Volente “e” nolente: Pietro alla fine vittorioso

In questo giorno di festa, forse appesantiti oltremodo dalla calura romana, ci permettiamo di offrire alcune considerazioni a partire da una strofa di un antico inno presente nell’odierna liturgia, ma pesantemente rimaneggiato. Ci soffermeremo appunto su di una strofa omessa nel Salterio attuale, la prima delle due mancanti, appartenente all’Inno delle Lodi per l’Ufficiatura dei santi Pietro e Paolo, Apostolorum passio (proposto come alternativa facoltativa all’inno italiano). Senza discutere qui sull’attribuzione e sulla storia di questa composizione, ci sembra più intrigante – ma lo ripetiamo, non è da escludere che la pesantezza dell’estate abbia influito sui pensieri – sottolineare alcuni aspetti stilistici e di contenuto: ci piace tanto come questo testo sia riuscito a trasmettere, insieme ad altri aspetti, intere frasi e episodi biblici nella precisa metrica della poetica liturgica. Ecco il testo, in seguito una piccola osservazione:

Apostolórum passio / diem sacrávit sæculi, / Petri triúmphum nóbilem, / Pauli corónam præferens. (La passione degli Apostoli consacrò questo giorno nella durata dei tempi, presentando il nobile trionfo di Pietro e la corona di Paolo)

Coniúnxit æquáles viros /  cruor triumphális necis; / Deum secútos præsulem / Christi coronávit fides. (Congiunse i due uomini, parimenti valorosi, il sangue di una morte trionfale; li coronò la fede di Cristo per avere seguito Dio come guida)

Primus Petrus apóstolus; / nec Paulus impar grátia, / electiónis vas sacræ / Petri adæquávit fidem  (Pietro è il primo degli Apostoli, ma Paolo non gli è da meno per grazia: vaso sacro di  elezione eguagliò la fede di Pietro)

Verso crucis vestígio / Simon, honórem dans Deo, / suspénsus ascéndit, dati / non ímmemor oráculi (Simone, in segno di riverenza verso Dio, fu appeso a una croce capovolta, memore della profezia che gli era stata fatta)

[Praecinctus, ut dictum est, senex / et elevatus ab altero / quo nollet ivit, sed volens / mortem subegit asperam] (Cinto, secondo il detto, vecchio e innalzato da un altro andò dove non voleva; ma poiché vi andò liberamente, assoggettò la morte crudele)

Hinc Roma celsum vérticem / devotiónis éxtulit, / fundáta tali sánguine / et vate tanto nóbilis (Donde, l’eccelsa vetta della devozione fece conoscere Roma, fondata su un sangue tanto prezioso e su un vate così illustre)

[Tantae per urbis ambitum / stipata tendunt agmina: / trinis celebratur viis / festum sacrorum martyrum] (Folle stipate procedevano facendo il giro di sì rinomata città; in tre vie si celebra la festa dei santi martiri)

Huc ire quis mundum putet, / concúrrere plebem poli: / elécta géntium caput, / sedes magístri géntium (Si potrebbe pensare che tutta la gente converga qui, e anche la popolazione dei cielo; la capitale delle genti è eletta a sede del maestro della genti)

[Horum, Redémptor, quæsumus, / ut príncipum consórtio / iungas precántes sérvulos / in sempitérna sæcula. Amen.]

Dicevamo della prima strofa delle due omesse: ci sembra un vero peccato che la liturgia non l’abbia conservata: in 4 versi c’è tutta la profezia che Cristo fa a Pietro sul lago di Galilea, e che il capitolo 21 di Giovanni ci riporta. L’autore dell’inno riesce a rendere esplicito e vivido il cammino “drammatico” dell’Apostolo, che ripercorre e imita la passione e la morte di Cristo, che – come Lui – affronta liberamente. Siamo di fronte al motivo teologico della morte volontaria, la quale, proprio perché è affrontata per amore, è assoggettata e vinta. Degno di nota è come la vicenda interiore di Pietro è espressa: non vuole, ma alla fine vuole, «quo nollet ivit, sed volens». Può darsi che vi sia un riferimento anche alla vicenda leggendaria del Quo vadis: Pietro, convinto a lasciare l’Urbe per scampare la persecuzione, incontra il Maestro che – invece – stava per entrare in città e, «resosi conto che Cristo doveva nuovamente subire la crocifissione nel servo, tornò indietro di sua spontanea volontà (sponte remeavit)».

Quindi il suo non fu un martirio subito volente o nolente, come si usa dire nell’espressione italiana, ma nolente prima e volente poi; ancor più interessante il fatto che nell’inno sembra che la successione temporale sia sfumata: non voleva ma volle. Nolente volente!

Infine, per una ben più seria e approfondita analisi del nostro Inno, rimandiamo qui.

