Una “Commissione ad hoc”… Era un segreto, o semplicemente nostra ignoranza?

Essendo del tutto estranei a circoli e a cordate e non avendo alcuna “fonte” se non testi e testimoni accessibili, della notizia che apprendiamo solo ora non c’era giunta nessuna anticipazione. Ci sia permesso tuttavia, dopo aver professato la nostra ignoranza, di stupirci e di rallegrarci di quanto troviamo documentato fra le righe di un intervento del professore Matias Augé. Si tratta di un commento del liturgista spagnolo ad uno scritto del Prefetto della Congregazione per il Culto (qui la pagina del blog con il testo in questione). Fra le righe, sobbalziamo alla lettura del passaggio seguente:

«…il cardinale ha il merito di esprimere una sua proposta concreta per arrivare “ad un rito comune riformato con lo scopo di facilitare la riconciliazione all’interno della Chiesa”. In primo luogo, il cardinale si augura che si possa arrivare ad un calendario liturgico comune per le due forme del rito romano, e anche ad una “convergenza” dei lezionari. Sua Eminenza sa, meglio di me, che una commissione ad hoc ha lavorato negli anni del pontificato di papa Ratzinger senza riuscire a produrre una proposta concreta, date le difficoltà dell’operazione».

Dal testo della Lettera di accompagnamento del Motu proprio Summorum Pontificum si evince che tale lavoro dovesse essere svolto dalla Commissione Ecclesia Dei, (1) un’istituzione già allora e ancor oggi attiva, e quindi non «ad hoc».

Non sappiamo dire nulla di più, se non immaginare quanti spunti e dati per lo studio e la ricerca potrebbero sorgere dalla possibilità di consultare la documentazione prodotta da tale Commissione. Immaginiamo il lavoro dei suoi componenti, le loro ricerche e le loro analisi: quale beneficio ne verrebbe se simile sforzo potesse essere condiviso. Al di là delle partigianerie e delle sensibilità, cultori e ricercatori di liturgia dovrebbero saper fare tesoro di simili confronti.

Che peccato che tutto debba rimanere segretato e ignoto, come purtroppo riteniamo accadrà. Ma saremmo felicissimi di essere smentiti, e di poter avere anche qualche piccola informazione in più!


(1) «Del resto le due forme dell’uso del Rito Romano possono arricchirsi a vicenda: nel Messale antico  potranno e dovranno essere inseriti nuovi santi e alcuni dei nuovi prefazi. La Commissione “Ecclesia Dei” in contatto con i diversi enti dedicati all’ “usus antiquior” studierà le possibilità pratiche. Nella celebrazione della Messa secondo il Messale di Paolo VI potrà manifestarsi, in maniera più forte di quanto non lo è spesso finora, quella sacralità che attrae molti all’antico uso»: qui il testo completo.

“Ottimamente composta”. Un endorsement ante litteram del giovane Ratzinger.

Più e più volte abbiamo cercato di contribuire ad una ricostruzione più possibile oggettiva e fedele dell’importante periodo che va dall’approvazione della Costituzione liturgica conciliare alle prime realizzazioni di ordine pratico ed effettivo delle disposizioni generale in essa contenute. In questa ricerca sono importanti i documenti ufficiali e gli atti, così come possono aiutare anche le testimonianze delle persone direttamente coinvolte e contemporanee. Testi e testimoni, dunque. Naturalmente, una serie critica storica impone di contestualizzare e di pesare con attenzione la qualità e l’oggettività di una valutazione personale. Nondimeno, a rendere il quadro sempre più completo, giovano pareri pur contrastanti fra loro.

In questo post segnaliamo quello che potremmo definire un endorsement ante litteram, di un futuro Pontefice, alla speciale Commissione, appositamente studiata ed organizzata, incaricata dell’attuazione di Sacrosanctum Concilium. Non è un mistero che sul Consilium ad exsequendam Constitutionem De Sacra Liturgia, sulla sua composizione e sulle sue competenze si siano registrate diverse valutazioni, talora espresse anche in modo assai sgarbato e sgradevolmente risentito.

