Ancora la destra! Ma non si può dire (in italiano)…

Dopo i precedenti post, suggeriti dalla pagina evangelica della scorsa domenica – la destra e la sinistra di Mt 25 -, ritorniamo sull’argomento, sottolineando un’omissione.

E’ sufficiente un rapido sguardo al testo della preghiera Colletta della prima domenica di Avvento per rendersi conto che anche in questo caso la versione italiana non è frutto di una traduzione più o meno letterale, ma sono state fatte delle scelte ben precise, seppur in questo caso non del tutto estranee al testo e al contesto.
Da, quæsumus, omnípotens Deus, hanc tuis fidélibus voluntátem, ut, Christo tuo veniénti iustis opéribus occurréntes, eius déxteræ sociáti, regnum mereántur possidére cæléste.
traduzione italiana ufficiale:
O Dio, nostro Padre, suscita in noi la volontà di andare incontro con le buone opere al tuo Cristo che viene, perché egli ci chiami accanto a sé nella gloria a possedere il regno dei cieli.
Traduzione letterale:
Ti preghiamo, o Dio onnipotente, dà ai Tuoi fedeli questa volontà che, mentre andiamo incontro con giuste opere al Tuo Cristo che viene, associati alla Sua destra, meritiamo di possedere il regno celeste.

Ai traduttori non è parso opportuno mantenere la menzione della “destra”. Possiamo immaginare che abbiano inteso come troppo generica e incomprensibile quella collocazione spaziale. Così viene usata una parafrasi che racchiude gli ultimi verbi dell’originale (sociati-mereantur-possidere): “egli ci chiami accanto a sé nella gloria a possedere il regno dei cieli”.

Eppure, quest’anno, i fedeli avrebbero potuto percepire un legame con il testo evangelico proclamato domenica scorsa: “porrà le pecore alla sua destra”. Un forte legame con il testo di Matteo 25 pare che lo abbia, comunque, anche la parafrasi scelta dai traduttori: il testo del Vangelo, infatti, così recita “Quando il Figlio dell’Uomo verrà nella sua gloria…siederà sul trono della sua gloria…Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: ‘Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo…”.

Che però il testo dell’originale latino si riferisca alla “destra” della parabola matteana lo suggerisce anche il fatto che nella sezione del Sacramentario Gelasiano Vetus in cui compare il formulario in questione (GeV 1139), è presente – come formulari per la stessa messa – anche un’altra orazione in cui il riferimento al capitolo 25 del Vangelo di Matteo è ancora più esplicito: “Concede, quaesumus, omnipotens Deus, hanc gratiam plebi tuae adventum unigeniti tui cum summa vigilancia expectare, ut sicut ipse auctor noster salutis docuit, velut fulgentes lampadas in eius occorsum nostras animas praeparemus” (GeV 1136). Orazione che ritroviamo il venerdì della seconda settimana di Avvento: “Rafforza, o Padre, la nostra vigilanza nell’attesa del tuo Figlio, perché illuminati dalla sua parola di salvezza, andiamo incontro a lui con le lampade accese”. [L’originale latino è molto più aderente al testo evangelico: “..quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade” (Mt 25,7) “velut fulgentes lampadas…nostras animas praeparemus”.]

L’inglese mantiene la destra: “Grant your faithful, we pray, almighty God, the resolve to run forth to meet your Christ with righteous deeds at his coming, so that, gathered at his right hand, they may be worthy to possess the heavenly Kingdom.
Anche lo spagnolo: Dios todopoderoso, aviva en tus fieles, la cogenza el Adviento, el deseo de salir al encuentro de Cristo, que viene, acompañados por las buenas obras, para que, colocados un dia a su derecha, merezcan poseer el reino eterno.
Il francese, come l’italiano, omette il riferimento alla destra: Donne à tes fidale, Dieu tout-puissant, d’aller avec courage sur le chemins de la justice à la recontre du Seigneur, pour qu’ils soient appelés, lors du jugement, à entrer en possession du royaume des cieux.
Il portoghese lo riprende: Despertai, Senhor, nos vossos fiéis, a vontade firme de se prepararem, pela pratica das boas obras, para ira o encontro de Cristo, de modo que, chamados um dia à sua direita, mereçam alcançar o reino dos Céus.

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Per metà o per un terzo? Il Dies irae e la gratuità della salvezza.

La perenne vitalità della Tradizione e della Liturgia si dimostra anche in circostanze curiose e disparate. Casi e ricorsi storici, associazioni e richiami di dettagli, apparentemente confusi e dispersi, ma che nell’insieme, cattolicamente, si illuminano in modo sorprendente, incrociandosi e sovrapponendosi in modo inaspettato.

