L’accesso alla Gerusalemme celeste: per fede o nella speranza? Divertissement sulla liturgia di Tutti i Santi.

Un’analisi neanche troppo approfondita dei formulari della celebrazione della Messa nella Solennità di Tutti i Santi permette di evidenziare parecchi spunti. Innanzitutto per questa festa si registra una notevole continuità con il Messale anteriore: gli elementi comuni o sostanzialmente simili sono l’antifona di ingresso, l’orazione colletta, la prima lettura e il Vangelo e l’antifona alla comunione. Il Messale di Paolo VI è arricchito dalla seconda lettura e dal prefazio proprio, mentre diverse sono la preghiera sulle offerte e la post communio. A riguardo della prima lettura, per essere precisi occorre notare che il nuovo lezionario omette i versetti 5-8 (l’enumerazione dei segnati secondo le dodici tribù di Israele) e aggiunge i vv. 13-14 (la sottolineatura delle vesti bianche portate dai redenti).
Il prefazio è di nuova composizione, per la quale si è attinto anche da testi conciliari. Ad essi può essere utile ritornare per spiegarsi alcune perplessità intorno alla traduzione italiana dell’originale latino.
Vediamo un esempio di come è stato reso un passaggio del prefazio in alcune traduzioni:
Ad quam peregrini, per fidem accedentes, alacriter festinamus, congaudentes…
Italiano: “Verso la patria comune noi, pellegrini sulla terra, affrettiamo nella speranza il nostro cammino, lieti…”
Inglese: “Towards her, we eagerly hasten, as pilgrims advanced by faith…
Spagnolo: “Hacia ella, peregrinos en la tierra, nos encaminamos alegre, guiados por la fe…
Francese: “Et nous qui marchons vers elle par le chemin de la foi, nous hâton le pas…”
Portoghese: “Peregrinos dessa cidade santa, para ela caminhamos na fé e na alegria…

Come si vede, solo l’italiano rende l’espressione “per fidem accedentes” con un riferimento alla speranza, forse sottolineando di più il sintagma “alacriter festinamus” (cf. un vecchio post: https://sacramentumfuturi.wordpress.com/2013/12/15/a-proposito-di-alacritas/) . In tal modo, tuttavia, sparisce la fede, e il retroterra biblico dell’espressione, che pare da individuarsi in Eb 10,22: “(21) avendo noi un sacerdote grande sopra la casa di Dio, (22) accostiamoci (accedamus) con cuore sincero nella pienezza della fede (cum vero corde in plenitudine fidei), con i cuori purificati da ogni cattiva coscienza e il corpo lavato con acqua pura” (cf. nella prima lettura, sono le vesti ad essere lavate nel sangue dell’agnello). Più avanti, la stessa lettera agli Ebrei parla di quanti si sono accostati (accessistis) alla Gerusalemme celeste: siamo nel capitolo 12, al versetto 22, dopo che per molte volte, nel capitolo precedente è riportata l’espressione “Per fede..” (cf. Eb 11,4.5.7.8.9.11.17. etc.).

Al tema della fede il traduttore italiano non sembra prestare molta attenzione, dunque. Anche nella versione della preghiera sulle Offerte si nota una strana omissione. Il testo originale, che recita “..concede, ut, quos iam credimus de sua immortalitate securos, sentiamus de nostra salute sollicitos” viene reso: “essi che già godono della tua vita immortale, ci proteggano nel cammino verso di te”. Una traduzione più letterale potrebbe essere: “concedi che mentre li crediamo già certi della loro vita immortale, li sentiamo solleciti per la nostra salvezza”. Sembra sottinteso un riferimento al fatto che la Chiesa impegna tutta la sua autorità nel proclamare la santità di alcuni suoi membri: si sa che ad un pronunciamento solenne sulla canonizzazione di un santo si deve prestare l’ossequio di fede.

Ma tornando al prefazio, si può forse intuire il processo che ha portato alla versione italiana. Più che una traduzione letteralmente fedele all’originale, si è preferito allargare lo sguardo alle fonti di alcune espressioni del testo, per, con più libertà, attingere da esse. In effetti, Eb 10, 23 recita: “Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza, perché è fedele colui che ha promesso”. E nei testi di Lumen Gentium e Sacrosanctum Concilium, che sono la fonte di ispirazione di tutto il prefazio, non è assente il tema della speranza.

La Chiesa, chiamata « Gerusalemme celeste » e « madre nostra » (Gal 4,26; cfr. Ap 12,17), viene pure descritta come l’immacolata sposa dell’Agnello immacolato (cfr. Ap 19,7; 21,2 e 9; 22,17), sposa che Cristo « ha amato.. . e per essa ha dato se stesso, al fine di santificarla » (Ef 5,26), che si è associata con patto indissolubile ed incessantemente « nutre e cura » (Ef 5,29), che dopo averla purificata, volle a sé congiunta e soggetta nell’amore e nella fedeltà (cfr. Ef 5,24), e che, infine, ha riempito per sempre di grazie celesti, onde potessimo capire la carità di Dio e di Cristo verso di noi, carità che sorpassa ogni conoscenza (cfr. Ef 3,19). Ma mentre la Chiesa compie su questa terra il suo pellegrinaggio lontana dal Signore (cfr. 2 Cor 5,6), è come un esule, e cerca e pensa alle cose di lassù, dove Cristo siede alla destra di Dio, dove la vita della Chiesa è nascosta con Cristo in Dio, fino a che col suo sposo comparirà rivestita di gloria (cfr. Col 3,1-4). (Lumen Gentium 6)

