“E oggi c’è ancora da lavorare”. Ma ci saranno lavoratori?

Lo stesso Paolo VI, un anno prima della morte, diceva ai Cardinali riuniti in Concistoro: «E’ venuto il momento, ora, di lasciar cadere definitivamente i fermenti disgregatori, ugualmente perniciosi nell’un senso e nell’altro, e di applicare integralmente nei suoi giusti criteri ispiratori, la riforma da Noi approvata in applicazione ai voti del Concilio». E oggi c’è ancora da lavorare in questa direzione, in particolare riscoprendo i motivi delle decisioni compiute con la riforma liturgica, superando letture infondate e superficiali, ricezioni parziali e prassi che la sfigurano. Non si tratta di ripensare la riforma rivedendone le scelte, quanto di conoscerne meglio le ragioni sottese, anche tramite la documentazione storica, come di interiorizzarne i principi ispiratori e di osservare la disciplina che la regola.

Abbiamo volutamente lasciare qualche tempo dal giorno in cui queste parole di Papa Francesco sono state rivolte ai partecipanti alla 68° Settimana Liturgica nazionale, promossa dal Centro di Azione Liturgica, il 24 agosto scorso (l’intero testo qui).

Certamente il tempo è ancora troppo poco per i ritmi di preparazione e di pubblicazione di un articolo, per una rivista o per una miscellanea, a commento le parole del Pontefice. E’ ancora presto, a maggior ragione, per vedere organizzata qualche iniziativa accademica con tale oggetto.

Ma il tempo trascorso è sufficiente a registrare una tendenza, che si rispecchia in interviste, commenti a caldo e articoli nel mondo dei blog. Purtroppo, pare che si sia persa anche questa occasione propizia, e il timore che si preferisca la facile polemica e lo spirito di contraddizione ad un lavoro approfondito e di lunga durata è del tutto giustificato

Invano, infatti, si è atteso una parola esplicita e concreta sul citato passaggio del discorso papale. L’attenzione è rivolta – diremmo in modo pressoché generale – ad una frase che, se presa in senso assoluto, rischia di diventare solamente uno slogan vuoto e addirittura controproducente: «la riforma liturgica è irreversibile».

Personalmente, non avevamo bisogno dell’ultimo pronunciamento papale per essere convinti della bontà di quanto avviò dal Concilio Vaticano II, né ci viene spontaneo esultare come se questo discorso segnasse un punto a favore in una sorta di partita contro un avversario di una tendenza opposta.

Non basterà citare quest’affermazione, quando si tratterà di argomentare o andare in profondità nella ricerca e nel dibattito. Non ce la sentiamo di unirci al coro di quanti, soddisfatti del pronunciamento papale, pensano che ormai la questione sia chiusa. No, «c’è ancora da lavorare»!

Molto, molto più importante sarebbe, infatti, poter conoscere tutti i passaggi della riforma con una comprensione maggiormente profonda, con una fondata base storica e con ancor più precisi riferimenti documentari. Come si sa, finché si rimane nell’ambito del teorico e delle considerazioni generali, le differenti posizioni possono facilmente continuare a divergere, rimanendo personali e parziali. Al contrario, l’oggettività della documentazione costringe ad una scientificità che lascia poco spazio alle opinioni e ai gusti individuali: le convinzioni e i (pre-)giudizi partigiani possono continuare a resistere solo per malafede od ignoranza; uno studioso serio, infatti, accetta senza timore  o vergogna il dover abbandonare le proprie aspettative e le proprie visioni, arrendendosi al dato oggettivo che la documentazione gli presenta.

Ebbene, nell’ambito della riforma liturgica, ancora siamo lontani da una sufficiente conoscenza e da un minimo studio delle fonti documentarie! Ci si faccia caso: quanti manuali, quanti studi monografici passano allegramente dalla descrizione della situazione liturgica prima del Vaticano II ad un commento della prassi attuale, forse solo accennando a qualche passaggio di Sacrosanctum Concilium! Come si è arrivati ai nuovi libri liturgici? Quali decisioni sono state prese e perché, quando e in che modo furono approntate le scelte di cui oggi vediamo i frutti? Domande spesso lasciate in sospeso, talvolta neanche lontanamente adombrate.

