Uno sposo liberale, ed un portiere altrettanto generoso, ma…. Riletture di una parabola matteana

In questi giorni di quaresima, si rileggono davvero con gusto alcuni passaggi della Procatechesi di San Cirillo di Gerusalemme, con la quale il santo vescovo predisponeva i battezzandi ad affrontare con frutto l’ultimo periodo di preparazione immediata al battesimo (1). Fra le molte citazioni della Sacra Scrittura con cui è intessuta la catechesi, spicca la parabola degli invitati alle nozze di Matteo 22, in particolare la figura dell’invitato che entra nella sala delle nozze senza l’abito nuziale. Colpiscono, per l’attualità, alcune sfumature e accenti che Cirillo tratteggia, come pure l’impressionante facilità con cui si passa dalle immagini della Scrittura al vissuto liturgico – quanto ci manca quell’immediatezza, segno di una fede viva e imbevuta di Parola di Dio! -.

Così, partendo dal rito dell’iscrizione dei candidati alla preparazione battesimale – «avete dato testé i vostri nomi, rispondendo alla chiamata per la milizia; avete preso in mano le lampade, invitati a partecipare al corteo nuziale; vi siete determinati a conseguire la beata speranza, animati dal desiderio della città celeste. Avete dato il vostro nome..» -, rito che iniziava una particolare attenzione pastorale del vescovo verso questo gruppo di persone (ciò vuol dire anche riunioni ed incontri particolari e appositi per essi), senza troppe spiegazioni Cirillo può passare ad una applicazione concretissima ed efficace della parabola di Matteo:

«Nessuno di voi si introduca dicendo: “Lascia che io veda cosa fanno i fedeli; fammi entrare e vedere, perché possa sapere quel che si fa”. Tu speri di vedere, ma non ti aspetti di essere veduto? Credi di poter indagare ciò che si fa, e pensi che Dio non scruti il tuo cuore? Vi fu chi così operò una volta al banchetto nuziale di cui parla il Vangelo. […] Lo sposo, però, per quanto liberale non mancava di discernimento*Girando tra i singoli convitati…s’accorse dell’intruso senza la veste nuziale gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui? Che colore ha la tua veste, e quale la tua coscienza? Anche se il portiere, data la generosità del convitante, non ti ha impedito l’accesso al banchetto, benché ignorassi quale tipo di veste deve portare chi entra al convito, tuttavia hai pur visto, una volta entrato, come le vesti dei commensali risplendevano! Da quanto era pur chiaro ai tuoi occhi non dovevi trarre insegnamento? Non dovevi uscire da giusto dopo essere entrato senza colpa? Adesso invece ti tocca uscire in malo modo così come malamente sei entrato! […] Vedi quello che allora capitò a lui, e quanto a te bada bene a quel che fai» (Protocatechesi, 2-3).

Cirillo sapeva che forse non tutti, fra quanti richiedevano il battesimo, erano ben disposti. Sapeva che, ad esempio del suo Signore, doveva mostrarsi misericordioso e generoso. Non per questo rinunciava a mettere in guardia con franchezza, e con parole aperte cercava di stanare anche i più contorti e doppi, avendo fiducia nella potente efficacia dell’itinerario catecumenale e, ancor di più, nel suo Maestro e Signore:

«Come ministri di Cristo, vi abbiamo accolti senza escludere alcuno, e come ostiari abbiamo aperto la porta a tutti[…] Ti avvero prima che lo Sposo delle anime, Gesù, entri e veda come sei vestito. […] Se persisterai nel tuo cattivo proposito – chi ti parla non ne avrà colpa – non aspettarti di ricevere la grazia, ti accoglierà l’acqua ma non ti accoglierà lo Spirito! […] Può darsi che tu sia venuto per altro motivo. Può darsi che un uomo sia indotto a venire per ingraziarsi una donna, che questa soltanto sia la sua motivazione. Simile discorso vale altresì per le donne; anche uno schiavo spesso vuol compiacere il padrone, un amico vuole ingraziarsi l’amico. In tal caso non mi resta che cogliere l’esca dall’amo, accoglierti ciò mal motivato come sei venuto, con buona speranza che sia suscettibile di salvezza. Tu non sapevi forse dove stavi entrando e in quale rete incappavi; perché sei caduto dentro le reti della Chiesa. Lasciati dunque prendere vivo; non sfuggire, perché è Gesù che ti prende al suo amo, per darti non la morte la risurrezione dopo la morte» (Protocatechesi, 4 -5)


(1) …«non è breve il tempo che hai a tua disposizione: hai quaranta giorni di penitenza, molte buone occasioni… per spogliarti e lavarti, per rivestirti e poi entrare» (Protocatechesi, 4): Cirillo di Gerusalemme, Le catechesi (Introduzione, traduzione e note a cura di C. Riggi), Roma 1997²; si può trovare una versione on line qui.