E’ vero che alcuni aspetti della sua stessa origine non sono ancora del tutto chiariti, eppure il testo che riproduciamo ci testimonia un clima sereno e fiducioso, e la persona che lo esprimeva non era affatto, e non lo è tuttora, usa a giudizi avventati o, peggio, abituata a riportare dati non personalmente verificati. Per questo, nonostante sia un giudizio iniziale e relativo ad un periodo previo alle grandi realizzazioni del lavoro, crediamo che il testo dell’allora giovane professor J. Ratzinger abbia un valore assai significativo, proprio perché ci permette di intuire una certa corrispondenza fra i Padri conciliari e l’incipiente lavoro del Consilium. Se non altro a riguardo delle persone che lo componevano. E, in confronto a tante valutazioni senza fondamento, non è davvero poco, credeteci.

Dopo una lunga serie di votazioni, sono state accettate e promulgate solennemente come deliberazioni conciliari la Costituzione sulla sacra liturgia e il Decreto sui mezzi d’informazione. Ma qui, innanzitutto, bisogna osservare che la Costituzione sulla liturgia è una specie di legge quadro che necessita una duplice attuazione per poter esercitare la sua piena efficacia. Essa traccia le linee guida, che dovranno essere tradotte in concreti ordinamenti liturgici soltanto da una commissione post-conciliare appositamente creata nel frattempo (presieduta dal Cardinal Lercaro e ottimamente composta) (1).


(1) J. Ratzinger, Opera Omnia VII/1, L’insegnamento del Concilio Vaticano II. Formulazione – trasmissione – interpretazione, Città del Vaticano 2016, 418. Il testo citato fa parte di un volume, la cui prefazione è datata Pasqua 1964, che raccoglie conferenze tenute in Germania e Svizzera, il cui titolo era Il Concilio in cammino. Sguardo retrospettivo sul secondo periodo di Sessioni del Concilio Vaticano II. La citazione è tratta da quelle che erano le pagine finali del volumetto (Le mete raggiunte).

La navigazione spaziale del cuore, contro una legge ben più forte della gravità: una lettura del mistero dell’Ascensione

Rovesciamento delle sorti: questo potrebbe essere uno dei tanti concetti capaci, insieme ad altri, di sintetizzare il mistero dell’Ascensione. Certamente, le immagini e la terminologia legati a coordinate spaziali (alto/basso, terra/cielo, etc.) ci possono aiutare ad avvicinarne il contenuto, ma non ci si può fermare a tale rivestimento.

Prendiamo in prestito alcune considerazioni dell’allora giovane professore J. Ratzinger, dal suo insuperabile commento al Simbolo della fede. Addentrandosi nell’analisi degli ultimi due articoli cristologici, annota:

«E’ senz’altro certo che tale concezione (la disposizione del mondo localmente pianificata su tre scaglioni) ha offerto il materiale ideologico per formularli (gli asserti di fede concernenti la discesa agli inferi e l’ascensione al cielo); ma è anche altrettanto certo che non ha costituito il fattore sostanziale e decisivo. I due articoli di fede esprimono invece, assieme alla professione di fede nel Gesù storico, l’intera dimensione dell’esistenza umana, che non abbraccia affatto tre piani cosmici, ma sottende invece tre dimensioni metafisiche» (1)

La liturgia ha saputo mantenere il linguaggio legato alla cosmologia tradizionale e al dato del Nuovo Testamento, nelle sue descrizioni dell’evento, coniugandolo e arricchendolo con altre immagini e concetti. Lo vedremo fra pochissimo: ci piace, prima, riportare un’altra espressione, sempre di Ratzinger, ormai parecchio più maturo e Papa, ma sempre caratterizzato da una freschezza ed una vivacità inaspettate:

«Non è un percorso di carattere cosmico-geografico di cui qui si tratta, ma è la navigazione spaziale del cuore che conduce dalla dimensione della chiusura in se stessi alla dimensione nuova dell’amore divino che abbraccia l’universo» (2).

