Geremia aveva pregato la Colletta della XXII domenica?

E’ evidentemente una domanda retorica ed assurda, quella che poniamo nel titolo di queste brevi righe.

Eppure, nonostante la provocazione, avrebbe fatto bene ai traduttori (al traduttore?) dell’originale latino della preghiera di questa XXII domenica dare un’occhiata anche al contesto ampio del formulario eucologico in questione, allargando l’analisi pure alle letture bibliche scelte per la stessa domenica. Infatti, nel ciclo di quest’anno, lo schema A delle letture, il brano dell’Antico Testamento riporta un’espressione che avrebbe potuto fornire un prezioso aggancio con la preghiera, rendendo concreta e viva  un’espressione linguistica che forse ha spaventato chi doveva renderla in italiano.  Con una traduzione più disinvolta ogni  possibilità viene meno, invece.

Vediamo più da vicino.

La preghiera recita nell’originale: Deus virtutum, […], insere pectoribus nostris tui nominis amorem…

Questa la traduzione ufficiale: «O Dio…[…] suscita in noi l’amore per te…»

E questa una versione più (troppo?) letterale: «O Signore, Dio degli eserciti, […], metti dentro al mio cuore l’amore per il tuo nome…»

La lettura: «Mi dicevo: “Non penserò più a lui, non parlerò più nel suo nome!”. Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, trattenuto nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo (Ger 20,9)».

Insomma, pare che Geremia abbia avuto il dono di quanto chiede la preghiera, seppure il profeta di Anatot qualche volta si sia rivolto a Dio con ben altri termini! Ma questi sono misteri di Dio.

Noi possiamo solo giocare con qualche mistero ben più terreno: il mistero di traduzioni un poco edulcorate. Da una parte, però, lo capiamo bene il disagio del traduttore: fra l’altro non si poteva proprio mantenere fedelmente quel Deus virtutum (reso con O Dio, nostro Padre), nonostante pochi versetti dopo quello già citato sopra ritroviamo la stessa espressione di nuovo sulle labbra di Geremia: «Signore degli eserciti, che provi il giusto, che vedi il cuore e la mente, possa vedere la tua vendetta su di loro, poiché a te ho affidato la mia causa!» (Ger 20,12)!!

 

 

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Solo un accento. La struttura personale della fede a partire da un semplice segno di ortografia.

Siamo nel cuore delle ferie di agosto e trovare una biblioteca dove poter consultare il testo originale ci è impossibile. Per questa volta, tuttavia, pare che la traduzione renda possibile un gioco linguistico che aumenta l’espressività del concetto.

Ci stiamo riferendo ad alcune riflessioni dell’allora giovanissimo professore Joseph Ratzinger a proposito di quanto suscitato dal Congresso Eucaristico di Monaco di Baviera nell’agosto 1960 (2), ora riproposte nel volume 7/1 dell’opera omnia con il titolo «Il congresso eucaristico internazionale alla luce della critica».

Il contesto è il dibattito intorno alla questione delle celebrazioni massive in una simile manifestazione religiosa. L’argomentazione, pur fornendo alcuni passaggi degni di essere ripresi, è molto equilibrata e ispirata ad un sano buon senso; Ratzinger, come al solito, non si cela di fronte alle domande difficili, e riesce ad offrire spunti assai profondi anche mentre risponde a questioni da altri affrontate in modo assai più superficiale. Così, mentre affronta «il problema della massa», prende spunto da una realtà allora ben viva nell’ambiente germanico per tratteggiare in modo chiarissimo un carattere decisivo della fede cristiana. Come dicevamo, sarebbe interessante poter confrontare il testo originale con la versione italiana, che gioca in modo geniale con le possibilità della lingua italiana. Ecco il paragrafo:

….Ci si ricordava in modo sin troppo chiaro delle grandi manifestazioni di massa dei sistemi totalitari, che coscientemente puntavano a sorprendere il singolo con il pathos della massa, a trascinarlo semplicemente in una corrente alla quale solo i più forti possono opporsi. Proprio chi aveva fatto esperienza di questo (e in Germania erano tutte le persone adulte) sapeva anche che un processo di questo tipo è contrario alla natura della fede cristiana, che consiste proprio non nella sopraffazione del proprio io, non nell’essere trascinati dalla corrente dell’opinione dominante, da quello che in quel momento «si» dice e «si» fa; la natura della fede cristiana consiste invece nel «sì» del tutto personale del mio cuore e del mio spirito al Dio che chiama ogni singolo per nome e che, nell’ora del compimento di questo dialogo d’amore, a ognuno dà un nome che solo lui – il chiamato – conosce (Ap 2,17); in un’unità tra uomo e Dio penetrare nella quale è precluso a qualunque creatura. L’uomo non giunge alla fede imparando man mano a fare con gli altri quello che in quel momento «si» fa, quanto, proprio al contrario, svincolandosi dalla prigionia del «si» e in tal modo divenendo libero per l’avvenimento personale dell’incontro con l’invisibile (2).

 

(1) J. Ratzinger, «Der Eucharistische Weltkongress im Spiegel der Kritik», in R. Egenter – O. Perner – H. Hofbauer (a cura di), «Statio Orbis». Eucharistischer Weltkongress 1960 in München 1960, I, München 1961, 227-242.

(2) J. Ratzinger, Opera omnia, 7/1. L’insegnamento del Concilio Vaticano II, Città del Vaticano 2016, 35-36.

San Pietro Crisologo plagiato?

Sarà stato il caldo estivo e il clima di vacanza, sarà stata la più facile allegria con cui si guarda la realtà e la natura quando si è liberi da più gravi occupazioni, oppure, semplicemente, un contrappasso di un «peccato» che un liturgista integralista non dovrebbe fare: dare un’occhiata al Santorale essendo domenica e non potendo addurre la giustificazione di una festa locale. Così, lo confessiamo, ci è capitato di leggere con gusto e profitto, dopo la preghiera canonica dell’Ufficio delle Letture secondo il calendario del tempo, anche il brano di san Pietro Crisologo proposto dal Salterio nell’occorrenza della sua memoria liturgica, il 30 luglio, quest’anno 2017 – appunto – ricorrente nel giorno di domenica.

La sorpresa è stata grande nel notare che le bellissime espressione di questo grande pastore e predicatore, non per niente attribuito del titolo di Crisologo, dalle parole d’oro, sembrano essere state riprese, senza saperlo, da un ben altro personaggio, che ha fatto fortuna mettendo insieme parole, e insieme parole e musica.

Prima il brano del nostro santo, con alcune sottolineature nostre (in verità, l’intero brano è di bellissima confezione e il contenuto è assai impattante):

Dai «Discorsi» di san Pietro Crisologo, vescovo (Disc. 148; PL 52, 596-598)

Quando la Vergine concepisce, vergine partorisce e vergine rimane. Non rientra nell’ordine della natura, ma dei segni divini. Non c’entra la ragione, ma la potenza superiore, non la natura, ma il Creatore. Non è cosa normale, ma singolare; è un fatto divino, non umano. La nascita di Cristo non fu dettata dalla necessità, ma da una libera scelta. Fu un sacramento di pietà, fu la restaurazione della salvezza umana. Colui che senza nascere aveva formato l’uomo da un intatto limo, quando egli stesso nacque, formò un uomo da un intatto corpo. La mano che si era degnata di prendere del fango per plasmare il nostro corpo, si degnò di prendere anche la carne per la nostra restaurazione. Ora che il Creatore dimori nella sua creatura e che Dio si trovi nella nostra carne, è un onore per l’uomo, non una sconvenienza per Dio.
O uomo, perché hai di te un concetto così basso quando sei stato tanto prezioso per Dio? Perché mai, tu che sei così onorato da Dio, ti spogli irragionevolmente del tuo onore? Perché indaghi da che cosa sei stato tratto e non ricerchi per qual fine sei stato creato? Tutto questo edificio del mondo, che i tuoi occhi contemplano, non è stato forse fatto per te? La luce infusa in te scaccia le tenebre che ti circondano. Per te è stata regolata la notte, per te definito il giorno, per te il cielo è stato illuminato dal diverso splendore del sole, della luna e delle stelle. Per te la terra è dipinta di fiori, di boschi e di frutti. Per te è stata creata la mirabile e bella famiglia di animali che popolano l’aria, i campi e l’acqua, perché una desolata solitudine non appannasse la gioia del mondo appena fatto.
Tuttavia il tuo creatore trovò ancora qualcosa da aggiungere per onorarti. Ha stampato in te la sua immagine, perché l’immagine visibile rendesse presente al mondo il creatore invisibile, e ti ha posto in terra a fare le sue veci, perché un possedimento così vasto, qual è il mondo, non fosse privo di un vicario del Signore.
Dio, nella sua infinita bontà, prese in sé ciò che aveva fatto in te per sé. Volle essere visto nell’uomo direttamente e in se stesso. Egli, che nell’uomo aveva prima voluto essere visto per riflesso, fece sì che diventasse sua proprietà l’uomo che prima aveva ottenuto di essere solo sua immagine riflessa.
Nasce dunque Cristo, per reintegrare con la sua nascita la natura decaduta. Accetta di essere bambino, vuole, essere nutrito, passa attraverso i vari stadi dell’età per restaurare l’unica perfetta duratura età, quella che egli stesso aveva creato. Regge l’uomo, perché l’uomo non possa più cadere. Fa diventare celeste colui che aveva creato terreno. Fa vivere dello spirito divino chi aveva soltanto un’anima umana. E così lo innalza tutto fino a Dio, perché nulla più rimanga nell’uomo di ciò che in lui v’è di peccato, di morte, di travagli, di dolore, di terra, per mezzo di nostro Signore Gesù Cristo che vive e regna con il Padre nell’unità dello Spirito Santo, ora e sempre per gli infiniti secoli dei secoli. Amen.