Giorni fa, Papa Francesco affermava un dato inequivocabile della fede cristiana, che tuttavia è stato – nella risonanza mediatica – quasi del tutto sopraffatto da aspetti secondari.
“Ma perché Gesù ce l’ha con i soldi, ce l’ha con il denaro? Perché la redenzione è gratuita; la gratuità di Dio Lui viene a portarci, la gratuità totale dell’amore di Dio. E quando la Chiesa o le chiese diventano affariste, si dice che … eh, non è tanto gratuita, la salvezza …”

Ebbene, proprio in questi giorni è possibile pregare con un antico testo, che la riforma liturgica ha ricollocato nella Liturgia delle Ore dell’ultima settimana dell’anno liturgico: la sequenza Dies Irae.
In una delle strofe si dice: Rex tremendae maiestatis, qui salvandos salvas gratis, salva me, fons pietatis.

Il messale tridentino aveva riservato tale sequenza per la liturgia dei defunti. La riforma liturgica del Vaticano II ha optato secondo altri criteri, di cui magari si parlerà in un prossimo post. Per ora sia sufficiente notare la sorprendente coincidenza temporale: Papa Francesco – la cui predicazione è improvvidamente e pretestuosamente presentata come una dirompente novità rispetto al passato – pochi giorni prima che la Liturgia ne abbia riproposto il testo, si dimostra assolutamente in linea con l’antica sequenza.

Un altro dettaglio curioso: si noterà che nell’uso odierno – indicato come facoltativo – l’antica sequenza è riproposta in tre sezioni, offerte come Inni per l’Ufficio delle Letture, Lodi e Vespri. Dividere un testo originalmente unitario è sempre un’operazione rischiosa e discutibile; tuttavia non deve essere stata la prima volta in cui il Dies Irae è stato diviso. Infatti, da un sonetto del poeta romano Gioacchino Belli (1)si può evincere che era in uso recitare solo una parte della sequenza. Tale consuetudine non sembra motivata da criteri propriamente liturgici, quanto da ben più prosaiche questioni di risparmio. Nel caso particolare dell’avaro stigmatizzato dal Belli, non si vorrebbe spendere nemmeno quanto basta alla recita di metà della sequenza: “e ppe nun spenne l’arma d’un quadrino nun ze farebbe dì mezza diasilla” (2).

Un tempo se ne poteva recitare una metà, ora se ne può recitare un terzo!!

Non cambia il valore del testo e la ricchezza del suo contenuto, anche se alcuni riferimenti e immagini non sono più facilmente comprensibili: già ai tempi del Belli c’era un po’ di confusione….

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(1) http://it.wikisource.org/wiki/Sonetti_romaneschi/L%27avaro_I

 (2) Probabilmente il Belli fa riferimento alla consuetudine popolare di beneficiare con qualche piccola ricompensa chi si offriva per recitare questa preghiera come suffragio per i morti. Il testo era visibilmente storpiato, con improbabili travisamenti dell’originale latino e assonanze fantasiose. Lungi da noi, tuttavia, deridere la fede del popolino romano: al contrario, è davvero impressionante come questa versione del Dies Irae abbia avuto diffusione e persistenza. Eccone una versione:

Diasilla diasilla
tutti secoli in favilla,
scrisse Davide e Sibilla.

Giorno trema, giorno scuro
il Giudizio sarà duro,
giorno senza più futuro.

Soneranno quattro trombe,
scapparanno dalle tombe
brutte facce e brutte ombre

e ripiglia la figura
che gli tolse la natura,
lasciarà la seppoltura.

Libro scritto e tribbunale
pesaranno bene e male,
come e quanto, tale e quale.

Ce sarà pena e dolore:
a giudizio il peccatore
della colpa e dell’errore.

Ce sarà pena e tormenti:
pure il giusto batte i denti,
‘un contaranno i pentimenti.

La tremenda maestà,
salva per bontà,
Tu sei fonte di pietà.

Mi cercasti in ogni chiasso,
mi seguisti passo passo,
salva me da Satanasso!

Ci creasti e ci salvasti,
nel legno della Santissima Croce ci ricomprasti.
Fa’, Dio mio, che questo basti.

Giusto Giudice in funzione,
dacci Tu la remissione,
della pena la razione.

Arrossisco come rio
pe la colpa e ‘l fallo mio
e così m’aiuti Iddio!

A Maria li giorni tristi
e a Ladrone compatisti,
pure a me t’impietosisti.

O Signore, non so’ degno,
ma la Croce, il santo legno…
dammi un posto nel tuo Regno.

Non c’è in giro anima onesta:
scegli quella e scegli questa,
io mi siedo alla tua destra.

Contristati maledetti
stanno al fuoco e stanno stretti,
chiama me fra i benedetti.

Nello giorno spaventoso,
Gesù Cristo pietoso,
dàtece pace e riposo.

