Giona nel tempo ordinario: tutto facile?

Il titolo di questo breve post crediamo lo si capirà alla fine, dopo alcune riflessioni e dopo aver mostrato qualche esemplificazione parallela.

Parliamo della prima lettura della III domenica del tempo ordinario, secondo il ciclo B del lezionario, che quest’anno 2018 cade il 21 gennaio.

La pericope liturgica ritaglia un brano da un contesto più ampio, come accade spesso nelle celebrazioni festive, nelle quali la presenza di tre letture ha suggerito una lunghezza non eccessiva delle singole unità, talvolta fatta eccezione del vangelo. Ebbene, nel nostro caso abbiamo un testo che presenta i primi 5 versetti del capitolo terzo del libro di Giona – appunto -, per poi concludere con il versetto 10. Parrebbe la consueta e ormai «pacifica» operazione. Se non che, ad un confronto con il testo biblico uti iacet, ci si dovrebbe accorgere subito di un secondo, e particolare, intervento sulla pericope. Nel brano liturgico scompaiono tre parole del primo versetto: «una seconda volta». Potrebbe sembrare una sottigliezza, ma non è proprio così; una cosa è leggere: «Fu rivolta a Giona una seconda volta questa parola del Signore…», e altro è leggere: «Fu rivolta a Giona una seconda volta questa parola del Signore…».

La seconda espressione esclude tutto quello che precede e pure quanto segue il capitolo III e che, tutto sommato, rende unico ed avvincente il libro di Giona: la sua particolarissima vicenda di profeta recalcitrante e capriccioso, la cui missione tuttavia si compie – misteriosamente – come meglio non si poteva: tutta Ninive, uomini e animali, (!) si convertono e si salvano.

«Una seconda volta», rimanda alla prima volta in cui alla parola del Signore Giona risponde facendo l’opposto, tentando di fuggire più lontano possibile da Ninive. Come si sa, non furono i Niniviti ad opporre resistenza all’invito alla conversione: lo accolsero immediatamente, addirittura senza aspettare le indicazioni del re, che pure lui appena avuta conoscenza della predicazione di Giona, non esitò un attimo a fare propri i tipici gesti penitenziali.

Il fatto della conversione di Ninive è stato ritenuto un buon accostamento tematico alla pronta risposta alla chiamata del Signore Gesù da parte di Simone e Andrea, e di Giacomo e Giovanni. Il brano evangelico riporta, in pochi versetti, il termine «subito». E’ impressionante il dinamismo temporale del brano: «Dopo che Giovanni fu arrestato…Passando lungo il mare di Galilea…E subito lasciarono le reti…E subito li chiamò…e andarono dietro a lui» (Mc 1,14-20).

In tutto questo incedere, la lentezza di Giona è stata ritenuta fuorviante! Così, il riferimento ad essa è stato semplicemente omesso.

Se da una parte si possono comprendere le ragioni di questa scelta, dall’altra si rimane un poco più perplessi quando ci si accorge che capita «una seconda volta»! Il mercoledì della I settimana di quaresima ritorna Giona (3,1-10), anche questa volta «ripulito», ossia senza il riferimento all’insistenza di Dio nel chiamarlo ancora alla missione profetica a Ninive dopo la sua rocambolesca fuga. Il lezionario della Messa, nella versione italiana, offre dunque un’immagine alquanto diversa del profeta, immagine che Papa Francesco ha curiosamente e a modo suo sintetizzato, assegnandogli il «Nobel delle lamentele» (1).

Tornando invece al Lezionario, può risultare curioso come la versione inglese almeno nel tempo di quaresima (2) mantenga il testo biblico così com’è, mentre nel tempo ordinario, nel caso della nostra domenica, registri lo stesso fenomeno che abbiamo evidenziato. Nel tempo ordinario sembra dunque tutto più semplice e piano.


(1) Cf. Omelia a santa Marta, 11 dicembre 2017; qui il testo, secondo la ricostruzione dell’Osservatore romano.

(2) Cf. quanto avevamo notato qualche anno fa, qui.