* L’edizione curata da V. Saxer offre una traduzione leggermente differente: «Ma lo sposo, pur essendo generoso, non era acritico. […] Sia pure, il portinaio non ti ha trattenuto, data la liberalità di chi offre il banchetto…»: cf. qui una versione on line.

Fango spalmato od unzione? Quisquiglie intorno ad una duplice traduzione o paradossi non del tutto astrusi?

A proposito delle letture della IV domenica di Quaresima, un autorevole commento liturgico riporta quanto segue:

La scelta della prima lettura indica che la Chiesa legge nella sua liturgia la pericope di Giovanni con un’insistenza particolare sul segno battesimale. In questa prima lettura (1Sam 16,1-13) non è facile trovare una connessione concreta con le altre due. Tuttavia essa è loro collegata da un rapporto molto lato ma consistente. La pericope sottolinea la scelta che Dio fa di coloro che egli vuol attirare a sé per consacrarli, e in questo è evidente il dono della fede. La scelta di Dio si manifesta in un modo molto personale; egli ha il suo modo di scegliere e di giudicare, e i suoi giudizi non hanno la superficialità dei giudizi degli uomini che giudicano su ciò che è esteriore. Chi è scelto per la fede non ne ha il merito, e spesso avviene che questo dono sconcerta coloro che ne sono testimoni e confonde il loro giudizio. Mi pare che non è tanto sulla scelta che si deve insistere. Non si può invece ignorare l’unzione degli occhi del cieco nato. Ma forse è un accostamento artificioso sul quale non è il caso di insistere…(1)

Proviamo, invece, ad insistere, facendo notare che la traduzione latina del testo giovanneo presenta dati interessanti.

La sequenza dei gesti e delle parole che descrivono il miracolo della guarigione del cieco nato è narrata in due versetti diversi: la prima volta sentiamo la voce dell’evangelista che racconta i fatti, la seconda è la voce dell’interessato che testimonia agli astanti come siano andate le cose: fra l’altro, Sant’Agostino commenta che quest’ultima è la voce della gratitudine (2). La traduzione latina dell’originale greco rende con due verbi differenti lo stesso verbo greco. Il motivo non lo sappiamo, possiamo immaginare, idealizzando un pochino, che il traduttore abbia voluto dare una sfumatura personale al racconto: il cieco ha avvertito, dopo, quel gesto di Cristo che ha messo del fango dei suoi occhi come un’unzione. Ma queste sono ipotesi, forse addirittura forzature, nostre. Ritorniamo ai testi come sono:

Gv 9,6: «Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò [ἐπέχρισεν αυτοῦ τὸν πηλὸν…linivit lutum super oculos eius] il fango sugli occhi del cieco e gli disse: “Va’ a lavarti nella piscina di Siloe…»

Gv 9,11: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, mi ha spalmato gli occhi [ἐπέχρισέν μου τοὺς ὀφθαλμοῦς…unxit oculos meos] e mi detto: “Va’ a Siloe…”».

Che ci sia qualcosa di misteriosamente controverso intorno a queste due possibili traduzioni ne è prova anche un altro piccolo dettaglio. L’antifona di comunione propria prevista per questa domenica è di per sé particolare perché riporta in prima persona le parole del cieco di Gv 9,11; inoltre il testo liturgico cambia il verbo latino di questo versetto: non è più unxit, ma linivit: «Dominus linivit oculos meos: et abii, et lavi, et vidi, et credidi Deo» (3).

A parte queste noticine, se quella del cieco si può leggere come un’unzione, il legame con la prima lettura diventa più intrigante. Per di più, anche a Betlemme – dove si reca Samuele – si dà il caso di una certa cecità e di uno sguardo che deve essere curato: il profeta infatti non riesce a vedere quale sia il prescelto dal Signore, i suoi occhi rimangono colpiti dall’imponenza di Eliab, uno dei fratelli di Davide e non riescono perciò a mettere a fuoco l’eletto  di Dio.

A Gerusalemme un cieco nato guarirà grazie ad una misteriosa unzione e immediatamente comincerà a parlare con verità e coraggio degni di un profeta, a Betlemme un grande profeta con la missione di ungere il successore di Saul deve affinare il suo sguardo e tararlo secondo i parametri di Dio.

Sulla scia del paradosso che Cristo enuncia al termine del capitolo 9 di Giovanni – «E’ per un giudizio che sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi (9,39) – possiamo ritenere non del tutto fuori luogo il paradosso che pare risultare dall’accostamento delle due letture.