Lacrimosa diasilla
quando tutto va in favilla,
giudicando l’uomo rio
ci perdona e assolvi Iddio.
Diasilla lacrimosa
in eterno ci riposa.
Amen.

Qui invece, il testo latino con una traduzione italiana:http: //liturgiadefunti.blogspot.it/2009/11/dies-irae-con-traduzione-e-musica.html

Il posto giusto. Una preghiera

Ravenna, S. Apollinare Nuovo: Cristo separa le pecore dai capri

Ravenna, S. Apollinare Nuovo: Cristo separa le pecore dai capri

Inter oves locum praesta,

et ab haedis me sequestra

statuens in parte dextra

(Sequenza Dies Irae)

Trovami un posto fra le tue pecorelle,

portami via dai capri,

mettendomi nella parte destra.

Rigore o misericordia? Due grandi pastori suggeriscono.

Ne nos ira arguas: questo stico dell’inno Auctor perennis gloriae, al riguardo del quale abbiamo detto qualcosa nel post precedente, è evidentemente ispirato al primo versetto del salmo 37: Domine, ne in furore tuo arguas me. Commentando questo salmo, parlando della penitenza, Ambrogio riesce a tenere insieme in modo mirabile aspetti che a prima vista sono per noi inconciliabili: punizione e perdono, correzione e indulgenza. Al santo Vescovo torna utile rileggere il salmo associandolo all’episodio della vita di Davide, in cui il re d’Israele cede alla tentazione di censire il suo popolo e dovrà poi scegliere da se stesso quale punizione subire, se tre anni di carestia, tre anni di fuga dai nemici o tre giorni di peste fra il popolo (1Cr 21). Riportiamo alcuni passaggi del lungo commento santambrosiano:

O Signore, nella tua ira non rimproverarmi e non castigarmi nel tuo sdegno! Chi fa penitenza, deve essere pronto a sopportare vergogne e a sottoporsi ad oltraggi, senza turbarsi se gli vien rinfacciata la colpa del suo peccato. Se deve accusarsi da sé, perché non potrà sopportare il rimprovero altrui? E se non deve aver paura del rimprovero degli uomini, quanto meno di quello del Signore suo, verso cui tutti siamo peccatori, anche se nessuno può vederci! Soprattutto perché la condanna del presente è assoluzione per il futuro. […] Osserva come fa Dio ad insegnare; con che misura si va placando il suo sdegno, a patto che noi non rifiutiamo d’essere battuti interiormente e chiediamo piuttosto il modo di alleviare la punizione, e non di evitarla. […] Giova moltissimo al colpevole un’umile ammissione di colpe; con l’umiltà noi alleggeriamo una punizione che nessuna difesa può farci evitare. Davide ha scelto non la pena immune da colpi, ma che quella che ha ritenuta meno eccessiva: così ha preferito affidarsi alla clemenza di Dio, che sa perdonare, piuttosto che al potere degli uomini, che spesso varcano la misura del castigo. […] E la fiducia di Davide non fu mal riposta, anzi, perfino nel momento della punizione, egli ha ottenuto la grazia della misericordia divina. […] Nota poi la grazia del Signore! E’ stato lui a recedere dalla proposta che aveva fatta. E’ forse una colpa essere misericordiosi ed esigere meno di quanto si minaccia? Egli mantiene le sue promesse, quando deve gratificare, ma si rimangia il contratto, quando deve punire. Quando si adira, rinvia il processo; quando ha compassione, si affretta ad assolvere. Spaventa per correggere; riprende per migliorare; previene per perdonare. […] Il profeta (Davide) quindi riconosce la sua colpevolezza, vede la sua piaga, chiede di essere curato. Chi vuol essere sanato, non ha paura del rimprovero, solo non vuole essere rimproverato nello sdegno, bensì nella parola di Dio. La parola di Dio è salute (Qui sanari vult, argui non reformidat, sed non vult argui in furore, sed in verbo Dei. Verbum Dei sanitas est). […] “E noi, che