Certo, non mancano coraggiosi e benemeriti autori, come per fortuna ancora ci sono editori che non guardano solo alle leggi di mercato. Oltre alla proliferazione di instant book, accompagnati da qualche lancio di agenzia condito con dettagli solleticanti, che però poi durano, appunto, un istante, senza lasciare nessun contributo alla scienza, vediamo pubblicati studi «imponenti» e volumi assai voluminosi, è il caso di dirlo: non si potranno leggere sul treno o in aereo, in viaggio, spesso rimarranno al chiuso delle biblioteche, ma – di certo – saranno strumento di consultazione e di riferimento per quanti vogliano davvero una formazione ed un’informazione più completa.

Spesso tali lavori sono frutti, non diremo estemporanei né occasionali, ma di certo non maturati in un sistema organico e pensato. Capita che un professore particolarmente esigente chieda ad un suo dottorando di produrre integralmente la documentazione su cui fonda la sua tesi; succede pure che conoscenze e contatti quasi clandestini con persone ed enti legati in passato con il movimento della riforma liturgica rendano possibile l’accesso a documenti altrimenti introvabili, ad es., ad un religioso della stessa congregazione di un perito che lavorò in qualche gruppo di studio può capitare di consultare le carte del suo illustre confratello; ancora, non manca qualche zelante ricercatore che si metta sulle tracce di un «sentito dire», riuscendo poi a ritrovare un archivio dimenticato; non si esclude il caso di porte solitamente chiuse che si aprono dopo una telefonata di un amico più alto in grado…

Insomma, non sembra si  possa parlare di un coordinamento né tantomeno di un indirizzo comune o di una pista aperta e battuta insieme da una molteplicità di ricercatori. Eppure le possibilità ci sarebbero, gli archivi conservano materiale abbondante; è vero, documentazione ancora grezza e da riordinare – e in latino ! -, ma del resto così accade in una miniera quando si scopre un nuovo filone: prima di poter attingervi direttamente ed immediatamente, occorre provvedere a tutta una serie di accorgimenti per mettere in sicurezza e permettere un più agile e proficuo sfruttamento del giacimento.

Questo occorrerebbe fare, nell’ambito della ricerca liturgica sul Vaticano II e, soprattutto, sul periodo di riforma che ne seguì. Organizzare meglio la ricerca, mettere in circolazione, nella comunità scientifica, informazioni e dati; tentare di inserire lo studio di ciascuno in un progetto più ampio, collaborando, pur da diversi ambiti e con differenti prospettive, ad una storia della riforma liturgica il più possibile obiettiva e aderente ai testi. Ci sarà chi sia pronto a mettere mano a simile progetto? Interesseranno ancora faldoni polverosi e quasi dimenticati, nei quali – solamente nei quali – si trovano le tracce e le ragioni dei processi che hanno portato al nostro attuale modo di celebrare?

Ci sia permesso citare episodi personali, a sostegno di quanto si va dicendo. Nel corso delle nostre ricerche ci è capitato più volte di rimanere confusi e sbigottiti di fronte all’enorme mole di documentazione inedita, sconosciuta e inaccessibile ai più, che giace sparsa in diversi (1) archivi: noi avevamo poco tempo e dovevamo concentrarci sull’oggetto della nostra indagine, ma di fronte ad tesori così importanti non si poteva non sognare di avere disponibilità di tempo e risorse per studiare e pubblicare l’intera produzione del Consilium, gli schemi e le bozze dei rituali, la corrispondenza e le note personali dei membri e degli esperti. Ciò che una persona sola può appena immaginare di fare può , invece, essere compiuto in team: non si potrà arrivare a documentare ogni passaggio, è vero – ormai la grandissima parte dei testimoni è passata a celebrare la liturgia del cielo  – ma rimangono i testi, le carte e la documentazione da vagliare al setaccio e da pubblicare criticamente, per garantire quanta più oggettività possibile alla discussione. Un’altra volta ci capitò di notare che nella sala di consultazione dell’Archivio Segreto Vaticano c’era un’altra persona che chiedeva agli addetti di sala gli stessi faldoni che servivano a noi per le nostre ricerche. Dopo alcuni giorni, cercammo di capire chi fosse, ci presentammo e chiedemmo il motivo di una così sorprendente somiglianza di interessi: non fu un colloquio esaltante. Dopo qualche tempo, venimmo a sapere, indirettamente, che si stava preparando la pubblicazione on line dei documenti della Commissione Preparatoria De Liturgia… Averlo saputo prima, ci saremmo risparmiati ore e ore di consultazione e di trascrizione di testi, o avremmo offerto la nostra collaborazione a tale meritevole progetto (2)! Parte di tale documentazione è stata pubblicata anche nello studio di A. Lameri (3): quindi, tre persone hanno lavorato, senza saperlo, sugli stessi testi, in tempi quasi identici. Davvero un peccato lo spreco di energia, almeno così lo abbiamo vissuto noi: avevamo tantissimo altro materiale da esaminare. I testi della Commissione Preparatoria li avremmo potuti studiare grazie al lavoro di ricerca e di pubblicazione altrui, nel frattempo ci si poteva dedicare ad altre carte.