Ora, proviamo ad accostare il testo di una canzone profana, ma non del tutto, perché composta in occasione della nascita della figlia primogenita, un 13 dicembre di vari anni fa. Si tratta del testo di «Per te», di Jovanotti (Lorenzo Cherubini) e altri autori.

È per te che sono verdi gli alberi
e rosa i fiocchi in maternità
è per te che il sole brucia a luglio
è per te tutta questa città
è per te che sono bianchi i muri
e la colomba vola
è per te il 13 dicembre
è per te la campanella a scuola
è per te ogni cosa che c’è ninna na ninna e…
è per te ogni cosa che c’è ninna na ninna e…
è per te che a volte piove a giugno
è per te il sorriso degli umani
è per te un’aranciata fresca
è per te lo scodinzolo dei cani
è per te il colore delle foglie
la forma strana della nuvole
è per te il succo delle mele
è per te il rosso delle fragole
è per te ogni cosa che c’è ninna na ninna e…
è per te ogni cosa che c’è ninna na ninna e…
è per te il profumo delle stelle
è per te il miele e la farina
è per te il sabato nel centro
le otto di mattina
è per te la voce dei cantanti
la penna dei poeti
è per te una maglietta a righe
è per te la chiave dei segreti
è per te ogni cosa che c’è ninna na ninna e…
è per te ogni cosa che c’è ninna na ninna e…
è per te il dubbio e la certezza
la forza e la dolcezza
è per te che il mare sa di sale
è per te la notte di Natale

E’ curiosa la somiglianza dei passaggi centrali del brano del Santo Vescovo di Ravenna con l’insistenza ripetuta della canzone, che mette al centro del cosmo la bambina, senza nominarla.

Non ci pare il caso di scomodare commissioni di vigilanza anti-plagio, san Pietro Crisologo, ne siamo sicuri, cederebbe volentieri i suoi diritti d’autore. Ma pensiamo che non sia questione di aver copiato dall’antico scrittore: si tratta di una naturale eccedenza dell’essere, della bellezza e del sentimento che sconvolge il cuore di un giovane papà guardando la sua piccola. Ben più fondata e articolata è l’argomentazione del santo, che poggia la sua valutazione della positività e della pro-positività del reale sul mistero dell’amore divino. Tuttavia, di una felice corrispondenza, può essere prova, forse neanche troppo consapevole o voluta, l’ultimo riferimento, nella canzone, alla notte di Natale. Un’indizio cristologico? Al lettore la sua risposta.

Buone vacanze, e alla prossima divagazione!

Una “Commissione ad hoc”… Era un segreto, o semplicemente nostra ignoranza?

