Argumentum ad “rossettum”. Divagazioni intorno a Sacrosanctum Concilium

Avendo tempo e possibilità – lo scoglio del latino forse spaventa molti -, è interessante rileggere gli interventi in aula durante la fase sinodale del Concilio Vaticano. Si troveranno spunti importanti e argomentazioni alte, come pure schermaglie dialettiche forse esagerate, o comiche (il cronista annota anche le risate dei Padri sinodali, oppure il mormorio, o qualcuno che implora che l’oratore di turno finisca finalmente). Ci è capitato varie volte di immaginare la scena, o le facce dei Padri durante qualche intervento sopra le righe, apprezzando la pazienza e il grande lavoro di quegli anni. Davvero sorprendente fu la libertà di spirito che caratterizzò la macchina sinodale, e la varietà degli argomenti – anche quelli apparentemente più deboli o bizzarri – evidenzia una franchezza e una parresia che forse oggi non possediamo più (anche in queste settimane registriamo timidezze, piaggerie, silenzi e tentativi di silenziare che contraddicono il tanto sbandierato stile sinodale).

Al Vaticano II la discussione fu reale, franca e fino all’ultimo argomentare. E proprio una delle ultime argomentazioni, ci pare quella espressa dall’allora cardinale di Westminster, W. Godfrey, per rigettare la proposta della reintroduzione della Comunione sotto le due specie.

Il testo proposto all’attenzione dei padri conciliari era, nella redazione provvisoria, il n. 42: «Communio sub utraque specie, sublato fidei periculo, pro certis casibus a Sancta Sede bene determinatis, uti, v.g. in Missa sacrae Ordinationis, iudicio Episcoporum, tum clericis et religiosis, tum laicis concedi potest» (1).

Il cardinale inglese non era favorevole. La questione principale – e da un lato si capisce, essendo lui vescovo in una terra in cui il confronto con diverse confessioni cristiane era vivo e problematico – gli pareva dottrinale: introdurre di nuovo la pratica della comunione al calice poteva sembrare un implicito riconoscimento che la Chiesa Cattolica avesse commesso un errore nel renderla sempre più rara fino a non prevederla più. Strano ragionamento, diremmo noi: per non rischiare di mostrarsi perfettibili, facciamo finta di niente e continuiamo come abbiamo sempre (no, non sempre: da qualche tempo) fatto. Il secondo argomento – più condivisibile – fu che senza una regolamentazione chiara, si sarebbe creata confusione e disparità fra luoghi in cui forse la pratica sarebbe stata frequentamente accolta e luoghi in cui lo sarebbe stato meno. Si pone, inoltre, una questione igienica.

Il cardinale però volle strafare e non contento delle precedenti argomentazioni a sfavore dell’articolo proposto dalle bozze della Costituzione, ne citò altri, sinceramente più folcloristici.

I Padri si potevano forse dimenticare che le gentili Signore, come pure molte ragazze, usano ornarsi le labbra, tingendole di rosso?!

Un’altra questione pratica si solleverebbe nel caso di molti e molti fedeli da comunicare, senza dimenticare poi che ve ne sono che non amano bere sostanze alcoliche (il numero di tali persone, secondo la nostra esperienza, in Inghilterra non dovrebbe essere poi così rilevante, o forse i tempi sono cambiati…).

Comunque, al di là di quello che se ne possa pensare, abbiamo pensato di scrivere queste righe a testimonianza della franchezza e dell’autenticità delle discussioni conciliari. Ogni determinazione venne considerata da più parti, accuratamente.

Quando qualcuno vorrà di nuovo ripetere il motivo monotono del colpo di mano di pochi riformatori, cui i Padri inconsapevolmente cedettero, saprò contraddirlo, esemplificando, anche con l’argumentum ad rossettum!!

Ecco il testo dell’intervento:

De Communione sub utraque specie. Imprimis est difficultas doctrinalis, quia non desunt qui protestantur contra nostram praxim distributionis sacrae Communionis sub unica specie. Si praesens praxis mutaretur, periculum esset ne interpretetur tamquam admissio erroris ex parte nostra in materia doctrinali.

Difficultates etiam sunt practicae, quia si talis fiat mutatio, uti censeo quod limitatio stricte fieri deberet pro tota Ecclesia occidentali, secus, si relinquatur episcopis, habebitur magna confusio, ex praxi diversa in diversis regionibus necnon dioecesibus.

Deinde si sumatur sacra species ex calice, nemo est qui non videt difficultates et obiectiones posse oriri propter rationes hygienicas. Ulterius cogitandum est de mulieribus et puellis accedentibus ad sacram synaxim quarum labia tincta sunt notis illis ornamentis hodiernis rubri coloris. Difficultas evidens est.