Ci stiamo allungando oltremodo per gli spazi di un post sul nostro minuscolo blog. Nei prossimi giorni tenteremo di chiarire il senso delle nostre riflessioni e lo scopo di questa sorta di appello.

Nel frattempo, siamo apertissimi ad ogni contributo.


(1) Per quanto ne sappiamo, l’unico archivio che permetta il superamento della comprensibile frammentarietà di fondi privati o di istituti particolari, è quello della Congregazione per il Culto Divino, che – guarda caso – è chiuso alla consultazione di esterni. Il che ci pare un vero peccato, se non addirittura uno scandalo. Dopo il discorso di Francesco, non sarebbe più degno di accademici e di studiosi chiedere, ad esempio, l’apertura di tale archivio piuttosto che, come è successo, chiedere la testa di qualche ecclesiastico o di qualche teologo «nemico»?

(2) Cf. qui. Purtroppo la promessa scritta sull’home page, che annuncia un prossimo caricamento di altro materiale, non è stata compiuta. L’aggiornamento è fermo al 22 novembre 2013. Invano è stato tentato di mettersi in contatto con i responsabili della pagina web.

(3) A. Lameri, La «Pontificia Commissio de sacra Liturgia Praeparatoria  Concilii Vaticani II». Documenti, Testi, Verbali (Ephemerides Liturgicae Subsidia 168), Roma 2013.

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Solo un accento. La struttura personale della fede a partire da un semplice segno di ortografia.

Siamo nel cuore delle ferie di agosto e trovare una biblioteca dove poter consultare il testo originale ci è impossibile. Per questa volta, tuttavia, pare che la traduzione renda possibile un gioco linguistico che aumenta l’espressività del concetto.

Ci stiamo riferendo ad alcune riflessioni dell’allora giovanissimo professore Joseph Ratzinger a proposito di quanto suscitato dal Congresso Eucaristico di Monaco di Baviera nell’agosto 1960 (2), ora riproposte nel volume 7/1 dell’opera omnia con il titolo «Il congresso eucaristico internazionale alla luce della critica».

Il contesto è il dibattito intorno alla questione delle celebrazioni massive in una simile manifestazione religiosa. L’argomentazione, pur fornendo alcuni passaggi degni di essere ripresi, è molto equilibrata e ispirata ad un sano buon senso; Ratzinger, come al solito, non si cela di fronte alle domande difficili, e riesce ad offrire spunti assai profondi anche mentre risponde a questioni da altri affrontate in modo assai più superficiale. Così, mentre affronta «il problema della massa», prende spunto da una realtà allora ben viva nell’ambiente germanico per tratteggiare in modo chiarissimo un carattere decisivo della fede cristiana. Come dicevamo, sarebbe interessante poter confrontare il testo originale con la versione italiana, che gioca in modo geniale con le possibilità della lingua italiana. Ecco il paragrafo:

….Ci si ricordava in modo sin troppo chiaro delle grandi manifestazioni di massa dei sistemi totalitari, che coscientemente puntavano a sorprendere il singolo con il pathos della massa, a trascinarlo semplicemente in una corrente alla quale solo i più forti possono opporsi. Proprio chi aveva fatto esperienza di questo (e in Germania erano tutte le persone adulte) sapeva anche che un processo di questo tipo è contrario alla natura della fede cristiana, che consiste proprio non nella sopraffazione del proprio io, non nell’essere trascinati dalla corrente dell’opinione dominante, da quello che in quel momento «si» dice e «si» fa; la natura della fede cristiana consiste invece nel «sì» del tutto personale del mio cuore e del mio spirito al Dio che chiama ogni singolo per nome e che, nell’ora del compimento di questo dialogo d’amore, a ognuno dà un nome che solo lui – il chiamato – conosce (Ap 2,17); in un’unità tra uomo e Dio penetrare nella quale è precluso a qualunque creatura. L’uomo non giunge alla fede imparando man mano a fare con gli altri quello che in quel momento «si» fa, quanto, proprio al contrario, svincolandosi dalla prigionia del «si» e in tal modo divenendo libero per l’avvenimento personale dell’incontro con l’invisibile (2).