Una navigazione spaziale del cuore, che un tempo ha potuto invertire le ordinarie leggi della fisica e che, con ben maggiore rilevanza, ha reso possibile un rovesciamento inaudito.

Ecco come lo dice la liturgia, in uno dei suoi modi:

Tremunt videntes angeli / versam vicem mortalium / culpat caro, purgat caro / regnat caro Verbum Dei [Gli angeli tremano nel vedere mutata la sorte dei mortali, la carne cade nella colpa, la carne la purifica, e la carne regna nel Verbo di Dio] (3)

In un altro passaggio si dice che Gesù Cristo asceso al cielo ha presentato al Padre la gloria di una carne ormai vittoriosa (victricis carnis gloriam)! La celebrazione del Triduo pasquale ha rievocato il duello affrontato dalla «carne» dell’umanità di Cristo, la dimensione sostitutiva e vicaria (dal latino vicis!) di tale mistero salvifico. L’ascensione (e compiutamente la Pentecoste) celebra uno degli aspetti finali della dinamica pasquale: il rovesciamento, la mutazione, l’avvicendamento delle sorti dei mortali arriva al punto che è possibile affermare che la nostra vita è ormai nascosta, con Cristo, in Dio: la sua umanità, la sua carne gloriosa, in vece della mia, già possiede la gloria dell’eternità. Se la carne ad un tempo è segno della debolezza, della fragilità caduca e colpevole di Adamo, ora in Cristo, in-vece, la carne espia la colpa, e sana (4), e vince. Tutto questo, raccogliendolo, la liturgia lo sa dire in poche parole, le parole di una  sola strofa di un inno!


(1) J. Ratzinger, Introduzione al Cristianesimo. Lezioni sul simbolo apostolico, Brescia 1986, 254. «La realtà del cielo nasce invece in primo luogo dall’intimo incontro fra Dio e l’uomo. Il cielo va definito come la presa di contatto fra la natura dell’uomo e la natura di Dio: ora, tale stretta fusione fra Dio e l’uomo si è definitivamente attuata in Cristo, col superamento dello stadio biologico da lui operato passando attraverso la morte per giungere alla nuova vita. Il cielo è quindi quel futuro dell’uomo e dell’umanità che quest’ultima non può darsi da sé, e perciò le rimane precluso intanto che essa bada solo a sé stessa; per fortuna sua però, esso le è stato per la prima volta e decisamente aperto nell’uomo avente il suo centro esistenziale in Dio, nell’uomo tramite il quale Dio si è inserito nella natura umana» (Ibid., 256).

(2) J. Ratzinger – Benedetto XVI, Gesù di Nazaret. Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, Città del Vaticano 2011, 317.

(3) Se è un vero peccato che il salterio italiano non abbia tradotto questo Inno per l’Ascensione (Aeterne rex altissime), riconosciamo almeno la buona decisione di riportarne il testo latino, di seguito all’Inno italiano proposto per l’Ufficio delle Letture che è la versione tradotta dell’Hic est dies verus Dei.  Forse è stato mantenuto l’inno pasquale per conservare, almeno per l’Ufficio delle Letture, una certa uniformità della cinquantina pasquale?

(4) Possiamo ricordare un verso dell’Inno pasquale Hic est dies verus Dei, analogo nell’immagine contrastante e paradossale: carnis vitia mundans caro.

Miracoli pasquali: da un ipotesi alquanto dubbia ad una certezza affermata. Intorno ad un’antifona salmica

Nel post precedente (cf. qui) avevamo mostrato come la liturgia, per mezzo di una sola antifona, possa affermare in modo peculiare ed inarrivabile un dato di fede, che invece una formulazione di tipo dogmatico dovrà articolare in modo differente e più complesso.

La complessità, e la difficoltà, della liturgia sta invece nella vigile attenzione da prestare ai testi, nella recitazione abituale ma non abitudinaria che forma una sensibilità, capace poi di cogliere anche le più piccole sfumature.