(1) A. Nocent, Celebrare Gesù Cristo, l’anno liturgico, 3. Quaresima, Assisi (PG) 1999³, 161-162. In effetti, l’Ordinamento generale delle Letture della Messa, al n. 97, ci avverte che la prima lettura delle domeniche quaresimali non è scelta in concordanza tematica con il vangelo; eppure per il ciclo A, nonostante sia sfumata e labile, un peculiare accostamento non pare da escludersi.

(2) «Perciò i vicini e quelli che prima erano soliti vederlo, giacché era un mendicante, dicevano: Ma costui non è quello che era seduto e mendicava? Altri dicevano: E’ lui; altri: No, ma gli assomiglia. Con gli occhi aperti aveva cambiato fisionomia. Egli diceva: Sono proprio io. E’ la voce della gratitudine, dove il silenzio sarebbe colpevole. Gli dissero allora: In che modo si sono aperti i tuoi occhi? Egli rispose: Quell’uomo chiamato Gesù, fece del fango e mi spalmò gli occhi e mi disse: Va’ alla piscina di Siloe e lavati! Ci sono andato, mi son lavato e ci vedo (Gv 9, 8-10). Eccolo diventato annunciatore della grazia; ecco che, diventato veggente, proclama il Vangelo, fa la sua professione di fede. La coraggiosa confessione del cieco spezza il cuore degli empi, i quali non avevano nel cuore ciò che egli ormai possedeva sul volto. E gli dissero: Dov’è colui che ti ha aperto gli occhi? Ed egli: Non lo so. Queste parole dimostrano che la sua anima è ancora simile a uno che ha ricevuto l’unzione e ancora non ci vede. E’ come se avesse avuto quell’unzione nell’anima. Predica il Cristo, che ancora egli non conosce»: Sant’Agostino, Commento al Vangelo di Giovanni, 44,8.

(3) Rispetto alla versione contenuta nel Messale di Pio V, il Messale di Paolo VI apporta alcune modifiche alla nostra antifona, ma nel dettaglio che stiamo descrivendo si dimostra tradizionale conservando il «linivit». Per gustare la melodia gregoriana dell’antifona, cf. qui.

L’origine della quaresima? La liturgia risponde

Curiosi esemplari di eruditi, gli storici della liturgia!! Talvolta si rimane sconfortati e perplessi, nel leggere alcuni studi che tentano di chiarire aspetti controversi della storia della liturgia. Dopo pagine e pagine, note e dettagli, alla fine loro stessi si lasciano andare nel riconoscere che lo sforzo di erudizione e acribia non ha giovato ad una visione sintetica e soddisfacente che possa mettere insieme le varie tessere del quadro. E così, solo dopo averci fatto patire, fornendoci dati e dati, rimandandoci a studi e testi i più vari, gettano la spugna (potevano farlo prima di scrivere!?), ma mentre lo fanno, non mancano di citare l’ultimo studio, non riuscendo a vincere lo strano vizio di demolire le tesi altrui pur non avendo nulla di alternativo da presentare: «…La vera origine della Quaresima è oscura. Molto improbabile l’ipotesi formulata di nuovo recentemente da Th. J. Talley, ma basata in modo poco convincente, che la Quaresima si sia sviluppata in Egitto immediatamente in coincidenza con la festa del Battesimo di Gesù (Epifania)» (1).

La loro scienza è però certamente necessaria e Dio solo sa quanto bisogno ne abbiamo per scampare l’ignoranza superficiale e facilona che agita alcuni improvvisati liturgisti! Il problema è che abituati ad osservare con la lente di ingrandimento ogni dettaglio anche minimo, forse tralasciano lo sguardo d’insieme più generale. Non vorremmo passare pure noi per faciloni e pressapochisti se ci permettiamo di ricordare ai colleghi di Auf der Maur che la liturgia stessa risponde, seppure in modo davvero particolare e non con la precisione dell’erudizione storica, alla loro questione: qual’è l’origine della quaresima? O meglio, la liturgia – con le sue risposte – permette di precisare meglio le domande, facilitando così anche la risoluzione delle questioni.

Ecco a cosa ci riferiamo:

Soffermandoci sull’Innodia della Liturgia delle Ore del tempo quaresimale si nota subito una curiosa insistenza sul fatto che la quaresima, nei suoi vari aspetti (digiuno, penitenza, preghiera, vigilanza, etc.), sia di fatto già rivelata nella Sacra Scrittura. I testi latini sono più espliciti e allusivi (2).

