Il Natale del Signore è il natale della pace. Papa Leone Magno: ben più di un pacifista.

iportiamo integralmente il Sermone 6 (26) [Sul Natale del Signore] di san Leone Magno, di cui nell’Ufficio delle Letture del 31 dicembre viene riportato un brano selezionato. Vi si trovano moltissimi spunti di teologia liturgica, di teologia della storia; alcune espressioni, mirabili per sintesi e per contenuto, sono vere perle: “il Natale del Capo è il Natale anche del Corpo”, “Il Natale del Signore è il Natale della pace”. Vale la pena rileggere tutto il Sermone, anche per evitare facili fraintendimenti e banali moralismi: in vista della Giornata della Pace, da Paolo VI voluta per il 1 gennaio, una sana lettura, fra tanti e banali moralismi pseudo-pacifisti!!

Il testo non presente nel brano offerto dall’Ufficio delle Letture viene evidenziato dal colore rosso.

In ogni giorno e in ogni tempo, carissimi, all’animo dei fedeli che meditano sulle cose di Dio si fa presente la nascita del Signore e Salvatore nostro dalla Vergine madre. E la mente sollecitata alla glorificazione del suo Creatore espressa sia nel pianto di una supplica, sia nell’esultanza della lode o nell’offerta del sacrificio, nulla riesce ad intuire nella sua interiorità con più frequenza e con maggior fiducia di questo: Dio, Figlio di Dio, generato dal Padre a Lui coeterno, è nato anche con un parto umano. Ma questa nascita che deve essere adorata in cielo e in terra, nessun giorno più di questo ce la fa rivivere, e con una nuova luce che investe anche gli elementi della natura, infonde nei nostri sensi lo splendore dello stupendo mistero. Perché non è soltanto alla nostra memoria, ma in certo modo ai nostri occhi che si fa presente il dialogo dell’angelo Gabriele con Maria piena di stupore, concepimento per opera dello Spirito Santo con una promessa tanto meravigliosa quanto la fede che l’accoglie, il Creatore del mondo partorito da un grembo verginale, e Colui che ha creato tutti gli esseri divenuto figlio di colei che Egli ha creato. Oggi il Verbo di Dio è apparso rivestito di carne, e Lui che mai occhio umano ha potuto vedere si è reso palpabile dalle mani dell’uomo. Oggi i pastori appresero dalla voce degli angeli la nascita del Salvatore nella sostanza della nostra carne e della nostra anima, e per i custodi del gregge del Signore oggi è stato costituito il modello di evangelizzazione. Ripetiamo pertanto anche noi con le schiere della milizia celeste: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà”.

L’infanzia, che il Figlio di Dio non ha ritenuto indegna della sua maestà, si sviluppò con il crescere dell’età nella piena maturità dell’uomo. Certo, compiutosi il trionfo della passione e della risurrezione, appartiene al passato tutto l’abbassamento da lui accettato per noi: tuttavia la festa d’oggi rinnova per noi i sacri inizi di Gesù, nato dalla Vergine Maria.

E mentre celebriamo in adorazione la nascita del nostro Salvatore, ci troviamo a celebrare il nostro inizio: la nascita di Cristo segna l’inizio del popolo cristiano; il natale del Capo è il natale del Corpo. [ et, dum Salvatóris nostri adorámus ortum, invenímur nos nostrum celebráre princípium. Generátio enim Christi orígo est pópuli christiáni, et natális cápitis natális est córporis. ] Sebbene tutti i figli della Chiesa ricevano la chiamata ciascuno nel suo momento e siano distribuiti nel corso del tempo, pure tutti insieme, nati dal fonte battesimale, sono generati con Cristo in questa natività, [ Hábeant licet sínguli quique vocatórum órdinem suum, et omnes Ecclésiæ fílii témporum sint successióne distíncti, univérsa tamen summa fidélium, fonte orta baptísmatis,..] così come con Cristo sono stati crocifissi nella passione, risuscitati nella risurrezione, collocati alla destra del Padre nell’ascensione. Ogni credente, che in qualsiasi parte del mondo viene rigenerato in Cristo, rompe i legami con la colpa d’origine e diventa uomo nuovo con una seconda nascita. Ormai non appartiene più alla discendenza del padre secondo la carne, ma alla generazione del Salvatore che si è fatto figlio dell’uomo perché noi potessimo divenire figli di Dio. Se egli non scendesse a noi in questo abbassamento della nascita, nessuno con i propri meriti potrebbe salire a lui.