Possiamo fare un altro piccolo esempio. Torniamo alla seconda settimana di Pasqua, esaminando il terzo salmo dell’ufficio delle Lodi mattutine del giovedì.

Si tratta del salmo 80(81): Solenne rinnovazione dell’alleanza.

Nel tempo ordinario, come pure in Avvento e in Quaresima, l’antifona è tratta dal primo versetto del salmo stesso: «Esultate in Dio nostra forza». Per il tempo pasquale, invece, l’antifona è ispirata al versetto 17a: «Il Signore ci nutre con fiore di frumento, alleluia».

Questo è il punto degno di nota: il versetto 17 nel salmo non è indipendente e assoluto, è inserito in una forma sintattica del tutto particolare e coesa, di cui forma la seconda parte (apodosi). Si tratta di un periodo ipotetico, che inizia al versetto 14 («Se il mio popolo mi ascoltasse…»). La liturgia si prende la libertà di scindere queste due proposizioni, protasi – la condizione – e apodosi – la conseguenza, affermando come realtà compiuta quanto il testo biblico indicava come risultato di una condizione previa.

La dinamica del compimento che trova in Cristo Signore il suo culmine – è significativo che per le lodi del Giovedì Santo l’antifona al nostro salmo è costituita dall’intero versetto 17 – trova continuità nel tempo della Chiesa. Il fascino della liturgia è che questo principio teologico fondamentale non è affermato in forma speculativa, ma tramite la cura di un’antifona intenzionalmente scelta e ritoccata.

Si potrebbe approfondire questo discorso, poiché la versione latina del salmo – se rimaniamo del tutto fedeli alle regole della sintassi – sembrerebbe intendere un ipotesi  ormai passata (1). Non siamo biblisti e non possiamo se non registrare solamente che la versione italiana presenta invece un senso di possibilità presente e futura: «Se il mio popolo mi ascoltasse (e non invece “se….mi avesse ascoltato…”) […] li nutrirei con fiore di frumento (e non piuttosto “li avrei nutriti…”)».

Al di là di questo nodo grammaticale e sintattico ancora da chiarire, a noi interessa il fatto che la liturgia abbia svincolato il dato del nutrimento con il fiore di frumento da ogni condizione. Più che da una generosità assoluta e da una mancanza totale di limiti alla benevolenza graziosa, pare che tale svolta sia motivata da un principio cristologico: il Signore Gesù ha ascoltato davvero la voce del Padre, obbedendogli fino alla morte, e ha camminato per le sue vie; per questo, ora, Lui può dare il pane sostanziale, non come quello che mangiarono i padri, che nell’immagine del fiore di frumento era prefigurato (2). Dopo la Pasqua di Cristo, sì, lo possiamo dire, la possibilità diventa reale e disponibile: così ci insegna una banale antifona ad un salmo, mentre si prega la Liturgia delle Ore!


(1) Il piucchepperfetto congiuntivo nella protasi e l’imperfetto congiuntivo nell’apodosi sono usati per esprimere un’ipotesi irreale e passata, o anche nel caso di una possibilità nel passato.

(2) L’antifona di Introito della Messa del Corpus Domini è anch’essa ispirata dal Salmo 80,17: «Cibavit eos ex adipe frumenti….». Come si vede, però, l’antifona della Liturgia delle Ore è nel suo genere unica, perché cambia anche il pronome personale: «Cibavit nos, Domine, ex adipe frumenti». Che si possa delineare anche in un dettaglio così minimo una traccia della sacramentalità della preghiera oraria della Chiesa pare assai affascinante e intrigante da approfondire; non lo possiamo fare qui e ora. Rimane il dato che la preghiera delle Lodi del giovedì della II settimana permette a chi la celebra di collocarsi fra il popolo di Dio che gode già ora della grazia del compimento, che si rivolge al suo Signore con gratitudine riconoscente.