Clarum etiam est quod administratio sacrae Communionis sub utraque specie magno fidelium numero crearet magnam difficultatem.

Denique meminisse iuvat quod sunt qui vinum vel alcoholica in quacumque circumstantia sumere nolunt.

Quibus de causis standum est praesenti praxi in Ecclesia latina.

Cf. Constitutio de Sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium (Concilii Vaticani II Synopsis in ordinem redigens schemata cum relationibus necnon Patrum orationes atque animadversiones), F. Gil Hellin (ed.), Città del Vaticano 2003, 547.


(1) Cf. Gil Hellin, Constitutio…, 164-166.

…né capo, né profeta…né sacrificio…né luogo…

Pregare le lodi, in questo martedì della quarta settimana della quaresima dell’anno del Signore 2020 ha fatto uno strano effetto: le strofe del cantico biblico, incastonato fra i due salmi, ci hanno folgorato come non mai, in particolare questa:

Ora non abbiamo più né principe, né capo, né profeta, né olocausto, né sacrificio, né oblazione, né incenso, né luogo per presentarti le primizie e trovare misericordia (Dan 3, 38)

Abbiamo subito pensato: ecco, noi siamo ora in questa situazione! Daniele parla di noi! E’ vero, e lo sappiamo, che il santo sacrificio viene celebrato quotidianamente, non mancano occasioni in cui tantissime parrocchie si sono mobilitate per far sentire la vicinanza dei pastori e della loro catechesi ai fedeli, costretti ad un estranea lontananza dai luoghi consueti della comunità cristiana e dalla liturgia. E’ vero, e lo sappiamo bene, come il culto dei cristiani sia un culto esistenziale e spirituale, e come la liturgia pubblica ed esteriore sia solo un aspetto – e neanche il principale – della vita cristiana, globalmente e interamente liturgica, se autentica. Eppure, tutte queste considerazioni non possono cancellare il contraccolpo emotivo e spirituale che le parole di Daniele suscitano in un anima ancora minimamente sensibile. Ci riferiamo, certamente, alla privazione dalla vita sacramentale ordinaria – se qualora la quarantena fosse prolungata anche fino e oltre i giorni della settimana santa, sarebbe ancora più stridente la questione -, ma pure al senso di smarrimento che si prova nel faticare a trovare una parola “profetica” che aiuti a vivere questi giorni difficili; e, ancora, ci riferiamo al fatto che le guide del gregge hanno lasciato interdetti molti, nell’ondivaga determinazione di chiudere e di riaprire almeno alla preghiera individuale le chiese parrocchiali. Possibile che non ci sia stato nessun vescovo, almeno qui in Italia, che si sia alzato a far notare la curiosa circostanza che sia consentito – e lo riteniamo giusto – recarsi dal tabaccaio per acquistare sigarette, mentre sia passibile di multa chi si reca in parrocchia a pregare davanti al tabernacolo?

Tornando al cantico di Daniele, che la liturgia ci fa pregare, assumendo nella preghiera cristiana un testo veterotestamentario, facciamo notare alcune altre espressioni, che pare invece siano scomparse dall’universo concettuale di tanti: “Tu sei giusto in tutto ciò che hai fatto”; “noi abbiamo peccato, abbiamo agito da iniqui, allontanadoci da te, abbiamo mancato in ogni modo”; “ora siamo umiliati per tutta la terra a causa dei nostri peccati”; “potessimo essere accolti con il cuore contrito e con lo spirito umiliato”.

Se non vogliamo diventare marcionisti, con questi versetti dobbiamo fare i conti.

Ma, adesso, prepariamoci ad assistere partecipando, o a partecipare assistendo (!?), alla liturgia celebrata da Papa Francesco sul sagrato della Basilica di San Pietro, in questo venerdì della IV settimana di quaresima dell’anno del Signore 2020, in quarantena. Nell’attesa del collegamento, possiamo rileggere alcuni brani a commento della preghiera di Azaria, che Daniele riporta nel suo cantico.

