A proposito di fake news vaticane. Strane citazioni, purtroppo, non mancano.

Nonostante il post precedente (1) ci abbia portato alle altezze del Paradiso, siamo stati troppo presto precipitati di nuovo a livello terra terra. A malincuore e contrariati – avremmo preferito pubblicare ben altri contributi -, non possiamo esimerci di scrivere queste piccole note, in questi giorni agitati dalla polemica intorno all’ormai famigerata lettera di Benedetto XVI a mons. Viganò, lettera che sembrerebbe essere stata personale e riservata, resa pubblica parzialmente e in un contesto assai diverso. Al di là delle intenzioni, sulle quali non ci pronunciamo, si tratta comunque di una caduta di stile e di professionalità da parte di chi deve gestire il settore, così importante oggi, dell’informazione e della comunicazione.

Con queste premesse, mentre cercavamo  documentazione per una questione altra, sui cui ci stiamo interrogando da qualche giorno, ci è capitato di soffermarci su testo in pdf, disponibile on line sulla piattaforma web della Fondazione Joseph Ratzinger. Si tratta di una lezione tenuta da Nicola Bux, il 3 maggio 2016, nel contesto del master «Joseph Ratzinger: studi e spiritualità», sul tema: «La riforma liturgica del Concilio Vaticano II e la sua applicazione secondo Joseph Ratzinger – Benedetto XVI» (2). Confessiamo apertamente che non abbiamo letto tutto il testo e che ne abbiamo scorso rapidamente le pagine. Un dettaglio, tuttavia, ha attirato la nostra attenzione: una citazione del famoso studio di Annibale Bugnini sulla riforma liturgica, racchiusa fra le virgolette, era riferita in nota all’edizione in lingua inglese dello stesso testo. Davvero curioso: un testo presentato in italiano (probabilmente anche pensato in italiano) ricorre, in citazione, ad una traduzione inglese di un testo pubblicato in edizione originale italiana, pur riportando nell’argomentare del discorso, una versione italiana dell’edizione inglese citata. Vedere per credere:

Di certo, oggi la liturgia si dibatte tra lo ius della Chiesa universale, negato ormai anche in linea di principio, e le richieste arbitrarie di una diocesi o di una parrocchia. Ma, pare che Annibale Bugnini ritenesse le aberrazioni secondarie: è emblematica la sua ammissione circa le responsabilità del Consilium: «ha sempre ritenuto che il modo migliore per prevenire gli abusi fosse di anticiparli piuttosto che reprimerli; di dare ai vescovi e alle conferenze episcopali mezzi adeguati per promuovere la pastorale liturgica piuttosto che inviare loro ‘decreti’ anacronistici che non sarebbero stati né applicati né eseguiti»(9)

(9) Cfr A.BUGNINI, The reform of the liturgy, 1948-1975, tr. M.O’Connell (Collegeville,MN.1990), p. 257, 486.

Con un pò di difficoltà (i due numeri di pagina indicati lascerebbero pensare ad un testo articolato, estrapolato da due passaggi diversi e piuttosto lontani fra loro; non parrebbe così, da quanto ci risulta) siamo riusciti a ritrovare il paragrafo citato da Bux nell’edizione originale: esso suona in modo decisamente diverso:

In termini generali, la Congregazione per il Culto Divino prese sul serio, e non in senso meramente oratorio, meno ancora pletorico o opportunistico, il compito assegnatole da Paolo VI nell’ottobre 1966: «impedire gli abusi, stimolare i ritardatari e i renitenti, risvegliare energie, favorire buone iniziative». E per impedire gli abusi ha sempre creduto che il mezzo migliore fosse quello di prevenirli, più che respingerli; di dare ai vescovi e alle Conferenze episcopali i mezzi adeguati per promuovere la pastorale liturgica, più che inviare anacronistici “verdetti”, né ascoltati né seguiti (3).