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Un Natan da scoprire per un sacramento (ancora) da riscoprire

…se l’accusatore era mosso dall’amore nella sua azione, cioè dal desiderio del bene altrui e di una comunione nella reciproca verità, quando si trova di fronte alla dichiarazione che attesta questa verità e alla domanda di ristabilire la comunione, egli può rivelarsi, senza ambiguità, nella sua dimensione di perdono. Se egli perdonasse senza accusare, assomiglierebbe a colui che è connivente col male; se perdonasse senza confessione della colpa, promuoverebbe una relazione senza coscienza della verità; e se perdonasse senza richiesta, la comunione sarebbe imperfetta, perché non doluta da entrambe le parti.

P. Bovati, Ristabilire la giustizia. Procedure, vocabolario, orientamenti (Analecta Biblica 110), Roma 1997, 113.

La pericope liturgica della prima lettura di domenica scorsa, XI domenica del tempo Ordinario, (2Sam 12,7-10.13) così come è stata delimitata e composta, potrebbe suscitare alcune perplessità. Infatti, nel testo selezionato per la proclamazione liturgica, la lunga e pesante requisitoria di Natan pare assai poco proporzionata alle cinque parole di pentimento del re Davide, a cui segue la sorprendente e inaspettata – con quelle premesse! – dichiarazione di perdono, che il profeta pronuncia a nome del Signore. La denuncia per l’ingratitudine, la poca considerazione dei benefici ricevuti e la stupida malvagità di Davide motivano le conseguenze annunciategli da Natan: l’abbandono da parte del Signore, che lo aveva invece eletto, e la minaccia della spada sempre incombente. Una condanna senza speranza; eppure il tono minaccioso e di condanna viene poi sfumato dall’umile confessione del re e dall’immediata assicurazione di perdono.

Parrebbe davvero facile la misericordia! Forse pure troppo superficiale e banale la questione. Una lettura più estesa della pagina biblica ci mostra che la serietà del pentimento di Davide è molto profonda e radicata e che le conseguenze del crimine del re si faranno sentire, storicamente ed esistenzialmente, ancora per molto: non si tratta dunque di un colpo di spugna. E, nemmeno, il profeta Natan non si reca da Davide per pronunciare un vuoto ed ipocrita fervorino moralista, che ben presto cede il passo ad una misericordia facile facile e ad un perdono scontato e, tutto sommato, banale. E’ invece tutto molto serio e storico. Aiuterebbe certo la comprensione la lettura integrale di tutta la vicenda narrata nel libro di Samuele, ma ancora di più sarebbe utile inserirla nello sfondo del rîb, quella particolare procedura che nella Scrittura è stata usata per articolare la questione problematica del ristabilimento della giustizia. Natan ci si rivelerebbe per quel profeta che é, inviato da Dio con una missione precisa, che usa parole non a caso e che, soprattutto, si muove per amore, anche quando deve correggere, rimproverare e minacciare: la prova è appunto l’immediata dichiarazione di perdono successiva alla confessione sincera di Davide.

La citazione iniziale, in questo senso, era doverosa: al biblista Bovati e ai suoi giovani discepoli (1) dobbiamo una rinnovata prospettiva, che si rivela davvero interessante e feconda a proposito del sacramento della confessione, o riconciliazione – come dir si voglia -; anche nelle odierne discussioni ecclesiali, non guasterebbe affatto un pochino di sapienza biblica, per evitare che in nome di una presunta pastoralità si rischi di uscire dai binari della Rivelazione.

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(1) Ne abbiamo già parlato qui e nei post segnalati in codesto.

Dialoghi ispirati. Ancora sull’uso della Sacra Scrittura

Dal genio esegetico di Origene abbiamo in questi giorni potuto apprezzare alcuni passaggi, che la Liturgia delle Ore ci offriva come seconda lettura patristica dell’Ufficio delle Letture. Nella decima settimana del Tempo Ordinario abbiamo letto, infatti, il libro di Giosuè e, per alcuni giorni, le relative Omelie dell’alessandrino. In esse, l’episodio del passaggio del Giordano è riletto in chiave mistero-sacramentale. Senza fermarci ora sull’originale parallelismo da lui proposto fra l’esodo del popolo di Israele e la conversione e il catecumenato del cristiano (degno di nota, fra l’altro, è il fatto che ad essere simbolo del battesimo non è il passaggio del Mar Rosso ma il passaggio del Giordano), vorremmo evidenziare la vivida sintesi delle emozioni e delle esperienze del battezzato che Origene traccia in modo davvero espressivo: non con sue parole, ma con testi delle Sacre Scritture:

Allora, attraversato il Giordano per mezzo del ministero dei sacerdoti, entrerai nella terra promessa, nella quale dopo Mosè ti riceve Cristo. Egli stesso ti sarà guida per il tuo nuovo viaggio. Allora, memore di tante e così grandi meraviglie di Dio, capirai che per te si è diviso il mare e si arrestò l’acqua del fiume. Ti rivolgerai a questi elementi e dirai: Che hai tu, o mare, che ti sei ritirato? E tu , o Giordano, che ti sei voltato in senso inverso? Perché voi monti avete saltato di gioia come arieti, e voi colline come agnelli di un gregge? Risponderà la parola divina e dirà: Dall’apparizione del Signore è stata scossa la terra, dall’apparizione del Dio di Giacobbe, che ha trasformato la pietra in un pozzo d’acqua, e la rupe in zampilli di acque (cfr. Sal 113,5-8). [Omelie sul libro di Giosuè, 4,1; Mercoledì della X sett. del tempo ordinario]

Con tutta probabilità, questo dialogo avveniva solo nella mente geniale di Origene, capace di accostare passi della Scrittura e farne uso così espressivo.

Tuttavia, nel corso della storia della liturgia, non mancano esempi di un simile approccio alla Scrittura che, al di là di ogni prudenza esegetica, del rigore ieratico e della sobria concinnitas, costituiscono effettivi segmenti rituali.

Nella rigogliosa proliferazione di ordines locali e di pontificali medioevali capita di imbattersi in curiose ed originali drammatizzazioni liturgiche, sviluppate a partire da una familiarità e conoscenza della Bibbia che può far storcere il naso ma che pochi ai nostri giorni avrebbero.

Ecco un frammento del cosiddetto Pontificale di Poitiers (IX sec.), a riguardo della penitenza canonica. La mattina del Giovedì santo, in un intreccio di riti e celebrazioni, avveniva la riconciliazione dei penitenti. Si tratta di un complesso e articolato rituale di riammissione alla piena comunione, che conosce vari momenti e luoghi. Dopo un primo esame da parte del Vescovo, i penitenti giudicati degni di essere riconciliati, partecipano ad un lungo momento di preghiera (una sorta di Ufficio con tre Notturni) ed una messa pro paenitentibus. All’inizio di questa azione liturgica, i penitenti sono ancora fuori dalla Chiesa, ed in mezzo a loro si pongono 4 cantori, incaricati di cantare – appunto – un’antifona ricchissima di reminiscenze bibliche. Altri 4 cantori si dispongono (nascosti ?) dietro l’altare della Chiesa: al termine dell’antifona del gruppo dei penitenti, ad essa rispondono da dietro l’altare gli altri 4 cantori, con il canto di un’altra antifona. L’effetto drammatico è cercato e voluto, e – immaginando plasticamente l’ordo – pure riuscito: alla voce supplichevole dei penitenti pare che risponda la parola stessa del Redentore, al quale i cantori posti dietro l’altare prestano la voce, che riecheggia nel santuario fino alle porte esterne della chiesa, dove i penitenti attendono. Dopo questa sorta di dialogo, il diacono proclama un’altra antifona biblica, che è il segnale che permette ai penitenti di entrare nella chiesa.

Come si vede, una grande libertà e fantasia celebrativa, unite ad una familiarità con la Scrittura davvero sorprendente. La liturgia in questo è insuperabile!

Ecco il testo:

Antifona: O Signore, se tu fossi adirato contro di noi chi cercheremo come aiuto o chi avrebbe misericordia delle nostre debolezze, tu che hai invitato alla penitenza la Cananea e il pubblicano e, Signore, hai accolto Pietro in lacrime, così accogli misericordioso la nostra penitenza e salvaci, salvatore del mondo. Terminata questa antifona, altrettanti cantori, stando dietro l’altare, cantano, come se rispondessero a quelli con la voce del Redentore, quest’altra antifona: Come il pastore porta la pecora perduta al suo gregge, così io porto voi e vi raccolgo, dice il Signore; io vi ho fatto e io vi porterò, io vi ho creati, io vi ho sostenuto, io vi ho redenti, io perdonerò i vostri peccati, io santo, santo, santo d’Israele. Dopo ciò il diacono esclama: Ritornate, voi che dovete essere riconciliati, nel seno dell’eterna sapienza della vostra madre, succhiate agli abbondanti seni della misericordia di Dio. Varcate le sue porte confessando, i suoi atri con inni di lode, piangete le cose passate, evitate le imminenti. E dopo questa, entrano in chiesa e prostrati a terra pregano a lungo, mentre i cori cantano in modo da far sentire a gran voce l’antifona Laudate.., con i suoi versetti.

Il cosiddetto Pontificale di Poitiers (Rerum Ecclesiasticarum Documenta. Series Maior. Fontes XIV), ed. A. Martini, Roma 1979

Per il testo in latino, cf. qui: Pontificale di Poitiers, 205-207