Ci sono state stagioni della storia in cui Israele non ha avuto più né principi (cioè re-pastori che lo guidassero per conto di Dio), né tempio (la roccia salda della presenza della Gloria di Dio in mezzo al popolo). In quei momenti Dio ha comunque mandato dei profeti, perché il popolo non rimanesse privo della sua Parola e della sua guida. Invece Azaria sottolinea che ora, nell’esilio in Babilonia, non ci sono più nemmeno quelli! Non ci sono i profeti. Che rimane da fare? Nient’altro che presentarsi a Dio con un cuore contrito e lo spirito umiliato, che Dio gradirà «come olocausti di montoni e di tori, come migliaia di grassi agnelli. Tale sia oggi il nostro sacrificio davanti a te» (3,39-40). È bello questo passaggio della preghiera. Ci vedo un po’ di sfacciataggine giovanile, un presentarsi davanti a Dio con la propria nuda vergogna. E voi giovani, mi raccomando: presentatevi davanti a Dio con la vostra nuda vergogna. Vi farà bene. Non solo a voi, a tutti noi. Un po’ come quando si “tira la corda” della pazienza dei genitori e dei nonni, ben sapendo di essere molto amati. Ma qui l’intuito dei tre giovani ha visto giusto: niente smuove la misericordia di Dio come il nostro cuore realmente contrito e umiliato. È una cosa grande, questa. Anzi, il figlio più giovane della parabola del Padre misericordioso, un esperto di questa sfacciataggine giovanile, sa che verrà accolto anche se il suo pentimento non è esattamente come dovrebbe essere. “Mi alzerò e andrò da mio padre”. Dietro tutto questo c’è una fiducia, una fede: «non c’è delusione per coloro che confidano in te» (3,40).

Lectio Divina di Papa Francesco all’Università Lateranense, 26/03/2019; per il testo completo: qui.

 

2. La persecuzione è considerata da questo Cantico come una giusta pena con cui Dio purifica il popolo peccatore: «Con verità e giustizia tu ci hai inflitto tutto questo – confessa Azaria – a causa dei nostri peccati» (v. 28). Siamo così in presenza di una preghiera penitenziale, che non sfocia nello scoraggiamento o nella paura, ma nella speranza.

Certo, il punto di partenza è amaro, la desolazione è grave, la prova è pesante, il giudizio divino sul peccato del popolo è severo: «Ora non abbiamo più né principe, né capo, né profeta, né olocausto, né sacrificio, né oblazione, né incenso, né luogo per presentarti le primizie e trovar misericordia» (v. 38). Il tempio di Sion è distrutto e il Signore non sembra più dimorare in mezzo al suo popolo.

3. Nella situazione tragica del presente, la speranza ricerca la sua radice nel passato, cioè nelle promesse fatte ai padri. Si risale, quindi, ad Abramo, Isacco e Giacobbe (cfr v. 35), ai quali Dio aveva assicurato benedizione e fecondità, terra e grandezza, vita e pace. Dio è fedele e non smentirà le sue promesse. Anche se la giustizia esige che Israele sia punito per le sue colpe, permane la certezza che l’ultima parola sarà quella della misericordia e del perdono. Già il profeta Ezechiele riferiva queste parole del Signore: «Forse che io ho piacere della morte del malvagio o non piuttosto che desista dalla sua condotta e viva?… Io non godo della morte di chi muore» (Ez 18,23.32). Certo, ora è il tempo dell’umiliazione: «Siamo diventati più piccoli di qualunque altra nazione, ora siamo umiliati per tutta la terra, a causa dei nostri peccati» (Dn 3,37). Eppure l’attesa non è quella della morte, ma di una nuova vita, dopo la purificazione.

4. L’orante si accosta al Signore offrendogli il sacrificio più prezioso e accetto: il «cuore contrito» e lo «spirito umiliato» (v. 39; cfr Sal 50,19). È proprio il centro dell’esistenza, l’io rinnovato dalla prova che viene offerto a Dio, perché lo accolga in segno di conversione e di consacrazione al bene.

Con questa disposizione interiore cessa la paura, si spengono la confusione e la vergogna (cfr Dn 3,40), e lo spirito si apre alla fiducia in un futuro migliore, quando si compiranno le promesse fatte ai padri.

La frase finale della supplica di Azaria, così come è proposta dalla liturgia, è di forte impatto emotivo e di profonda intensità spirituale: «Ora ti seguiamo con tutto il cuore, ti temiamo e cerchiamo il tuo volto» (v. 41). Si ha l’eco di un altro Salmo: «Di te ha detto il mio cuore: “Cercate il suo volto”; il tuo volto, Signore, io cerco» (Sal 26,8).

Ormai è giunto il momento in cui il nostro cammino sta abbandonando le strade perverse del male, i sentieri tortuosi e le vie oblique (cfr Pr 2,15). Ci avviamo alla sequela del Signore, mossi dal desiderio di incontrare il suo volto. E il suo non è irato, ma colmo di amore, come si è rivelato nel padre misericordioso nei confronti del figlio prodigo (cfr Lc 15,11-32).