Nella liturgia terrena noi partecipiamo per anticipazione alla liturgia celeste che viene celebrata nella santa città di Gerusalemme, verso la quale tendiamo come pellegrini, dove il Cristo siede alla destra di Dio quale ministro del santuario e del vero tabernacolo; insieme con tutte le schiere delle milizie celesti cantiamo al Signore l’inno di gloria; ricordando con venerazione i santi, speriamo di aver parte con essi; aspettiamo come Salvatore il Signore nostro Gesù Cristo, fino a quando egli comparirà, egli che è la nostra vita, e noi saremo manifestati con lui nella gloria. (Sacrosanctum Concilium 8)

Pur non essendo, dunque, una traduzione del tutto fedele, il prefazio italiano non è nemmeno da considerarsi del tutto fuorviante o, come talvolta si è letto intorno ad alcune traduzioni, addirittura eretico. Ma più che aprire polemiche inutili, il nostro esempio era volto ad aprire uno squarcio sulle prospettive che un testo liturgico può aprire: la liturgia si mostra sempre apportatrice di ricchezze inesauribili. L’esempio di oggi, infiine, evidenzia in modo assai efficace la continuità fra i due messali, l’arricchimento post-conciliare e il delicato affare della traduzione: con un pò di moderazione e di equlibrio si può affrontare tutto questo in modo costruttivo ed edificante.

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Quasi due anni di lavoro cassati e tutto da ricominciare: un momento difficile per A.G. Martimort. Ma non una parola fuoriposto

Disponibilità di tempo e possibilità di accesso diretto alle fonti.
Sono sufficienti questi due elementi, anche in misura minima, per sfatare luoghi comuni ormai affermati e continuamente ripetuti fino ad attribuire ad essi il crisma delle verità. Con il piccolo contributo di questo blog vorremmo invece condividere alcuni dati e scoperte, seppur minime, assai interessanti.
A riguardo della riforma liturgica è frequentemente divulgato il leitmotiv del colpo di mano di pochi liturgisti non equilibrati, di fanatici manipolatori e creatori di liturgie a tavolino, i quali avrebbero circuito e piegato ai loro gusti personali quanti erano preposti a portare a compimento le indicazioni conciliari, dai Vescovi e Cardinali del Consilium, fino al Papa. Anche recentemente si è sentito dire di un Paolo VI ingannato e aggirato con oscure manovre.
Se qualcuno lo afferma, e crediamo che lo si faccia in buona fede, avrà i suoi motivi e i suoi argomenti. Non possiamo davvero presumere di esprimere qui un giudizio complessivo e assolutamente certo per tutte le questioni legate a quanto successo durante e dopo il Concilio Vaticano II. Una piccola tessera, sì, la possiamo aggiungere, in questa storia ancora da scrivere compiutamente.
Approfondendo la questione della nuova distribuzione dei Salmi nella Liturgia delle Ore, abbiamo avuto la possibilità di seguire più dettagliatamente i lavori dei due gruppi di esperti e periti che ad essa lavorarono più da vicino. Si tratta del cosiddetto Coetus III (appunto il gruppo incaricato di studiare e proporre un’ufficiatura salmodica più rispondente alle indicazioni della Sacrosanctum Concilium) e il Coetus IX, il gruppo che faceva da raccordo fra tutti gli ambiti della riforma del Breviario, dalle rubriche alle letture, dalle antifone alle orazioni, etc. A partire dalle indicazioni conciliari cominciarono a studiare la questione, ipotizzando varie possibilità, che costantemente sottomettevano al giudizio dei Padri del Consilium, nel corso delle sessioni plenarie che si tenevano piuttosto frequentemente. La trafila dei lavori dei gruppi di periti era quindi molto articolata: dopo alcuni pronunciamenti generali dei Padri, l’impostazione dei lavori venne dalle indicazioni del Coetus IX, il cui relatore aveva una visione d’insieme di tutte le questioni, poi ogni gruppo procedeva secondo la sua competenza in riunioni particolari; prima che ogni proposta venisse poi presentata ai Padri, veniva discussa all’interno del Coetus IX, che di fatto era composto dai relatori e segretari dei gruppi relativi ad ogni settore del Breviario. I Padri, infine, esprimevano le loro osservazioni talvolta attraverso interventi liberi talvolta con votazioni.
Dopo quasi due anni di lavoro intenso, si arrivò ad una struttura abbastanza definita del Breviario, con una distribuzione dei salmi, se non completamente precisata, già ben delineata. A questo punto i Padri optano per un notevole cambio di direzione. Di fatto, lo schema proposto – frutto di tanta fatica e di parecchie riunioni – viene respinto: in una sessione a loro riservata, i Padri manifestano la loro insoddisfazione (19 ottobre 1965). Viene quindi informato il relatore del Coetus IX, A.G. Martimort, il quale tenta di argomentare a favore di quanto fino ad allora svolto, lavoro fatto in accordo alle indicazioni che gli stessi Padri avevano dato, ma alla fine viene deciso di rimettere in questione tutto l’impianto, attraverso un questionario dal quale poi si ripartirà con una nuova impostazione. A grandi linee fin qui la storia è conosciuta. Ma può essere interessante rileggere l’intervento del Relatore del Coetus IX nella riunione del primo dicembre 1965, appositamente convocata per tentare di superare la situazione di stallo. Si tenga conto Martimort dovrà poi spiegare ai periti, da lui coordinati, che il lavoro fatto era mandato all’aria e si doveva ricominciare da capo, o quasi. Nonostante tutto ciò, non traspare nessun cenno di polemica, di frustrazione o di insubordinazione. I periti avrebbero avuto tutte le loro ragioni e argomenti validi, oltre al sostegno iniziale del Consilium, per difendere ad oltranza le scelte operate; invece senza grosse difficoltà accettarono umilmente le nuove, o più approfondite, intenzioni dei Padri.
Ecco il brano finale della relazione di Martimort:

1. Le cose che da Voi sono state decise nelle precedenti sessioni, vi è del tutto lecito rimetterle in discussione, poiché non era stato votato nulla di definitivo, ma solamente in via provvisoria, come suole accadere con tutti gli schemi.
2. I nostri periti volentieri, come credo, promuoveranno l’impostazione della nuova discussione. Dunque accoglieranno i vostri giudizi, qualsiasi essi siano, con la medesima riverenza e osservanza, e prontamente si applicheranno al loro studio. Per maggiore efficacia e utilità, sarebbe bene, dopo la discussione orale, consegnarci anche per iscritto le vostre decisioni.
3. Nondimeno vi prego di non legarci le mani con un decreto prima di aver potuto ben valutare, sotto tutti gli aspetti, le vostre obiezioni e proposizioni, e se sarà il caso, di avervi relazionato su di esse. Infatti, come ben sapete, ci sono molte cose che ad una prima vista piacciono molto, ma che dopo un esame approfondito risultano impossibili, incongrue o meno adatte.
E questa sintesi a proposito dell’ufficio basti per farvi più sicuri, Venerabili Padri, che i periti di tutto cuore si presteranno al servizio Vostro e dell’ufficio divino.

De quibusdam questionibus circa distributionem psalterii et structuram Horarum in officio divino instaurando

De quibusdam questionibus circa distributionem psalterii et structuram Horarum in officio divino instaurando

“Non enim fecit et abiit”: un’interessante interpretazione della vitalità della Parola di Dio.

«Lui è il creatore di queste cose e non ne è lontano, perché non le abbandonò dopo averle create» (Sant’Agostino, Le Confessioni, IV,12). Una citazione di sant’Agostino, che nel contesto si riferisce alla creazione delle bellezze terrene che tanto lo attiravano prima della conversione, è lo spunto per una illuminante chiarificazione a riguardo dell’attualità efficace della Parola di Dio, in particolar modo nella proclamazione liturgica. Ne è autore un grande divulgatore delle ricchezze della tradizione liturgica riscoperta dal Concilio Vaticano, Mons. Mariano Magrassi. Si trova in un utile studio di P. Zecchini dedicato appunto al contributo del monaco e vescovo Magrassi al rinnovamento liturgico nella Chiesa italiana.

Noi diciamo che la Parola di Dio è ispirata: E’ un participio passato e viene inteso solitamente così: Un bel giorno lo Spirito Santo è piombato su un uomo (supponiamo Isaia), lo ha investito con la sua luce e la sua forza, lo ha spinto a scrivere quei poemi. Una volta scritti, la cosa è fatta, lo Spirito Santo si ritira in buon ordine e se ne va. Ormai lo scritto è fatto. Sant’Agostino parlando di questo modo di concepire la creazione e la Scrittura, dice: “Non enim fecit et abiit”, Dio non è uno che fa le cose e poi se ne va a spasso. Non è così la creazione, perché se le cose ci sono è perché Dio le sta creando adesso. Non è vero che Dio ha creato l’uomo, è vero che lo crea adesso. E la Bibbia, la sua Parola, è una delle più luminose creazioni di Dio, più ancora del cosmo. Dunque, se la creazione è continua, può l’ispirazione non essere continua? La Parola di Dio dallo Spirito Santo viene ispirata adesso. Mentre io leggo, ha luogo l’ispirazione. E’ un fatto sempre attuale. Hodie. Dio parla adesso. Lo dice a me. La Scrittura è uno che mi parla. Non è una parola per aria che si rivolge a tutti e a nessuno, non è un libro vecchio di secoli. E’ un dialogo diretto, è una parola che interpella me, qui, adesso. E io sono in ascolto di qualcuno che attraverso la Parola vuole entrare nella mia vita.

Citazione in P. Zecchini, «Vivere la liturgia». Il contributo di Mariano Magrassi al rinnovamento liturgico in Italia (Bibliotheca «Ephemerides Liturgicae» «Subsidia» 170), Roma 2014, 92.

Da un santo riconosciuto ad un prossimissimo beato, intorno al vero fine della Liturgia.

Potrebbe essere un’interessante prospettiva ermeneutica della figura e della statura del Beato Paolo VI rileggere l’intervento dell’allora Arcivescovo di Milano sullo schema di Costituzione liturgica, durante la IV Congregazione generale del Concilio Vaticano II (22 ottobre 1962). Un discorso assai significativo, con espressioni e contenuti assai decisi. E con una profezia inconsapevole, che riprese da Sant’Agostino.

Per il momento postiamo solo il testo latino (non abbiamo tempo oggi per una traduzione, e ce ne scusiamo con i lettori impossibilitati a comprendere pienamente il testo latino) e, alla fine , un passaggio di un commento recente.

Liceat mihi quoque, ut metropolitae regionis Logobardiae et moderatori ritus ambrosiani, votum proferre, quo schema propositum quoad substantiam aperte approbem et hunc Patrum coetum amplissimum rogem, ut principio faveat, quo totum schema mihi videtur inniti: hoc principium eo spectat ut S. Liturgiae maxima efficacia pastoralis tribuatur.

Etenim schema videtur magnopere commendari propter ea quae in par. 5 affirmantur, scilicet: Licet sacra Liturgia non amplectatur totum ambitum actionis Ecclesiae, est tamen in suo centro, quod est Divinum Eucharistiae Sacrificium, culmen ad quod omnia tendere debent, et simul a quo omnia procedunt.