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Peccati veniali (?) in un testo sulla confessione…

Da una parte non possiamo che rallegrarci per la possibilità di consultazione online, gratuitamente accessibile a tutti, di una raccolta di studi importante. Dall’altra ci dispiace segnalare delle omissioni ripetute: una leggerezza veniale, se reiterata, diventa più grave? Lasciamo la questione ai teologi moralisti, rimanendo sul piano della scientificità di una pubblicazione. Non abbiamo timore di confessare che la questione ci coinvolge – indirettamente – anche dal punto di vista personale, rammaricandoci; tuttavia ben più dispiacere ci dà constatare ancora una volta che la documentazione della riforma liturgica post-conciliare sia lasciata, per così dire, nell’ombra, non accessibile se non attraverso una mediazione. Ora, per moltissima parte, tale documentazione è ancora inedita e consultabile solo per pochi privilegiati e fortunati. Ma nel caso della riforma della penitenza, no! Pressochè la totalità degli schemi dei due gruppi di studio succedutisi nell’esecuzione del mandato conciliare è stata resa pubblica e disponibile. Non si capisce pertanto come si possa continuare a lasciare in sospeso quanti vogliano prendere visione diretta delle fonti.
Scendiamo nel concreto di un esempio, facendo riferimento ad un articolo pubblicato in un volume che raccoglie gli atti del XXV corso di aggiornamento per docenti di teologia (Roma, 29-31/12/2014) dell’associazione teologica italiana. Estrapoliamo un brano dal contributo di M. Busca, «L’attuazione della riforma della Penitenza voluta dal Concilio Vaticano II», in La Riconciliazione e il suo Sacramento (ed. M. Nardello), Padova – Roma 2015, 161-203; ecco una lunga citazione:

Lo spazio di questo contributo non ci permette una ricostruzione puntuale e dettagliata di tutto l’iter che ha seguito la riforma post-conciliare e ci limitiamo a verificare la congruenza dell’attuazione di tale riforma rispetto alle indicazioni conciliari, rinviando ad altri studi una presentazione più esaustiva dell’argomento.(25)

2.1 Le proposte di riforma del coetus XXIII bis De Paenitentia
In data 14.10.1966 il Consilium ad exsequendam Constitutionem de Sacra Liturgia costituì il coetus XXIII bis, De Rituali Romano III (De Paenitentia) al quale fu richiesto di indagare le fonti occidentali e orientali allo scopo di verificare quale ampiezza di riforma dei riti fosse legittimata dalla Tradizione e, in un secondo momento, di formulare alcune proposte in base al mandato di SC 72. (26) Il testo chiedeva di realizzare la riforma nel duplice aspetto delle formule e dei riti e, precisamente, in direzione di una maggiore evidenziazione della loro natura ecclesiale. Verifichiamo come il coetus ha inteso ottemperare al mandato conciliare….

(25)  Cf. M. BUSCA, Verso un nuovo sistema penitenziale? Studio sulla riforma della riconciliazione dei penitenti, Subsidia CLV 118, Roma 2002; ID., «La Riconciliazione: tra crisi, tentativi di riforma e ripensamento. Lo stato attuale della riflessione teologico-pastorale», in Il sacramento della Penitenza, Glossa, Milano, 2010, 4-73.
(26) Il gruppo era composto dai maggiori specialisti in materia: J. Lécuyer (presidente), F. Nikolasch (segretario), da Z. Alszeghy, P. Anciaux e K. Rahner per la parte dogmatica, C. Floristán e A. Kirchgässner per la competenza pastorale, A. Ligier esperto della tradizione orientale e C. Vogel per gli aspetti storici della tradizione latina. Il coetus elaborò 12 schemi successivi che confluirono nel testo finale: «De Sacramento Paenitentiae», Schemata n. 361, De Paenitentia 12, 31.1.1970, 1-57. Per la ricostruzione puntuale dei lavori del coetus cf. M. BUSCA, Verso…, 95-212.
[169]

Come si vede, dello Schema n. 361 se ne dà notizia, senza però indicare dove si possa consultare. Altre volte l’autore introduce citazioni più o meno corpose attinte da documentazione analoga, e di nuovo dandone solo un’indicazione cui non segue nulla  che possa permetterne la rintracciabilità. Anche per quel che riguarda la «ricostruzione puntuale dei lavori del coetus», non vi è dubbio che lo studio di Busca Verso un nuovo sistema penitenziale rappresenti un lavoro importante e apprezzato: si rimane tuttavia sorpresi e un poco delusi dal constare che l’autore, pur dimostrando l’onore e il merito di avere a disposizione la documentazione relativa, si limiti ad una generica indicazione della fonte, senza assumersi anche l’onere di rendere pubblica l’integralità del testo che cita parzialmente o solo indirettamente.

