epilogo in prosa, che i biblisti attribuiscono a suoi discepoli. L’ultima parola di Qoèlet era l’inconfondibile: «Vanità delle vanità, dice Qoèlet, e tutto è vanità» (12,8). La seconda lettura patristica, propria della memoria, proveniva dai discorsi di Sant’Agostino (Disc. 171, Rallegratevi nel Signore, sempre).

Ora, quest’anno – non abbiamo verificato ogni quanto accada – l’incrociarsi dei due calendari, quello del temporale e quello dei santi, ci ha offerto un felice ermeneutica della figura di Qoèlet nella persona del santo fiorentino divenuto compatrono di Roma. Chi non conosce infatti la lauda composta dal Neri, che arricchisce magistralmente il laconico ritornello del sapiente biblico?

[…] Dunque a Dio rivolgi il cuore, dona a lui tutto il tuo amore, questo mai non mancherà, tutto il resto è vanità. […] Dunque frena le tue voglie, corri a Dio, che ognor t’accoglie, questo mai non mancherà. Tutto il resto è vanità.

La liturgia, in modo davvero sorprendente quest’oggi, ha offerto un sensu plenior alla pagina biblica dell’Ufficio, facendocela accostare con la figura di questo santo, che era «aspro e penitentissimo con se stesso, …mite cogli atri, ed al bisogno faceto» (1). Un bilanciamento all’aridità un pò triste e di sapore protestante di certi commenti biblici, con la figura saggia e arguta, all’occorrenza scanzonata, perché libera e innamorata di Cristo, del santo apostolo di Roma.

Riteniamo dunque che oggi si debba essere grati alla riforma liturgica, che ci permette di godere di queste belle sorprese. Lo possiamo essere tutti, anche quanti di solito sono critici nei confronti dei – dicono loro – creatori a tavolino di una nuova liturgia: neanche il più bravo di tali fantomatici esperti avrebbe potuto prevedere tali connessioni fra di due calendari! Ben Altro ispiratore ci dev’essere dunque dietro alla liturgia che si celebrava quest’oggi, 26 maggio dell’anno di grazia 2018!

Concludiamo con un’altra massima di Filippo:

Chi vuol altro che Cristo, non sa quel che vuole, e chi dimanda altro che Cristo, non sa quel che dimanda. Chi opera e non per Cristo, non sa quel che fa.


(1) I. Schuster, Liber Sacramentorum, Vol. VII, Torino 1930, 198.