Della Quaresima è detto essere un ciclo celebre (notissimo), di cui si ha un’istruzione mistica (ex more docti mystico), già nell’Antico Testamento (lex et prophetae primitus hanc praetulerunt) e poi compiuto e consacrato da Cristo (postmodum Christus sacravit) [Inno dell’Ufficio delle Letture domenicale]. E’ evidente che questo tempo è un dono di Dio (nunc tempus acceptabile fulget datum divinitus) [Inno dell’Ufficio delle Letture feriale].  Di più, Gesù stesso è l’iniziatore dell’astinenza quaresimale, lui ha consacrato questo tempo particolare (Iesu, quadragenariae dicator abstinentiae) [Inno dei vespri feriali].

Non siamo così ingenui nel pensare che la strutturazione liturgica della quaresima così come la conosciamo noi sia direttamente riconducibile a Nostro Signore, eppure la liturgia ne afferma in modo convinto l’imitazione con la vita di Lui e dei suoi misteri, andando ben oltre la semplice esemplarità, ma affermando in modo davvero semplice una dinamica importantissima: della quaresima ve ne è stata una prefigurazione profetica nel tempo dell’antica Alleanza, per poi averne la rivelazione  definitiva e il compimento in Cristo; ed ora nel ciclo dell’anno liturgico e nel suo riavvicendarsi, Dio ne continua l’efficacia nel tempo della Chiesa.

E’ certamente vero che questi testi, abbastanza tardivi, non fanno menzione di uno dei grandi temi della liturgia quaresimale e della sua specificità, ossia l’ambito della preparazione al battesimo pasquale dei catecumeni e che quindi la nostra argomentazione non possa che essere parziale. Tuttavia, pregando con consapevolezza la liturgia delle Ore dovremmo essere immuni dal rischio che si corre nel leggere alcune ricostruzioni storiche, ritenere cioè la quaresima come mero frutto di istituzioni ecclesiastiche che a tavolino «inventano» e strutturano questo tempo liturgico. E’ evidente l’aporia in cui si incappa partendo da questo approccio, trattando la liturgia non come un organismo vivo ma come un dato archeologico genericamente avvicinabile solo con le categorie dello storico. Invece, la liturgia è un organismo vivo, in continuità con la Sacra Scrittura, seppur impastato e intrecciato con le vicende umane, oggetto della storia, che però è metodologicamente impossibilitata a cogliere altri spunti di carattere più biblico e teologico-liturgici.

La domanda giusta potrebbe essere non tanto «quando e come nacque la quaresima?» ma piuttosto «quando e come le Chiese sentirono l’esigenza di riproporre, imitandola e interpretandola ciascuna a suo modo, la quaresima di Gesù?».


(1) H. Auf der Maur, Le celebrazioni nel ritmo del tempo – I. Feste del Signore nella settimana e nell’anno (La Liturgia della Chiesa. Manuale di Scienza liturgica, 5), Leumann (TO) 1990, 220.

(2) Avevamo già mostrato alcuni esempi di quanto sia interessante fermarsi sulle parole degli Inni: cf., ad esempio, qui e qui, e poi altrove (cf. le note ai post citati).

Sazi, vivi e vegeti, proprio ora che sta per iniziare la Quaresima

Dopo aver citato, nel post precedente, le parole di un grande, ci prendiamo la licenza di mettere insieme alcuni dati in un alcune considerazioni nostre, senza pretesa alcuna di coerenza e sistematicità. Ci lasciamo semplicemente condurre dai testi della liturgia.

La pericope evangelica (Mt 6,24-34) sottolineava l’opera provvidente del Padre celeste, che nutre gli uccelli del cielo. Ne seguiva la domanda: «Non valete forse più di loro?».

Ma la stessa liturgia eucaristica nella quale era inserita la pagina matteana con tale domanda offriva anche l’esplicita risposta: si trattava di saperla ascoltare.

In effetti la traduzione italiana e forse le parole in libertà (avvisi, saluti, commenti vari…etc.) che sono introdotte – con una consuetudine che non diminuisce l’abuso – prima  o dopo che vengano pronunciate quelle non aiutano di certo a coglierle: si tratta delle parole della Orazione dopo la Comunione, che questa domenica si poteva legare in modo curioso con il testo del Vangelo. Così il Messale: «Padre misericordioso, il pane eucaristico che ci fa tuoi commensali in questo mondo, ci ottenga la perfetta comunione con te nella vita eterna». Una versione un pochino generica rispetto all’originale latino: «Satiati munere salutari, tuam, Domine, misericordiam deprecamur, ut, hoc modem quo nos temporaliter vegetas sacramento, perpetuae vitae participes benignus efficias». Abbiamo evidenziato i due verbi legati alla dimensione del nutrimento, per far notare come l’eucologia possa dare una risposta al testo del Vangelo. Certo, è pur vero, che l’impressione che la maggior parte dei fedeli lascia a vedere uscendo dalla celebrazione della Messa non è proprio quella di persone saziate e rinvigorite: forse l’unico loro sollievo è che sia finita!