La delusione aumenta quando si riscontra che tale omissione continua anche anni dopo, pur potendo rinviare ad uno studio il cui pregio maggiore è proprio quello di aver pubblicato il corposo apparato documentario della produzione del Coetus XXIIIbis (1).
Sappiamo per esperienza che l’acquisizione di simile documentazione può essere fortuita, legata ad incontri e a conoscenze particolari, soggetta a condizioni curiose e bizzarre (si tratta talvolta di situazioni analoghe a quelle di una spy-story!), tuttavia ci pare un peccato (grave?) non mettere in comune e disponibile a molti quello che da più parti si è riusciti a trovare. Comprendiamo che si possa rimanere legati a promesse di anonimato o, ancora, si abbia una sorta di gelosia per l’esclusività di accesso a fonti inedite come pure per il prestigio della propria fatica, ma le ragioni della ricerca scientifica dovrebbero prevalere, a beneficio della comunità degli studiosi.

Quanto sarebbe utile e prezioso una sorta di archivio, aperto e pubblico, della produzione del Consilium ad exsequendam Constitutionem de Sacra Liturgia!!

Cosa lo impedisce e chi lo teme? E, all’opposto, come si potrebbe realizzare?


(1) Cf. M. Felini, La parola della riconciliazione (Studia Anselmiana 157 – Analecta liturgia 31), Roma 2013. Simile impostazione, su tutt’altro argomento, la si può trovare in S. Bocchin, La verginità «professata», «celebrata», «confessata» (Bibliotheca «Ephemerides Liturgica» 151), Roma 2009 come pure J. A. Goñi Beásoain, La riforma del año liturgico y del calendario romano tras el Concilio Vaticano II (Bibliotheca «Ephemerides Liturgicae» 157), Roma 2011. Si tratta di studi in cui oltre alla profondità di analisi si apprezza il corposo apparato documentale: il lettore viene messo così in grado di verificare le fonti e di ampliare eventualmente le indagini dell’autore.

La chiave di Davide funziona! Riletture natalizie dell’Ufficiatura di santo Stefano.

Risulta piuttosto evidente, nei testi della liturgia di santo Stefano protomartire, una particolare insistenza su alcune immagini. Li riportiamo, evidenziando quanto ci interessa sottolineare, per poter fare poi alcuni collegamenti.

  • Ufficio delle Letture

Responsorio dopo la lettura biblica: «Stefano, servo di Dio, lapidato dai Giudei, vide i cieli aperti, e vi entrò: beato l’uomo a cui il cielo si schiude».

  • Lodi

Antifona al II salmo: «Stefano vide i cieli aperti, e vi entrò: beato quest’uomo, a cui il cielo si schiude»; Antifona al III salmo: «Vedo i cieli aperti, e Gesù alla destra della potenza di Dio»; Antifona al Benedictus: «Le porte del cielo si aprono a Stefano; per primo è coronato con la gloria dei martiri».

  • Messa

Antifona d’ingresso: «Si aprirono le porte del cielo per santo Stefano; egli è il primo nella schiera dei martiri e ha ricevuto in cielo la corona di gloria».

Come era naturale aspettarsi, testo ispiratore principale è la narrazione degli Atti degli Apostoli: «Stefano, pieno di Spirito Santo, fissando gli occhi al cielo, vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla sua destra e disse: “Ecco, io contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio”» (At 7,55-56). Ma la liturgia trasporta questa visione in un modo particolare: il cielo è aperto, perché le porte delle cielo si sono schiuse, e ora Stefano può oltrepassarle ed entrare nella gloria.

L’immagine della porta richiama un’altra immagine, quella della chiave che apre (o chiude). Ora, anche quest’ultimo simbolismo, mutuato dalla Sacra Scrittura, è stato ben presente nella liturgia pre-natalizia.