Come si vede, innanzitutto il soggetto della frase citata da Bux non era il Consilium ma la Congregazione per il Culto Divino, nel cui organigramma il Consilium fu inquadrato in una fase della sua attività; i due soggetti non coincidevano. La generalizzazione che Bux compie si potrebbe pure tollerare, capendone il senso. Ciò che invece appare assai più grave l’alterazione dei tre verbi: dove nel testo originale abbiamo impedire, prevenire e respingere, nel testo di Bux troviamo rispettivamente prevenire, anticipare, reprimere. In tal modo, si insinua che grazie a Bugnini gli abusi fossero tollerati al punto da essere addirittura, in un certo senso, assecondati o, peggio, suggeriti: nel contesto del paragrafo il senso di prevenire pare discostarsi dall’impedire originale, così come l’anticipare dal prevenire (4). Non sarebbe stato meglio citare il testo originale? Certo, esso non era così funzionale all’intenzione dell’autore, che pare voler attribuire al Bugnini, che di colpe ne avrà avute sicuramente nel corso della sua vita, la responsabilità di aver aperto la porta ai fenomeni di cui siamo oggi tutti testimoni. Non neghiamo certamente –  lo sperimentiamo frequentemente anche in diverse parrocchie romane – che ci troviamo di fronte ad abusi ripetuti ed anche gravi (talora è più grave l’ignoranza che la disobbedienza), ma le questioni sono assai più complesse.

Non si può pensare di liquidare il problema con una citazione scopiazzata, e per giunta in modo maldestro.

 


(1) Si trattava della canonizzazione di Paolo VI (qui).

(2) Cf. qui e qui.

(3) A. Bugnini, La riforma liturgica (1948-1975) («Bibliotheca Ephemerides Liturgicae» «Subsidia» 30), Roma 1997², 480.

(4) Appena dopo la citazione, Bux aggiunge: «La linea-guida di quell’organismo era che, tollerando ufficialmente gli abusi, questi avrebbero cessato d’essere tali».

 

Annunci

Paolo VI santo, finalmente rasserenato. Un altro piccolo segno

Con la canonizzazione di un suo figlio, la Chiesa proclama solennemente la certezza che esso sia ammesso alla beatitudine del Paradiso. Prossimamente, tale pronunciamento riguarderà il beato Paolo VI. Possiamo senza alcun dubbio ritenerlo, dunque, concittadino dei santi e partecipe della liturgia del cielo, con la speranza che cessino giudizi malevoli e si smetta di gettare ombre e insinuazioni sulla sua vita e sul suo pontificato, pur tribolato e complesso.

Le cose del cielo non sono affatto separate e totalmente altre rispetto agli accidenti di quaggiù e pertanto, anche questa volta, eventi su piani diversi si intersecano curiosamente e provvidenzialmente. Quasi in contemporanea all’annuncio della canonizzazione, papa Francesco ha decretato l’obbligatorietà della memoria liturgica di Maria Madre della Chiesa per tutto il rito latino, inserendola nel calendario il lunedì dopo la solennità di Pentecoste. «E’ evidente il nesso tra la vitalità della Chiesa della Pentecoste e la sollecitudine materna di Maria nei suoi confronti», afferma il commento del Prefetto della Congregazione del Culto al testo del decreto, continuando poi così: «Nei testi della Messa e dell’Ufficio il testo di At 1,12-14 illumina la celebrazione liturgica». Questo sembra centrare ancora molto poco Paolo VI. Eppure, si tratta di una questione non del tutto irrilevante. Infatti, intorno al lunedì dopo Pentecoste – e ai giorni seguenti -, è stata montata una polemica importante concernente la riforma liturgica, in questo caso più specificamente la riforma del calendario e dell’anno liturgico. La posizione di Paolo VI fu resa pubblica in modo chiaro ed esauriente in occasione della sua beatificazione (cf. qui). Infatti si resero accessibili alcune carte e documentazione che ricostruivano impressioni, pareri e, poi, decisioni, dell’allora Pontefice, a proposito della soppressione dell’Ottava di Pentecoste e dei relativi formulari. Da quelle testimonianze si evince come Papa Montini seguisse ben da vicino il lavoro del Consilium, avendone confronti franchi e aperti, confortati da pareri e impressioni anche di personalità esterne, con cui corroborava le sue convinzioni e sensibilità. Sappiamo quanto gli costò la soppressione dell’Ottava di Pentecoste, ed espresse esplicitamente il suo disagio e la sua difficoltà fino al turbamento a proposito del lunedì dopo Pentecoste, primo giorno di feria del tempo ordinario dopo il lungo spazio temporale della quaresima e della cinquantina pasquale.

