Vecchie pagine, ovvero l’utilità di sfogliare, ogni tanto, volumi ormai polverosi.

Le pagine ingiallite che vogliamo qui presentare ci pare siano più interessanti ora che nell’anno in cui furono stampate. E’ stato curioso notare alcune parole e alcune espressioni che oggi da alcuni sogliono essere davvero troppo enfatizzate e sottolineate, come se ci trovassimo a vivere, nella vita della Chiesa, novità epocali mai prima neppure concepite. Sembra ormai stucchevole, e sospetta, la frequente esaltazione di espressioni bergogliane ad opera di alcuni vaticanisti, che devono forse enfatizzare contenuti e retorica dei discorsi papali per rendere più attraenti i loro articoli: tutto sembra nuovo, tutto sembra inedito e inaudito. Ma è sufficiente andare un po’ indietro e leggere qualcosa di meno recente, per riacquistare un sano equilibrio.

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«Nel gennaio di quest’anno la radio vaticana dava al mondo una notizia inusitata: S. Santità Paolo Vi aveva insignito della dignità cardinalizia un semplice parroco della periferia di Brescia, P. Giulio Bevilacqua…». Con queste parole inizia la nota che apparsa in Rivista Liturgica, annata 1965, che segnalava il transito al cielo del cardinale in questione. La sua menzione su di una rivista di formazione liturgica viene, fra l’altro, dal contributo che p. Bevilacqua diede alla stesura della Costituzione Liturgica, contributo che abbiamo più volte segnalato (1). Continua, più avanti, la nota:

«Non fu mai un liturgista nel vero senso della parola, anche se avesse le doti per diventarlo; era un cultore minuzioso, oserei dire scrupoloso, di quanto si riferiva al culto di Dio. Egli concepiva la Liturgia come qualcosa di vivo, di penetrante, di trasformante che doveva offrire a Dio il culto nel modo più degno e più gradito e trasmettere insieme, attraverso le funzioni liturgiche, il tesoro inesauribile del messaggio divino al popolo credente. Era stata questa sua passione antica che lo aveva portato a organizzare a Brescia nel 1952 il primo Congresso Liturgico Nazionale. Il 4 marzo fu nominato membro del “Consilium ad exsequendam Constitutionem de sacra Liturgia”. Disse allora con la solita bonarietà: “Sono il rappresentante dei parroci, e siccome il “Consilium” ha una finalità strettamente pastorale, ci voleva pur qualcuno che li rappresentasse!”. Nei suoi numerosi interventi esordiva con “sono un povero parroco di periferia”; ma quanta esperienza e quale ricchezza di spirito liturgico nelle sue esortazioni e precisazioni»: Rivista Liturgica 52 (1965) 149-150.

Queste righe ci aiutano a sfatare un altro luogo comune in certi ambienti: la riforma liturgica non fu opera a tavolino di tecnici e liturgici eruditi; fra i membri del Consilium sedeva anche un povero parroco di periferia!

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(1) cf., ad es., http://www.sacramentumfuturi.wordpress.com/2015/05/26/i-periti-della-commissione-liturgica-tutti-cosi-fondamentalisti-replica-fondata-ad-una-consueta-accusa-ai-liturgisti/ ; http://www.sacramentumfuturi.wordpress.com/2013/11/11/p-giulio-bevilacqua-luglio-1961/ ; http://www.sacramentumfuturi.wordpress.com/2013/10/14/pontificia-commissio-praeparatoria-de-liturgia-subcommissio-i/

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Cipriano Vagaggini, sullo spirito della Costituzione sulla Liturgia

Le recentissime parole di Papa Francesco, a conclusione dei lavori del Sinodo, sull’identità dei veri difensori della dottrina, che secondo lui non sono quelli che difendono la lettera, ma quelli che difendono lo spirito, rischiano di rispolverare vecchie polemiche sull’interpretazione del Concilio Vaticano II. Giusto la saggezza equilibrata di Benedetto XVI riuscì ad individuare nell’ermeneutica della continuità della riforma un modo di raccordare spirito e lettera, mantenendoli entrambi, senza opposizioni o superamenti eccessivi, alla fine arbitrari (2). Tuttavia, qui, rispolveriamo non polemiche, ma alcuni paragrafi di un’articolo certamente datato, ma ancora validissimo, appunto sullo “spirito” della Costituzione, inteso nella fedeltà alla lettera: anche perché di quella lettera conciliare, l’autore della lunga citazione che riportiamo ne è stato uno degli estensori. Da essa ricaviamo un’interessante idea sulla natura della liturgia e di come essa debba essere studiata.