L’esultanza della carne. Come la liturgia parla della risurrezione

L’articolo di fede a riguardo della resurrezione della carne può essere affrontato e trasmesso in differenti modalità. Il Catechismo della Chiesa cattolica lo fa secondo metodi e categorie che gli sono proprie, e lo fa molto bene anche il Compendio. Ecco alcune espressioni:

La risurrezione dei morti è stata rivelata da Dio al suo popolo progressivamente. La speranza nella risurrezione corporea dei morti si è imposta come una conseguenza intrinseca della fede in un Dio Creatore di tutto intero l’uomo, anima e corpo (CCC 992).

Il termine carne designa l’uomo nella sua condizione di debolezza e di mortalità. «La carne è il cardine della salvezza» (Tertulliano). Infatti, noi crediamo in Dio creatore della carne; crediamo nel Verbo fatto carne per riscattare la carne; crediamo nella risurrezione della carne, compimento della creazione e della redenzione della carne (CCC, Compendio 202).

La liturgia ha un altro stile, nell’annunciare e nel proclamare la certezza che la carne non è destinata ultimamente e definitivamente alla corruzione.

Non considerando ora i testi delle orazioni e le letture bibliche, un elemento ben evidente è il ricordo proprio della Pasqua nella preghiera eucaristica (1).

Un dettaglio più difficile a notarsi, ma più interessante per capire lo stile ed il gusto della liturgia, lo abbiamo ad esempio nella Liturgia delle Ore.

Prendiamo in considerazione l’ufficiatura delle Lodi di quest’oggi, lunedì della III settimana di Pasqua.

La distribuzione del salterio nel ciclo delle 4 settimane prevede come primo salmo del lunedì della III settimana, appunto, il salmo 83 (Desiderio del tempio del Signore, secondo il breve titolo che gli è stato assegnato). L’antifona che generalmente lo accompagna recita: «Beato chi abita la tua casa, o Signore». Sempre la stessa, nel tempo Ordinario, nel tempo di Avvento e pure nel tempo di Quaresima. Sempre (2), tranne che nel tempo pasquale. In questa occasione, infatti, la liturgia ha scelto di evidenziare un versetto particolare del salmo in questione, ponendolo, con una motivazione del tutto comprensibile, come antifona: «Il mio cuore e la mia carne esultano nel Dio vivente, alleluia [Cor meum et caro mea exsultavérunt in Deum vivum, alleluia] ».

Per felice coincidenza, anche il versetto transitorio – che accompagna il passaggio dalla salmodia alle letture, biblica e patristica, nell’Ufficio delle Letture – assegnato ai lunedì del tempo pasquale è tratto dallo stesso salmo e recita quindi: «V/. Cor meum et caro mea, alleluia. R/. Exsultaverunt in Deum vivum, alleluia».

Tale versetto fa eco al versetto transitorio delle domeniche: «E’ rifiorita la mia carne, alleluia, e nel mio spirito rendo grazie a Dio, alleluia». Rimandiamo ad un vecchio post, in cui su di esso avevamo scritto un commento (cf. qui) interessante.

Per finire, come non stupirci di come la liturgia rielabori e organizzi in modo del tutto particolare ed unico i testi e il senso della Sacra Scrittura, facendone tessere di un mosaico di bellezza ineffabile. In tale bellezza e finezza si mostra in modo plastico il continuum fra Bibbia e Liturgia. Altre discipline teologiche possono di certo partire dalla Scrittura per sviluppare il loro sistema di saperi, ma non possono raggiungere la Liturgia nella maestria e nell’eccellenza del suo rapporto con i testi ispirati.

Il Catechismo è assolutamente necessario e fondamentale, ma quanto più gustoso l’approfondimento della Liturgia, fosse pure nel considerare una semplice antifona di un salmo fra tanti delle lodi mattutine!


(1) Cf. il Communicantes del Canone Romano: In comunione con tutta la Chiesa, mentre celebriamo il giorno santissimo della risurrezione di nostro Signore Gesù Cristo nel suo vero corpo…. Cf. invece per la II e la III Preghiera eucaristica: … e qui convocata nel giorno glorioso della risurrezione di Cristo Signore nel suo vero corpo. Il testo latino recita celebrantes Resurrectionis Domini nostri Iesu Christi secundum carnem, nel primo caso; a riguardo del ricordo proprio nella II e III Preghiera eucaristica, esso nel testo latino è scomparso (!?).  Nell’editio typica tertia (del 2002) del Missale Romanun non vi è cenno – confessiamo che non lo sapevamo e l’abbiamo notato proprio nello scrivere questo post. Dovremmo tornarci in seguito.