In hoc igitur schemate de sacra Liturgia, si totum spectetur, vera quaedam aequabilitas habetur, ut opinor, inter duas sententias, quae pariter fini pastorali Concilii officiunt, scilicet:

1. Schema non est huiusmodi ut cedatur iis, qui cum levitate animi et ad suum arbitrium innovationes inducere volunt, vel, quod peius est, hoc modo damnum inferunt rebus divinis et humanis, magni aestimandis, quae in sacra Liturgia continentur et ad gentem christianam per tot saeculorum decursum transmissae sunt, germanae huius traditionis unitate, quoad substantiam, servata. Ii qui ritum ambrosianum sequuntur, peculiari ratione, ad hoc quod attinet, se fideles praebere cupiunt.

2. Schema insuper non favet opinioni eorum, qui asserunt ritum debere esse omnino immutabilem, seu qui caerimoniis historia traditis nimis adhaerent et formam, qua cultus exprimitur, praeferunt ei, quod hac ipsa forma essentialiter significatur [hoc autem eo pertinet, ut inter Deum et animam, inter Deum et communitatem christifidelium intimae rationes intercedant. Illi vero ignorare videntur mutationes et necessitates gravissimas quae in vita hominum recentissima hac aetate ortae sunt].

Itaque propositum schema efficere videtur, ut duabus rebus constanter inhaereatur: essentiae ipsius Liturgiae, quae omnino defendi debet atque servari, et formae traditae seu hìstoricae, scilicet modo, quo celebratio divinorum mysteriorum quasi vestitur; quae quidem forma mutari potest, prudenter tamen sapienterque et ad aptiores rationes revocari. Schema igitur nequaquam imminuit cultus catholici patrimonium divinum et a maioribus acceptum, sed permittit et suadet, ut commissiones post Concilium instituendae — in quibus etiam episcopi qui pastores sunt animarum, praesentes esse debent — idem patrimonium reddant planius, magis comprehensibile et utilius hominibus nostrae aetatis, quibus ut pastores ex conscientia officio obligamur.

Etenim propter onus nostri, quo traditionem formarum ecclesiasticarum tueri debemus, nihil detrahere licet de obligatione etiam maiori, qua tum Deo et Christo, tum populo christiano et hominibus temporum nostrorum devincimur. Novimus enim societatem hanc nostram, tanto in discrimine versantem quoad religionem, praesertim ope verbi liturgici hodie ad Christum, ad Ecclesiam, ad salutem pervenire posse.

Hoc recogitandum est, maxime cum agitur cle lingua in cultu adhibenda, usus linguae antiquae et a maioribus traditae, videlicet linguae latinae pro Ecclesia latina, firmus sic ac stabilis in iis partibus ritus quae sunt sacramentales ac proprie vereque sacerdotales. Hoc ideo fieri debet, ut unitas Corporis Mystici orantis [et] accuratio sacrarum formularum religiose serventur. Tamen ad populum quod attinet, quaevis difficultas intelligendi auferatur in partibus didacticis sacrae Liturgiae, ac detur fidelibus quoque facultas exprimendi verbis comprehensibilibus preces suas, quas Deo adhibent.

Non enim licet nobis oblivisci quod S. Paulus in cap. 14, 1 Cor. diserte docet, scilicet affirmat eum qui orat in Ecclesia, mente intelligere debere id, quod ore efferat et respondere «Amen» scientem quid dicat. Liturgia nempe pro hominibus est instituta, non homines pro Liturgia. Ipsa est precatio communitatis christianae; si cupimus, ne haec communitas templa nostra deserat, sed ut eo libenter accedat ibique ad interiorem animae vitam formetur et fidem suam digne exprimat, prudenter, sed sine mora et cunctatione, amoveri debet impedimentum linguae quae intelligi nequit, vel admodum paucis tantum est accommodata, quaeque gentem nostram non ad participandum cultum divinum allicit, sed ab eo abalienat, quemadmodum egregie enuntiatur in par. 24 constitutionis examinandae.

Sententiae Sancti Augustini meminisse vanum non erit, quae monet: Melius est reprehendant nos grammatici, quam non intelligant populi (in PS. 138, 20).

Item laudandum mihi videtur principium vi cuius caerimoniae in simpliciorem formam redigendae sint, non ad minuendam cultus pulchritudinem et uberem significationem, sed ad efficiendum ut caerimoniarum brevitati recte consulatur et repetitiones omnesque implicationes vitentur; quo principio reformatio liturgica, quae annuntiatur, innititur, idemque indoli hominum, etiam piorum ac fidelium, qui nostra aetate sunt, valde congruit.

Quasdam autem animadversiones peculiares scripto consignatas mihi addere placet, quae commissioni ad quam spectat proponuntur, illam imprimis, quae respicit Liturgias religiosorum; optarem enim ut pag. 169 post par. 32 mentio fiat vel nova paragraphus inducatur de liturgiis, rite recognitis, si opus fuerit, religiosorum exemptorum ob historicum earum momentum et spiritualem dignitatem.