Antifona al Magnificat del 20 dicembre: «O Chiave di Davide, scettro della casa d’Israele, che apri, e nessuno può chiudere, chiudi e nessuno può aprire: vieni, libera l’uomo prigioniero, che giace nelle tenebre e nell’ombra di morte». Mettendo insieme e in parafrasi le antifone maggiori dei vespri delle ferie della novena di Natale, è stato composto un inno popolare, il Veni, Veni Emmanuel, di cui riportiamo la strofa relativa alla chiave di Davide: «Vieni, Chiave di Davide, spalanca la patria celeste, rendi sicura la via dei cieli e chiudi l’accesso all’inferno».

L’invocazione e la preghiera dell’Avvento ha trovato dunque compimento: la chiave di Davide dimostra tutta la sua efficacia, e la liturgia di Santo Stefano lo afferma con sicurezza!

 

Signore, hai messo luce negli abissi,

redento i corpi e liberato i cuori.

Il diavolo dal luogo suo è scacciato,

il tuo corpo è chiave ad ogni porta.

(Giovanni il solitario)

Adamo dovrà smetterla di scusarsi. In margine alla Solennità dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria

Più volte abbiamo riportato in questi brevi post alcuni brani tratti dalla produzione esuberante di autori orientali, più facili al lirismo e a una rilettura della Scrittura libera e arricchita di vivezza e immaginazione. Romano il Melode ne è un esempio preclaro. Ma anche in Occidente talvolta si raggiungono vette di preziosissima qualità.

San Bernardo e le sue Lodi alla Vergine Madre, ad esempio, ci offrono brani di gustosa dolcezza, oltre a profondità di dottrina e di spiritualità. Se, in passato, con i Padri dell’oriente tante volte è stata data la parola ad Adamo, o si è descritto – con le immagini di grandi scrittori ecclesiastici – le sue emozioni e il suo stato (1),  ora, a commento della prima lettura della Solennità dell’Immacolata (Gen 3,9-15.20) riportiamo un brano del grande doctor mellifluus. Di esso vorremmo qui sottolineare solamente un aspetto: Adamo non ha più scuse, nel senso che il maldestro e goffo tentativo di scaricare la responsabilità della sua colpa su Eva e, in ultima istanza, su Dio stesso, ormai non ha più senso ed è del tutto menzognero. Dio gli ha concesso graziosamente l’aiuto, la vicinanza e l’intercessione della Vergine Maria: con questa nuova donna a fianco, Adamo potrà  smettere di accampare futili pretesti per non assumersi la propria responsabilità. Ma proprio perché può finalmente riconoscere la verità della sua debolezza e la verità della misericordia di Dio, può – invece di chiudersi con una scusa iniqua – aprirsi al rendimento di grazie. Un altro tema assai interessante, da riprendere, sarebbe il parallelismo antitetico Eva – Maria, anch’esso ben frequentato dalla tradizione patristica, il cui eco si ritrova nell’Inno dei Vespri della Solennità (Sumens illud ‘Ave’ / Gabrielis ore, / funda nos in pace, / mutans (2) Evae nomen – L’Ave del messo celeste / reca l’annunzio di Dio, / muta la sorte di Eva, / dona al mondo la pace); lo spazio non ce lo consente adesso, per cui lasciamo volentieri la parola a san Bernardo:

Rallegrati, o padre Adamo, e più ancora tu, o madre Eva, esulta. Voi da cui tutti sono nati e per cui tutti sono morti, anzi (ed è più triste) voi che ci avete dato la morte prima ancora di darci la vita, consolatevi entrambi per questa figlia, e quale figlia! E più si consoli colei da cui prima si è originato il male e il cui disonore è passato a tutte le donne. E’ infatti giunto il tempo in cui ogni disonore viene abolito e l’uomo non ha più nulla da rimproverare alla donna, quell’uomo che mentre cercava imprudentemente di scusare se stesso, non esitò ad accusarla crudelmente, dicendo: «La donna che tu mi hai posto accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato». Perciò, Eva, corri da Maria, tu, madre, corri dalla figlia; e la figlia risponda per la madre, ella della madre cancelli il disonore, paghi al padre il debito della madre, perché, ecco, se l’uomo è caduto a causa della donna, non viene ora rialzato se non a causa della donna?
Che cosa dicevi, Adamo? «La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato». Queste parole sono piene di malizia, e con esse tu aumenti la tua colpa piuttosto che cancellarla. Tuttavia la Sapienza vince la malizia, quando trova un pretesto sufficiente al perdono nel tesoro della sua misericordia, che non viene mai meno; quel pretesto che, interrogandoti, Dio allora cercò di ottenere da te, senza riuscirci. Ora in realtà, per una donna ti viene data in cambio un’altra donna, in luogo della sciocca la prudente, in luogo della superba l’umile, che invece del frutto della morte ti offra il cibo gustoso della vita, e invece del cibo velenoso, con tutta la sua amarezza, ti prepari la dolcezza del frutto eterno. Muta dunque le parole della tua iniqua scusa in voce di rendimento di grazie, dicendo: «O Signore, la donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato, ed è diventato dolce più del miele alla mia bocca, perché con esso mi hai dato la vita» (2).