siamo in questo corpo di morte, preghiamo che non ci abbandoni quel buono, amato da Dio, nostro medico, che il patriarca Davide pregava che non si allontanasse da lui. A lui affidiamoci, pronti ad essere curati come lui vuole! Nessuno dice al proprio medico come debba curarlo. Sa bene il medico quali cure siano adatte a ciascuna piaga, quale sia la cancrena da amputare, perché il contagio non si diffonda per tutto il corpo. Se poi il medico si è pronunciato sul tipo di cura a cui deve sottostare il paziente e questi invece la rifiuta, il medico se ne va e abbandona il malato. Osserva dunque che, chi vuol essere curato, accetta qualsiasi prescrizione del medico, e fa attenzione allo svolgimento! Per prima cosa il malato fa vedere al medico le proprie ferite e gli dice: ‘Curami! Ma, ti prego, senza foga, perché la mia debolezza non può sopportare una cura troppo energica!’. La medicina di Cristo è il rimprovero; il Signore infatti rimprovera chi vuole convertire (Medicina Christi correptio est; corripit enim Dominus quem vult convertere). Perciò anche Paolo dice al medico: Critica, scongiura, biasima. Non rifiuta la cura che chiede di essere criticato; vuole però che la punizione sia più lieve, cioè non vuole essere criticato con durezza od essere rimproverato in un eccesso d’ira. E nota la successione dei fatti! Per prima cosa chiede di essere criticato; successivamente di essere rimproverato, che è più forte! Infine, non solo confessa i propri peccati, ma anche li elenca e se ne incolpa: non vuole che le proprie colpe restino nascoste. Come le infiammazioni, che non possono essere lenite quando sono interne, ma fanno intravedere la possibilità di guarigione quando scoppiano all’esterno, così anche il male dei peccatori: finché resta nascosto, brucia; ma svapora, se vien portato allo scoperto dalla confessione. E per questo che il giusto, quando prende parola, è il primo ad accusare se stesso, prima che il contagio si diffonda all’interno. Il ricordo dei peccati infatti opprime la coscienza, se non si chiede la medicina. E se il medico indugia, è il malato che deve offrirsi all’amputazione immediata, come Davide si offriva ai colpi di frusta del Signore, dicendo: ‘Rendimi il doppio rispetto ai miei peccati; basta che mi liberi quaggiù; non abbandonarmi, non distogliere da me la tua faccia, non disprezzare né avere ribrezzo del fetore delle mie ferite! Anche il tuo povero servo Giobbe era coperto di piaghe da capo a piedi, eppure ha trovato il rimedio per la guarigione, anche se le sue ferite virtuose e queste invece peccaminose. Mandavano fetore le ferite, così che i medici non potevano curarle. Ma tu Signore, hai parlato delle mistiche realtà dei tuoi sacramenti (Locutus es, Domine, mysteria sacramentorum tuorum); hai portato alla luce il veleno del serpente e con l’unica medicina della tua parola (solius sermonis tui medicamento) sono state curate le ferite del tuo servo, poiché tu non lo hai abbandonato: Non abbandonare nemmeno me, o Signore; non allontanarti da me! Mi hanno abbandonato gli uomini, poiché fanno loro schifo le mie piaghe, che io ho ritenuto di dover dischiudere di fronte alla tua misericordia (quae pietati tuae putavi esse reseranda). Quelli dicono: ‘Va’ fuori dai piedi, perché sei un peccatore! Allontanati, che ci insozzi’. Ma tu, o Signore, mi curi e non ti insozzi, mi aiuti e non ti contamini, perché sei il Dio della salvezza, o Signore, e la tua mano è avvezza a guarire, non ad uccidere (Tu autem, Domine, curas et non pollueris, adiuvas et non contaminarsi, quia Deus salutis es, Domine, et manus tua non perdere, sed sanare consuevit)” (1).