 

(1) J. Ratzinger, «Der Eucharistische Weltkongress im Spiegel der Kritik», in R. Egenter – O. Perner – H. Hofbauer (a cura di), «Statio Orbis». Eucharistischer Weltkongress 1960 in München 1960, I, München 1961, 227-242.

(2) J. Ratzinger, Opera omnia, 7/1. L’insegnamento del Concilio Vaticano II, Città del Vaticano 2016, 35-36.

Una “Commissione ad hoc”… Era un segreto, o semplicemente nostra ignoranza?

Essendo del tutto estranei a circoli e a cordate e non avendo alcuna “fonte” se non testi e testimoni accessibili, della notizia che apprendiamo solo ora non c’era giunta nessuna anticipazione. Ci sia permesso tuttavia, dopo aver professato la nostra ignoranza, di stupirci e di rallegrarci di quanto troviamo documentato fra le righe di un intervento del professore Matias Augé. Si tratta di un commento del liturgista spagnolo ad uno scritto del Prefetto della Congregazione per il Culto (qui la pagina del blog con il testo in questione). Fra le righe, sobbalziamo alla lettura del passaggio seguente:

«…il cardinale ha il merito di esprimere una sua proposta concreta per arrivare “ad un rito comune riformato con lo scopo di facilitare la riconciliazione all’interno della Chiesa”. In primo luogo, il cardinale si augura che si possa arrivare ad un calendario liturgico comune per le due forme del rito romano, e anche ad una “convergenza” dei lezionari. Sua Eminenza sa, meglio di me, che una commissione ad hoc ha lavorato negli anni del pontificato di papa Ratzinger senza riuscire a produrre una proposta concreta, date le difficoltà dell’operazione».

Dal testo della Lettera di accompagnamento del Motu proprio Summorum Pontificum si evince che tale lavoro dovesse essere svolto dalla Commissione Ecclesia Dei, (1) un’istituzione già allora e ancor oggi attiva, e quindi non «ad hoc».

Non sappiamo dire nulla di più, se non immaginare quanti spunti e dati per lo studio e la ricerca potrebbero sorgere dalla possibilità di consultare la documentazione prodotta da tale Commissione. Immaginiamo il lavoro dei suoi componenti, le loro ricerche e le loro analisi: quale beneficio ne verrebbe se simile sforzo potesse essere condiviso. Al di là delle partigianerie e delle sensibilità, cultori e ricercatori di liturgia dovrebbero saper fare tesoro di simili confronti.

Che peccato che tutto debba rimanere segretato e ignoto, come purtroppo riteniamo accadrà. Ma saremmo felicissimi di essere smentiti, e di poter avere anche qualche piccola informazione in più!


(1) «Del resto le due forme dell’uso del Rito Romano possono arricchirsi a vicenda: nel Messale antico  potranno e dovranno essere inseriti nuovi santi e alcuni dei nuovi prefazi. La Commissione “Ecclesia Dei” in contatto con i diversi enti dedicati all’ “usus antiquior” studierà le possibilità pratiche. Nella celebrazione della Messa secondo il Messale di Paolo VI potrà manifestarsi, in maniera più forte di quanto non lo è spesso finora, quella sacralità che attrae molti all’antico uso»: qui il testo completo.