Ora, – possiamo dirlo in tono scherzoso – sarà del tutto soddisfatto: un suo successore lo sta per annoverare nel numero dei santi e il lunedì dopo la Pentecoste avrà una veste liturgica rinnovata. L’integrità della Cinquantina pasquale è rimasta inalterata, ma il passaggio al tempo ordinario parebbe adesso meno brusco. E’ proprio vero, i santi fanno miracoli!

Che questo piccolo segno aiuti tutti noi nell’approfondimento della riforma liturgica.

“E oggi c’è ancora da lavorare”. Ma ci saranno lavoratori?

Lo stesso Paolo VI, un anno prima della morte, diceva ai Cardinali riuniti in Concistoro: «E’ venuto il momento, ora, di lasciar cadere definitivamente i fermenti disgregatori, ugualmente perniciosi nell’un senso e nell’altro, e di applicare integralmente nei suoi giusti criteri ispiratori, la riforma da Noi approvata in applicazione ai voti del Concilio». E oggi c’è ancora da lavorare in questa direzione, in particolare riscoprendo i motivi delle decisioni compiute con la riforma liturgica, superando letture infondate e superficiali, ricezioni parziali e prassi che la sfigurano. Non si tratta di ripensare la riforma rivedendone le scelte, quanto di conoscerne meglio le ragioni sottese, anche tramite la documentazione storica, come di interiorizzarne i principi ispiratori e di osservare la disciplina che la regola.

Abbiamo volutamente lasciare qualche tempo dal giorno in cui queste parole di Papa Francesco sono state rivolte ai partecipanti alla 68° Settimana Liturgica nazionale, promossa dal Centro di Azione Liturgica, il 24 agosto scorso (l’intero testo qui).

Certamente il tempo è ancora troppo poco per i ritmi di preparazione e di pubblicazione di un articolo, per una rivista o per una miscellanea, a commento le parole del Pontefice. E’ ancora presto, a maggior ragione, per vedere organizzata qualche iniziativa accademica con tale oggetto.

Ma il tempo trascorso è sufficiente a registrare una tendenza, che si rispecchia in interviste, commenti a caldo e articoli nel mondo dei blog. Purtroppo, pare che si sia persa anche questa occasione propizia, e il timore che si preferisca la facile polemica e lo spirito di contraddizione ad un lavoro approfondito e di lunga durata è del tutto giustificato

Invano, infatti, si è atteso una parola esplicita e concreta sul citato passaggio del discorso papale. L’attenzione è rivolta – diremmo in modo pressoché generale – ad una frase che, se presa in senso assoluto, rischia di diventare solamente uno slogan vuoto e addirittura controproducente: «la riforma liturgica è irreversibile».

Personalmente, non avevamo bisogno dell’ultimo pronunciamento papale per essere convinti della bontà di quanto avviò dal Concilio Vaticano II, né ci viene spontaneo esultare come se questo discorso segnasse un punto a favore in una sorta di partita contro un avversario di una tendenza opposta.

Non basterà citare quest’affermazione, quando si tratterà di argomentare o andare in profondità nella ricerca e nel dibattito. Non ce la sentiamo di unirci al coro di quanti, soddisfatti del pronunciamento papale, pensano che ormai la questione sia chiusa. No, «c’è ancora da lavorare»!

Molto, molto più importante sarebbe, infatti, poter conoscere tutti i passaggi della riforma con una comprensione maggiormente profonda, con una fondata base storica e con ancor più precisi riferimenti documentari. Come si sa, finché si rimane nell’ambito del teorico e delle considerazioni generali, le differenti posizioni possono facilmente continuare a divergere, rimanendo personali e parziali. Al contrario, l’oggettività della documentazione costringe ad una scientificità che lascia poco spazio alle opinioni e ai gusti individuali: le convinzioni e i (pre-)giudizi partigiani possono continuare a resistere solo per malafede od ignoranza; uno studioso serio, infatti, accetta senza timore  o vergogna il dover abbandonare le proprie aspettative e le proprie visioni, arrendendosi al dato oggettivo che la documentazione gli presenta.