Essendo del tutto estranei a circoli e a cordate e non avendo alcuna “fonte” se non testi e testimoni accessibili, della notizia che apprendiamo solo ora non c’era giunta nessuna anticipazione. Ci sia permesso tuttavia, dopo aver professato la nostra ignoranza, di stupirci e di rallegrarci di quanto troviamo documentato fra le righe di un intervento del professore Matias Augé. Si tratta di un commento del liturgista spagnolo ad uno scritto del Prefetto della Congregazione per il Culto (qui la pagina del blog con il testo in questione). Fra le righe, sobbalziamo alla lettura del passaggio seguente:

«…il cardinale ha il merito di esprimere una sua proposta concreta per arrivare “ad un rito comune riformato con lo scopo di facilitare la riconciliazione all’interno della Chiesa”. In primo luogo, il cardinale si augura che si possa arrivare ad un calendario liturgico comune per le due forme del rito romano, e anche ad una “convergenza” dei lezionari. Sua Eminenza sa, meglio di me, che una commissione ad hoc ha lavorato negli anni del pontificato di papa Ratzinger senza riuscire a produrre una proposta concreta, date le difficoltà dell’operazione».

Dal testo della Lettera di accompagnamento del Motu proprio Summorum Pontificum si evince che tale lavoro dovesse essere svolto dalla Commissione Ecclesia Dei, (1) un’istituzione già allora e ancor oggi attiva, e quindi non «ad hoc».

Non sappiamo dire nulla di più, se non immaginare quanti spunti e dati per lo studio e la ricerca potrebbero sorgere dalla possibilità di consultare la documentazione prodotta da tale Commissione. Immaginiamo il lavoro dei suoi componenti, le loro ricerche e le loro analisi: quale beneficio ne verrebbe se simile sforzo potesse essere condiviso. Al di là delle partigianerie e delle sensibilità, cultori e ricercatori di liturgia dovrebbero saper fare tesoro di simili confronti.

Che peccato che tutto debba rimanere segretato e ignoto, come purtroppo riteniamo accadrà. Ma saremmo felicissimi di essere smentiti, e di poter avere anche qualche piccola informazione in più!


(1) «Del resto le due forme dell’uso del Rito Romano possono arricchirsi a vicenda: nel Messale antico  potranno e dovranno essere inseriti nuovi santi e alcuni dei nuovi prefazi. La Commissione “Ecclesia Dei” in contatto con i diversi enti dedicati all’ “usus antiquior” studierà le possibilità pratiche. Nella celebrazione della Messa secondo il Messale di Paolo VI potrà manifestarsi, in maniera più forte di quanto non lo è spesso finora, quella sacralità che attrae molti all’antico uso»: qui il testo completo.

La navigazione spaziale del cuore, contro una legge ben più forte della gravità: una lettura del mistero dell’Ascensione

Rovesciamento delle sorti: questo potrebbe essere uno dei tanti concetti capaci, insieme ad altri, di sintetizzare il mistero dell’Ascensione. Certamente, le immagini e la terminologia legati a coordinate spaziali (alto/basso, terra/cielo, etc.) ci possono aiutare ad avvicinarne il contenuto, ma non ci si può fermare a tale rivestimento.

Prendiamo in prestito alcune considerazioni dell’allora giovane professore J. Ratzinger, dal suo insuperabile commento al Simbolo della fede. Addentrandosi nell’analisi degli ultimi due articoli cristologici, annota:

«E’ senz’altro certo che tale concezione (la disposizione del mondo localmente pianificata su tre scaglioni) ha offerto il materiale ideologico per formularli (gli asserti di fede concernenti la discesa agli inferi e l’ascensione al cielo); ma è anche altrettanto certo che non ha costituito il fattore sostanziale e decisivo. I due articoli di fede esprimono invece, assieme alla professione di fede nel Gesù storico, l’intera dimensione dell’esistenza umana, che non abbraccia affatto tre piani cosmici, ma sottende invece tre dimensioni metafisiche» (1)

La liturgia ha saputo mantenere il linguaggio legato alla cosmologia tradizionale e al dato del Nuovo Testamento, nelle sue descrizioni dell’evento, coniugandolo e arricchendolo con altre immagini e concetti. Lo vedremo fra pochissimo: ci piace, prima, riportare un’altra espressione, sempre di Ratzinger, ormai parecchio più maturo e Papa, ma sempre caratterizzato da una freschezza ed una vivacità inaspettate:

«Non è un percorso di carattere cosmico-geografico di cui qui si tratta, ma è la navigazione spaziale del cuore che conduce dalla dimensione della chiusura in se stessi alla dimensione nuova dell’amore divino che abbraccia l’universo» (2).