E’ una divina pedagogia: il peccatore che guarirà non chiede che non gli sia detta la verità, blandendolo nei suoi vizi, quanto che non gli venga a mancare l’unica Parola che può sanare proprio mentre accusa: ‘Chi vuol essere sanato, non ha paura del rimprovero, solo non vuole essere rimproverato nello sdegno, bensì nella parola di Dio. La parola di Dio è salute’.
Né servirà, quindi, illudersi che proclamando ai quattro venti una banale misericordia si otterrà più facilmente la conversione e la vita santa dei fedeli. Se, a proposito della misericordia, c’è una qualificazione, nel commento di Ambrogio essa non è la facilità, ma la rapidità: riferendosi all’episodio del buon ladrone, il santo commenta: ‘Quello stava ancora pregando che si ricordasse di lui, quando fosse arrivato nel regno, e il Signore già gli concedeva il regno dei cieli! Che misericordia rapida! E’ più lenta la richiesta di chi prega che la concessione della ricompensa (Quam velox misericordia! Tardius votum precantis quam remunerantis est premium)’.

Per finire, alcuni passaggi dell’allora cardinale Ratzinger, che – come sempre – sono di una sorprendente attualità.

La Chiesa non è una comunità di coloro che “non hanno bisogno del medico”, bensì una comunità di peccatori convertiti, che vivono della grazia del perdono, trasmettendola a loro volta ad altri. Se leggiamo con attenzione il Nuovo Testamento, scopriamo che il perdono non ha in sé niente di magico; esso però non è nemmeno un far finta di dimenticare, non è “un fare come se non”, ma invece un processo di cambiamento del tutto reale, quale lo Scultore lo compie.
Il toglier via la colpa rimuove davvero qualcosa; l’avvento del perdono in noi si mostra nel sopraggiungere della penitenza. Il perdono è in tal senso un processo attivo e passivo: la potente parola creatrice di Dio su di noi opera il dolore del cambiamento e diventa così un attivo trasformarsi. Perdono e penitenza, grazia e propria personale conversione non sono in contraddizione, ma sono invece due facce dell’unico e medesimo evento. Questa fusione di attività e passività esprime la forma essenziale dell’esistenza umana. Infatti tutto il nostro creare comincia con l’essere creati, con il nostro partecipare all’attività creatrice di Dio.
Qui siamo giunti ad un punto veramente centrale: credo infatti che il nucleo della crisi spirituale del nostro tempo abbia le sue radici nell’oscurarsi della grazia del perdono.
Notiamo però dapprima l’aspetto positivo del presente: la dimensione morale comincia nuovamente a poco a poco a venir tenuta in onore. Si riconosce, anzi è divenuto evidente, che ogni progresso tecnico è discutibile e ultimamente distruttivo, se ad esso non corrisponde una crescita morale. Si riconosce che non c’è riforma dell’uomo e dell’umanità senza un rinnovamento morale. Ma l’invocazione di moralità rimane alla fine senza energia, poiché i parametri si nascondono in una fitta nebbia di discussioni. In effetti l’uomo non può sopportare la pura e semplice morale, non può vivere di essa: essa diviene per lui una “legge”, che provoca il desiderio di contraddirla e genera il peccato.
Perciò là dove il perdono, il vero perdono pieno di efficacia, non viene riconosciuto o non vi si crede, la morale deve venir tratteggiata in modo tale che le condizioni del peccare per il singolo uomo non possano mai propriamente verificarsi.
A grandi linee si può dire che l’odierna discussione morale tende a liberare gli uomini dalla colpa, facendo sì che non subentrino mai le condizioni della sua possibilità. Viene in mente la mordace frase di Pascal: “Ecce patres, qui tollunt peccata mundi!”. Ecco i padri, che tolgono i peccati del mondo. Secondo questi “moralisti”, non c’è semplicemente più alcuna colpa. Naturalmente, tuttavia, questa maniera di liberare il mondo dalla colpa è troppo a buon mercato. Dentro di loro, gli uomini così liberati sanno assai bene che tutto questo non è vero, che il peccato c’è, che essi stessi sono peccatori e che deve pur esserci una maniera effettiva di superare il peccato. Anche Gesù stesso non chiama infatti coloro che si sono già liberati da sé e che perciò – come essi ritengono – non hanno bisogno di Lui, ma chiama invece coloro che si sanno peccatori e che perciò hanno bisogno di Lui.
La morale conserva la sua serietà solamente se c’è il perdono, un perdono reale, efficace; altrimenti essa ricade nel puro e vuoto condizionale. Ma il vero perdono c’è solo se c’è il “prezzo d’acquisto”, l'”equivalente nello scambio”, se la colpa è stata espiata, se esiste l’espiazione.
La circolarità che esiste tra “morale – perdono -espiazione” non può essere spezzata; se manca un elemento cade anche tutto il resto. Dall’indivisa esistenza di questo circolo dipende se per l’uomo c’è redenzione oppure no. Nella Torah, nei cinque libri di Mosé, questi tre elementi sono indivisibilmente annodati l’uno all’altro e non è possibile perciò da questo centro compatto appartenente al Canone dell’Antico Testamento scorporare, alla maniera illuminista, una legge morale sempre valida, abbandonando tutto il resto alla storia passata. Questa modalità moralistica di attualizzazione dell’Antico Testamento finisce necessariamente in un fallimento; in questo punto preciso stava già l’errore di Pelagio, il quale ha oggi molti più seguaci di quanto non sembri a prima vista. Gesù ha invece adempiuto a tutta la Legge, non solamente ad una parte di essa e così l’ha rinnovata dalla base. Egli stesso, che ha patito espiando ogni colpa, è espiazione e perdono contemporaneamente, e perciò è anche l’unica sicura e sempre valida base della nostra morale.
Non si può disgiungere la morale dalla cristologia, poiché non la si può separare dall’espiazione e dal perdono. In Cristo tutta quanta la Legge è adempiuta, e quindi la morale è diventata una vera, adempibile esigenza rivolta nei nostri confronti. A partire dal nucleo della fede, si apre così sempre di nuovo la via del rinnovamento per il singolo, per la Chiesa nel suo insieme e per l’umanità (2).

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(1) Sant’Ambrogio, Commento al salmo XXXVII, passim: Opera Omnia di Sant’Ambrogio, 7, Commento a dodici salmi /1, Roma – Milano 1980, 254-327.