Viene poi la questione cruciale del modo di insegnare la liturgia (art. 16). Non si tratta tanto di sapere se nei programmi si considererà la liturgia materia principale o non principale (come stabilisce la Costituzione) quanto dello spirito con cui verrà studiata e insegnata. Fare consistere tutto, o quasi, l’insegnamento della liturgia nella spiegazione delle rubriche o, comunque, dell’aspetto giuridico che esso comporta, è un anacronismo di cui si può sperare che nessun professore osi orami rendersi colpevole. Ma anche il suo aspetto storico non basta. Bisogna avere della liturgia un concetto integrale e insegnarla in conseguenza, dandole, perciò, anche un debito inquadramento teologico, spirituale e pastorale, come fa appunto, egregiamente, la Costituzione. [….] …come è compresa in questi articoli la liturgia se non come una certa attualizzazione concreta, sotto il velo dei segni sacri, della storia della salvezza incentrata sul mistero di Cristo, presente ed operante tra noi? Cioè, di quel mistero che la Bibbia annunzia, che la dogmatica approfondisce sistematicamente e sinteticamente, la teologia spirituale insegna a vivere e la pastorale a trasmettere agli uomini. Se ciò è vero, la liturgia non è altro che il dogma vissuto nei momenti più sacri, la Bibbia pregata, la spiritualità della Chiesa in atto più caratteristico, il culmine e la fonte della attività pastorale. […] Il concilio indica così la via per ritrovare la tanto desiderata più profonda unità tra scienza dogmatica, biblica, spirituale, pastorale e vita pratica della Chiesa. E in tutto questo si vede l’importanza capitale della liturgia. Non sono deduzioni, ma affermazioni esplicite del concilio. Dice, infatti, nel testo già citato dell’articolo 35, n. 2 a proposito della predicazione: ‘che deve rifarsi sempre, come alla sua sorgente, alla Sacra Scrittura e alla liturgia, in quanto annunzio delle meraviglie da Dio operate nella storia sacra, vale a dire nel mistero di Cristo, che è sempre presente e operante tra noi, ma soprattutto nelle celebrazioni liturgiche’. Panliturgismo nella stessa teologia oltrechè nella vita della Chiesa? No; ma chiara ordinazione di tutto il sapere teologico all’approfondimento d’un fatto capitale d’ordine esistenziale: il mistero di Cristo, presente ed operante anzitutto nei sacri riti, e come centro e dinamismo della storia della salvezza. C’è forse chi dirà: ma l’oggetto della teologia non è Dio stesso? Certo; ma Dio stesso come si manifesta a noi nella rivelazione. Ora, nella rivelazione Egli si manifesta a noi, anzitutto e primo luogo, non sotto una luce puramente astratta e temporale, ma come concretamente impegnato nel fatto storico esistenziale della salvezza dell’umanità in Christo Jesu; la quale, come spesso detto, oggi si catalizza anzitutto nei sacri riti. Dio come si manifesta a noi nella rivelazione-storia della salvezza: Cristo-Chiesa-liturgia, sono sul piano storico, realtà inscindibili. […] Fatto caratteristico: proprio questo modo di prospettare la natura della liturgia nel suo inquadramento trinitario, storico, concreto, disorienta più d’un Padre conciliare, come apparì quando si discusse il primo capitolo. Più d’uno chiese che si abbandonasse questo modo “nebuloso” di dire e che il primo capitolo cominciasse invece con una netta definizione in forma della liturgia – come si fa on ogni buon manuale – e che da questa si deducesse poi ordinatamente tutto quanto sarebbe necessario per la riforma liturgica. Due mentalità? In fondo, sì. Non si nega, naturalmente, la necessità della chiarezza nelle nozioni delle cose. Si dice solo che una cosa presentata solo nella sua nozione astratta, senza tener conto del suo aspetto storico concreto, è una cosa presentata sotto una luce che non ne fa percepire tutti gli aspetti e tutte le ricchezze che di fatto possiede. Comunque, è evidente, il concilio, già nella Costituzione sulla liturgia, ha optato per una visione delle cose rivelate – e della stessa liturgia – prospettate nel quadro della historia salutis.