(2) Si intende del proprio del tempo e non dell’ufficio dei Santi o dei Comuni. Un’eccezione, qui trascurabile, vi è nel caso del lunedì’ che precede il 24 dicembre.

Uno sposo liberale, ed un portiere altrettanto generoso, ma…. Riletture di una parabola matteana

In questi giorni di quaresima, si rileggono davvero con gusto alcuni passaggi della Procatechesi di San Cirillo di Gerusalemme, con la quale il santo vescovo predisponeva i battezzandi ad affrontare con frutto l’ultimo periodo di preparazione immediata al battesimo (1). Fra le molte citazioni della Sacra Scrittura con cui è intessuta la catechesi, spicca la parabola degli invitati alle nozze di Matteo 22, in particolare la figura dell’invitato che entra nella sala delle nozze senza l’abito nuziale. Colpiscono, per l’attualità, alcune sfumature e accenti che Cirillo tratteggia, come pure l’impressionante facilità con cui si passa dalle immagini della Scrittura al vissuto liturgico – quanto ci manca quell’immediatezza, segno di una fede viva e imbevuta di Parola di Dio! -.

Così, partendo dal rito dell’iscrizione dei candidati alla preparazione battesimale – «avete dato testé i vostri nomi, rispondendo alla chiamata per la milizia; avete preso in mano le lampade, invitati a partecipare al corteo nuziale; vi siete determinati a conseguire la beata speranza, animati dal desiderio della città celeste. Avete dato il vostro nome..» -, rito che iniziava una particolare attenzione pastorale del vescovo verso questo gruppo di persone (ciò vuol dire anche riunioni ed incontri particolari e appositi per essi), senza troppe spiegazioni Cirillo può passare ad una applicazione concretissima ed efficace della parabola di Matteo:

«Nessuno di voi si introduca dicendo: “Lascia che io veda cosa fanno i fedeli; fammi entrare e vedere, perché possa sapere quel che si fa”. Tu speri di vedere, ma non ti aspetti di essere veduto? Credi di poter indagare ciò che si fa, e pensi che Dio non scruti il tuo cuore? Vi fu chi così operò una volta al banchetto nuziale di cui parla il Vangelo. […] Lo sposo, però, per quanto liberale non mancava di discernimento*Girando tra i singoli convitati…s’accorse dell’intruso senza la veste nuziale gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui? Che colore ha la tua veste, e quale la tua coscienza? Anche se il portiere, data la generosità del convitante, non ti ha impedito l’accesso al banchetto, benché ignorassi quale tipo di veste deve portare chi entra al convito, tuttavia hai pur visto, una volta entrato, come le vesti dei commensali risplendevano! Da quanto era pur chiaro ai tuoi occhi non dovevi trarre insegnamento? Non dovevi uscire da giusto dopo essere entrato senza colpa? Adesso invece ti tocca uscire in malo modo così come malamente sei entrato! […] Vedi quello che allora capitò a lui, e quanto a te bada bene a quel che fai» (Protocatechesi, 2-3).

Cirillo sapeva che forse non tutti, fra quanti richiedevano il battesimo, erano ben disposti. Sapeva che, ad esempio del suo Signore, doveva mostrarsi misericordioso e generoso. Non per questo rinunciava a mettere in guardia con franchezza, e con parole aperte cercava di stanare anche i più contorti e doppi, avendo fiducia nella potente efficacia dell’itinerario catecumenale e, ancor di più, nel suo Maestro e Signore:

«Come ministri di Cristo, vi abbiamo accolti senza escludere alcuno, e come ostiari abbiamo aperto la porta a tutti[…] Ti avvero prima che lo Sposo delle anime, Gesù, entri e veda come sei vestito. […] Se persisterai nel tuo cattivo proposito – chi ti parla non ne avrà colpa – non aspettarti di ricevere la grazia, ti accoglierà l’acqua ma non ti accoglierà lo Spirito! […] Può darsi che tu sia venuto per altro motivo. Può darsi che un uomo sia indotto a venire per ingraziarsi una donna, che questa soltanto sia la sua motivazione. Simile discorso vale altresì per le donne; anche uno schiavo spesso vuol compiacere il padrone, un amico vuole ingraziarsi l’amico. In tal caso non mi resta che cogliere l’esca dall’amo, accoglierti ciò mal motivato come sei venuto, con buona speranza che sia suscettibile di salvezza. Tu non sapevi forse dove stavi entrando e in quale rete incappavi; perché sei caduto dentro le reti della Chiesa. Lasciati dunque prendere vivo; non sfuggire, perché è Gesù che ti prende al suo amo, per darti non la morte la risurrezione dopo la morte» (Protocatechesi, 4 -5)


(1) …«non è breve il tempo che hai a tua disposizione: hai quaranta giorni di penitenza, molte buone occasioni… per spogliarti e lavarti, per rivestirti e poi entrare» (Protocatechesi, 4): Cirillo di Gerusalemme, Le catechesi (Introduzione, traduzione e note a cura di C. Riggi), Roma 1997²; si può trovare una versione on line qui.

* L’edizione curata da V. Saxer offre una traduzione leggermente differente: «Ma lo sposo, pur essendo generoso, non era acritico. […] Sia pure, il portinaio non ti ha trattenuto, data la liberalità di chi offre il banchetto…»: cf. qui una versione on line.

Fango spalmato od unzione? Quisquiglie intorno ad una duplice traduzione o paradossi non del tutto astrusi?

A proposito delle letture della IV domenica di Quaresima, un autorevole commento liturgico riporta quanto segue:

La scelta della prima lettura indica che la Chiesa legge nella sua liturgia la pericope di Giovanni con un’insistenza particolare sul segno battesimale. In questa prima lettura (1Sam 16,1-13) non è facile trovare una connessione concreta con le altre due. Tuttavia essa è loro collegata da un rapporto molto lato ma consistente. La pericope sottolinea la scelta che Dio fa di coloro che egli vuol attirare a sé per consacrarli, e in questo è evidente il dono della fede. La scelta di Dio si manifesta in un modo molto personale; egli ha il suo modo di scegliere e di giudicare, e i suoi giudizi non hanno la superficialità dei giudizi degli uomini che giudicano su ciò che è esteriore. Chi è scelto per la fede non ne ha il merito, e spesso avviene che questo dono sconcerta coloro che ne sono testimoni e confonde il loro giudizio. Mi pare che non è tanto sulla scelta che si deve insistere. Non si può invece ignorare l’unzione degli occhi del cieco nato. Ma forse è un accostamento artificioso sul quale non è il caso di insistere…(1)

Proviamo, invece, ad insistere, facendo notare che la traduzione latina del testo giovanneo presenta dati interessanti.

La sequenza dei gesti e delle parole che descrivono il miracolo della guarigione del cieco nato è narrata in due versetti diversi: la prima volta sentiamo la voce dell’evangelista che racconta i fatti, la seconda è la voce dell’interessato che testimonia agli astanti come siano andate le cose: fra l’altro, Sant’Agostino commenta che quest’ultima è la voce della gratitudine (2). La traduzione latina dell’originale greco rende con due verbi differenti lo stesso verbo greco. Il motivo non lo sappiamo, possiamo immaginare, idealizzando un pochino, che il traduttore abbia voluto dare una sfumatura personale al racconto: il cieco ha avvertito, dopo, quel gesto di Cristo che ha messo del fango dei suoi occhi come un’unzione. Ma queste sono ipotesi, forse addirittura forzature, nostre. Ritorniamo ai testi come sono:

Gv 9,6: «Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò [ἐπέχρισεν αυτοῦ τὸν πηλὸν…linivit lutum super oculos eius] il fango sugli occhi del cieco e gli disse: “Va’ a lavarti nella piscina di Siloe…»

Gv 9,11: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, mi ha spalmato gli occhi [ἐπέχρισέν μου τοὺς ὀφθαλμοῦς…unxit oculos meos] e mi detto: “Va’ a Siloe…”».

