Sabato della VII settimana del tempo ordinario, anno del Signore 2018…Scherzi di liturgisti o di santi?

Abbiamo studiato per vari anni su volumi che avevano un apparato di note a piè pagina assai più corposo del testo stesso senza che il nostro sapere liturgico ne ricevesse l’implemento che ci si poteva attendere da tali poderosi tomi: ora ci sia concesso scrivere brevi e semplici osservazioni, tratte dall’esperienza liturgica.

Non che la ricerca puntigliosa e rigorosa non siano da promuovere – chi ha letto qualcosa di questo blog saprà bene del nostro affanno prolungato su carte polverose di archivi poco frequentati – ma occorre rimanere bene attenti a cogliere anche i più semplici segnali che la liturgia offre ai suoi cultori, ed essere disposti a stupirsene, grati.

Con questa intenzione condividiamo un’osservazione saltata agli occhi in maniera inaspettata quest’oggi, seguendo il corso diario della liturgia. Sabato della settima settimana del tempo ordinario, che quest’anno cade il 26 maggio, memoria di san Filippo Neri.  Durante questa settimana l’Ufficio delle Letture ci ha proposto come prima lettura biblica il libro di Qoèlet. Oggi l’ultimo discorso, seguito da un epilogo in prosa, che i biblisti attribuiscono a suoi discepoli. L’ultima parola di Qoèlet era l’inconfondibile: «Vanità delle vanità, dice Qoèlet, e tutto è vanità» (12,8). La seconda lettura patristica, propria della memoria, proveniva dai discorsi di Sant’Agostino (Disc. 171, Rallegratevi nel Signore, sempre).

Ora, quest’anno – non abbiamo verificato ogni quanto accada – l’incrociarsi dei due calendari, quello del temporale e quello dei santi, ci ha offerto un felice ermeneutica della figura di Qoèlet nella persona del santo fiorentino divenuto compatrono di Roma. Chi non conosce infatti la lauda composta dal Neri, che arricchisce magistralmente il laconico ritornello del sapiente biblico?

[…] Dunque a Dio rivolgi il cuore, dona a lui tutto il tuo amore, questo mai non mancherà, tutto il resto è vanità. […] Dunque frena le tue voglie, corri a Dio, che ognor t’accoglie, questo mai non mancherà. Tutto il resto è vanità.

La liturgia, in modo davvero sorprendente quest’oggi, ha offerto un sensu plenior alla pagina biblica dell’Ufficio, facendocela accostare con la figura di questo santo, che era «aspro e penitentissimo con se stesso, …mite cogli atri, ed al bisogno faceto» (1). Un bilanciamento all’aridità un pò triste e di sapore protestante di certi commenti biblici, con la figura saggia e arguta, all’occorrenza scanzonata, perché libera e innamorata di Cristo, del santo apostolo di Roma.

Riteniamo dunque che oggi si debba essere grati alla riforma liturgica, che ci permette di godere di queste belle sorprese. Lo possiamo essere tutti, anche quanti di solito sono critici nei confronti dei – dicono loro – creatori a tavolino di una nuova liturgia: neanche il più bravo di tali fantomatici esperti avrebbe potuto prevedere tali connessioni fra di due calendari! Ben Altro ispiratore ci dev’essere dunque dietro alla liturgia che si celebrava quest’oggi, 26 maggio dell’anno di grazia 2018!

Concludiamo con un’altra massima di Filippo:

Chi vuol altro che Cristo, non sa quel che vuole, e chi dimanda altro che Cristo, non sa quel che dimanda. Chi opera e non per Cristo, non sa quel che fa.


(1) I. Schuster, Liber Sacramentorum, Vol. VII, Torino 1930, 198.

 

 

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Ultimo festivitatis dies. Interferenze sull’ultimo giorno della cinquantina pasquale

Con questo breve post, vogliamo continuare a mostrare esempi, seppur minimi, di quanto la liturgia goda di una sorprendente libertà nell’usare la Sacra Scrittura. Già molte altre volte siamo rimasti quasi spiazzati dai criteri e dalle modalità che la tradizione liturgica ha messo in atto, nel selezionare brani e citazioni bibliche ricollocandoli in contesti anche apparentemente lontanissimi.