1 giorno, 2 feste, 3 luoghi, 4 ipotesi: i liturgisti danno i numeri

Ci si perdonerà se torniamo, ormai fuori tempo, sulla festa dei santi Pietro e Paolo. D’altronde, pure in secoli passati, non bastava un giorno per adempiere una così grande ricchezza di ritualità: la messa solenne nella basilica di S. Paolo veniva celebrata la mattina del 30, al termine della veglia che ripeteva quella analoga vissuta dal Papa, dalla corte papale e dalla folla dei fedeli la notte precedente, a San Pietro. Interessante la libertà e il prevalere di un criterio di pratica comodità, per cui si alleggerì il ricchissimo programma liturgico del giorno 29. In effetti, questo dies bifestus (!) prevedeva una liturgia distribuita in tre stazioni, tre luoghi legati strettamente alle memorie e alle reliquie degli Apostoli Pietro e Paolo. Ovviamente, le grandi basiliche di San Pietro e di San Paolo sulla via Ostiense, e – dato assai tradizionale ma di assai più problematica giustificazione, per i nostri occhi moderni – la Basilica Apostolorum (1), sulla via Appia, più tardi intitolata a san Sebastiano, e così a noi nota. Al pellegrinaggio a questi tre luoghi si riferisce con tutta probabilità la VII strofa dell’Inno Apostolorum passio, di cui abbiamo detto qualcosa nel post precedente.

Tantae per urbis ambitum / stipata tendunt agmina: / trinis celebratur viis / festum sacrorum martyrum (Folle stipate procedevano facendo il giro di sì rinomata città; in tre vie si celebra la festa dei santi martiri)

Testimonianze liturgiche, storiche, archeologiche e letterarie si intrecciano a formare un quadro che solo a grandi linee si può ricostruire. Se cercassimo una precisione sicura e certa di un rituale attestato e costante, rimarremmo inevitabilmente frustrati. Le fonti testimoniano una ricchezza lussureggiante di uffici e orazioni, di riti stazionali e di devozioni popolari: assai arduo incasellarli in uno schema rigido, valido per diverso tempo. Chi affermasse di poter descrivere, per questa festa, l’uso romano antico, dovrebbe di certo specificare di quale secolo stia parlando, e di quale fonte si serva per giustificare quanto afferma, tanto fluidi appaiono i dati.

Vale la pena soffermarsi un momento in più sulla memoria degli Apostoli sulla via Appia, per riportare in un sunto veloce e semplificato, quanto è stato raccolto in un saggio, ancora oggi molto interessante, seppur datato:

978887652321

In effetti, il culto liturgico legato a Pietro e Paolo è per gli archeologi e gli storici un vera e propria crux da interpretare: la basilica precedente a quella dedicata poi a san Sebastiano ha custodito veramente o no le spoglie degli Apostoli? Le varie ipotesi possono essere schematizzate in 4 teorie: a) Pietro venne inizialmente sepolto nelle catacombe dell’Appia, e successivamente le spoglie vennero traslate presso il luogo del suo martirio; b) (probabilmente la più accreditata e plausibile, pur con qualche lato oscuro da chiarire) Pietro venne sepolto al Vaticano, ma nel 258 le sue reliquie vennero trasferite nelle catacombe, per poi di nuovo essere traslate dove poi Costantino costruì la basilica. La ragione della traslazione sarebbe la persecuzione di Valeriano, negli anni 257-8, durante la quale i cristiani non poterono più recarsi nei cimiteri. Il culto Ad catacumbas si attesta in effetti nella seconda metà del terzo secolo. Terminata la persecuzione, Gallieno restituì i cimiteri sequestrati, e le reliquie di Pietro tornarono nella necropoli vaticana. Il culto sull’Appia tuttavia continuò, nonostante che le reliquie non vi fossero più; c) le spoglie degli Apostoli non sarebbero mai state nelle catacombe, tuttavia a causa della persecuzione suddetta, i cristiani – impossibilitati a recarsi al Vaticano e sull’Ostiense per venerare le tombe – trovarono un luogo dove comunque riunirsi per celebrare il culto dei due martiri Pietro e Paolo; d) presso le catacombe non vi fu mai la tomba degli Apostoli, quanto piuttosto la memoria ricordava una loro permanenza in vita, in un’abitazione della zona.

Tutte le 4 ipotesi hanno il loro punto debole.

Ma non spaventi tale vicenda intricata: ci sono degli aspetti interessanti da cogliere anche in un ginepraio simile, e se forse ci fa difficoltà avere delle questioni aperte ed in sospeso, il tesoro esuberante della liturgia della Chiesa ci offre spunti e dettagli ricchissimi. Da gustare in una sinfonia che pervade i tempi e gli spazi, più che incasellare in un ipotetico modello esemplare. Finalmente, lo diciamo: preferiamo questa lussureggiante ridda di dati, che testimoniano una vitale e fecondissima creatività, ad una rigida e precisa descrizione sistematica.