Sarebbe davvero interessante studiare meglio il lessico delle preghiere dopo la comunione, in particolare modo quelle del tempo Ordinario. E’ davvero impressionante come spesso in esso si trovino espressioni legate al lessico della sazietà e del nutrimento. La dimensione conviviale della santa Eucaristia, la manducazione  del pane e l’assunzione del vino sono aspetti ben presenti nella terminologia che compone questa sezione eucologica. Inebriemur …et pascamur, dice il testo della XXVIII domenica: inebriati e pasciuti…

Ma tornando al testo della nostra domenica, l’VIII, da lì possiamo, con un pò di libertà (1), estrapolare tre termini: sazi, vivi e vegeti. Così dovremmo essere e così la liturgia della Chiesa ci ha fatti, pronti per la mortificazione quaresimale!


(1) Per la precisione, l’aggettivo italiano vegeto non deriva direttamente dal verbo vegeto della preghiera quanto da vegeo.

Concilio (solo) pastorale? La voce, passata eppure attuale, di uno dei protagonisti del Vaticano II

E’ davvero impressionante come considerazioni sull’attualità di oltre 50 anni fa siano ancora freschissime e attinenti anche a nostre e contemporanee questioni. Probabilmente ciò è dovuto allo straordinario significato dell’evento di allora come pure alla sapiente lungimiranza dell’autore delle stesse.

Parliamo infatti di alcune osservazioni di mons. H. Jenny, padre conciliare e membro fra i più attivi e impegnati nelle diverse commissioni che delinearono prima e portarono a compimento poi il rinnovamento liturgico disegnato a grandi tratti nella Costituzione liturgica Sacrosanctum Concilium (1). L’occasione di mettere per iscritto le riflessioni – inedite – che riportiamo più sotto – fu la terza ed ultima plenaria della Commissione Preparatoria, dall’11 al 13 gennaio 1962. Purtroppo, di quella sessione abbiamo solo qualche parola di commento generale nel pur ottimo articolo di p. C. Braga, «La terza redazione del primo capitolo della “Sacrosanctum Concilium”», Ephemerides Liturgicae 115 (2001) 35-67. Diversamente da quanto lodevolmente riporta il sito di documentazione http://www.fontescl.com per le due plenarie precedenti – con verbali e bozze della futura Costituzione -, il link al verbale della terza plenaria indirizza ad una pagina del tutto vuota (cf. qui). Non possiamo quindi affermare con certezza se il testo che riproduciamo sia stato tradotto in latino e quindi effettivamente pronunciato da Jenny nel corso della plenaria, oppure se si tratti di riflessioni per un circolo più ristretto. Non possiamo escludere che siano solo appunti e note esclusivamente personali, anche se il fatto che si tratti di un testo dattiloscritto fa pensare che sia stato pensato per una qualche comunicazione.

Fatto sta che le due pagine che recano annotata a mano la data del 12 gennaio 1962 descrivono alcune tensioni di allora che si ripresentano – mutatis mutandis – anche nell’oggi del dibattito ecclesiale. Mons. Jenny, di certo non classificabile fra quanti si opponevano alla dinamica del ritorno alle fonti per una riforma generale, insiste sul necessario fondamento cristologico di ogni pastorale e di ogni riforma. Mancando un radicato e profondo pensiero biblico e teologico-liturgico, le riforme sarebbero solo nuove rubriche, ritocchi esterni condannati a passare di moda molto presto, inseguendo l’ultima tendenza…. Abbiamo varie volte mostrato come Jenny abbia preso la parola e abbia combattuto anche su questioni minime e di dettaglio con assoluta precisione ed efficacia, la sua preparazione glielo consentiva. Tuttavia nei primi giorni del 1962, quando i periti della Commissione Preparatoria lavoravano alacremente per limare e riformulare i singoli numeri della Costituzione, il nostro vescovo francese non dimenticava l’orizzonte più ampio all’interno del quale ci si doveva muovere. Lasciamo a lui la parola:

On dit que le Concile sera surtout pastoral et apostolique: il pensera à ce monde immense et compliqué, affamé de pain et de vérité, attiré par le progrès, le bien-être, le plaisir. Mais pour que le Concile soit vraiment l’expression de la volonté du Sauveur, ne doit-il pas proclamer solennellement, pour le monde d’aujourd’hui, le message toujours actuel, toujours nouveau, du Règne de Jésus-Seigneur? Ne doit-il pas affirmer à nouveau, de façon à être entendu, que Jésus est le seul Sauveur, par sa Croix et sa Résurrection?