C. Vagaggini, «Lo spirito della Costituzione sulla Liturgia», Rivista Liturgica 51 (1964) 5-49, qui 22-28.

(1) http://www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2015/october/documents/papa-francesco_20151024_sinodo-conclusione-lavori.htm

(2) Cf. Benedetto XVI, Discorso ai membri della Curia per la presentazione degli auguri natalizi (22/12/2005): «L’ermeneutica della discontinuità rischia di finire in una rottura tra Chiesa preconciliare e Chiesa postconciliare. Essa asserisce che i testi del Concilio come tali non sarebbero ancora la vera espressione dello spirito del Concilio. Sarebbero il risultato di compromessi nei quali, per raggiungere l’unanimità, si è dovuto ancora trascinarsi dietro e riconfermare molte cose vecchie ormai inutili. Non in questi compromessi, però, si rivelerebbe il vero spirito del Concilio, ma invece negli slanci verso il nuovo che sono sottesi ai testi: solo essi rappresenterebbero il vero spirito del Concilio, e partendo da essi e in conformità con essi bisognerebbe andare avanti. Proprio perché i testi rispecchierebbero solo in modo imperfetto il vero spirito del Concilio e la sua novità, sarebbe necessario andare coraggiosamente al di là dei testi, facendo spazio alla novità nella quale si esprimerebbe l’intenzione più profonda, sebbene ancora indistinta, del Concilio. In una parola: occorrerebbe seguire non i testi del Concilio, ma il suo spirito»:  http://www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/speeches/2005/december/documents/hf_ben_xvi_spe_20051222_roman-curia.html

“Attualità” liturgica

Qualche giorno fa avevamo intitolato un post enfatizzando l’attualità di un originale commento di sant’Agostino ad un testo evangelico non chiarissimo. L’attualità oggi diventa ancora più evidente, considerando il testo del vangelo della messa del giorno:

 Dal Vangelo secondo Luca (12,54-59)

In quel tempo, Gesù diceva alle folle:
«Quando vedete una nuvola salire da ponente, subito dite: “Arriva la pioggia”, e così accade. E quando soffia lo scirocco, dite: “Farà caldo”, e così accade. Ipocriti! Sapete valutare l’aspetto della terra e del cielo; come mai questo tempo non sapete valutarlo? E perché non giudicate voi stessi ciò che è giusto?
Quando vai con il tuo avversario davanti al magistrato, lungo la strada cerca di trovare un accordo con lui, per evitare che ti trascini davanti al giudice e il giudice ti consegni all’esattore dei debiti e costui ti getti in prigione. Io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo».

Ecco il link al post in questione: http://www.sacramentumfuturi.wordpress.com/2015/10/02/mettiti-daccordo-con-il-tuo-avversario-attualissime-considerazioni-agostiniane

Sempre per rimanere sull’attualità, oggi è da notare, fra altre cose possibili che la liturgia offre, il responsorio della lettura biblica dell’Ufficio delle Letture. Si tratta di una composizione, come spessissimo accade, di versetti biblici disparati, tratti sia dall’Antico e dal Nuovo Testamento. La particolarità, che segnala la libertà con cui la Liturgia usa la Scrittura, sta nella persona del verbo della citazione dell’epistola agli Efesini. Vediamo:

RESPONSORIO Cfr. Ef 2, 4-5; Bar 2, 12

R. Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci hai amati, * da morti che eravamo per i peccati, ci hai fatto rivivere in Cristo.
V. Abbiamo peccato, Signore Dio nostro, abbiamo trasgredito i tuoi comandamenti;
R. da morti che eravamo per i peccati, ci hai fatto rivivere in Cristo.

Non è difficile notare la differenza rispetto all’originale testo paolino: «Ma Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo: per grazia infatti siete stati salvati».

Sul tema della composizione dei responsori ritorneremo, perché attualmente stiamo gustandoci un bellissimo articolo apparso sull’ultimo numero di Ephemerides Liturgicae, che sicuramente ci suggerirà tantissime ispirazioni.