(1) IMG_0127

“…le chiese fondate in Germania…”

Lo diciamo dall’inizio: non abbiamo alcuna autorevolezza, se non quella di aver pregato e meditato l’Ufficio delle Letture della festa dell’Evangelista San Marco, pochi giorni fa.

Ma proprio perché ci risuonano ancora alcune parole di un testo della liturgia di quel giorno, usciamo – in questo post – dalle solite e abituali nostre questioni (testi liturgici, storia della riforma, rapporti fra Bibbia e Liturgia, etc.), per far notare una sorta di parallelismo antitetico. Lo riconosciamo, qui accostiamo in modo neanche troppo scientifico – e forse addirittura scorretto -, due diverse citazioni, ma il risultato è davvero sorprendente. La prima è un passaggio del brano del Trattato «Contro le eresie», di Sant’Ireneo, proposto dalla Liturgia delle Ore come lettura patristica dell’ufficiatura di San Marco; la seconda è tratta da una recente intervista al card. Kasper.

Benché infatti nel mondo diverse siano le lingue, unica e identica è la forza della tradizione. Per cui le chiese fondate in Germania non credono o trasmettono una dottrina diversa da quelle che si trovano in Spagna o nelle terre dei Celti o in Oriente o in Egitto o in Libia o al centro del mondo. Come il sole, creatura di Dio, è unico in tutto l’universo, così la predicazione della verità brilla ovunque e illumina tutti gli uomini che vogliono giungere alla conoscenza della verità. E così tra coloro che presiedono le chiese nessuno annunzia una dottrina diversa da questa, perché nessuno è al di sopra del suo maestro.
Si tratti di un grande oratore o di un misero parlatore, tutti insegnano la medesima verità. Nessuno sminuisce il contenuto della tradizione. Unica e identica è la fede. Perciò né il facondo può arricchirla, né il balbuziente impoverirla. [Dal trattato «Contro le eresie» di sant’Ireneo, vescovo (Lib. 1, 10, 1-3; PG 7, 550-554)]

C’è anche una certa libertà per i singoli vescovi e le conferenze episcopali. Perché non tutti i cattolici la pensano come noi tedeschi. Qui [in Germania] può essere consentito ciò che in Africa è proibito. [per il testo più ampio, cf. qui]

E’ singolare, e colpisce, il fatto che il grande Ireneo abbia indicato come primo termine geografico la Germania….

Certamente ci può essere ribattuto che nel primo caso si tratta di dottrina, mentre nella seconda citazione si farebbe riferimento solamente alla prassi pastorale; questa argomentazione, a dir la verità, non ci convince troppo: se è lecito fare questa sottile distinzione, allora crediamo che lo sia anche accostare i due testi.

E’ inutile dire che noi, da liturgisti, preferiamo il brano che la Liturgia ci ha proposto.  L’intervista al card. Kasper era datata 22 aprile, secondo quanto riporta il sito web da cui abbiamo attinto la notizia e parte del testo. A meno che lì non ci sia un calendario liturgico proprio, anche in Germania, il 25 aprile la Liturgia avrebbe dovuto proporre il testo di Sant’Ireneo.

Ci fermiamo qui: lasciamo ai nostri pochi lettori il trarre le loro conclusioni. Non ci azzardiamo ad entrare in un campo che non ci appartiene….noi siamo solo cultori di antichi testi….

Una “frode” poco liturgica e le giustificazioni di un liturgista..

Non ci convincono affatto – per quello che vale la nostra opinione – le argomentazioni di Enzo Lodi, a proposito della versione degli Inni della Liturgia delle Ore della Settimana Santa. Il confronto fra gli inni latini proposti e – grazie a Dio – mantenuti nella sezione relativa, e quelli italiani che li precedono nella disposizione tipografica, rende evidente il fatto che non si tratti di un tentativo di traduzione quanto piuttosto della sostituzione di testi, forse ritenuti non più adatti. In particolare, risalta l’0missione dell’Inno Pange, lingua, gloriosi proelium certaminis…Ci vuole coraggio, infatti, a qualificare come «saggia»  (1) tale rinuncia. Per cosa, poi? Per mutuare, come inno delle Lodi, l’inno dei vespri dei venerdì del tempo ordinario. Un’operazione un pochino discutibile, che si aggiunge all’altrettanto – o più – discutibile traduzione di questo stesso inno. E’ ancora Lodi che ce la commenta. Prima delle parole del liturgista bolognese, riportiamo la versione originale e una versione italiana in certi aspetti più fedele, e poi la versione di Gherardi, quella che è stata assunta dal libro liturgico ufficiale.