5. Concludiamo la nostra riflessione sul Cantico di Azaria con la preghiera stilata da san Massimo il Confessore nel suo Discorso ascetico (37-39), dove prende spunto proprio dal testo del profeta Daniele. «Per il tuo nome, Signore, non abbandonarci per sempre, non disperdere la tua alleanza e non allontanare la tua misericordia da noi (cfr Dn 3,34-35) per la tua pietà, o Padre nostro che sei nei cieli, per la compassione del tuo Figlio unigenito e per la misericordia del tuo Santo Spirito… Non trascurare la nostra supplica, o Signore, e non abbandonarci per sempre.

Noi non confidiamo nelle nostre opere di giustizia, ma nella tua pietà, mediante la quale conservi la nostra stirpe… Non detestare la nostra indegnità, ma abbi compassione di noi secondo la tua grande pietà, e secondo la pienezza della tua misericordia cancella i nostri peccati, affinché senza condanna ci avviciniamo al cospetto della tua santa gloria e siamo ritenuti degni della protezione del tuo unigenito Figlio».

San Massimo conclude: «Sì, o Signore padrone onnipotente, esaudisci la nostra supplica, poiché noi non riconosciamo nessun altro all’infuori di te» (Umanità e divinità di Cristo, Roma 1979, pp. 51-52).

Giovanni Paolo II, Udienza generale del mercoledì, 14/05/2003; per il testo completo, cf. qui.

Un’antifona “stagionale”

La ricchezza e la varietà della liturgia sono davvero inesauribili. E non si finirà mai di esprimere la gratitudine per questo enorme tesoro che abbiamo ereditato.

Il dettaglio che questa volta, un volta ancora, ci ha mosso tali pensieri e sentimenti, lo abbiamo trovato nell’ufficio dei Primi Vespri della solennità dell’Annunciazione del Signore. In particolare nella prima antifona salmica.

Egrediétur virga de radíce Iesse, et flos de radíce ascéndet, et requiéscet super eum Spíritus Dómini (1). Niente di strano, fin qui. Si tratta infatti di una citazione dei versetti 1 e 2 del capitolo 11 del profeta Isaia. Un testo che la liturgia usa varie volte, in testi dalle diverse caratteristiche. Ad esempio, come lettura breve, nelle Lodi del sabto della prima settimana di Avvento (Is 11,1-3a), oppure, nel Messale, come antifona di Introito nel formulario del 20 dicembre: Egredietur virga de radice Iesse, et replebitur omnis terra gloria Domini, et videbit omnis caro salutare Dei (un testo un poco più complesso, con una citazione articolata di tre versetti – Is 11,1; Is 40,5; Lc 3,6).

E’ interessante notare, però, come siano normalmente tradotti in italiano i primi due versetti di Isaia 11: Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici. Su di lui si poserà lo spirito del Signore,… così la lettura breve segnalata sopra;  così l’antifona di ingresso del 20 dicembre: Dalla radice di Iesse spunterà un germoglio, tutta la terra sarà piena della gloria del Signore, e ogni uomo vedrà la salvezza di Dio.

Invece, nel nostro caso, il curatore della versione italiana della liturgia delle Ore, si prende una licenza poetica. Il 25 marzo, nel nostro emisfero, siamo in primavera: ecco la gemma, che poi fiorirà. La tradizione liturgica e la Sacra Scrittura qui coinvolgono anche il cosmo, la natura che si sta risvegliando. Questa licenza ci pare del tutto logica e consentita, e ben venga questa unica e particolare traduzione, attinente alla liturgia , e alla teologia, della solennità e, mirabilmente, pure alla stagione in cui la si celebra. Del resto, tornando al tempo liturgico per un attimo messo da parte dalla ricorrenza mariana, questi sono i giorni in cui tutto rifiorisce (cf. qui).

 

Ancora sul Salmo 86. Il mirabile tessuto di interpretazioni convergenti

I tempi liturgici cosiddetti “forti” sono assai interessanti agli occhi di un liturgista, perché in essi si contempla in modo eccelso la sapiente attenzione e maestria con le quali la tradizione della madre Chiesa li ha cesellati. L’ottava di Natale rimane, in questo senso, esemplare. Già ne avevamo mostrati alcuni aspetti, soffermandoci sulla salmodia (cf. qui). Ora ne riprendiamo un dettaglio, continuando le riflessioni sull’uso del Salmo 86, di cui abbiamo detto qualcosa nel post precedente.