Il linguaggio liturgico, un’utile chiarificazione dal grande Leclercq

Uno dei più grandi esperti della letteratura monastica medioevale ci fornisce una chiave per gustare meglio il linguaggio dei testi della liturgia: alcune espressioni, di evidente ed esplicita ispirazione biblica, non possono essere classificate come citazioni vere e proprie. La seguente, invece, è semplicemente una citazione del suo capolavoro:

La memoria, tutta modellata dalla Bibbia, alimentata esclusivamente di parole bibliche e delle immagini che esse evocano, induce ad usare spontaneamente le espressioni del vocabolario biblico; le reminiscenze non sono citazioni, elementi di una frase assunti da un altro testo; sono parole proprie di chi le usa, appartengono a colui che scrive, che non ha forse nemmeno coscienza di essere debitore ad una fonte. Questo vocabolario biblico ha un doppio carattere. Anzitutto è spesso di natura poetica: ha talvolta più valore per la sua potenza evocativa che per la sua chiarezza o precisione; suggerisce più di quanto non dica. Ma proprio per questo è tanto più capace di esprimere l’esperienza spirituale, tutta soffusa di luce misteriosa, che sfugge ad ogni analisi. Inoltre questo vocabolario possiede più che precisione, una grande ricchezza di contenuto.

J. Leclercq, Cultura umanistica e desiderio di Dio. Studio sulla letteratura monastica del Medio Evo, Firenze 1988, 97-98.

Jean Leclercq, osb (1911-1993)

Jean Leclercq, osb (1911-1993)

Intersezioni biblico-liturgiche: ermeneutica a volte sfasata, ma pur sempre ermeneutica!

Anche in questi giorni la liturgia ci porta suggestioni curiose, che si intrecciano quasi scherzosamente, pur mostrando la serietà e la fondatezza della comprensione di Bibbia e Liturgia come un’unica realtà, nelle loro specifiche peculiarità.

La colletta prevista per la settimana appena conclusa (XXVII del tempo Ordinario) ci faceva pregare chiedendo anche oltre le nostre aspettative, confidando nella sovrabbondanza generosa di Dio: «O Dio, fonte di ogni bene, che esaudisci le preghiere del tuo popolo al di là di ogni desiderio e di ogni merito, effondi su di noi la tua misericordia: perdona ciò che la coscienza teme e aggiungi ciò che la preghiera non osa sperare».

Non ci fermiamo, questa volta, ad analizzare la discutibile – anche questa volta – traduzione italiana dell’antica colletta gelasiana. Vorremmo invece sottolineare come tale colletta, che la Chiesa ha pregato per l’intera settimana appena trascorsa, sia curiosamente legata tematicamente ad alcuni aspetti delle letture proclamate nell’odierna domenica, XXVIII dell’anno A.

La prima lettura ci ricordava l’eccedenza del dono divino della sapienza: «Insieme a lei mi sono venuti tutti i beni; nelle sue mani è una ricchezza incalcolabile» (Sap 7,11). Il giovane Salomone avrebbe potuto con ragione pregare con la nostra colletta, perché il Signore gli concesse anche quanto non ebbe domandato: «Piacque agli occhi del Signore che Salomone avesse domandato  questa cosa [la saggezza nel governare]. Dio gli disse: “Perché hai domandato questa cosa e non hai domandato per te molti giorni, né hai domandato per te ricchezza, né hai domandanto la vita dei tuoi nemici, ma hai domandato per te il discernimento nel giudicare, ecco, faccio secondo le tue parole. Ti concedo un cuore saggio e intelligente: uno come te non ci fu prima di te né sorgerà dopo di te. Ti concedo anche quanto non hai domandato, cioè ricchezza e gloria, come a nessun altro fra i re, per tutta la tua vita. Se poi camminerai nelle mie vie osservando le mie leggi e i miei comandi, come ha fatto Davide, tuo padre, prolungherò anche la tua vita.» (1 Re 3,10-14).

Dio è così, generoso oltremodo, eccedente: «in tutto ha potere di fare molto più di quanto possiamo domandare o pensare» (Ef 3,20). E’ buono. Con Lui non reggono i nostri calcoli: sarebbe assurdo vantare meriti o ragionare su quanto si possa ricevere in cambio, su quello che ci spetterebbe come eredità.

Il Vangelo domenicale di questa settimana ci presentava una contro-figura dell’atteggiamento di Salomone. Il tale che si avvicina a Gesù per chiedergli cosa dovesse fare per avere assicurata, come eredità, la vita eterna; misteriosamente, l’osservanza scrupolosa e irreprensibile dei comandamenti e la disponibilità di molti beni lo rendono poco aperto alla gratuità: non ha timori di coscienza da farsi perdonare, rimane centrato sul merito e sulle opere da fare, per questo forse non può chiedere al di là di ogni desiderio. A lui Dio non può aggiungere l’impensabile e l’impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio. E così il ricco non può essere liberato dall’attaccamento ai beni, e si allontana rattristato, mentre può capitare che discepoli molto meno brillanti e irreprensibili possano diventare apostoli, con tutte le loro fragilità, grazie all’apertura all’onnipotenza di Dio, e quindi sperimentare il centuplo e nel tempo che verrà la vita eterna.