Sebbene siamo abituati a tenere ben fermo il principio ermeneutico espresso nella Costituzione conciliare sulla Divina Rivelazione al paragrafo 12, questa volta – lo confessiamo – ci stupiamo non poco, e ci arrendiamo sorpresi di fronte a tanta licenza. Ci viene in mente piuttosto, visto che – lo vedremo immediatamente – si tratta di un formulario della solennità di Pentecoste, un’altra citazione: «Il Signore è lo Spirito e, dove c’è lo Spirito del Signore, c’è libertà» (2Cor 3,17).

Dunque, dicevamo, se guardiamo i testi liturgici per la Solennità di Pentecoste, notiamo che nella Messa della Vigilia, il Messale riporta, come antifona per la comunione, il tradizionale testo tratto da Gv 7,37: «Ultimo festivitatis dies, stabat Iesus et clamabat dicens: Si qui sitit, veniat ad me et bibat, alleluia [L’ultimo giorno della festa, Gesù si levò in piedi ed esclamò a gran voce: “Chi ha sete, venga a me e beva”. Alleluia]».

In effetti, il testo pare del tutto appropriato. Si ricorderanno facilmente le prime parole del brano degli Atti degli Apostoli che ci rivela l’evento della Pentecoste storica: dum complerentur dies Pentecostes [mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste (2)]. Abbiamo evidenziato il plurale della forma verbale, perché tramite esso si intenderebbe meglio il senso di compimento e di chiusura delle sette settimane iniziate dalla Pasqua. Il prefazio, inoltre, parla di compimento del mistero pasquale [sacramento paschale consummans]. Quell’ultimo festivitatis dies risulta centrato.

Nell’odierno lezionario Gv 7,37-39 è anche il brano evangelico proclamato nella liturgia della Parola, per cui l’antifona alla comunione ora ne riecheggia il testo. Tuttavia, il versetto di Giovanni usato come antifona non è stato scelto perché nella messa ne veniva proclamato il brano: nel messale precedente l’antifona era già presente, e il brano evangelico era invece Gv 14,15-21.

Sembrerebbe che la liturgia, per la vigilia della Pentecoste, abbia voluto mettere in evidenza quella notazione temporale: si tratta dell’ultimo giorno della festa, siamo alla fine della cinquantina pasquale.

Peccato, però, che in Gv 7, l’«ultimo giorno della festa» sia l’ultimo giorno della festa delle Capanne, e non della festa di Pentecoste!!

La liturgia, considerato che Gesù in quel giorno pronunciò quella frase così importante sul dono dello Spirito Santo, ha cooptato quel versetto, cambiandone il contesto originale. C’è da dire che il testo della Vulgata recita diversamente: «in novissimo autem die magno festivitatis….». Non possiamo verificare ora se esista una lezione latina del passo giovanneo che riporti invece «ultimo festivitatis dies», o se sia proprio la liturgia ad aver adattato il testo biblico. Nel qual caso, la licenza liturgica sarebbe addirittura maggiore: stravolto il testo e stravolto il contesto temporale!!

Ma, contrariamente ai moderni stravolgimenti, non stona assolutamente, anzi!!

Altro è improvvisarsi novatori e creatori artificiali di presunte migliorie, altro è aver respirato, per secoli, «lo stesso Spirito».


(1) «Però, dovendo la Sacra Scrittura essere letta e interpretata con lo stesso Spirito con cui fu scritta, per scoprire con esattezza il senso dei sacri testi, si deve badare con non minore diligenza al contenuto e all’unità di tutta la Scrittura, tenendo debito conto della viva tradizione di tutta la chiesa e dell’analogia della fede (Dei Verbum, 12)».

(2) Si dovrebbe dire qualcosa sulla traduzione italiana: così espresso, il dato temporale potrebbe indurre un ascoltatore semplice ad intendere che l’effusione dello Spirito accada verso la sera del giorno della Pentecoste; sappiamo invece, dal discorso di Pietro, che siamo intorno alle nove del mattino!