(2) J. Ratzinger, Una compagnia sempre riformanda, Conferenza a conclusione dell’XI edizione del Meeting per l’amicizia dei popoli, Rimini, 25- agosto-1 settembre 1990; si può vedere il video della conferenza qui: https://www.youtube.com/watch?v=DAfBfpOSIok

Alla destra (o alla sinistra) del re: Matteo 25,31-46 e alcuni dettagli liturgici.

La predicazione, di un testo come quello che sarà proclamato domenica prossima (Mt 25,31-46), sottolinea comprensibilmente – a torto o a ragione – alcuni aspetti più immediatamente comprensibili e traducibili in termini esistenziali e morali, tralasciando generalmente i dettagli della narrazione. La liturgia, invece, si dimostra più attenta ai particolari, riprendendo ed elaborando immagini e dettagli pur minini.
Ci riferiamo alle coordinate spaziali dell’inizio del brano evangelico: “Davanti a lui….alla sua destra…alla sinistra”.

La liturgia della penitenza, nell’antica celebrazione solenne e pubblica, anticipava quel giudizio escatologico, proclamando il testo di Matteo durante la celebrazione di ingresso in penitenza dei peccatori pubblici, ai quali veniva imposto il cilicio di lana caprina (cf. i capri del testo di Matteo) e assegnato un locum paenitentiae. Alcuni ordines medioevali, poi, notano esplicitamente che la porta attraverso la quale i penitenti vengono espulsi è quella del lato sinistro.

Una colletta nel messale tridentino citava l’immagine del giudizio di Mt, fra i formulari delle messe votive:

Domine Iesu Christe, qui de caelis ad terram de sinu Patris descendisti, et sanguinem tuum pretiosum in remissionem peccatorum nostrorum fudisti: te humiliter deprecamur; ut in die iudicii, ad dexteram tuam audire mereamur: Venite, benedicti: Qui cum eodem Deo Patre et Spritu Sancto vivis et regnas Deus, per omnia saecula saeculorum.
[Missae Votivae. Feria VI. Missa de Passione Domini]

Anche se le usanze e i simbolismi legate all’antica penitenza pubblica non sono più conosciuti, la liturgia conserva echi e reminiscenze della sottolineatura di quel particolare dettaglio matteano: ancora oggi, nell’innodia della Liturgia delle Ore, il tema della “parte sinistra” è ben presente, anche se di fatto poi la versione italiana lo trascura.

Nel Tempo Ordinario, per l’Ufficio delle letture sono assegnati due Inni, a seconda del momento in cui si celebra quell’Ora, o nel cuore della notte, o in ore diurne (tale differenziazione vale sono per i testi latini: la versione italiana degli inni non contempla questa duplice possibilità). Ebbene, negli Inni assegnati – per la celebrazione diurna – al mercoledì e al sabato, si trovano due riferimenti espliciti al testo di Matteo 25,31-34.

Mercoledì: Scientarum Domino

[…]
Ne terror irae iudicis affinché il terrore del giudice
nos haedis iungat reprobis,non ci congiunga ai capri reprobi
sed simul temet iudice ma avendo proprio te come giudice
oves aeternae pascuae. possiamo essere pecore dell’eterno pascolo.

May dread of the judge’s wrath not join us with the condemned goats, but may you, our judge, join us to the sheep of the eternal pasture.
Ne permets pas que l’effrayante colère du Juge nous fass rejoinder les chèvres réprouvèes mais que nous soyons avec toi, ô juge, les brebis du pâturage éternel.

Sabato: Auctor perennis gloriae

Septem dierum cursibus Nel corso di sette giorni
nunc tempus omne ducitur; ora trascorre tutto il tempo;
octavus ille ultimus quell’ultimo ottavo
dies erit iudicii. sarà il giorno del giudizio

In quo, Redemptor, quaesumus, nel quale, o Redentore, ti chiediamo
ne nos in ira arguas, non accusarci con ira,
sed a sinistra libera, ma liberaci dalla sinistra
ad dexteram nos colloca. e collocaci alla tua destra

For week by week, and year by year, the end of time is drawing near; the day will come, the eight and last, the day for judgment to be passed. Redeemer, on that dreadful day, Reject us not in wrath, we pray. Let us not with the wicked stand; Give us a place at your right hand.

Forse perché particolarmente adatto al sabato, quest’Inno è stato mantenuto per l’Ufficio delle Letture del sabato anche nella versione italiana del Salterio. La traduzione ufficiale sembra unire in una sola le due strofe, rendendole però più vaghe e generiche: “E quando verrà il giorno del tuo avvento glorioso, accoglici, o Signore, nel regno dei beati”.

Ma assai più interessante è una strofa dell’antica sequenza Dies Irae, che ora può essere usata, divisa in tre parti, come Inno per le Ore della XXXIV settimana del Tempo Ordinario

Inter oves locum praesta Offrimi un posto tra le pecore
et ab haedis me sequestra e separami dai capri,
statuens in parte destra mettendomi al lato destro.