Bernardo, Lodi alla Vergine Madre (ed. C. Leonardi), Roma 1990, 35-36.


(1) Cf. alcuni post passati: qui e qui.

(2) «Muta ergo iniquae excusationis verbum in vocem gratiarum actionis, et dic: Domine, mulier, quam dedisti mihi, dedit mihi de ligno vitae, et comedi; et dulce factum est super mel ori meo, quia in ipso vivificasti me»: quel «muta» può essere messo in relazione alla stessa espressione dell’Inno, «mutans Evae nomen»: dal momento che il nome, la sorte di Eva (alcuni padri giocano anche sul binomio fra il nome della progenitrice e il saluto dell’angelo: Eva – Ave) è stata mutata, può mutare anche la risposta di Adamo; non più dunque scuse messe insieme in modo ridicolo, ma ringraziamento e lode.

Il corno di Gioele, buono per tutte le stagioni

Fra gli storici e gli specialisti si discute sul tempo di Avvento e sul suo discusso – appunto – carattere penitenziale. Che tipo di significato dare a questo tempo di preparazione? Nell’attuale occidente latino è scomparso il digiuno, presente in alcune chiese durante la formazione e lo sviluppo storico dell’Avvento, come pure anche oggi nelle settimane precedenti il Natale anche in alcuni riti dell’oriente. Mentre lasciamo chi è più competente di noi alle discussioni, osserviamo la liturgia. E non ci fermiamo ad alcune somiglianze più macroscopiche e, forse, esteriori, come il colore dei paramenti o l’omissione del Gloria nella Messa domenicale. Nei formulari dell’Ufficio delle Letture di questo lunedì della prima settimana di Avvento abbiamo scovato un altro piccolissimo indizio, che indica appunto una certa analogia, anche se da esso non si può far derivare un significato preciso e chiarissimo. Ma è interessante comunque, perché la liturgia conserva nei suoi testi, nel suo linguaggio e nelle sue consuetudini, un eco, un ricordo, una sapienza, un gusto da cui non si può prescindere anche nelle disquisizioni erudite se non si vuole correre il rischio dell’archeologico, dotto quanto sterile. Vediamo, dunque.

Chi non ricorderà l’impressionante prima lettura della messa del primo giorno di Quaresima, in capite ieiunii, come lo chiamano gli antichi libri liturgici. La liturgia della Parola del Mercoledì delle Ceneri è aperta dall’accorato grido che risuona nel secondo capitolo del libro del profeta Gioele: «Così dice il Signore: ‘Ritornate a me con tutto il cuore, con digiuni, con pianti e lamenti. […] Suonate il corno in Sion, proclamate un solenne digiuno, convocate una riunione sacra. Radunate il popolo, indite un’assemblea solenne…».

Ebbene, nel responsorio alla seconda lettura dell’Ufficio di oggi, abbiamo un testo composito  magistralmente e liberamente – con quella libertà di cui gode la liturgia nel riformulare i testi della Sacra Scrittura -. La parte iniziale del responsorio è proprio ispirata ai versetti di Gioele:

Responsorio   Cfr. Gl 2, 15; Is 62, 11; Ger 4, 5
R. Suonate la tromba nella città di Dio, convocate un’adunanza solenne, radunate il popolo, e dite: * Ecco, viene Dio, il nostro Salvatore.
V. Annunziatelo, fatelo sapere, gridate a piena voce:
R. Ecco, viene Dio, il nostro Salvatore.