Una navigazione spaziale del cuore, che un tempo ha potuto invertire le ordinarie leggi della fisica e che, con ben maggiore rilevanza, ha reso possibile un rovesciamento inaudito.

Ecco come lo dice la liturgia, in uno dei suoi modi:

Tremunt videntes angeli / versam vicem mortalium / culpat caro, purgat caro / regnat caro Verbum Dei [Gli angeli tremano nel vedere mutata la sorte dei mortali, la carne cade nella colpa, la carne la purifica, e la carne regna nel Verbo di Dio] (3)

In un altro passaggio si dice che Gesù Cristo asceso al cielo ha presentato al Padre la gloria di una carne ormai vittoriosa (victricis carnis gloriam)! La celebrazione del Triduo pasquale ha rievocato il duello affrontato dalla «carne» dell’umanità di Cristo, la dimensione sostitutiva e vicaria (dal latino vicis!) di tale mistero salvifico. L’ascensione (e compiutamente la Pentecoste) celebra uno degli aspetti finali della dinamica pasquale: il rovesciamento, la mutazione, l’avvicendamento delle sorti dei mortali arriva al punto che è possibile affermare che la nostra vita è ormai nascosta, con Cristo, in Dio: la sua umanità, la sua carne gloriosa, in vece della mia, già possiede la gloria dell’eternità. Se la carne ad un tempo è segno della debolezza, della fragilità caduca e colpevole di Adamo, ora in Cristo, in-vece, la carne espia la colpa, e sana (4), e vince. Tutto questo, raccogliendolo, la liturgia lo sa dire in poche parole, le parole di una  sola strofa di un inno!


(1) J. Ratzinger, Introduzione al Cristianesimo. Lezioni sul simbolo apostolico, Brescia 1986, 254. «La realtà del cielo nasce invece in primo luogo dall’intimo incontro fra Dio e l’uomo. Il cielo va definito come la presa di contatto fra la natura dell’uomo e la natura di Dio: ora, tale stretta fusione fra Dio e l’uomo si è definitivamente attuata in Cristo, col superamento dello stadio biologico da lui operato passando attraverso la morte per giungere alla nuova vita. Il cielo è quindi quel futuro dell’uomo e dell’umanità che quest’ultima non può darsi da sé, e perciò le rimane precluso intanto che essa bada solo a sé stessa; per fortuna sua però, esso le è stato per la prima volta e decisamente aperto nell’uomo avente il suo centro esistenziale in Dio, nell’uomo tramite il quale Dio si è inserito nella natura umana» (Ibid., 256).

(2) J. Ratzinger – Benedetto XVI, Gesù di Nazaret. Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, Città del Vaticano 2011, 317.

(3) Se è un vero peccato che il salterio italiano non abbia tradotto questo Inno per l’Ascensione (Aeterne rex altissime), riconosciamo almeno la buona decisione di riportarne il testo latino, di seguito all’Inno italiano proposto per l’Ufficio delle Letture che è la versione tradotta dell’Hic est dies verus Dei.  Forse è stato mantenuto l’inno pasquale per conservare, almeno per l’Ufficio delle Letture, una certa uniformità della cinquantina pasquale?

(4) Possiamo ricordare un verso dell’Inno pasquale Hic est dies verus Dei, analogo nell’immagine contrastante e paradossale: carnis vitia mundans caro.

Miracoli pasquali: da un ipotesi alquanto dubbia ad una certezza affermata. Intorno ad un’antifona salmica

Nel post precedente (cf. qui) avevamo mostrato come la liturgia, per mezzo di una sola antifona, possa affermare in modo peculiare ed inarrivabile un dato di fede, che invece una formulazione di tipo dogmatico dovrà articolare in modo differente e più complesso.

La complessità, e la difficoltà, della liturgia sta invece nella vigile attenzione da prestare ai testi, nella recitazione abituale ma non abitudinaria che forma una sensibilità, capace poi di cogliere anche le più piccole sfumature.

Possiamo fare un altro piccolo esempio. Torniamo alla seconda settimana di Pasqua, esaminando il terzo salmo dell’ufficio delle Lodi mattutine del giovedì.