Il verbo latino “sequestro” forse dice di più che semplice separazione: non è certo del tutto assimilabile al senso comune dell’italiano “sequestrare”. Ci piace pensare a questo giudice che fa di tutto per sottrarre la preda all’inferno, e che, fra l’altro, ha offerto se stesso come “riscatto”.

Questi sono gli scherzi che fa la liturgia. Liturgia semper admirabilis!

I “talenti” evangelici: di cosa si tratta in realtà? Una pista liturgica…

L’interpretazione della pericope evangelica di domenica prossima (Matteo 25,14-30) potrà variare in relazione al significato che, fra altre cose, si attribuirà al termine “talento”. La parola greca è passata nella nostra lingua corrente certamente anche a motivo dell’uso evangelico, ma probabilmente l’uso corrente, ora, condiziona e forse impedisce una comprensione più profonda del testo di Matteo.
Vediamo prima una descrizione del termine trovata su un sito web:

ta-lèn-to
Abilità naturale, inclinazione; desiderio; nell’antica Grecia, unità di peso
dal greco: tàlanton, che significava piatto della bilancia, peso, somma di denaro – acquisendo prima il senso di inclinazione (nell’immagine dell’inclinazione della bilancia), e poi diffuso col pieno significato attuale attraverso la parabola evangelica dei talenti. Il talento è dote. Se ne è naturalmente provvisti, e se non c’è non si può imparare – inclinazione troppo più profonda di una capacità, troppo più radicata di una passione, troppo più caratterizzante di un volto o di una maniera, per poter essere riprodotta o finta. È un taglio del sé. L’antico significato di unità di peso e di somma di denaro ci mette in luce dei connotati importanti di questa parola. Il talento era unità di peso e somma di denaro poiché la moneta stessa era metallo prezioso pesato: un talento, ad Atene, corrispondeva a più di venti chili d’argento. Una ricchezza grave, quindi, massiccia, che nel moderno talento appesantisce di responsabilità chi la possieda. Infatti, ovviamente, la ricchezza materiale e quella del talento, in sé, non hanno valore: abbandonate a sé non si mangiano né realizzano. È l’investimento, l’impiego nello svolgimento della vita che ne sprigiona il valore, che trasforma il peso di sé in potere e libertà.

In effetti, non sarà difficile ascoltare, associate alla parabola evangelica e a suo commento, generiche esortazioni a riscoprire i propri talenti naturali quali l’intelligenza, il carattere, le qualità, la stessa vita, vivendoli come doni e mettendoli a servizio dei fratelli. Non è sbagliato, certamente; eppure ci sono particolari che nel testo di Matteo non possono essere trascurati: i talenti che vengono affidati ai servi costituiscono i beni del padrone: “consegnò loro i suoi beni” . Che si tratti di beni del padrone, e non dei servi, è ribadito, in modo piuttosto imbarazzato, dall’ultimo servo, quello infingardo: “..sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”.

Ad una rapida ricerca sui testi liturgici, pare risultare assai raro l’uso del lemma “talentum” nei testi eucologici.
Si trova una occorrenza nel Sacramentarium Veronense, nella serie di formulari per le messe votive nell’anniversario di ordinazione episcopale. Si tratta di un prefazio, il formulario Ve 968:

Vere dignum: maiestatem tuam cunctis sensibus depraecari, ne propriis iucunditatibus occupati, aut familiam dissimulare commissam, aut nitamur vexare subiectam; sed evangelii tenore monstrante, conservis civaria ministrantes tempore competenti dominico repperiamur adventu; famulosque tuos cum dilectione corripere et cum necessaria studeamus amare censura; totumque servitium delegatum rationabiliter exsequentes, non reatum de neglecto domini subeamus aumento, sed divinorum nobis multiplicata proveniat dispensatio talentorum
E’ veramente giusto supplicare la tua maestà con tutti quanti i sensi, perché, occupati ai nostri propri piaceri, non ci adagiamo a trascurare la famiglia che ci è affidata e a maltrattare quella che ci è sottomessa; ma, mostrando un tenore di vita evangelica, possiamo essere trovati, al ritorno del Signore, mentre procuriamo ai fratelli i cibi nel tempo opportuno; e studiamo di correggere con amore i tuoi servi e di amarli con la necessaria severità; ed eseguendo in modo ragionevole l’intero servizio affidato(ci), non esponiamo al Signore la colpa del trascurato aumento, ma piuttosto ci giovi l’accresciuta amministrazione dei divini talenti.