Ebbene, nell’ambito della riforma liturgica, ancora siamo lontani da una sufficiente conoscenza e da un minimo studio delle fonti documentarie! Ci si faccia caso: quanti manuali, quanti studi monografici passano allegramente dalla descrizione della situazione liturgica prima del Vaticano II ad un commento della prassi attuale, forse solo accennando a qualche passaggio di Sacrosanctum Concilium! Come si è arrivati ai nuovi libri liturgici? Quali decisioni sono state prese e perché, quando e in che modo furono approntate le scelte di cui oggi vediamo i frutti? Domande spesso lasciate in sospeso, talvolta neanche lontanamente adombrate.

Certo, non mancano coraggiosi e benemeriti autori, come per fortuna ancora ci sono editori che non guardano solo alle leggi di mercato. Oltre alla proliferazione di instant book, accompagnati da qualche lancio di agenzia condito con dettagli solleticanti, che però poi durano, appunto, un istante, senza lasciare nessun contributo alla scienza, vediamo pubblicati studi «imponenti» e volumi assai voluminosi, è il caso di dirlo: non si potranno leggere sul treno o in aereo, in viaggio, spesso rimarranno al chiuso delle biblioteche, ma – di certo – saranno strumento di consultazione e di riferimento per quanti vogliano davvero una formazione ed un’informazione più completa.

Spesso tali lavori sono frutti, non diremo estemporanei né occasionali, ma di certo non maturati in un sistema organico e pensato. Capita che un professore particolarmente esigente chieda ad un suo dottorando di produrre integralmente la documentazione su cui fonda la sua tesi; succede pure che conoscenze e contatti quasi clandestini con persone ed enti legati in passato con il movimento della riforma liturgica rendano possibile l’accesso a documenti altrimenti introvabili, ad es., ad un religioso della stessa congregazione di un perito che lavorò in qualche gruppo di studio può capitare di consultare le carte del suo illustre confratello; ancora, non manca qualche zelante ricercatore che si metta sulle tracce di un «sentito dire», riuscendo poi a ritrovare un archivio dimenticato; non si esclude il caso di porte solitamente chiuse che si aprono dopo una telefonata di un amico più alto in grado…

Insomma, non sembra si  possa parlare di un coordinamento né tantomeno di un indirizzo comune o di una pista aperta e battuta insieme da una molteplicità di ricercatori. Eppure le possibilità ci sarebbero, gli archivi conservano materiale abbondante; è vero, documentazione ancora grezza e da riordinare – e in latino ! -, ma del resto così accade in una miniera quando si scopre un nuovo filone: prima di poter attingervi direttamente ed immediatamente, occorre provvedere a tutta una serie di accorgimenti per mettere in sicurezza e permettere un più agile e proficuo sfruttamento del giacimento.

Questo occorrerebbe fare, nell’ambito della ricerca liturgica sul Vaticano II e, soprattutto, sul periodo di riforma che ne seguì. Organizzare meglio la ricerca, mettere in circolazione, nella comunità scientifica, informazioni e dati; tentare di inserire lo studio di ciascuno in un progetto più ampio, collaborando, pur da diversi ambiti e con differenti prospettive, ad una storia della riforma liturgica il più possibile obiettiva e aderente ai testi. Ci sarà chi sia pronto a mettere mano a simile progetto? Interesseranno ancora faldoni polverosi e quasi dimenticati, nei quali – solamente nei quali – si trovano le tracce e le ragioni dei processi che hanno portato al nostro attuale modo di celebrare?