Da queste semplici osservazioni non possiamo dedurre niente di più che uno stupore di fronte agli scherzi che ci gioca la liturgia. E’ indubbio che il contesto eucologico e celebrativo fornisca coordinate ermeneutiche per i testi biblici proclamati nella celebrazione, ma nel nostro caso la colletta era quella della domenica precedente! Ermenutica bizzarra?

Non crediamo di poter dare altro valore alle presenti osservazioni se non quello di un’ennesima conferma dello strettissimo rapporto esistente fra Bibbia e Liturgia: fra di esse infatti il circolo ermeneutico, talvolta, pare funzionare anche quando i testi sono sfasati di una settimana! Quest’anno, la preghiera della Chiesa ci ha preparato, nelle ferie della XXVII settimana, ad ascoltare le letture bibliche della domenica XXVIII, secondo il ciclo B e, viceversa, alla luce delle letture di questa domenica, possiamo avere raffigurazioni plastiche dei contenuti teologici della colletta della settimana passata. Non è sorprendentemente bello?

Dall’Ufficio delle Letture un padre sinodale in più? Qualcosa di più di una casualità.

Ci rallegriamo nel vedere che anche cultori di altre materie possono accorgersi di quanto la liturgia possa sorprenderci e apparirci misteriosamente ironica, dotata di un tempismo davvero curioso. Ci riferiamo alla ripresa, da parte di un noto vaticanista, della lettura patristica dell’Ufficio delle Letture della domenica di questa settimana del tempo Ordinario, la XXVII: http://www.magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2015/10/04/ce-un-padre-sinodale-in-piu-san-gregorio-magno/

Ma, allo stesso tempo, non è questo il posto per polemiche o allusioni più o meno velate. Ci preme sottolineare una questione che accennavamo nel post precedente

La correzione, nella Chiesa, non è davvero un puntare il dito o inchiodare il colpevole alla propria colpa, ma il primo passo di un cammino che possa portare ad una vera conversione e ad un piena riconciliazione. Secondo le parole di San Gregorio Magno, la correzione è una chiave (1), che apre le porte del cuore alla verità e, poi, alla misericordia. Per questo la correzione, la correptio, era considerata quasi come parte del ministero della riconciliazione. Vi erano circostanze in cui la correzione era pubblica, altre nelle quali il pastore, il Vescovo, era più discreto e avvicinava personalmente il fedele caduto. In ogni caso, la correptio è la Parola del Vescovo che porta la luce del Vangelo sull’azione commessa ed esorta il penitente ad una piena conversione: la via penitenziale da alcuni richiamata come soluzione a problemi odierni dovrebbe essere considerata nell’intero processo, dal quale non era esclusa l’accusa dei peccatori.

Per tornare al grande Papa Gregorio, ecco due brani estrapolati da un’altra grande sua opera, le Omelie su Ezechiele, nei quali ritorna il legame fra predicazione, correzione e riconciliazione.

Quando poi i malvagi cominciano ad ascoltare la parola della predicazione, a conoscere quali siano i supplizi eterni, quale il terrore del giudizio, quanto sia minuzioso l’esame dei singoli peccati di ciascuno, allora si prendono paura, moltiplicando i gemiti e diventano ansimanti per i sospiri che non riescono a contenere e, scossi da grande spavento, prorompono in pianti lugubri. Perciò il profeta ode dietro di sé un grande fragore, perché dopo la parola della predicazione, si fanno sentire i lamenti dei convertiti e dei penitenti [post verbum praedicationis, conversorum et paenitentium luctus audiuntur]. (2)

Perché ci siano convertiti e pentiti per il quali pregare, occorre che prima essi predichino a quelli che si trovano in peccato [Ut ergo sint pro quibus conversis et flentibus rogent, oportet ut eisdem prius in peccato positi praedicent]; e quando questi cominciano a lasciare i peccati e ad affrettarsi verso l’innocenza, è necessario che sulla bocca del dottore si moltiplichino gli interventi della predicazione; e con alcuni insista con la parola della predicazione tanto più ardentemente quanto più gravemente ritiene che siano caduti. (3)

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(1) L’originale della versione latina della Liturgia Horarum, non pare sempre tradotto in tutta la sua ricchezza: ecco alcuni esempi.