Plasmator hominis Deus, / Qui cuncta solus ordinans, / Humum jubes producere / Reptantis et feræ genus:

Qui magna rerum corpora, / Dictu jubentis vivida, / Ut serviant per ordinem, / Subdens dedisti homini:

Repelle a servis tuis, / Quidquid per immunditiam, /  Aut moribus se suggerit, / Aut actibus se interserit.

Da gaudiorum præmia, / Da gratiarum munera: / Dissolve litis vincula, / Astringe pacis fœdera.

Præsta, Pater piissime, / Patrique compar Unice, / Cum Spiritu Parassito / Regnans per omne sæculum. Amen.

O Dio, creatore dell’uomo, / che, ordinando da solo tutte le cose, / comandasti alla terra di produrre / ogni specie di rettili e di fiere;

Tu che grandi animali, / chiamasti con un cenno alla vita, / e, sottomettendoli, li desti all’ uomo / affinché secondo la regola lo servissero;

tieni lontano dai tuoi servi / tutto ciò che di impuro / voglia insinuarsi nei costumi, / o mescolarsi alle azioni.

Da’ il premio della gioia, / da’ il dono della grazia; / sciogli i vincoli della discordia, / stringi i legami della pace.

Concedicelo, o Padre pietosissimo, / e (anche) Tu Unigenito uguale al Padre, / che con lo Spirito Parassito / regnate per tutti i secoli. Amen.

O Gesù redentore, / immagine del Padre, / luce d’eterna luce, / accogli il nostro canto.

Per radunare i popoli / nel patto dell’amore, / distendi le tue braccia / sul legno della croce.

Dal tuo fianco squarciato / effondi sull’altare / i misteri pasquali / della nostra salvezza.

A te sia lode, o Cristo, / speranza delle genti, / al Padre e al Santo Spirito / nei secoli dei secoli. Amen.

 

Quest’antico inno (secc. VII-VIII), composto di quattro strofe quaternarie, è stato ridotto a tre strofe (esclusa la dossologia), abbandonando la tematica del sesto giorno della creazione (Gen 1,24-31) dove si evoca la creazione degli animali dalla terra, per sviluppare invece la tematica cristologica della nuova alleanza («nel patto dell’amore») sigillata dal sacrificio della croce («distendi le tue labbra sul legno della croce»). Anche la terza strofa, su questa traccia pasquale, esprime liricamente questo rapporto fra la fonte del fianco squarciato e la vita sacramentale che viene profusa «sull’altare dei misteri pasquali della nostra salvezza». Lo spunto di questo sviluppo è stato dato da un solo verso (v. 16: «astringe pacis foedera»). Una ricostruzione dunque ricca e anche poeticamente riuscita. (2)

Si potrebbe discutere se sia stato fatto un progresso, nel proporre nella settimana santa un inno del tempo ordinario: potrebbe avere un senso, ma più senso parrebbe averlo il contrario, cioè proporre per ogni venerdì del tempo ordinario un inno proprio della settimana santa. A prescindere da tale riflessione, risulta davvero curioso sostenere che a partire da un versetto si possano alterare tutte le altre strofe, spacciando tale operazione come ricostruzione. Viene in mente,  a proposito, un termine che compare proprio nell’inno di Venanzio Fortunato sparito dall’innario italiano: de parentis protoplasti fraude…. Si perdoni la battuta, non si vuole certo paragonare l’inganno originale con la questione poc’anzi sollevata! Forse non sarebbe del tutto giusto parlare di frode, ma neppure si possono accettare giustificazioni così complicate e astruse senza almeno un minimo di ironia: talvolta i liturgisti si prendono troppo sul serio….


(1) E. Lodi, «L’innario della liturgia oraria nell’opera poetica di L. Gherardi», in G. Mattenzi – S. Ottani (edd.), La cupola fra le torri. Scritti per mons. Luciano Gherardi nel 50 di ordinazione sacerdotale, Bologna 1992, 109.