Ci sia permesso citare episodi personali, a sostegno di quanto si va dicendo. Nel corso delle nostre ricerche ci è capitato più volte di rimanere confusi e sbigottiti di fronte all’enorme mole di documentazione inedita, sconosciuta e inaccessibile ai più, che giace sparsa in diversi (1) archivi: noi avevamo poco tempo e dovevamo concentrarci sull’oggetto della nostra indagine, ma di fronte ad tesori così importanti non si poteva non sognare di avere disponibilità di tempo e risorse per studiare e pubblicare l’intera produzione del Consilium, gli schemi e le bozze dei rituali, la corrispondenza e le note personali dei membri e degli esperti. Ciò che una persona sola può appena immaginare di fare può , invece, essere compiuto in team: non si potrà arrivare a documentare ogni passaggio, è vero – ormai la grandissima parte dei testimoni è passata a celebrare la liturgia del cielo  – ma rimangono i testi, le carte e la documentazione da vagliare al setaccio e da pubblicare criticamente, per garantire quanta più oggettività possibile alla discussione. Un’altra volta ci capitò di notare che nella sala di consultazione dell’Archivio Segreto Vaticano c’era un’altra persona che chiedeva agli addetti di sala gli stessi faldoni che servivano a noi per le nostre ricerche. Dopo alcuni giorni, cercammo di capire chi fosse, ci presentammo e chiedemmo il motivo di una così sorprendente somiglianza di interessi: non fu un colloquio esaltante. Dopo qualche tempo, venimmo a sapere, indirettamente, che si stava preparando la pubblicazione on line dei documenti della Commissione Preparatoria De Liturgia… Averlo saputo prima, ci saremmo risparmiati ore e ore di consultazione e di trascrizione di testi, o avremmo offerto la nostra collaborazione a tale meritevole progetto (2)! Parte di tale documentazione è stata pubblicata anche nello studio di A. Lameri (3): quindi, tre persone hanno lavorato, senza saperlo, sugli stessi testi, in tempi quasi identici. Davvero un peccato lo spreco di energia, almeno così lo abbiamo vissuto noi: avevamo tantissimo altro materiale da esaminare. I testi della Commissione Preparatoria li avremmo potuti studiare grazie al lavoro di ricerca e di pubblicazione altrui, nel frattempo ci si poteva dedicare ad altre carte.

Ci stiamo allungando oltremodo per gli spazi di un post sul nostro minuscolo blog. Nei prossimi giorni tenteremo di chiarire il senso delle nostre riflessioni e lo scopo di questa sorta di appello.

Nel frattempo, siamo apertissimi ad ogni contributo.


(1) Per quanto ne sappiamo, l’unico archivio che permetta il superamento della comprensibile frammentarietà di fondi privati o di istituti particolari, è quello della Congregazione per il Culto Divino, che – guarda caso – è chiuso alla consultazione di esterni. Il che ci pare un vero peccato, se non addirittura uno scandalo. Dopo il discorso di Francesco, non sarebbe più degno di accademici e di studiosi chiedere, ad esempio, l’apertura di tale archivio piuttosto che, come è successo, chiedere la testa di qualche ecclesiastico o di qualche teologo «nemico»?

(2) Cf. qui. Purtroppo la promessa scritta sull’home page, che annuncia un prossimo caricamento di altro materiale, non è stata compiuta. L’aggiornamento è fermo al 22 novembre 2013. Invano è stato tentato di mettersi in contatto con i responsabili della pagina web.

(3) A. Lameri, La «Pontificia Commissio de sacra Liturgia Praeparatoria  Concilii Vaticani II». Documenti, Testi, Verbali (Ephemerides Liturgicae Subsidia 168), Roma 2013.

Solo un accento. La struttura personale della fede a partire da un semplice segno di ortografia.

Siamo nel cuore delle ferie di agosto e trovare una biblioteca dove poter consultare il testo originale ci è impossibile. Per questa volta, tuttavia, pare che la traduzione renda possibile un gioco linguistico che aumenta l’espressività del concetto.

Ci stiamo riferendo ad alcune riflessioni dell’allora giovanissimo professore Joseph Ratzinger a proposito di quanto suscitato dal Congresso Eucaristico di Monaco di Baviera nell’agosto 1960 (2), ora riproposte nel volume 7/1 dell’opera omnia con il titolo «Il congresso eucaristico internazionale alla luce della critica».

Il contesto è il dibattito intorno alla questione delle celebrazioni massive in una simile manifestazione religiosa. L’argomentazione, pur fornendo alcuni passaggi degni di essere ripresi, è molto equilibrata e ispirata ad un sano buon senso; Ratzinger, come al solito, non si cela di fronte alle domande difficili, e riesce ad offrire spunti assai profondi anche mentre risponde a questioni da altri affrontate in modo assai più superficiale. Così, mentre affronta «il problema della massa», prende spunto da una realtà allora ben viva nell’ambiente germanico per tratteggiare in modo chiarissimo un carattere decisivo della fede cristiana. Come dicevamo, sarebbe interessante poter confrontare il testo originale con la versione italiana, che gioca in modo geniale con le possibilità della lingua italiana. Ecco il paragrafo:

….Ci si ricordava in modo sin troppo chiaro delle grandi manifestazioni di massa dei sistemi totalitari, che coscientemente puntavano a sorprendere il singolo con il pathos della massa, a trascinarlo semplicemente in una corrente alla quale solo i più forti possono opporsi. Proprio chi aveva fatto esperienza di questo (e in Germania erano tutte le persone adulte) sapeva anche che un processo di questo tipo è contrario alla natura della fede cristiana, che consiste proprio non nella sopraffazione del proprio io, non nell’essere trascinati dalla corrente dell’opinione dominante, da quello che in quel momento «si» dice e «si» fa; la natura della fede cristiana consiste invece nel «sì» del tutto personale del mio cuore e del mio spirito al Dio che chiama ogni singolo per nome e che, nell’ora del compimento di questo dialogo d’amore, a ognuno dà un nome che solo lui – il chiamato – conosce (Ap 2,17); in un’unità tra uomo e Dio penetrare nella quale è precluso a qualunque creatura. L’uomo non giunge alla fede imparando man mano a fare con gli altri quello che in quel momento «si» fa, quanto, proprio al contrario, svincolandosi dalla prigionia del «si» e in tal modo divenendo libero per l’avvenimento personale dell’incontro con l’invisibile (2).

 

(1) J. Ratzinger, «Der Eucharistische Weltkongress im Spiegel der Kritik», in R. Egenter – O. Perner – H. Hofbauer (a cura di), «Statio Orbis». Eucharistischer Weltkongress 1960 in München 1960, I, München 1961, 227-242.

(2) J. Ratzinger, Opera omnia, 7/1. L’insegnamento del Concilio Vaticano II, Città del Vaticano 2016, 35-36.

Una “Commissione ad hoc”… Era un segreto, o semplicemente nostra ignoranza?

Essendo del tutto estranei a circoli e a cordate e non avendo alcuna “fonte” se non testi e testimoni accessibili, della notizia che apprendiamo solo ora non c’era giunta nessuna anticipazione. Ci sia permesso tuttavia, dopo aver professato la nostra ignoranza, di stupirci e di rallegrarci di quanto troviamo documentato fra le righe di un intervento del professore Matias Augé. Si tratta di un commento del liturgista spagnolo ad uno scritto del Prefetto della Congregazione per il Culto (qui la pagina del blog con il testo in questione). Fra le righe, sobbalziamo alla lettura del passaggio seguente:

«…il cardinale ha il merito di esprimere una sua proposta concreta per arrivare “ad un rito comune riformato con lo scopo di facilitare la riconciliazione all’interno della Chiesa”. In primo luogo, il cardinale si augura che si possa arrivare ad un calendario liturgico comune per le due forme del rito romano, e anche ad una “convergenza” dei lezionari. Sua Eminenza sa, meglio di me, che una commissione ad hoc ha lavorato negli anni del pontificato di papa Ratzinger senza riuscire a produrre una proposta concreta, date le difficoltà dell’operazione».

Dal testo della Lettera di accompagnamento del Motu proprio Summorum Pontificum si evince che tale lavoro dovesse essere svolto dalla Commissione Ecclesia Dei, (1) un’istituzione già allora e ancor oggi attiva, e quindi non «ad hoc».

Non sappiamo dire nulla di più, se non immaginare quanti spunti e dati per lo studio e la ricerca potrebbero sorgere dalla possibilità di consultare la documentazione prodotta da tale Commissione. Immaginiamo il lavoro dei suoi componenti, le loro ricerche e le loro analisi: quale beneficio ne verrebbe se simile sforzo potesse essere condiviso. Al di là delle partigianerie e delle sensibilità, cultori e ricercatori di liturgia dovrebbero saper fare tesoro di simili confronti.

Che peccato che tutto debba rimanere segretato e ignoto, come purtroppo riteniamo accadrà. Ma saremmo felicissimi di essere smentiti, e di poter avere anche qualche piccola informazione in più!


(1) «Del resto le due forme dell’uso del Rito Romano possono arricchirsi a vicenda: nel Messale antico  potranno e dovranno essere inseriti nuovi santi e alcuni dei nuovi prefazi. La Commissione “Ecclesia Dei” in contatto con i diversi enti dedicati all’ “usus antiquior” studierà le possibilità pratiche. Nella celebrazione della Messa secondo il Messale di Paolo VI potrà manifestarsi, in maniera più forte di quanto non lo è spesso finora, quella sacralità che attrae molti all’antico uso»: qui il testo completo.