Così, prima di riporre il primo volume della Liturgia delle Ore – da domani riprende il Tempo Ordinario -, ne sfogliamo di nuovo le pagine, ritornando appunto all’Ottava di Natale: nello spazio di pochi giorni, il salmo in questione viene pregato due volte, entrambe nell’Ufficio delle Letture, a differenza del corso normale del salterio distribuito nelle quattro settimane, in cui il Salmo 86 è usato – come notavamo – per le Lodi.

La prima occorrenza è prevista nella domenica dopo il Natale, festa della Santa Famiglia. Essa si spiega con il fatto che la salmodia è tratta dal comune della Beata Vergine Maria, che prevede come terzo salmo dell’Ufficio appunto il nostro salmo. Sul perché quest’ultimo sia stato scelto per il comune delle feste mariane si dirà qualcosa dopo. Per il momento notiamo che l’antifona corrispondente è strettamente legata alla festa della Santa Famiglia, senza avere particolari aderenze al salmo: Giuseppe si alzò nella notte, prese con sé il bambino e sua madre, e si rifugiò in Egitto (Consurgens Ioseph accepit Puerum et Matrem eius nocte, et secessit in Aegyptum)».

Molto più significativa è la seconda occorrenza, nella solennità di Maria santissima Madre di Dio. In questo caso antifona e salmo sono intimamente connesse, rendendo evidente l’interpretazione cristologica, e mariana allo stesso tempo, del salmo. Ciò parrebbe indice di antichità; purtroppo non siamo in grado, ora, di approfondire quanto ci lascia intravedere la relazione della commissione incaricata della distribuzione dei salmi, citata nel nostro post indicato, che giustificava la presenza del Salmo 86 nell’Ottava di Natale con il fatto che tale salmo fosse tradizionale dell’Ufficio natalizio proprio della Basilica di Santa Maria Maggiore, il santuario romano legato al mistero di Betlemme. Una pista assai interessante, che qui possiamo solamente indicare. Tornando, invece, all’antifona, ne rimaniamo affascinati per la mirabile ed ispirata composizione, che naturalmente prende le mosse dal testo latino del salmo nella versione della Vulgata: «Un Uomo è nato in lei: l’Altissimo ha consacrato la sua dimora (Homo natus est in ea, et ipse fundavit eam Altissimus)». Ad una lettura cristiana e credente, quell’«homo» non poteva essere che il nuovo nato nella stirpe di Davide, il Messia promesso, il Figlio di Dio, di cui il Natale celebra l’Incarnazione.

Tornando infine alla presenza del salmo nel comune della Beata Vergine Maria, ci aiuta a capirne la motivazione ancora un’antifona, questa volta dell’Ufficio della Solennità dell’Immacolata Concezione, l’otto dicembre. Come terzo salmo dell’Ufficio delle Letture troviamo ancora il salmo 86, preceduto dal testo antifonale: «Meraviglie si cantano di te, città di Dio: il Signore ti ha costruita sulla santa montagna».

Si rimane davvero stupiti di come l’interpretazione mariana del salmo prevalga nel tempo proprio del Natale, completando e affiancando l’altro filone esegetico che ne fa un salmo ecclesiologico – così vedevamo a proposito della presenza di esso nell’Ufficio delle Lodi nella distribuzione quadrisettimanale. Con ciò si dimostra, anche nei testi della liturgia, la verità di quanto bene affermava Isacco della Stella: «quel che si dice in modo speciale della vergine madre Maria, va riferito in generale alla vergine madre Chiesa; e quanto si dice d’una delle due, può essere inteso indifferentemente dell’una e dell’altra. Anche la singola anima fedele può essere considerata come Sposa del Verbo di Dio, madre figlia e sorella di Cristo, vergine e feconda. […] Eredità del Signore in modo universale è la Chiesa, in modo speciale Maria, in modo particolare ogni anima fedele. Nel tabernacolo del grembo di Maria Cristo dimorò nove mesi, nel tabernacolo della fede della Chiesa sino alla fine del mondo, nella conoscenza e nell’amore dell’anima fedele per l’eternità (Disc. 51)».


P.S. Queste brevi considerazioni hanno avuto il loro spunto nella preghiera personale del Salterio, ma hanno trovato conferma e fondamento grazie al sempre utilissimo lavoro di Felix M. Arocena e José A. Goñi, Psalterium Liturgicum. Psalterium crescit cum psallente Ecclesia, I, Roma 2005.