Clavis quippe apertionis est sermo correptionis, quia increpando culpam detegit, quam saepe nescit ipse etiam qui perpetravit…

Porque la reprension es la llave con que se abren semejantes postemas: ella hace que se descubran muchas culpas que desconocen a veces incluso los mismos que las cometieron…

A word of reproof points out the sin that even the guilty party himself often fails to recognize…

La clé de cette révélation, c’est le discours de réprimande, parce que, en blâmant la faute, on la découvre, alors que souvent elle est ignorée même de son auteur…

(2) Gregorio Magno, Omelie su Ezechiele, I, 10,28. Edizione: Omelie su Ezechiele (GMO 3/1), ed. V. Recchia – E. Gandolfo, Roma 1992.

(3) Gregorimo Magno, Omelie su Ezechiele, II, 9,21. Edizione: Omelie su Ezechiele (GMO 3/2), ed. V. Recchia – E. Gandolfo, Roma 1993.

“Mettiti d’accordo con il tuo avversario”: attualissime considerazioni agostiniane.

Sul tema del rapporto fra misericordia e giustizia, fra pietà e verità, può essere utile rileggere un discorso di Sant’Agostino. Dalle meditazioni agostiniane c’è molto da prendere, anche per le discussioni odierne legate al prossimo Sinodo e al Giubileo della Misericordia; a noi interessa sottolineare alcuni aspetti, in riferimento alla necessità della luce della Parola di Dio perché la coscienza possa aprirsi ad una piena ed efficace celebrazione della riconciliazione (1). Sarà la Parola di Dio, non il Diritto né la Pastorale ad effetto, a poter ravvivare il sacramento della penitenza.

Ci conforta ritrovare in Agostino alcune tematiche che avevamo messo in luce nel nostro studio sulla riforma del quarto sacramento. A lui, dunque, la parola.

Dio misericordioso e giusto.

1. Il Signore e Dio nostro, misericordioso e pietoso, longanime, pieno di misericordia e verace [cf. Sal 85(86),15], quanto più benevolmente dispensa la misericordia nella vita presente, tanto più severamente minaccia il giudizio nella vita futura. Le parole che ho riferito: Il Signore è misericordioso e pietoso, longanime, pieno di misericordia e verace, sono state scritte e sono garantite da autorità divina. Fa molto piacere a tutti i peccatori e a coloro che amano la vita presente sentirsi dire che il Signore è misericordioso e pietoso, che è longanime e pieno di misericordia. Ma se sei contento per il fatto che è tanto misericordioso temi quanto si dice al termine del versetto: E verace. Se avesse detto soltanto: Il Signore è misericordioso e pietoso, longanime e pieno di misericordia, tu ti saresti già sentito sicuro e impunito, e ti saresti dato ai piaceri mondani, alla sfrenatezza dei peccati. Avresti fatto ciò che volevi, avresti usato secondo quanto ti sarebbe stato possibile o fino a quanto ti avrebbe spinto la passione. E se qualcuno con buoni ammonimenti ti avesse rimproverato e incusso timore per farti recedere dalla sfrenata smania di correre dietro alle tue passioni e di abbandonare il tuo Dio, tu avresti interrotto le parole di chi ti rimproverava, a fronte alta, come se avessi ascoltato il parere autentico di Dio, e [gli] avresti letto dal libro sacro: “Perché cerchi di spaventarmi nei riguardi del nostro Dio? Egli è misericordioso e pietoso e pieno di misericordia”. Perché gli uomini non dicano così, la Scrittura aggiunge una parola alla fine: e verace. E così fa cadere l’allegrezza di coloro che presumono [della salvezza] in maniera errata e cancella il timore di coloro che sono afflitti. Rallegriamoci della misericordia del Signore, ma temiamo anche il giudizio del Signore. Il Signore perdona, ma non tace. Tace ora, ma non tacerà per sempre . Ascoltalo ora che ti parla, affinché non ti manchi il tempo di ascoltarlo quando non tacerà nel giudizio.

Riconciliati ora col tuo avversario.