[Quoad schema constitutionis de S. Liturgia haec mihi videntur peculiari ratione animadvertenda: pag. 167, par. 25: Una conficiatur S. Scripturae authentica versio in singulos sermones vulgares, qua omnes uti debeant sive in liturgicis ritibus sive in catechesi tradenda. Pag. 169, par. 31, linn. 6-7: «salvis consuetudinibus… »: haec exceptio, cum vim omnem auferat normae propositae, mea iudicio expungenda est. Pag. ib., par. 32: auctoritas, qua quivis episcopus in sua cathedrali ecclesia polleat, maior sit ea, qua aetate nostra uti potest in iis, quae ad cultum et administrationem pertinent. Pag. 176, par. 44, lin. 23: loco «aliter» scribatur «digne». Pag. 180, par. 48: instauratio catechumenatus adultorum, in plures gradus divisi, non est facile ad usum deducenda; sit summum in cuiusque libera facultate posita. Pag. 182, par. 63: nova paragrapho inducta enuntietur cardinalis dignitatem religioso quodam ritu esse impertiendam. Pag. 187, par. 72, lin. 1-2: orationi dominicae ad Laudes et Vesperas dignior locus tribuatur, ita ut haec oratio iis in horis quasi fastigium emineat. Symbolum apostolicum seu Credo in Officio Divino, saltem die dominica, iterum suum locum obtineat]. Dixi.

Acta Synodalia Sacrosancti Concilii Oecumenici Vaticani II, Volumen I, Periodus prima, Pars I, Città del Vaticano 1970, 313-315.

Il 22 ottobre 1962 il cardinale G. B. Montini intervenne nella discussione conciliare sulla liturgia con un discorso che resterà negli annali. Egli disse una frase che si distaccava nettamente dalle altre argomentazioni che venivano proposte: Liturgia nempe pro hominibus est instituta, non homines pro liturgia, una frase che ricalca il celebre detto di Cristo: ‘Il sabato è stato fatto per l’uomo, non l’uomo per il sabato’ (Mc 2,27). Posta questa sua origine, la frase detta dal card. Montini è pienamente giustificata ed è assolutamente ovvia: anzi, dovrebbe trovare applicazione in ogni osservanza liturgica. Nel dibattito conciliare fece una notevole impressione e credo che anche oggi non tutti la sottoscriverebbero. Questa frase dovremmo chiosarla dicendo che non solo la liturgia è per l’uomo ma che essa è per l’uomo affinché questi porti frutto.

E. Mazza, «La partecipazione attiva alla liturgia. Dalla Mediator Dei alla Sacrosanctum Concilium», Ecclesia Orans 30 (2013) 324.

montini al concilio

Paolo VI e la riforma liturgica. Dalla beatificazione una nuova luce

Con una provvidenziale tempistica, sull’ultimo numero della rivista Ecclesia Orans, è apparso un articolo assai significativo su Paolo VI e la riforma liturgica promossa dal Concilio Vaticano II: I. Scicolone, «Paolo VI, “interprete” della riforma liturgica», Ecclesia Orans 30 (2013) 335-362. Padre Scicolone, noto liturgista, è autore, su richiesta del postulatore della causa di beatificazione, di una particolare positio durante l’iter della causa. Il valore dell’articolo è dunque rilevante e, a pochi giorni dalla beatificazione, la lettura di questo testo può essere un modo interessante per riconsiderare l’importanza di Papa Montini.
Riproduciamo il decimo paragrafo dell’articolo di Scicolone, in cui si tratta della soppressione dell’Ottava di Pentecoste (pp. 356-358).

L’ottava di Pentecoste

Una parola a parte merita la questione della soppressione dell’ottava di Pentecoste. Dopo l’approvazione del nuovo calendario, con la Costituzione apostolica Mysterii paschalis del 14 febbraio 1969 (1), e nonostante la spiegazione delle motivazioni di tale soppressione, data nel Commentarius: “Octava Pentecostes, ut dictum est, supprimitur; attamen feriae currentes inter sollemnitatem Ascensionis et sollemnitatem Pentecostes peculiare momentum acquirunt formulariis enim propriis ditantur quibus in mentem revocantur promissiones Christi relate ad effusionem Spiritus Sancti “(2) il papa personalmente, nei giorni seguenti la Pentecoste del 1970, avvertiva il disagio di trovarsi, ex abrupto, nel tempo ordinario, e ne scriveva, con biglietto autografo, al P. Bugnini, chiedendogli di fare qualcosa per “ripensarvi, e trovare il modo di ristabilire un culto liturgico che contiene in se’ la profonda radice di tutte le altre sue manifestazioni nella Chiesa di Dio, animata dallo Spirito Santo» (3)

Proprio il 1970 fu l’anno in cui entrò in vigore il nuovo calendario universale, ma non era ancora stato pubblicato il nuovo messale. Per cui, i formulari dell’antica ottava erano tolti, ma non erano in uso i formulari nuovi per le ferie che vanno dall’Ascensione alla Pentecoste. Da qui il disagio avvertito da tanti e dallo stesso pontefice. Alla lettera del papa rispose il P. Bugnini, allegando un “Promemoria sulla soppressione dell’ottava di Pentecoste”, di 11 pagine, in cui puntigliosamente espone le ragioni storiche e teologiche, favorevoli non alla soppressione della ottava, ma al ripristino della “Cinquantina” pasquale, che ovviamente si chiude il cinquantesimo giorno.

Qui, oltre le testimonianze di storici della liturgia, quali Schuster, Chavasse, Righetti e Cabié, ricordate dal Bugnini, che affermano giustamente che, all’origine e fino a Leone Magno, la Pentecoste chiudeva la cinquantina e non aveva un’ottava, basti ricordare i testi dei più antichi sacramentari.

Il SacramentarioVeronese (o Leoniano) non presenta l’ottava. Nella settimana successiva alla Pentecoste si celebrava il digiuno del quarto mese (ossia le Quattuor tempora). Ora era impensabile un digiuno nel tempo pasquale. Anzi il prefazio n. 229 dice espressamente:
post illos enim laetitiae dies, quos in honorem a mortuis resurgentis et in coelos ascendentis exegimus, postque perceptum sancti spiritus donum necessariae nobis haec ieiunia sancta provisa sunt, ut pura conversazione viventi bus quae divinitus ecclesiae sunt collata permaneant (4).