 

“Mattinar lo sposo”: elogio della sposa per celebrarne il consorte

Può essere di qualche aiuto tentare di rispondere ad una questione sortaci mentre – ahimè! l’irrequieta fantasia dove ci porta! – si pregavano le Lodi dello scorso giovedì della III settimana del Salterio: come mai, al primo posto della sezione salmodica della liturgia, è stato posto il salmo 86(87)?  Che c’entra questo salmo che canta Sion come madre di tutti i popoli con il carattere mattinale che, di solito e facilmente, incontriamo nel primo dei salmi delle Lodi? E’ noto che dal tradizionalissimo, e universalmente riconosciuto quale «proprio» ed esemplare delle Lodi, Salmo 62 («O Dio, tu sei il mio Dio, dall’aurora io ti cerco…»), i curatori della nuova Liturgia delle Ore, dopo il Concilio Vaticano II, hanno fatto discendere un criterio basilare: come primo salmo delle Lodi è bene che vi sia un testo che esprima un qualche legame con l’ora della preghiera; la «verità dell’ora» dovrebbe infatti coinvolgere tutti gli elementi della celebrazione, non solo gli Inni o le preghiere, ma anche – in qualche modo – i Salmi.

Così, ad es., nel lunedì della prima settimana, come primo Salmo delle Lodi, incontriamo il Sal 5 (cf. v. 4: «Al mattino ascolta la mia voce, fin dal mattino t’invoco e sto in attesa»); per il giovedì della I settimana è previsto il Sal 56(57) (cf. vv. 8-9: «Voglio cantare, a te voglio inneggiare: svegliati, mio cuore…voglio svegliare l’aurora); passando al lunedì della IV settimana, incontriamo il Sal 89(90) (cf. v. 14: «Saziaci al mattino con la tua grazia…») o al martedì seguente, il Sal 100(101) (cf. v. 8: «Sterminerò ogni mattina tutti gli empi del paese») etc.

Chi avrà modo di soffermarsi con questa prospettiva sui salmi adottati giorno per giorno noterà riferimenti anche meno espliciti e più sfumati al tema della prima ora del nuovo giorno (ricordiamo che il risveglio mattutino è analogicamente connesso al risveglio di Cristo dal sonno della morte). Ma, allo stesso tempo, non di tutti i salmi la presenza può esserne spiegata con questo unico criterio. Fra essi, appunto il salmo 86. Vediamo cosa ne dice uno dei periti che lavorò alla riforma del salterio: anche se p. Raffa non lavorò direttamente e specificamente alla nuova distribuzione quadrisettimanale del salterio, la sua parola è assolutamente autorevole:

«I salmi 83 e 86, attraverso la Sion antica, che ne forma il soggetto, richiamano la comunità di culto e della lode che è la Chiesa, sottolineando anche la vera prospettiva della lode ecclesiale, che è quella escatologica. […] Se vogliamo riassumere sinteticamente alcuni criteri di assegnazione dei salmi all’inizio della triade possiamo farlo con queste espressioni: salmi mattutini, tradizionali, programmatici per la giornata, riferiti al mistero della vittoria di Cristo, oggetto celebrativo delle Lodi. Inoltre: salmi escatologici, penitenziali, sulla legge. Salmi di rendimento di grazie per il nuovo giorno, per lo meno considerati nel contesto liturgico concreto. Infine: salmi scelti fra i più belli e facili in considerazione della destinazione anche popolare delle Lodi. Nei salmi di Sion possiamo vedere in filigrana la Chiesa, la nuova città santa, la “Sposa” (“pronta come sposa adorna per il suo sposo: Ap 21), che sorge a “mattinar lo sposo”» (1).

Da notare assolutamente il dotto riferimento che il liturgista orionino incastona alla fine del paragrafo. Si tratta di una citazione del decimo Canto del Paradiso, della Divina Commedia (2). Non si tratta di un vezzo enciclopedico, perché questo collegamento – lungi dall’essere una mera e sterile esibizione culturale – riporta la considerazione al tema centrale in modo assolutamente originale e affascinante. Dante associa poeticamente il sorgere mattiniero della chiesa nella sua liturgia l’immagine della sposa che sveglia dolcemente lo sposo.

Mattinar lo sposo perché l’ami!! A nessuno di tanti e bravi professoroni di liturgia sarebbe mai venuta in mente una così bella descrizione della Liturgia delle Lodi mattutine.

Ritornando al nostro Salmo, ricollocandolo a partire da queste suggestioni, pare finalizzato ad aiutare chi lo prega nel diventare di nuovo e di più consapevole e grato della propria appartenenza alla celeste Gerusalemme; rendendosi conto – anche un in un qualsiasi ed ordinario giovedì mattina – di essere in certo modo la Sposa di cui lo Sposo «dice cose stupende», sarà facile entrare nella lode e infiammarsi d’amore per cotanto Consorte!