Il testo della Liturgia delle Ore riporta ancora la precedente traduzione: di tromba o di corno trattasi, ma non cambia il senso della citazione di Gioele, nel primo giorno delle ferie di Avvento! Un corno, dunque, che la liturgia cristiana «usa» in più stagioni!

La vostra salvezza è più vicina ora….

No, non si tratta di un titolo dal sapore millenarista, quello che abbiamo posto a queste brevi considerazioni.  Si sarà riconosciuta la citazione del versetti 11 del capitolo 13 della Lettera ai Romani, che costituisco il responsorio breve alle Lodi della prima domenica di Avvento.

Con questa espressione vorremmo semplicemente far notare come quest’anno, nell’anno liturgico 2017/2018, l’Avvento sia il più breve fra le diverse possibilità che derivano dal fatto che il Natale del Signore si celebri nella data fissa del 25 dicembre, qualsiasi sia il giorno della settimana in cui capiti.

Quest’anno, appunto, il 25 dicembre cade di lunedì, per cui appena celebrata la IV domenica di Avvento, il 24 dicembre, la sera della stessa domenica sarà già vigilia di Natale. Solo 22 giorni di Avvento, un Avvento breve, il più breve possibile: «il tempo si è fatto breve», potremmo dire con San Paolo. Una curiosità in più: l’anno scorso, nel precedente anno liturgico, ci trovavamo nel caso opposto, ossia l’avvento 2016/2017 è stato il più lungo possibile; cadendo il 25 dicembre di domenica, fra la IV domenica di Avvento e la Solennità del Natale sono passati altri 6 giorni. La celebrazione della venuta del Salvatore, davvero «è più vicina ora»!

Può sembrare un paradosso, eppure il periodo liturgico che fa riferimento ad una data fissa, conosce variazioni di durata, mentre la quaresima, il cui inizio è stabilito in base ad una data mobile, la Pasqua, mantiene invariato il numero dei suoi giorni.

Dietro a queste semplici considerazioni ci sono questioni molto più complesse, che ora possiamo solo accennare. La prima, legata proprio alla data del 25 dicembre. Quante volte abbiamo dovuto ascoltare, in varie forme, la vulgata superficiale e mai documentata, secondo la quale la Chiesa (quale? quella di Roma, quella di Alessandria, quella di Antiochia…?) avrebbe cristianizzato una festa pagana. Una furbesca operazione di pastorale liturgica, ai limiti dell’inganno malizioso. Eppure c’è chi anche oggi loderebbe questo tipo di approccio! Peccato che già Thomas Talley, uno dei più grandi specialisti sull’anno liturgico, abbia dimostrato che se emulazione ci fu, accadde al contrario: di fronte al fervore della celebrazione del Natale cristiano, ci fu un tentativo di riportare in auge le antiche e ormai quasi dimenticate festività pagane (1). Studi ancora più recenti offrono ulteriori conferme e aprono interessantissime prospettive, che confermano che la Tradizione non si sbagliò (2) né ebbe bisogno di ricorrere a sotterfugi e doppiezze.

Un’altra questione da approfondire, che allo stesso modo possiamo solo accennare, sarebbe quella di studiare se per caso nelle fasi di studio e di elaborazione del nuovo calendario liturgico si sia contemplata l’ipotesi di una diversa struttura del segmento Avvento-Natale. A tal proposito tornerebbe utile lo studio di Goñi Beasoain (3), che ha pubblicato gli schemi del relativo gruppo di studio: ad esso, e agli Atti del Concilio – per una ricerca ancora più completa – possiamo solo rimandare.

Per adesso, santo e «breve» Avvento 2017!


(1) T. J. Talley, Le origini dell’anno liturgico, Brescia 1991.

(2) Cf. qui e, per una lettura più articolata, qui.

(3) J. A. Goñi Beásoain de Paulorena, La reforma del año litúrgico y del calendario romano tras el Concilio Vaticano II (Bibliotheca “Ephemerides Liturgicae” “Subsidia”157), Roma 2011.

Ester e Baruc. Stranamente apparentati dalla Liturgia, grazie alla signora Proba

Come accade in ogni disciplina, anche nello studio della Liturgia vale il fatto che qualora dei fenomeni accadano con una certa costanza e ripetizione, essi non possano essere casuali.