Même les chrétiens, même les prêtres, oublient parfois de proclamer le «testimonium Resurrectionis». Et le Seigneur ressuscité vit et agit dans sa liturgie, dans ce Passage incessant de l’Eucharistie.

Pour ce qui concerne la liturgie, ne convient-il pas, avant de proposer des «réformes», portant sur les «rites», les cérémonies, les formes extérieures, la langue, etc., ne faut-il pas d’abord rappeler le caractère réel et objectif de l’action mystérieuse du Christ Seigneur à travers les «faits» de la liturgie, qui sont les fêtes successives de l’Année chrétienne, qui sont les «merveilles du salut» renouvelées pour notre temps?  (Cambrai, fond Jenny, boite 14) (2)


(1) Cf. M. Felini, «Contributo alla storia della genesi della Sacrosanctum Conciliumgli interventi di Mons. Jenny e il suo influsso nel primo capitolo della Costituzione liturgica», Ecclesia Orans 31 (2014) 481-503; cf. anche i vari post sul blog, digitando «Jenny» nella casella  «cerca».

(2) Si dice che il Concilio sarà prevalentemente pastorale e apostolico: avrà a cuore questo mondo vasto e complicato, affamato di pane e di verità, attratto dal progresso, dal benessere, dal piacere. Ma affinché il Concilio sia veramente l’espressione della volontà del Salvatore, non dovrebbe annunciare solennemente al mondo di oggi, il messaggio sempre attuale, sempre nuovo, del Regno di Gesù il Signore? Non dovrà affermare ancora una volta, in modo da essere ascoltato, che Gesù è l’unico Salvatore, attraverso la sua croce e risurrezione? Anche i cristiani, anche gli stessi preti a volte dimenticano di annunciare il «Testimonium Resurrectionis». E il Signore risorto vive e agisce nella sua liturgia, in questo passaggio incessante dell’Eucaristia. Per quanto riguarda la liturgia, non si conviene, prima di proporre «riforme» in riferimento ai «riti», alle cerimonie, alle forme esterne,  alla lingua, etc., non si dovrebbe come prima cosa ricordare il reale ed oggettivo carattere dell’azione misteriosa di Cristo Signore attraverso gli «eventi» della liturgia, che sono le feste successive dell’anno cristiano, che sono le «meraviglie della salvezza» rinnovate per il nostro tempo?

Dalla “Stella” una piccola luce sulle letture dell’Ufficio del Salterio odierno

Avevamo avanzato un’ipotesi che riconoscerebbe l’intervento degli ultimi due periti assegnati alla riforma delle letture dell’Ufficio in un responsorio raro e particolare (1).

Possiamo con più dati e con più probabilità offrire altra luce sul lavoro che portò al nuovo libro della Liturgia delle Ore, una luce che ci giunge, in modo indiretto, dall’Abbazia Notre Dame de l’Étoile, Nostra Signora della Stella, appunto.

In questa ricostruzione forse del tutto marginale si rende evidente però il fascino della liturgia: l’opera di Dio, la grazia che in essa fluisce si intreccia all’opera dell’uomo, che la vive e la celebra. O, in questo caso, che ne rivede i testi.

Il contesto è la fase di rielaborazione del lezionario patristico biennale, di fronte al fatto che il progetto di lezionario biblico, su cui quello era costruito, venne ridotto ad un ciclo unico. Già abbiamo accennato al pesante compito affidato ai due monaci Ashworth e Raciti, (2) benedettino il primo e cistercense il secondo. Proprio del cistercense sappiamo che studiò da vicino la figura e l’opera di un suo illustre confratello, Isacco, abate di Notre Dame de l’Étoile, conosciuto in Italia come Isacco della Stella.