L’ottava fu aggiunta in seguito, a somiglianza della Pasqua, dato che nella veglia di Pentecoste si celebravano i battesimi, per coloro che non avevano potuto celebrarlo a Pasqua. In seguito essa rimase, facendo considerare la Pentecoste come la celebrazione dell’evento della discesa dello Spirito Santo, staccato però dalla Pasqua.

Il Bugnini ricorda ancora che già la Commissione piana, nel 1950 aveva proposto l’abolizione dell’ottava di Pentecoste. Nel Consilium la questione è stata ampiamente discussa e votata a grande maggioranza, senza problemi. La Congregazione della dottrina della fede, pur facendo alla riforma del calendario molte osservazioni, non ha trovato nulla da dire contro la soppressione dell’ottava di Pentecoste, anzi l’ha incoraggiata:

«Questa sacra Congregazione non vede motivi di principio contro l’abolizione di tale Ottava, perché in tal modo risulterebbe più efficace il simbolismo antichissimo del 50° giorno. Inoltre l’Ottava nella sua attuale struttura, benché di antica istituzione (attorno al sec. VI per Roma), è meno organica per la sovrapposizione delle Tempora d’estate. Pastoralmente poi è certo più sentita la Novena di Pentecoste che non l’Ottava come continuata celebrazione della Pentecoste. I testi chiaramente allusivi al battesimo, poi, oggi sono più anacronistici, mentre potrebbero trovare la loro sede nel tempo che precede la Pentecoste. Questa sacra Congregazione, tuttavia condiziona l’abolizione dell’Ottava di Pentecoste al fatto che siano conservate le Messe dell’Ottava, anticipandole nella Novena di preparazione (che una volta era l’ottava dell’Ascensione)» (5).

Oggi, a distanza di 40 anni, con il nuovo messale già alla terza edizione, non credo che tale soppressione faccia problema. Nelle nazioni dove sono giorni festivi il lunedì e il martedì dopo Pentecoste, è stato provveduto, come allora si era previsto nello stesso Consilium. Il caso dell’abolizione dell’ottava di Pentecoste dimostra che Paolo VI non ha subito le pressioni del Consilium o del P. Bugnini, ma — da persona intelligente e saggia qual era — ha compreso le ragioni teologico—storiche e le ha accolte. Basti pensare al fatto che ha più senso invocare lo Spirito Santo (Veni, Creator Spiritus…) al Vespro dei giorni che precedono, anziché nei giorni che seguono la venuta dello Spirito Santo.

Segnaliamo il giudizio assai duro espresso da L. Bouyer nelle sue memorie, sulle quali già abbiamo detto qualcosa: «Je préfère ne rien dire ou si peu que rien du nouveau calendrier, oeuvre d’un trio de maniaques, supprimant sans aucun motif sérieux la Septuagésime e l’octave de Pentecote, et balançant les trois quarts des saints n’importe où, en fonction d’idées à eux» (6).

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(1) PAOLO VI, «Litterae apostolicae motu proprio datae Mysterii paschalis (14 februarii 1969)», AAS 61(1969) 222-226.
(2) Calendarium romanum ex decreto sacrosancti oecumenici concilii Vaticani II instauratum auctoritate Pp. Pauli VI promulgatum, Città del Vaticano 1969, 57.
(3) Mi piace riportarne il testo integrale: «(confidenziale) Al caro e veneratissimo Padre Annibale Bugnini, Segretario della Sacra Congregazione per il Culto Divino, non sappiamo nascondere, durante questa settimana, che succede alla Pentecoste, il nostro senso di afflizione spirituale, per la mortificazione inflitta dalla riforma liturgica al culto dello Spirito Santo, quando la festa, dedicata al fatto strepitoso e al mistero della missione del medesimo Spirito Divino nella Chiesa nascente e tuttora vivente per sua soprannaturale virtù, sembra per intrinseca ragione richiedere d’esser protratta nella meditazione e nella celebrazione, come appunto era splendidamente (e non mai abbastanza), prima della presente abolizione dell’Ottava. Non definisce S. Giovanni Crisostomo la Pentecoste “metropolim festorum”? (PG 50, 463, hom. II). Non ha il recente Concilio dato grande e nuovo risalto alla teologia dello Spirito Santo? Perché il rinnovamento liturgico dovrebbe talmente impoverire il culto dovuto al Paraclito? Noi sappiamo che molti ottimi Ecclesiastici e Fedeli sono meravigliati e addolorati per simile costrizione. Non sarà forse opportuno ripensarci, e trovare il modo di ristabilire un culto liturgico, che contiene in se la profonda radice di tutte le altre sue manifestazioni nella Chiesa di Dio, animata dallo Spirito Santo? Ecco una delle questioni successive alla riforma liturgica, degna di memoria. Alla sua intanto la affidiamo, e invocando per Lei e per i suoi Collaboratori il lume dello Spirito, di cuore La benediciamo. Paulus Pp. VI. 21 maggio 1970», (copia della lettera è in possesso della postulazione della causa di beatificazione).
(4) Sacramentarium Veronense (Cod. Bibl. Capit. Veron. LXXXV[80]), ed. L. Einzenhofer – P. Siffrin – L.C. Mohlberg (Rerum ecclesiasticarum documenta, Series maior – Fontes I), Roma 1994, 29.
(5) Prot. D.F. 2134/ 67 del 27 maggio 1968. (Copia della lettera è in possesso della postulazione della causa di beatificazione).
(6) L. Bouyer, Mémoires, Paris 2014, 199-200.