2. Ora infatti hai la possibilità di dirimere la tua causa. Sistema la tua causa prima del definitivo giudizio del tuo Dio. Non hai possibilità di presumere alcunché quando egli verrà, né potrai addurre falsi testimoni dai quali egli possa essere ingannato, né potrai avere un avvocato dai fraudolenti inganni e dalla verbosa oratoria, né potrai brigare in alcun modo per poter corrompere il giudice. Che cosa perciò puoi fare presso un tale giudice, che non potrai né corrompere né ingannare? E tuttavia qualcosa puoi fare. Lo stesso che allora sarà il giudice della tua causa, ora è testimone della tua vita. Abbiamo gridato e cantato le sue lodi. Definiamo la nostra causa. Il testimone delle vostre azioni è anche il testimone di queste grida. Non siano, queste grida, inutili, si convertano in gemito. È il momento di accordarci prontamente con l’avversario. Quanto longanime è Dio nel vedere ogni giorno le iniquità e nel non punirle, tanto il giudizio futuro giungerà istantaneamente. […] Il giorno incerto lo dobbiamo attendere di giorno in giorno. Se di giorno in giorno dobbiamo attendere il giorno incerto, accordati con l’avversario, mentre è con te per via. Per via s’intende questa vita, per la quale tutti passano. E questo avversario non si ritira.

Il tuo avversario è la Parola di Dio.

3. Ma chi è questo avversario? Non è il diavolo mai la Scrittura ti esorterebbe a metterti d’accordo con il diavolo. È un altro l’avversario, che l’uomo stesso si rende avversario. Lui, se ti fosse avversario, non sarebbe con te per via; mentre invece proprio per questo è con te per via: per mettersi d’accordo con te. Sa infatti che se non ti metti d’accordo per via, ti porterà davanti al giudice, il giudice ti consegnerà alla guardia, la guardia ti porterà in carcere. […] Chi è dunque l’avversario? La Parola di Dio. La Parola di Dio è il tuo avversario. Perché è avversario? Perché comanda cose contrarie a quelle che fai tu. Ti dice: Unico è il tuo Dio, adora l’unico Dio. Tu invece, abbandonato l’unico Dio, che è come il legittimo sposo della tua anima vuoi fornicare con molti demoni e, ciò che è più grave, non lo lasci e non lo ripudi apertamente come fanno gli apostati, ma rimanendo nella casa del tuo sposo, fai entrare gli adulteri. Cioè, come cristiano non abbandoni la Chiesa, ma consulti gli astrologi o gli aruspici o gli indovini o i maghi. Da anima adultera, non abbandoni la casa dello sposo, ma ti dai all’adulterio, pur rimanendo sposata con lui. Ti si dice: Non assumere invano il nome del Signore Dio tuo, perché non pensi che sia creatura Cristo, per il fatto che per te ha assunto la creatura. E tu disprezzi lui che è uguale al Padre e una sola cosa con il Padre. […] Comandando tutte queste cose, la Parola di Dio è avversario. Infatti gli uomini non vogliono fare ciò che vuole la Parola di Dio. E che cosa dirò del fatto che la Parola di Dio è avversario poiché comanda? Temo di essere avversario anch’io di alcuni, perché dico queste cose. Ma a me che importa? Colui che mi atterrisce spingendomi a parlare mi faccia essere tanto coraggioso da non temere le lagnanze degli uomini. Coloro infatti che non vogliono conservarsi fedeli alle loro mogli – e abbondano questi tali – non vorrebbero che dicessi queste cose. Ma, lo vogliano o non lo vogliano, io parlerò. Se non vi esorto a mettervi d’accordo con l’avversario, rimarrò io in lite con lui. Chi comanda a voi di agire, comanda a me di parlare. Come voi, non facendo quanto comanda di fare, siete suoi avversari, così noi rimarremo suoi avversari se non diciamo quanto comanda di dire.

Agostino, Discorso 9,1-3. [L’intero testo è disponibile qui: http://www.augustinus.it/italiano/discorsi/index2.htm ]

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(1) Cf. F. Millán Romeral, La Penitencia hoy. Claves para una renovacion,  Madrid 2001Traduco alcune note dall’originale spagnolo: «Illuminiamo la nostra vita non a partire da un etica neutra, né a partire da un codice lontano e astratto, nemmeno a partire dal meraviglioso esame di coscienza pubblicato dal padre Tizio, ma a partire dalla Parola viva che ci fa prendere coscienza della nostra realtà », 229.