4 dei suoi Discorsi sono proposti nel lezionario biennale e 4 ne compaiono nel ciclo unico pubblicato nei 4 volumi della Liturgia delle Ore. Già il fatto che sia stato conservato lo stesso numero di Discorsi segnala che la presenza di Isacco sia stata giudicata importante. Se poi confrontiamo da vicino le occorrenze, scopriremo dati più stringenti per la nostra tesi. Rimandiamo ad una tabella per le indicazioni precise (discorsi-isacco-della-stella), qui possiamo solo raccogliere le considerazioni in sintesi. Se da una parte è evidente che i due monaci dovettero fare i conti con un lezionario biblico stravolto e ridotto, e che le loro scelte furono in ragione di tale decisione – che non fu la loro -, dall’altra sembra che ad Isacco riconobbero un’autorità e un valore particolare. Il rimaneggiamento delle letture bibliche non determinò una perdita nella presenza dei Discorsi del cistercense inglese che divenne abate della Stella, quanto piuttosto una più curata occorrenza. Fu aggiunto un discorso che non era presente nel ciclo biennale, il Discorso 11, notevole per contenuto anche in se stesso; gli altri tre Discorsi trovarono nel lezionario effettivamente pubblicato nel Salterio una migliore ed efficace collocazione in rapporto alla prima lettura biblica. Questa attenzione e questa cura non possono che essere il frutto di una conoscenza e di un amore dei testi di Isacco, quale è del tutto plausibile fosse quella del Raciti. Per questa volta, una sana partigianeria ha recato beneficio a tutti: la sensibilità e la spiritualità cistercense di Isacco e di Raciti ha portato hanno davvero arricchito il lezionario universale della preghiera oraria cattolica. Non si potrà dire in questo caso, che l’opera di un perito abbia danneggiato con la sua parzialità il portato plurisecolare della tradizione. Al contrario, si mostra in modo preclaro la dinamica della liturgia cattolica, nella quale il dato umano, con la propria storia e geografia, non viene del tutto annichilito e assorbito dalla trascendenza di Dio, ma contribuisce – in modo sinergico, oserei dire – misteriosamente alla tradizione della grazia santificante.


(1) Cf. qui.

(2) Cf. qui.

Agostino: un perito “emerito” nella riforma della Liturgia delle Ore?

Nel post precedente (qui) abbiamo accennato, per sommi capi, a qualche aspetto del processo di riforma delle letture bibliche e patristiche, cogliendo l’occasione per ricordare almeno i nomi di quanti si adoperarono direttamente a questo settore della riforma liturgica post-conciliare. Non sarebbero da escludere nemmeno i membri del Consilium, cardinali e vescovi o altre personalità, a cui i periti sottoponevano regolarmente i progetti in fase di studio per averne pareri, conferme o correzioni. I lettori del nostro blog ricorderanno l’influsso che, fra gli altri, ebbe un membro particolarmente attivo e preparato, il vescovo francese H. Jenny.

Non dando un tono troppo serioso al discorso, possiamo comunque annoverare un altro vescovo assai influente nella redazione dei testi del nuovo libro liturgico della preghiera oraria della Chiesa. Il suo contributo non lo offrì di persona, ma attraverso i suoi scritti. Fra la vastissima produzione a lui attribuita, qui spicca il suo discorso sul Salmo 85. Stiamo parlando di sant’Agostino (per il testo completo del Discorso, vedi qui.

L’uso di questo sermone è curiosamente assai vario. Vediamone le declinazioni.

Innanzitutto, esso costituisce una lunga citazione, in verità assai lunga come citazione, nei Praenotanda della Liturgia delle Ore, testo fra i più riusciti fra quelli prodotti dal Consilium. Sant’Agostino offre quindi un’importante portato alla teologia della preghiera liturgica, aiutando la comprensione della valenza cristologica dell’orazione ecclesiale. Il paragrafo del Sermone agostiniano è perfettamente integrato con il testo dei Praenotanda:

«…i battezzati..[…] sono abilitati a esercitare il culto del Nuovo Testamento, culto che non deriva dalle nostre forze, ma dal merito e dal dono di Cristo. “Nessun dono maggiore Dio potrebbe fare agli uomini che costituire capo il suo Verbo…[…]”. In questo dunque sta la dignità della preghiera cristiana, che essa partecipa dell’amore del Figlio Unigenito per il Padre…» (IGLH 7)

Non stupisce, pertanto, che un testo così denso e fondamentale sia proposto anche alla meditazione orante dell’Ufficio delle Letture, come seconda lettura patristica. In effetti, troviamo il Sermone sul Salmo 85 sia nel lezionario biennale, il sabato della terza settimana di quaresima (ciclo I), sia nel lezionario annuale, il mercoledì della V settimana di quaresima. Un ulteriore particolare è il fatto che sia in un caso che nell’altro la prima lettura biblica sia la stessa, Eb 6,9-20, e stessi anche i due responsori.

A proposito di responsori, è proprio in questa forma letteraria che ricompare, per la terza volta e in un modo raro e particolare, il nostro Sermone. Naturalmente da esso sono estrapolate solo alcune frasi, ricomposte in uno schema responsoriale.

Nostro sacerdote, Cristo prega per noi; nostro capo, egli prega in noi: nostro Dio, noi lo preghiamo; *riconosciamo in lui le nostre voci, e la sua voce in noi.

Quando parliamo a Dio nella preghiera, non separiamo da essa il Figlio: *riconosciamo in lui le nostre voci, e la sua voce in noi.