Lodi del lunedì della IV settimana, Orazione dopo il Cantico

Soffermandosi un poco sull’orazione che era in previsione dopo la recitazione del Cantico veterotestamentario assegnato alle Lodi di oggi, lunedì della IV settimana, si scoprono alcune cose interessanti. Il testo che la liturgia delle Ore assume dal libro di Isaia (i versetti 10-16) è inserito nel contesto del capitolo 42 (primo canto del servo di Jahwe). La preghiera, sia nella prima versione sia in quella, la seconda, rivista da p. Braga su mandato della Congregazione per il Culto divino (cf. i precedenti post sull’argomento), pare contenere parecchi riferimenti a versetti di tale capitolo. Nella recitazione corale della liturgia delle Ore sono quindi utilizzati i versetti più lirici e adatti al tono della preghiera di lode, mentre gli altri elementi che accompagnano il cantico – titolo, versetto neotestamentario e orazione (1)- permettono di arricchire la recitazione con una meditazione più ampia, suggerendo collegamenti e aperture a tutta la Scrittura. Ad una prima lettura, infatti, l’insistenza della preghiera su temi quali la giustizia, la liberazione dagli errori, la formazione di un popolo nuovo non si comprendono facilmente se riferiti solamente al testo del cantico in se stesso. Ma è sufficiente allargare lo sguardo all’intero capitolo 42 per accorgersi di come l’orazione raccolga e riformuli in preghiera non solo i versetti del cantico (cf. l’espressione “la buona battaglia del vangelo” che rilegge le immagini ben più guerresche “il Signore avanza come un prode, come un guerriero eccita il suo ardore…. lancia urla di guerra”), ma anche altri dati contenuti nella profezia: cf., ad es., i versetti 6-7 “Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia e ti ho preso per mano; ti ho formato e ti ho stabilito come alleanza del popolo e luce delle nazioni, perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre”. Il tema del canto nuovo, poi, permette di allargare la preghiera fino all’Apocalisse, con il canto nuovo dei redenti davanti all’Agnello, come pure alla seconda lettera di Pietro: “Dato che tutte queste cose dovranno finire in questo modo, quale deve essere la vostra vita nella santità della condotta e nelle preghiere, mentre aspettate e affrettate la venuta del giorno di Dio, nel quale i cieli in fiamme si dissolveranno e gli elementi incendiati fonderanno! Noi infatti, secondo la sua promessa, aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova, nei quali abita la giustizia” (2Pt 3,13).Quale ricchezza soggiace da questa mutua penetrazione fra Bibbia e Liturgia!

Vediamo i testi delle due versioni della preghiera e il testo biblico, con alcune sottolineature, che aiutano a cogliere gli elementi di cui sopra.

Omnium liberator Deus,
qui in Christo mortis victore
vim amoris tuis cunctis manifestati hominibus,
adiuva nos ut bonum certamen Evangelii certantes
fratres nostros ab errore et iniustitia
salvare possimus
ad populum de redemptis novo exitu efformadum,
qui duce Domino resurgente ad te venit.

O Dio, liberatore di tutti, che in Cristo, vincitore della morte, hai manifestato a tutti gli uomini la forza del tuo amore, a noi che combattiamo la buona battaglia del Vangelo concedi il tuo aiuto, perché possiamo salvare i nostri fratelli dall’errore e dall’ingiustizia, per formare, fra i redenti in un nuovo esodo, un popolo che guidato dal Signore risorto venga a te.

Deus, liberator noster,
qui in Christo de morte victore
potentiam novitatis, quae a te procedit, manifestasti,
adesto nobis bonum Evangelii certamen certantibus,
ut, ad fratres nostros ab errore et iniustitia liberandos
et ad terram novam in tua iustitia efformandam
tecum fidenter operemur.

O Dio, nostro liberatore, che in Cristo vincitore della morte hai manifestato la potenza della novità che da te procede, assistici mentre combattiamo la buona battaglia del vangelo, perché insieme con te ci adoperiamo fiduciosamente per liberare i nostri fratelli dall’errore e dall’ingiustizia e per formare una terra nuova nella tua giustizia.

Isaia 42,1-25

Primo canto del servo
Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio.
Ho posto il mio spirito su di lui; egli porterà il diritto alle nazioni.
Non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce,
non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta;
proclamerà il diritto con verità.
Non verrà meno e non si abbatterà, finché non avrà stabilito il diritto sulla terra,
e le isole attendono il suo insegnamento.

Così dice il Signore Dio, che crea i cieli e li dispiega,
distende la terra con ciò che vi nasce, dà il respiro alla gente che la abita
e l’alito a quanti camminano su di essa:
«Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia e ti ho preso per mano;
ti ho formato e ti ho stabilito come alleanza del popolo e luce delle nazioni,
perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri,
dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre.
Io sono il Signore: questo è il mio nome; non cederò la mia gloria ad altri,
né il mio onore agli idoli.
I primi fatti, ecco, sono avvenuti e i nuovi io preannuncio;
prima che spuntino, ve li faccio sentire».