(2) Ibid., 101.

 

 

 

Un ultimo post, veloce veloce

Abbiamo già scritto qualcosa sulla magnifica orazione colletta della messa del giorno di Natale (1).

Ora, come ultimo post del 2015, vogliamo solamente riprendere alcune cose, già dette da altri, e riassumerle in modo davvero «veloce»: la velocità è richiesta dalle ultime ore dell’anno civile; fra l’altro ci viene quasi suggerita da un dettaglio, che ci fa apprezzare ancora di più la costruzione di questo testo eucologico davvero, è il caso di dirlo, mirabile. Le due espressioni mirabiliter condidisti e mirabilius reformasti infatti hanno un cursus velox, ossia per un gioco particolare di accenti (la prima parola ha l’accento sulla terzultima sillaba mentre la seconda parola lo ha sulla penultima) il ritmo della recitazione assume una cadenza propria.

Velocemente, dunque, lasciamo spazio alla citazione che intendevamo fare, ad ulteriore commento della Colletta. Un parere condiviso attribuisce, in qualche modo, la paternità del testo al Papa san Leone Magno. In effetti, la vicinanza dei due termini conditor e reformator appare, con lo stesso senso teologico della preghiera, in un celebre testo del grande Leone, il Sermone 64 (2).  Ebbene, un altro grande Papa, Benedetto XVI, nella serie di catechesi proposte all’Udienza generale del mercoledì riguardanti i grandi Padri, presentò la figura di San Leone con un taglio assai interessante (3), e citò proprio il sermone in questione.

In particolare Leone Magno insegnò ai suoi fedeli – e ancora oggi le sue parole valgono per noi – che la liturgia cristiana non è il ricordo di avvenimenti passati, ma l’attualizzazione di realtà invisibili che agiscono nella vita di ognuno. E’ quanto egli sottolinea in un sermone (64,1-2) a proposito della Pasqua, da celebrare in ogni tempo dell’anno “non tanto come qualcosa di passato, quanto piuttosto come un evento del presente”. Tutto questo rientra in un progetto preciso, insiste il santo Pontefice: come infatti il Creatore ha animato con il soffio della vita razionale l’uomo plasmato dal fango della terra, così, dopo il peccato d’origine, ha inviato il suo Figlio nel mondo per restituire all’uomo la dignità perduta e distruggere il dominio del diavolo mediante la vita nuova della grazia.

qui il testo completo dell’Udienza (vale la pena leggerla!)


(1) cf. qui.

(2) «In hac autem ineffabili unitate Trinitatis, cujus in omnibus communia sunt opera atque judicia, reparationem humani generis proprie Filii persona suscepit: ut quoniam ipse est, per quem omnia facta sunt, et sine quo factum est nihil, quique plasmatum de limo terrae hominem flatu vitae rationalis animavit, idem naturam nostram ab aeternitatis arce dejectam amissae restitueret dignitati, et cujus erat conditor, esset etiam reformator: sic consilium suum dirigens in effectum, ut ad dominationem diaboli destruendam magis uteretur justitia rationis quam potestate virtutis».

(3) Pare che Benedetto abbia percepito una certa affinità con il suo illustre predecessore: «… (Leone) è anche il primo Papa di cui ci sia giunta la predicazione, da lui rivolta al popolo che gli si stringeva attorno durante le celebrazioni. E’ spontaneo pensare a lui anche nel contesto delle attuali udienze generali del mercoledì, appuntamenti che negli ultimi decenni sono divenuti per il Vescovo di Roma una forma consueta di incontro con i fedeli e con tanti visitatori provenienti da ogni parte del mondo». C’è da notare, infine, che durante il pontificato di Papa Ratzinger capitava assai spesso che, per lo straordinario numero di partecipanti all’Udienza del Mercoledì, alcuni gruppi di pellegrini venivano fatti accomodare in Basilica, dove il Papa rivolgeva alcune parole di saluto, prima di recarsi nell’Aula Paolo VI, strapiena di fedeli, dove teneva la catechesi, che i pellegrini in basilica ascoltavano dagli altoparlanti. Tali erano gli effetti della predicazione di Benedetto! Per paradosso, proprio in questi giorni è stata diffusa la stima del numero dei partecipanti alle Udienze tenute da Papa Francesco, che paiono diminuire….