Si tratta del salmo 80(81): Solenne rinnovazione dell’alleanza.

Nel tempo ordinario, come pure in Avvento e in Quaresima, l’antifona è tratta dal primo versetto del salmo stesso: «Esultate in Dio nostra forza». Per il tempo pasquale, invece, l’antifona è ispirata al versetto 17a: «Il Signore ci nutre con fiore di frumento, alleluia».

Questo è il punto degno di nota: il versetto 17 nel salmo non è indipendente e assoluto, è inserito in una forma sintattica del tutto particolare e coesa, di cui forma la seconda parte (apodosi). Si tratta di un periodo ipotetico, che inizia al versetto 14 («Se il mio popolo mi ascoltasse…»). La liturgia si prende la libertà di scindere queste due proposizioni, protasi – la condizione – e apodosi – la conseguenza, affermando come realtà compiuta quanto il testo biblico indicava come risultato di una condizione previa.

La dinamica del compimento che trova in Cristo Signore il suo culmine – è significativo che per le lodi del Giovedì Santo l’antifona al nostro salmo è costituita dall’intero versetto 17 – trova continuità nel tempo della Chiesa. Il fascino della liturgia è che questo principio teologico fondamentale non è affermato in forma speculativa, ma tramite la cura di un’antifona intenzionalmente scelta e ritoccata.

Si potrebbe approfondire questo discorso, poiché la versione latina del salmo – se rimaniamo del tutto fedeli alle regole della sintassi – sembrerebbe intendere un ipotesi  ormai passata (1). Non siamo biblisti e non possiamo se non registrare solamente che la versione italiana presenta invece un senso di possibilità presente e futura: «Se il mio popolo mi ascoltasse (e non invece “se….mi avesse ascoltato…”) […] li nutrirei con fiore di frumento (e non piuttosto “li avrei nutriti…”)».

Al di là di questo nodo grammaticale e sintattico ancora da chiarire, a noi interessa il fatto che la liturgia abbia svincolato il dato del nutrimento con il fiore di frumento da ogni condizione. Più che da una generosità assoluta e da una mancanza totale di limiti alla benevolenza graziosa, pare che tale svolta sia motivata da un principio cristologico: il Signore Gesù ha ascoltato davvero la voce del Padre, obbedendogli fino alla morte, e ha camminato per le sue vie; per questo, ora, Lui può dare il pane sostanziale, non come quello che mangiarono i padri, che nell’immagine del fiore di frumento era prefigurato (2). Dopo la Pasqua di Cristo, sì, lo possiamo dire, la possibilità diventa reale e disponibile: così ci insegna una banale antifona ad un salmo, mentre si prega la Liturgia delle Ore!


(1) Il piucchepperfetto congiuntivo nella protasi e l’imperfetto congiuntivo nell’apodosi sono usati per esprimere un’ipotesi irreale e passata, o anche nel caso di una possibilità nel passato.

(2) L’antifona di Introito della Messa del Corpus Domini è anch’essa ispirata dal Salmo 80,17: «Cibavit eos ex adipe frumenti….». Come si vede, però, l’antifona della Liturgia delle Ore è nel suo genere unica, perché cambia anche il pronome personale: «Cibavit nos, Domine, ex adipe frumenti». Che si possa delineare anche in un dettaglio così minimo una traccia della sacramentalità della preghiera oraria della Chiesa pare assai affascinante e intrigante da approfondire; non lo possiamo fare qui e ora. Rimane il dato che la preghiera delle Lodi del giovedì della II settimana permette a chi la celebra di collocarsi fra il popolo di Dio che gode già ora della grazia del compimento, che si rivolge al suo Signore con gratitudine riconoscente.

L’esultanza della carne. Come la liturgia parla della risurrezione

L’articolo di fede a riguardo della resurrezione della carne può essere affrontato e trasmesso in differenti modalità. Il Catechismo della Chiesa cattolica lo fa secondo metodi e categorie che gli sono proprie, e lo fa molto bene anche il Compendio. Ecco alcune espressioni:

La risurrezione dei morti è stata rivelata da Dio al suo popolo progressivamente. La speranza nella risurrezione corporea dei morti si è imposta come una conseguenza intrinseca della fede in un Dio Creatore di tutto intero l’uomo, anima e corpo (CCC 992).