(1) V. Raffa, La liturgia delle Ore. Presentazione storica, teologica e pastorale (Collana di teologia e di spiritualità, 8), Milano 1990³, 114. Un’altra importante indicazione la troviamo nel prezioso Cuadernos Phase 83, in cui P. Farnés commenta così l’inserimento del salmo 86 fra quelli della prima serie, quella «mattinale»: «Se trata de un salmo escatologico referido a la futura ciudad mesianica inaugurata con la resurrecion de Jesucristo» (25).

(2) «Indi, come orologio che ne chiami / ne l’ora che la sposa di Dio surge / a mattinar lo sposo perché l’ami»: Dante Alighieri, Paradiso, X, 139-141.

La liturgia, ovvero la mente aperta per comprendere le Scritture

«Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture» (Lc 24,44-45).

Diversi esegeti hanno sottolineato come i versetti lucani proclamati nel vangelo del quinto giorno dell’Ottava di Pasqua siano interessanti per la rivendicazione di Cristo a riguardo del senso delle Scritture e, qui in particolare, dei Salmi. La liturgia, tuttavia, si mostra assai ben più docile e pronta a fare propri gli insegnamenti di Gesù rispetto ad altre branche della teologia. Una prova?

Guardiamo l’ufficiatura dell’Ottava, e scopriremo dati significativi. Ci soffermiamo sulle sezioni salmodica dell’Ufficio delle Letture, tralasciando qui quelle delle due Ore principali – Lodi e Vespri – che si ripetono invariate dalla Pasqua alla Domenica in Albis.

Nei giorni dell’Ottava troviamo antifone e salmi propri, che cioè non seguono il consueto e ripetitivo schema delle quattro settimane, ma sono selezionati in base a richiami letterali o comunque tematicamente riferiti al mistero pasquale. E se il lunedì dell’Ottava parrebbe simile a qualsiasi lunedì della prima settimana del salterio (vi sono i salmi 1, 2 e 3), le antifone fugano ogni dubbio e ci ricordano che siamo davanti a qualcosa di unico. La sapienza della Chiesa, nella sua tradizione liturgica, ha elaborato infatti delle antifone davvero speciali, rileggendo i salmi in chiave eminentemente cristologica. La liturgia – poggiando sulle parole del Maestro – attribuisce in modo eminente a Lui i salmi, ritoccandone i versetti, perché diventino ancora più esplicitamente parole sue. Non si tratta di interventi indebiti e arbitrari, ma di espressione di fede pasquale e di obbedienza all’insegnamento del Signore.

In uno specchietto, ciò a cui ci si è riferiti:

foto documento pasqua

Un’ultima cosa, degna di nota, è il fatto che la composizione di queste antifone e di questi salmi è antichissima. Si tratta, infatti, del Mattutino di Pasqua testimoniato già nell’Ordo Romanus XXVIII. A detta di Righetti possiamo datarla all’VIII secolo (1). La riforma liturgica – ebbene sì, non furono così devastori i periti del Consilium – conservò questo tesoro e lo ricollocò nel primo giorno dell’Ottava. Insomma, una bella pagina di fedeltà alla tradizione ecclesiale e una professione di fede cristologica che ha pochi pari: attraverso la liturgia, oggi, il Maestro ci insegna ad aprire la mente alle Scritture e ci aiuta a leggere nei salmi «ciò che si riferisce a Lui».


(1) M. Righetti, Manuale di storia liturgica, II. L’anno liturgico – Il Breviario, Milano 1998 (ed. anastatica), 280.

Cosa nostra

Con questo post singolare vorremmo ritornare su alcuni aspetti della parabola del figliol prodigo, o come la si voglia chiamare. Ne riproporremo un’interpretazione che, forse, necessita la rilettura del post immediatamente precedente a questo (qui).

La preghiera meditata dell’Ufficio delle Letture del giovedì della IV settimana di Quaresima ci ha suggerito alcuni agganci interessanti fra la pericope di Luca 15 e quanto predicò San Leone Magno, e che è proposto appunto come seconda lettura dell’Ufficio del giorno. Quindi si tratta non tanto di un elogio alla mafia siciliana – «cosa nostra» -, quanto piuttosto un riconoscimento della geniale predicazione leoniana.

Ci perdoni però il grande papa se rileggiamo le sue parole, superando sicuramente l’intentio auctoris, quanto Leone voleva realmente trasmettere; lo facciamo perché ci pare che possa aiutarci a cogliere sempre di più la ricchezza della parabola, che di certo lui aveva ben compresto. Faremo pertanto delle notazioni lungo il testo dell’omelia, sperando di non commettere un sacrilegio eccessivo.