Al di là della traduzione, certamente da migliorare, pare assai interessante notare, nel testo, l’esplicito riferimento ad un altro passo del vangelo di Matteo: “Chi è dunque il servo fidato e prudente, che il padrone ha a capo dei suoi domestici per dare loro il cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così! Davvero io vi dico: lo metterà a capo di tutti i suoi beni. Ma se quel servo malvagio dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda”; e cominciasse a percuotere i suoi compagni e a mangiare e a bere con gli ubriaconi, il padrone di quel servo verrà nel giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli ipocriti” (Mt 24,45-50).
I talenti, almeno per il vescovo del Veronense, non sono speciali qualità o attitudini naturali, ma sono i fedeli stessi, affidati al suo ministero, sono le grazie e i carismi che deve amministrare, sono il cibo spirituale (Parola e Sacramenti) con cui nutrire la porzione di popolo a cui è preposto. Sono beni del padrone, e al servo sono consegnati, con fiducia e generosità.

Anche la colletta alternativa che il Messale italiano presenta in appendice, questa volta pare meno riduttiva del solito: “O Padre, che affidi alle mani dell’uomo tutti i beni della creazione e della grazia, fa’ che la nostra buona volontà moltiplichi i frutti della tua provvidenza;…”
Infine, ci possono essere utili alcun3 riflessioni di Origene, tratte dal suo Commento su Matteo:

Questo timore è buono e non ci libera da quelle tenebre esteriori, ove saremo condannati come servi malvagi e indolenti. Malvagi per non aver usato la preziosa moneta delle parole del Signore, con le quali avremmo potuto diffondere la dottrina del cristianesimo e penetrare nei profondi misteri della bontà di Dio. Pigri per non aver trafficato la parola di Dio per la salvezza nostra e degli altri. Avremmo dovuto invece mettere alla banca le ricchezze di nostro Signore, cioè le sue parole, presso uditori che, come banchieri, mettono alla prova ed esaminano ogni cosa per poter ritenere soltanto la dottrina buona e vera e respingere quella cattiva e falsa. Di modo che, venendo il Signore, potesse raccogliere con i frutti e gli interessi, le parole da noi sparse negli altri. Infatti ogni ricchezza, cioè ogni parola che porta l’impronta regale di Dio e l’immagine del suo Verbo, è un autentico tesoro.

La liturgia nel giorno di San Martino. Un piccolo miracolo?

Senza prendersi troppo sul serio, può essere comunque interessante notare come talvolta la liturgia permetta di rileggere testi di per sé poco affini in una comprensione unitaria che li supera o che li amplifica, rendendoli allo stesso tempo meno distanti e indefiniti.
Mettendo insieme i testi della Liturgia delle Ore con il Lezionario della Messa di questo giorno, si possono individuare sorprendenti legami. Di certo non voluti, perché è un caso che il giorno della memoria di san Martino coincida con le letture della messa del martedì della XXXII settimana del Tempo Ordinario, secondo il ciclo feriale II. Ma la liturgia ci abitua a questi “scherzi”: sono forse dei piccoli miracoli?

Vediamo:
La lettura agiografica dell’Ufficio delle Letture presenta il racconto degli ultimi giorni della vita del santo, fino agli estremi momenti della vita terrena. Giunto ormai al termine dell’agonia, “si accorse che il diavolo gli stava vicino. Gli disse allora: Che fai qui, bestia sanguinaria? Non troverai nulla in me, sciagurato! Il seno di Abramo mi accoglie”. E’ impressionante il piglio sicuro di Martino, che con coraggio scaccia il tentatore, che rivendica qualche proprietà sulla sua anima.
Il testo della prima lettura della Messa può illuminarsi di una nuova luce, anche se – evidentemente – la lettera del versetto dell’epistola a Tito non si riferisce direttamente a Satana: “…perché il nostro avversario resti svergognato, non avendo nulla di male contro di noi” (Tito 2,8b).
Anche il brano evangelico può essere riletto con più gusto dopo aver ascoltato un altro passaggio della lettura agiografica: recatosi nella diocesi di Candes per un ultima missione, sentì avvicinarsi il compimento del suo desiderio di essere con Cristo e di entrare nella beatitudine eterna. Ma, mosso a compassione di quanti protestavano di aver ancora bisogno di lui, offrì di nuovo la sua disponibilità al servizio. “Signore, se sono ancora necessario al tuo popolo, non ricuso la fatica: sia fatta la tua volontà. O uomo grande oltre ogni dire, invitto nella fatica, invincibile di fronte alla morte! Egli non fece alcuna scelta per sé. Non ebbe paura di morire e non si rifiutò di vivere”.
“Egli non fece alcuna scelta per sé”, una felice espressione che potrebbe integrare l’interpretazione della frase evangelica “siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare” (Lc 17,10).

Cf. anche un post precedente, scritto per la XXVII domenica del Tempo Ordinario, anno C (6 ottobre 2013): https://sacramentumfuturi.wordpress.com/2013/10/05/servi-inutiles-sumus-divagazioni-liturgiche/