Chi avesse pregato con una benché minima attenzione l’Ufficio delle Letture della settimana appena trascorsa (XIX del t. ordinario), non potrà non essersi accorto dell’accostamento ripetuto fra i brani biblici del libro di Ester e sezioni della Lettera di sant’Agostino a Proba, come lettura patristica. Questa combinazione parte dalla domenica per resistere fino al giovedì: impensabile quindi che l’accostamento sia fortuito o semplicemente dovuto a combinazioni algoritmiche. Si tratta evidentemente di un accostamento  tematico cercato e voluto. Se ne può avere conferma osservando che anche nel lezionario a ciclo biennale si ha la stesso fenomeno: se nel lavoro di snellimento e di riordinamento per adattare lo schema biennale ad un ciclo invece annuale, queste associazioni sono state conservate, è accaduto perché sono state ritenute davvero azzeccate e ben riuscite (1).

E’ del tutto chiaro che la Lettera a Proba è centrata sul tema della preghiera (2); della vicenda rocambolesca narrata nel Libro di Ester, dall’accostamento con la lettura patristica risulta così evidenziata l’accorata preghiera della bella regina. Ester diventa figura dell’orante, la cui preghiera e la cui iniziativa diventa straordinario mezzo di ribaltamento delle sorti.

Le sezioni in cui è stata divisa la Lettera a Proba sono tuttavia più numerose delle sezioni  del libro di Ester, la cui lettura termina con la feria V, il giovedì della settimana. Rimaneva quindi da assegnare altre pericopi, per completare questo piccolo ciclo fino alla domenica. Dunque, per affiancare la lectio continua del testo patristico, i periti hanno pensato bene di trovare nella Sacra Scrittura un testo di supplica in qualche modo simile a quella di Ester: la scelta è caduta sui capitoli iniziali del profeta Baruc, con una selezione tematica che ne tradisce chiaramente l’intenzione. Sono stati estrapolate le espressioni più significative di una confessione dei peccati che diventa supplica, che nel testo originale sono distribuite in ben tre capitoli. E’ evidente il richiamo alla preghiera di Ester.

E così, il venerdì della XIX settimana abbiamo come prima Lettura Baruc e come lettura patristica ancora la Lettera di sant’Agostino a Proba, le cui sezioni terminano in questo giorno. Per la verità, il testo di Agostino continua oltre, ma i paragrafi finali sono più esplicitamente legati alla situazione di vedovanza di Proba e i toni sono più personali: i periti hanno ritenuto di ometterla. Rimaneva quindi ancora scoperto, sia per la casella della lettura biblica sia per la casella del testo patristico, il giorno di sabato. Piuttosto che cominciare o riprendere la lettura di un altro libro biblico, si è preferito continuare con Baruc, proponendone un altro testo celebre, quello che è proclamato nella Veglia pasquale. Spezzato ormai il legame fra prima e seconda lettura, cade anche l’identità fra ciclo annuale e ciclo biennale, che abbiamo visto per il resto della settimana. Nel ciclo annuale, infatti, la lettura che, il sabato, accompagna il profeta Baruc è tratta dai Discorsi di san Pier Crisologo, mentre quella prevista per il ciclo biennale è tratta dal Commento sul Salmo 118 di sant’Ambrogio. Nonostante ci sia qualcosa da dire anche a riguardo di quest’ultimo dettaglio, ci fermiamo qui per ora. Ritornando a sottolineare il modo mirabile con cui la liturgia intende la Sacra Scrittura. Non sapremmo infatti dire se si troverebbe biblista tanto coraggioso da associare Ester a Baruc.

Miracoli della liturgia, che passando dalla sapienza dei più grandi santi fino al lavoro certosino – in tutti i sensi – dei ultimi periti che lavorarono alla riforma, ci permette di contemplare la comunione di tutti i santi, e quindi anche di tutti i profeti e santi dell’Antico Testamento, che celebreremo con gioia fra ormai poche ore.


(1) Avendo tempo per studiare a fondo la formazione del lezionario dell’Ufficio delle Letture, risulterebbero sicuramente dati assai interessanti; qualcosa, assai poco per la verità, avevamo accennato qui.

(2) Una veloce introduzione alla Lettera e soprattutto un efficace inquadramento della Signora Anicia Faltonia Proba la si può leggere qui.