Dai «Discorsi» di san Leone Magno, papa
(Disc. 15 sulla passione del Signore, 3-4; Pl 54, 366-367)

Colui che vuole onorare veramente la passione del Signore deve guardare con gli occhi del cuore Gesù Crocifisso, in modo da riconoscere nella sua carne la propria carne.
Tremi la creatura di fronte al supplizio del suo Redentore. Si spezzino le pietre dei cuori infedeli, ed escano fuori travolgendo ogni ostacolo coloro che giacevano nella tomba. Appaiano anche ora nella città santa, cioè nella Chiesa di Dio, i segni della futura risurrezione e, ciò che un giorno deve verificarsi nei corpi, si compia ora nei cuori.
A nessuno, anche se debole e inerme, è negata la vittoria della croce, e non v’è uomo al quale non rechi soccorso la mediazione di Cristo. Se giovò a molti che infierivano contro di lui, quanto maggiore beneficio apporterà a coloro che a lui si rivolgono! 
L’ignoranza dell’incredulità è stata cancellata. E` stata ridotta la difficoltà del cammino. Il sacro sangue di Cristo ha spento il fuoco di quella spada, che sbarrava l’accesso al regno della vita. Le tenebre dell’antica notte hanno ceduto il posto alla vera luce.
Il popolo cristiano è invitato alle ricchezze del paradiso. Per tutti i battezzati si apre il passaggio per il ritorno alla patria perduta, a meno che qualcuno non voglia precludersi da se stesso quella via, che pure si aprì alla fede del ladrone. [Qui c’è l’esperienza del figlio minore, ritornato nella casa paterna, dopo l’esilio volontario nella terra della sua alienazione; e c’è il rischio del fratello maggiore, che sdegnato non vorrebbe avere niente in comune con un fratello – nella cui carne dovrebbe invece riconoscere la propria carne – né con un padre così remissivo e indulgente ad una festa ai suoi occhi ingiusta e ingiustificata.] Procuriamo che le attività della vita presente non creino in noi o troppa ansietà o troppa presunzione sino al punto da annullare l’impegno di conformarci al nostro Redentore, nell’imitazione dei suoi esempi. Nulla infatti egli fece o soffrì se non per la nostra salvezza, perché la virtù, che era nel Capo, fosse posseduta anche dal Corpo«Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1, 14) nessuno lasciando privo della misericordia, ad eccezione di chi rifiuta di credere. E come potrà rimanere fuori della comunione con Cristo chi accoglie colui che ha preso la sua stessa natura e viene rigenerato dal medesimo Spirito, per opera del quale Cristo è nato? Chi non lo riterrebbe della nostra condizione umana sapendo che nella sua vita c’era posto per l’uso del cibo, per il riposo, il sonno, le ansie, la tristezza, la compassione e le lacrime?
Proprio perché questa nostra natura doveva essere risanata dalle antiche ferite e purificata dalla feccia del peccato, l’Unigenito Figlio di Dio si fece anche Figlio dell’uomo e riunì in sé autentica natura umana e pienezza di divinità. E’ cosa nostra ciò che giacque esanime nel sepolcro, che è risorto il terzo giorno, che è salito al di sopra di tutte le altezze alla destra della maestà del Padre. [E’ cosa nostra!! «Figlio… tutto ciò che è mio è tuo», diceva il padre dei fratelli al maggiore; e, poi, «questo tuo fratello era morto…», a ricordargli che quell’incauto scialaquatore delle paterne sostanze non era solamente un figlio di un padre troppo arrendevole – «questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi» -, ma pur sempre suo fratello. Leone Magno ha ben capito che occorre sul serio appropriarsi delle sostanze autentiche del Padre. Il figlio minore pretendeva le sostanze piccole, i beni materiali, il maggiore era pieno di risentimento per un capretto non concesso benché nemmeno richiesto….entrambi non hanno compreso come il Padre volesse far parte con loro di beni molto più preziosi: la sua natura, il suo amore, la sua vita. Proprio perché Cristo è diventato cosa nostra, proprio perché il vitello grasso è stato finalmente immolato, possiamo essere sicuri che la misericordia di Dio sia anch’essa cosa nostra, sia per noi per primi, investa la nostra debolezza; e poi cosa nostra diventa pure un fratello che cade, da riaccogliere con gioia.]

Nostrum est quod exanime in sepulcro iacuit, et quod die tertia resurrexit!