1 giorno, 2 feste, 3 luoghi, 4 ipotesi: i liturgisti danno i numeri

Ci si perdonerà se torniamo, ormai fuori tempo, sulla festa dei santi Pietro e Paolo. D’altronde, pure in secoli passati, non bastava un giorno per adempiere una così grande ricchezza di ritualità: la messa solenne nella basilica di S. Paolo veniva celebrata la mattina del 30, al termine della veglia che ripeteva quella analoga vissuta dal Papa, dalla corte papale e dalla folla dei fedeli la notte precedente, a San Pietro. Interessante la libertà e il prevalere di un criterio di pratica comodità, per cui si alleggerì il ricchissimo programma liturgico del giorno 29. In effetti, questo dies bifestus (!) prevedeva una liturgia distribuita in tre stazioni, tre luoghi legati strettamente alle memorie e alle reliquie degli Apostoli Pietro e Paolo. Ovviamente, le grandi basiliche di San Pietro e di San Paolo sulla via Ostiense, e – dato assai tradizionale ma di assai più problematica giustificazione, per i nostri occhi moderni – la Basilica Apostolorum (1), sulla via Appia, più tardi intitolata a san Sebastiano, e così a noi nota. Al pellegrinaggio a questi tre luoghi si riferisce con tutta probabilità la VII strofa dell’Inno Apostolorum passio, di cui abbiamo detto qualcosa nel post precedente.

Tantae per urbis ambitum / stipata tendunt agmina: / trinis celebratur viis / festum sacrorum martyrum (Folle stipate procedevano facendo il giro di sì rinomata città; in tre vie si celebra la festa dei santi martiri)

Testimonianze liturgiche, storiche, archeologiche e letterarie si intrecciano a formare un quadro che solo a grandi linee si può ricostruire. Se cercassimo una precisione sicura e certa di un rituale attestato e costante, rimarremmo inevitabilmente frustrati. Le fonti testimoniano una ricchezza lussureggiante di uffici e orazioni, di riti stazionali e di devozioni popolari: assai arduo incasellarli in uno schema rigido, valido per diverso tempo. Chi affermasse di poter descrivere, per questa festa, l’uso romano antico, dovrebbe di certo specificare di quale secolo stia parlando, e di quale fonte si serva per giustificare quanto afferma, tanto fluidi appaiono i dati.

Vale la pena soffermarsi un momento in più sulla memoria degli Apostoli sulla via Appia, per riportare in un sunto veloce e semplificato, quanto è stato raccolto in un saggio, ancora oggi molto interessante, seppur datato:

978887652321

In effetti, il culto liturgico legato a Pietro e Paolo è per gli archeologi e gli storici un vera e propria crux da interpretare: la basilica precedente a quella dedicata poi a san Sebastiano ha custodito veramente o no le spoglie degli Apostoli? Le varie ipotesi possono essere schematizzate in 4 teorie: a) Pietro venne inizialmente sepolto nelle catacombe dell’Appia, e successivamente le spoglie vennero traslate presso il luogo del suo martirio; b) (probabilmente la più accreditata e plausibile, pur con qualche lato oscuro da chiarire) Pietro venne sepolto al Vaticano, ma nel 258 le sue reliquie vennero trasferite nelle catacombe, per poi di nuovo essere traslate dove poi Costantino costruì la basilica. La ragione della traslazione sarebbe la persecuzione di Valeriano, negli anni 257-8, durante la quale i cristiani non poterono più recarsi nei cimiteri. Il culto Ad catacumbas si attesta in effetti nella seconda metà del terzo secolo. Terminata la persecuzione, Gallieno restituì i cimiteri sequestrati, e le reliquie di Pietro tornarono nella necropoli vaticana. Il culto sull’Appia tuttavia continuò, nonostante che le reliquie non vi fossero più; c) le spoglie degli Apostoli non sarebbero mai state nelle catacombe, tuttavia a causa della persecuzione suddetta, i cristiani – impossibilitati a recarsi al Vaticano e sull’Ostiense per venerare le tombe – trovarono un luogo dove comunque riunirsi per celebrare il culto dei due martiri Pietro e Paolo; d) presso le catacombe non vi fu mai la tomba degli Apostoli, quanto piuttosto la memoria ricordava una loro permanenza in vita, in un’abitazione della zona.