Il termine carne designa l’uomo nella sua condizione di debolezza e di mortalità. «La carne è il cardine della salvezza» (Tertulliano). Infatti, noi crediamo in Dio creatore della carne; crediamo nel Verbo fatto carne per riscattare la carne; crediamo nella risurrezione della carne, compimento della creazione e della redenzione della carne (CCC, Compendio 202).

La liturgia ha un altro stile, nell’annunciare e nel proclamare la certezza che la carne non è destinata ultimamente e definitivamente alla corruzione.

Non considerando ora i testi delle orazioni e le letture bibliche, un elemento ben evidente è il ricordo proprio della Pasqua nella preghiera eucaristica (1).

Un dettaglio più difficile a notarsi, ma più interessante per capire lo stile ed il gusto della liturgia, lo abbiamo ad esempio nella Liturgia delle Ore.

Prendiamo in considerazione l’ufficiatura delle Lodi di quest’oggi, lunedì della III settimana di Pasqua.

La distribuzione del salterio nel ciclo delle 4 settimane prevede come primo salmo del lunedì della III settimana, appunto, il salmo 83 (Desiderio del tempio del Signore, secondo il breve titolo che gli è stato assegnato). L’antifona che generalmente lo accompagna recita: «Beato chi abita la tua casa, o Signore». Sempre la stessa, nel tempo Ordinario, nel tempo di Avvento e pure nel tempo di Quaresima. Sempre (2), tranne che nel tempo pasquale. In questa occasione, infatti, la liturgia ha scelto di evidenziare un versetto particolare del salmo in questione, ponendolo, con una motivazione del tutto comprensibile, come antifona: «Il mio cuore e la mia carne esultano nel Dio vivente, alleluia [Cor meum et caro mea exsultavérunt in Deum vivum, alleluia] ».

Per felice coincidenza, anche il versetto transitorio – che accompagna il passaggio dalla salmodia alle letture, biblica e patristica, nell’Ufficio delle Letture – assegnato ai lunedì del tempo pasquale è tratto dallo stesso salmo e recita quindi: «V/. Cor meum et caro mea, alleluia. R/. Exsultaverunt in Deum vivum, alleluia».

Tale versetto fa eco al versetto transitorio delle domeniche: «E’ rifiorita la mia carne, alleluia, e nel mio spirito rendo grazie a Dio, alleluia». Rimandiamo ad un vecchio post, in cui su di esso avevamo scritto un commento (cf. qui) interessante.

Per finire, come non stupirci di come la liturgia rielabori e organizzi in modo del tutto particolare ed unico i testi e il senso della Sacra Scrittura, facendone tessere di un mosaico di bellezza ineffabile. In tale bellezza e finezza si mostra in modo plastico il continuum fra Bibbia e Liturgia. Altre discipline teologiche possono di certo partire dalla Scrittura per sviluppare il loro sistema di saperi, ma non possono raggiungere la Liturgia nella maestria e nell’eccellenza del suo rapporto con i testi ispirati.

Il Catechismo è assolutamente necessario e fondamentale, ma quanto più gustoso l’approfondimento della Liturgia, fosse pure nel considerare una semplice antifona di un salmo fra tanti delle lodi mattutine!


(1) Cf. il Communicantes del Canone Romano: In comunione con tutta la Chiesa, mentre celebriamo il giorno santissimo della risurrezione di nostro Signore Gesù Cristo nel suo vero corpo…. Cf. invece per la II e la III Preghiera eucaristica: … e qui convocata nel giorno glorioso della risurrezione di Cristo Signore nel suo vero corpo. Il testo latino recita celebrantes Resurrectionis Domini nostri Iesu Christi secundum carnem, nel primo caso; a riguardo del ricordo proprio nella II e III Preghiera eucaristica, esso nel testo latino è scomparso (!?).  Nell’editio typica tertia (del 2002) del Missale Romanun non vi è cenno – confessiamo che non lo sapevamo e l’abbiamo notato proprio nello scrivere questo post. Dovremmo tornarci in seguito.

(2) Si intende del proprio del tempo e non dell’ufficio dei Santi o dei Comuni. Un’eccezione, qui trascurabile, vi è nel caso del lunedì’ che precede il 24 dicembre.