Che ci sia qualcosa di misteriosamente controverso intorno a queste due possibili traduzioni ne è prova anche un altro piccolo dettaglio. L’antifona di comunione propria prevista per questa domenica è di per sé particolare perché riporta in prima persona le parole del cieco di Gv 9,11; inoltre il testo liturgico cambia il verbo latino di questo versetto: non è più unxit, ma linivit: «Dominus linivit oculos meos: et abii, et lavi, et vidi, et credidi Deo» (3).

A parte queste noticine, se quella del cieco si può leggere come un’unzione, il legame con la prima lettura diventa più intrigante. Per di più, anche a Betlemme – dove si reca Samuele – si dà il caso di una certa cecità e di uno sguardo che deve essere curato: il profeta infatti non riesce a vedere quale sia il prescelto dal Signore, i suoi occhi rimangono colpiti dall’imponenza di Eliab, uno dei fratelli di Davide e non riescono perciò a mettere a fuoco l’eletto  di Dio.

A Gerusalemme un cieco nato guarirà grazie ad una misteriosa unzione e immediatamente comincerà a parlare con verità e coraggio degni di un profeta, a Betlemme un grande profeta con la missione di ungere il successore di Saul deve affinare il suo sguardo e tararlo secondo i parametri di Dio.

Sulla scia del paradosso che Cristo enuncia al termine del capitolo 9 di Giovanni – «E’ per un giudizio che sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi (9,39) – possiamo ritenere non del tutto fuori luogo il paradosso che pare risultare dall’accostamento delle due letture.


(1) A. Nocent, Celebrare Gesù Cristo, l’anno liturgico, 3. Quaresima, Assisi (PG) 1999³, 161-162. In effetti, l’Ordinamento generale delle Letture della Messa, al n. 97, ci avverte che la prima lettura delle domeniche quaresimali non è scelta in concordanza tematica con il vangelo; eppure per il ciclo A, nonostante sia sfumata e labile, un peculiare accostamento non pare da escludersi.

(2) «Perciò i vicini e quelli che prima erano soliti vederlo, giacché era un mendicante, dicevano: Ma costui non è quello che era seduto e mendicava? Altri dicevano: E’ lui; altri: No, ma gli assomiglia. Con gli occhi aperti aveva cambiato fisionomia. Egli diceva: Sono proprio io. E’ la voce della gratitudine, dove il silenzio sarebbe colpevole. Gli dissero allora: In che modo si sono aperti i tuoi occhi? Egli rispose: Quell’uomo chiamato Gesù, fece del fango e mi spalmò gli occhi e mi disse: Va’ alla piscina di Siloe e lavati! Ci sono andato, mi son lavato e ci vedo (Gv 9, 8-10). Eccolo diventato annunciatore della grazia; ecco che, diventato veggente, proclama il Vangelo, fa la sua professione di fede. La coraggiosa confessione del cieco spezza il cuore degli empi, i quali non avevano nel cuore ciò che egli ormai possedeva sul volto. E gli dissero: Dov’è colui che ti ha aperto gli occhi? Ed egli: Non lo so. Queste parole dimostrano che la sua anima è ancora simile a uno che ha ricevuto l’unzione e ancora non ci vede. E’ come se avesse avuto quell’unzione nell’anima. Predica il Cristo, che ancora egli non conosce»: Sant’Agostino, Commento al Vangelo di Giovanni, 44,8.

(3) Rispetto alla versione contenuta nel Messale di Pio V, il Messale di Paolo VI apporta alcune modifiche alla nostra antifona, ma nel dettaglio che stiamo descrivendo si dimostra tradizionale conservando il «linivit». Per gustare la melodia gregoriana dell’antifona, cf. qui.