Tutte le 4 ipotesi hanno il loro punto debole.

Ma non spaventi tale vicenda intricata: ci sono degli aspetti interessanti da cogliere anche in un ginepraio simile, e se forse ci fa difficoltà avere delle questioni aperte ed in sospeso, il tesoro esuberante della liturgia della Chiesa ci offre spunti e dettagli ricchissimi. Da gustare in una sinfonia che pervade i tempi e gli spazi, più che incasellare in un ipotetico modello esemplare. Finalmente, lo diciamo: preferiamo questa lussureggiante ridda di dati, che testimoniano una vitale e fecondissima creatività, ad una rigida e precisa descrizione sistematica.


(1) IMG_0127

“…le chiese fondate in Germania…”

Lo diciamo dall’inizio: non abbiamo alcuna autorevolezza, se non quella di aver pregato e meditato l’Ufficio delle Letture della festa dell’Evangelista San Marco, pochi giorni fa.

Ma proprio perché ci risuonano ancora alcune parole di un testo della liturgia di quel giorno, usciamo – in questo post – dalle solite e abituali nostre questioni (testi liturgici, storia della riforma, rapporti fra Bibbia e Liturgia, etc.), per far notare una sorta di parallelismo antitetico. Lo riconosciamo, qui accostiamo in modo neanche troppo scientifico – e forse addirittura scorretto -, due diverse citazioni, ma il risultato è davvero sorprendente. La prima è un passaggio del brano del Trattato «Contro le eresie», di Sant’Ireneo, proposto dalla Liturgia delle Ore come lettura patristica dell’ufficiatura di San Marco; la seconda è tratta da una recente intervista al card. Kasper.

Benché infatti nel mondo diverse siano le lingue, unica e identica è la forza della tradizione. Per cui le chiese fondate in Germania non credono o trasmettono una dottrina diversa da quelle che si trovano in Spagna o nelle terre dei Celti o in Oriente o in Egitto o in Libia o al centro del mondo. Come il sole, creatura di Dio, è unico in tutto l’universo, così la predicazione della verità brilla ovunque e illumina tutti gli uomini che vogliono giungere alla conoscenza della verità. E così tra coloro che presiedono le chiese nessuno annunzia una dottrina diversa da questa, perché nessuno è al di sopra del suo maestro.
Si tratti di un grande oratore o di un misero parlatore, tutti insegnano la medesima verità. Nessuno sminuisce il contenuto della tradizione. Unica e identica è la fede. Perciò né il facondo può arricchirla, né il balbuziente impoverirla. [Dal trattato «Contro le eresie» di sant’Ireneo, vescovo (Lib. 1, 10, 1-3; PG 7, 550-554)]

C’è anche una certa libertà per i singoli vescovi e le conferenze episcopali. Perché non tutti i cattolici la pensano come noi tedeschi. Qui [in Germania] può essere consentito ciò che in Africa è proibito. [per il testo più ampio, cf. qui]

E’ singolare, e colpisce, il fatto che il grande Ireneo abbia indicato come primo termine geografico la Germania….

Certamente ci può essere ribattuto che nel primo caso si tratta di dottrina, mentre nella seconda citazione si farebbe riferimento solamente alla prassi pastorale; questa argomentazione, a dir la verità, non ci convince troppo: se è lecito fare questa sottile distinzione, allora crediamo che lo sia anche accostare i due testi.

E’ inutile dire che noi, da liturgisti, preferiamo il brano che la Liturgia ci ha proposto.  L’intervista al card. Kasper era datata 22 aprile, secondo quanto riporta il sito web da cui abbiamo attinto la notizia e parte del testo. A meno che lì non ci sia un calendario liturgico proprio, anche in Germania, il 25 aprile la Liturgia avrebbe dovuto proporre il testo di Sant’Ireneo.

Ci fermiamo qui: lasciamo ai nostri pochi lettori il trarre le loro conclusioni. Non ci azzardiamo ad entrare in un campo che non ci appartiene….noi siamo solo cultori di antichi testi….