Siamo qui nella terza domenica del Tempo Ordinario – secondo lo schema di un unico ciclo -, e questo responsorio segue una lettura dalla Costituzione Sacrosanctum Concilium, che rappresenta una novità introdotta nell’organizzazione del ciclo annuale: nel lezionario biennale c’è sì una lettura da SC, ma si tratta di differenti paragrafi. Presumibile dunque è l’ipotesi che questo responsorio così particolare nella sua composizione integralmente patristica debba essere stato composto dai periti dell’ultimo periodo di preparazione del lezionario dell’Ufficio, Ashworth e Raciti (1), cui accennavamo nel post precedente.

Per finire, citiamo una parte della catechesi che San Giovanni Paolo II offrì sul Salmo 85: in essa il Papa riprende il commento di sant’Agostino, riportandone un’altra sezione:

Il Salmo 85 è un testo caro al giudaismo, che l’ha inserito nella liturgia di una delle solennità più importanti, lo Yôm Kippur o giorno dell’espiazione. Il libro dell’Apocalisse, a sua volta, ne ha estratto un versetto (cfr v. 9), collocandolo nella gloriosa liturgia celeste all’interno del «cantico di Mosè, servo di Dio, e del cantico dell’Agnello»: «Tutte le genti verranno e si prostreranno davanti a te», e l’Apocalisse aggiunge: «perché i tuoi giusti giudizi si sono manifestati» (Ap 15,4). Sant’Agostino ha dedicato al nostro Salmo un lungo e appassionato commento nelle sue Esposizioni sui Salmi, trasformandolo in un canto di Cristo e del cristiano. La traduzione latina, nel v. 2, conforme alla versione greca dei Settanta, invece di «fedele» usa la versione «santo»: «Custodiscimi perché sono santo». In realtà, solo Cristo è santo. Tuttavia, ragiona sant’Agostino, anche il cristiano può applicare a sé queste parole: «Sono santo, perché tu mi hai santificato; perché l’ho ricevuto [questo titolo], non perché l’avevo da me stesso; perché tu me l’hai dato, non perché io me lo sono meritato». Quindi «dica pure ogni cristiano, o meglio lo dica tutto il corpo di Cristo, lo gridi ovunque, mentre sopporta le tribolazioni, le varie tentazioni, gli innumerevoli scandali: “Custodisci l’anima mia, perché sono santo! Salva il tuo servo, Dio mio, che spera in te”. Ecco: questo santo non è superbo, perché spera nel Signore» (vol. II, Roma 1970, p. 1251).

5. Il cristiano santo si apre all’universalità della Chiesa e prega col Salmista: «Tutti i popoli che hai creato verranno e si prostreranno davanti a te, o Signore» (Sal 85,9). E Agostino commenta: «Tutte le genti nell’unico Signore sono una sola gente e costituiscono l’unità. Come ci sono la Chiesa e le chiese, e le chiese sono la Chiesa, così quel “popolo” è lo stesso che i popoli. Dapprima erano popoli vari, genti numerose; ora è un popolo solo. Perché un popolo solo? Perché una sola è la fede, una sola la speranza, una sola la carità, una sola l’attesa. Infine, perché non dovrebbe essere un popolo solo, se una sola è la patria? La patria è il cielo, la patria è Gerusalemme. E questo popolo si estende da oriente ad occidente, da settentrione fino al mare, nelle quattro parti del mondo intero» (ibid., p. 1269).

In questa luce universale la nostra preghiera liturgica si trasforma in un respiro di lode e in un canto di gloria al Signore a nome di tutte le creature (2).


(1) V. Raffa offre ulteriori indicazioni, che riportiamo, riconoscendogli l’autorità del testimone diretto e la competenza che noi davvero non abbiamo: «B. Responsori alle letture patristiche e agiografiche. I responsori, che seguono le letture patristiche e agiografiche, sono stati scelti in linea di massima per un certo loro accordo tematico con i brani, che accompagnano. Spesso colgono e trasformano in lirismo religioso il tema liturgico o della celebrazione festiva commentato dalle letture. Anche quando il riferimento mutuo fra lettura e responsorio fosse più largo, il responsorio rimane valido ugualmente come momento di libera meditazione. [….] b) Delle letture patristiche ed agiografiche. L’organico di questi responsori fu preparato da un’altra commissione, da quella che curava i canti. I testi sono nella massima parte quelli tradizionali, però accuratamente selezionati e collocati secondo i criteri che maggiormente rispondono al loro carattere specifico. c) Responsori del “Supplementum”. La serie dei responsori dei volumi del supplemento sarà ripresa e riallestita ex novo con una ricerca accurata e, dove occorrerà, con nuove creazioni…»: V. Raffa, La liturgia delle ore. Presentazione storica, teologica e pastorale, Milano 1990³, 169-170.

(2) Giovanni Paolo II, Udienza generale 23 ottobre 2002: per il testo completo, vedi qui.