Ius caeleste. Il cielo (ri-)aperto, contro ogni riduzionismo del Natale.

Ci sarebbe da auspicare, paradossalmente, il ripristino di una vecchia prassi, abusiva per la verità: la possibilità cioè che i pastori in cura d’anime possano pregare il breviario una volta a settimana, soddisfacendo in un’unico momento di preghiera a tutte le ore dei giorni seguenti. Forse esageriamo, ma la liturgia delle Ore del 26 dicembre, pur celebrando il martirio di santo Stefano, offre una chiave teologica e pastorale assai interessante per illuminare il mistero del Natale. Se fosse stata pregata prima del Natale, più di qualche interpretazione troppo orizzontale, banale e sentimentalista che puntualmente ci tocca sentire nell’omiletica natalizia, magari avrebbe potuto esserci risparmiata. Ma dubitiamo che quanti nei loro sermoni preferiscono divagare sul contemporaneo e sul mondano, si lascerebbero correggere dai contenuti della liturgia.

Eppure, è sorprendentemente insistente la ripresa di uno dei temi della vicenda di Stefano, secondo il racconto degli Atti degli Apostoli, quello dello schiudersi dei cieli e, quindi, dell’ingresso del protomartire in sessi. I responsori delle letture dell’Ufficio sono lapidari e nitidi:

Stefano, servo di Dio, lapidato dai Giudei, vide i cieli aperti, e vi entrò: beato l’uomo a cui il cielo si schiude […vidit caelos apertos: vidit et introivit: Beatus homo, cui caeli patebant]

Ieri il Signore Gesù è nato in questo mondo, perché oggi Stefano nascesse alla vita del cielo; è venuto sulla terra, perché Stefano entrasse con lui nella gloria [Dominus…ingressus est in mundum, ut Stephanus ingrederetur in caelum]

Le antifone salmiche, delle lodi soprattutto, e l’antifona al Benedictus riprendono analogamente il tema.

L’inno tradizionale, mantenuto solo nell’edizione latina del Salterio (l’italiana rimanda all’inno dal Comune dei martiri), in alcuni passaggi tributa a santo Stefano queste espressioni: cittadino associato ai giusti ( tu che sei stato associato come cittadino ai giusti, che hai ottenuto la cittadinanza fra i giusti) […] erede della regione gloriosa.

Non può non ritornare alla mente un’altro inno, quello delle Lodi nei giorni fra il 17 dicembre e il Natale, Magnis propheta vocibus, nel quale occorre un’espressione curiosa: iam non iubar praefulgidum / ad ius vocat caelestium. Si parla della stella, la cometa, che è lo stesso Cristo, che chiama a partecipare alla gloria, al privilegio dei celesti!

Fa un pochino riflettere sentire fior di pastori affannarsi e immischiarsi nella questione – tutta civile – dello ius soli, e tacere al contrario su quanto spetterebbe loro di ufficio: chiamare allo ius caeleste, additare il cielo aperto!

Che la grazia del Natale conceda a tutti noi di vivere avendo ben presente quale sia la nostra vera cittadinanza e avendo il “cielo aperto” come realtà patente, reale e concreta nella vita quotidiana.

P.S. Appare bizzarra una traduzione inglese dell’inno dell’avvento in questione: secondo la pagina web http://translations.ipsissima-verba.org/magnis-prophetae-vocibus.html, si dovrebbe tradurre nel seguente modo: Eternal splendor is made known; / The saving star has clearly shone. / Already heaven’s brilliant light /
Is calling us to what is right.

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