Inno di vittoria
Cantate al Signore un canto nuovo, lodatelo dall’estremità della terra;
voi che andate per mare e quanto esso contiene, isole e loro abitanti.
Esultino il deserto e le sue città, i villaggi dove abitano quelli di Kedar;
acclamino gli abitanti di Sela, dalla cima dei monti alzino grida.
Diano gloria al Signore e nelle isole narrino la sua lode.
Il Signore avanza come un prode, come un guerriero eccita il suo ardore;
urla e lancia il grido di guerra, si mostra valoroso contro i suoi nemici.
«Per molto tempo ho taciuto, ho fatto silenzio, mi sono contenuto;
ora griderò come una partoriente, gemerò e mi affannerò insieme.
Renderò aridi monti e colli, farò seccare tutta la loro erba;
trasformerò i fiumi in terraferma e prosciugherò le paludi.
Farò camminare i ciechi per vie che non conoscono, li guiderò per sentieri sconosciuti;
trasformerò davanti a loro le tenebre in luce, i luoghi aspri in pianura.
Tali cose io ho fatto e non cesserò di fare».
Retrocedono pieni di vergogna quanti sperano in un idolo,
quanti dicono alle statue: «Voi siete i nostri dèi».

Cecità e sordità d’Israele
Sordi, ascoltate, ciechi, volgete lo sguardo per vedere.
Chi è cieco, se non il mio servo?
Chi è sordo come il messaggero che io invio?
Chi è cieco come il mio privilegiato?
Chi è cieco come il servo del Signore?
Hai visto molte cose, ma senza farvi attenzione,
hai aperto gli orecchi, ma senza sentire.
Il Signore si compiacque, per amore della sua giustizia,
di dare una legge grande e gloriosa.
Eppure questo è un popolo saccheggiato e spogliato;
sono tutti presi con il laccio nelle caverne, sono rinchiusi in prigioni.
Sono divenuti preda e non c’era un liberatore,
saccheggio e non c’era chi dicesse: «Restituisci».
Chi fra voi porge l’orecchio a questo, vi fa attenzione e ascolta per il futuro?
Chi abbandonò Giacobbe al saccheggio, Israele ai predoni?
Non è stato forse il Signore contro cui peccò, non avendo voluto camminare per le sue vie
e non avendo osservato la sua legge?
Egli, perciò, ha riversato su di lui la sua ira ardente e la violenza della guerra,
che lo ha avvolto nelle sue fiamme senza che egli se ne accorgesse,
lo ha bruciato, senza che vi facesse attenzione.

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(1) “Inno al Signore vittorioso e salvatore. Essi cantavano un cantico nuovo davanti al trono di Dio (Ap 14,3)“. Come si sa, per i testi ufficiali delle orazioni dopo i salmi e dopo i cantici ancora si deve attendere il promesso quinto volume della Liturgia delle Ore.

Fallimento degli uomini e amore di Dio, a margine di Matteo 22,1-14

Alcuni passaggi di meditazioni sorprendenti, dal tesoro delle meditazioni di papa Benedetto XVI.

Gesù nel Vangelo ci parla della risposta che viene data all’invito di Dio – rappresentato da un re – a partecipare a questo suo banchetto (cfr Mt 22,1-14). Gli invitati sono molti, ma avviene qualcosa di inaspettato: si rifiutano di partecipare alla festa, hanno altro da fare; anzi alcuni mostrano di disprezzare l’invito. Dio è generoso verso di noi, ci offre la sua amicizia, i suoi doni, la sua gioia, ma spesso noi non accogliamo le sue parole, mostriamo più interesse per altre cose, mettiamo al primo posto le nostre preoccupazioni materiali, i nostri interessi. L’invito del re incontra addirittura reazioni ostili, aggressive. Ma ciò non frena la sua generosità. Egli non si scoraggia, e manda i suoi servi ad invitare molte altre persone. Il rifiuto dei primi invitati ha come effetto l’estensione dell’invito a tutti, anche ai più poveri, abbandonati e diseredati. I servi radunano tutti quelli che trovano, e la sala si riempie: la bontà del re non ha confini e a tutti è data la possibilità di rispondere alla sua chiamata.

[Omelia Domenica 9 ottobre 2011, Lamezia Terme (Visita pastorale a Lamezia Terme e a Serra San Bruno); per l’intero testo cf. http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/homilies/2011/documents/hf_ben-xvi_hom_20111009_lamezia-terme_it.html%5D

Se la prima Lettura esalta la fedeltà di Dio alla sua promessa, il Vangelo con la parabola del banchetto nuziale ci fa riflettere sulla risposta umana. Alcuni invitati della prima ora hanno rifiutato l’invito, perché attratti da diversi interessi; altri hanno persino disprezzato l’invito del re provocando un castigo che s’è abbattuto non solo su di loro, ma sull’intera città. Il re però non si scoraggia e invia i suoi servi a cercare altri commensali per riempire la sala del suo banchetto. Così il rifiuto dei primi ha come effetto l’estensione dell’invito a tutti, con una predilezione speciale per i poveri e i diseredati. E’ quanto è avvenuto nel Mistero pasquale: lo strapotere del male è sconfitto dall’onnipotenza dell’amore di Dio. Il Signore risorto può ormai invitare tutti al banchetto della gioia pasquale, fornendo Egli stesso ai commensali la veste nuziale, simbolo del dono gratuito della grazia santificante.

[Omelia Domenica 12 ottobre 2008, Cappella papale per la Canonizzazioni di beati; per il testo completo, cf. http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/homilies/2008/documents/hf_ben-xvi_hom_20081012_canonizzazioni_it.html%5D

Ma, come sempre a partire dalla caduta di Adamo, il fallimento degli uomini diventa l’occasione per un impegno ancora più grande dell’amore di Dio nei nostri confronti.

[Omelia Domenica 16 marzo 2008, Delle Palme; per il testo completo, cf. http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/homilies/2008/documents/hf_ben-xvi_hom_20080316_palm-sunday_it.html]