Nulla di tenebroso la sapienza terrena induca nel cuore degli eletti, né la polvere delle opinioni terrene, destinata a ricadere nell’abisso, si levi contro la sublimità della grazia di Dio. Si è compiuto alla fine dei secoli ciò che era stabilito prima dei tempi eterni, e alla presenza delle realtà, scomparendo ormai il valore delle figure, la legge e la profezia si sono fatte verità, [Impletum est in fine saeculorum quod erat ante tempora aeterna dispositum, et sub praesentia rerum signis cessantibus figurarum, lex et prophetia veritas facta est. ] per cui Abramo è divenuto padre di tutte le nazioni e nella sua discendenza è stata data al mondo la benedizione promessa; e così costituiscono l’Israele non soltanto coloro che nascono dal sangue e dalla carne, ma l’intera comunità dei figli dell’adozione entra in possesso dell’eredità promessa ai figli della fede. Cessino le grida calunniose di inutili discussioni, e il ragionamento umano non metta in questione l’efficacia realizzatrice dell’opera divina. Noi crediamo a Dio con Abramo, né siamo esitanti per mancanza di fede, ma siamo anche assolutamente certi che quanto Dio ha promesso ha anche il potere di farlo. Orbene carissimi, alla nascita del Salvatore, non da seme umano ma dallo Spirito Santo, non soggetto perciò alla condanna del primo peccato, <….>La grandezza stessa del dono ricevuto esige da noi una stima degna del suo splendore. Il beato Apostolo ce l’insegna: Non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito che viene da Dio per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato (cfr. 1 Cor 2,12). La sola maniera di onorarlo degnamente è di offrirgli il dono stesso ricevuto da lui. Ora, per onorare la presente festa, che cosa possiamo trovare di più confacente, fra tutti i doni di Dio, se non la pace, quella pace, che fu annunziata la prima volta dal canto degli angeli alla nascita del Signore? La pace genera i figli di Dio, nutre l’amore, crea l’unione; essa è riposo dei beati, dimora dell’eternità. Suo proprio compito e suo beneficio particolare è di unire a Dio coloro che separa dal mondo del male. Perciò l’Apostolo ci stimola alla ricerca dei questo bene dicendo: “Una volta giustificati per mezzo della fede, abbiamo pace con Dio”. Nella concisione di questa massima è racchiuso il compimento di quasi tutti i comandamenti, perché là dove c’è vera pace non potrà mancare alcuna virtuù. Che vuol dire, carissimi, avere pace con Dio se non volere ciò che Egli comanda e non volere ciò che Egli proibisce? In realtà, se le amicizie umane richiedono uguaglianza di sentimenti e volontà concordi, e mai la divergenza nella condotta di vita può giungere ad una solida concordia, come potrà essere partecipe della pace divina colui che ama ciò che a Dio dispiace ed è proteso alla ricerca del piacere in quelle cose che, come egli sa, offendono Dio? Non è questa la disposizione d’animo dei figli di Dio, né la dignità della nostra adozione comporta una sapienza di questo genere. La stirpe eletta e regale sia in accordo con la dignità della sua rinascita, ami ciò che il Padre ama, e in nulla si distacchi dal suo Creatore, perché il Signore non dica ancora: “Ho generato e fatto crescere i miei figli, ma essi mi hanno disprezzato. Il bue riconosce il suo padrone e l’asino la greppia del suo padrone, Israele invece non mi ha conosciuto il mio popolo non mi ha compreso”. Grande, o carissimi, e superiore a tutti gli altri doni è il mistero di questo dono, che cioè Dio designi l’uomo col nome di figlio e l’uomo chiami Dio con il nome di padre. Infatti questi appellativi ci fanno vedere e apprendere chi è che può raggiungere una vetta così alta dell’amore. Perché, se nella generazione secondo la carne e nell’ambito della stirpe terrena i vizi di una condotta perversa gettano ombra sui figli di genitori illustri, e se una prole indegna trova motivo di vergogna proprio nel nome illustre dei suoi antenati, a quale rovina non andranno incontro coloro che per amore del mondo non esitano a rinunziare alla nascita in Cristo? Se poi risulta motivo di lode da parte degli uomini che la gloria dei padri si ritrovi luminosa nei figli, quanta maggior gloria vi sarà nel fatto che i figli di Dio facciano risplendere in se stessi l’immagine del Creatore, e manifestino nella propria persona Colui che li ha generati! Dice infatti il Signore: “Splenda la vostra luce dinanzi agli uomini in modo che essi vedano le vostre opere buone e diano gloria al Padre vostro che è nei cieli”. Certo, noi sappiamo, come dice l’apostolo Giovanni, che “tutto il mondo è soggetto al Maligno”, e per le insidie del diavolo e dei suoi angeli è travagliato da infinite tentazioni perché l’uomo nel suo sforzo di tendere alle cose celesti o si perda d’animo per la contrarietà o si lasci corrompere nelle prosperità; ma Colui che è in noi è più grande di chi è contro di noi: e quanti hanno pace con Dio e di tutto cuore dicono al Padre: “Sia fatta la tua volontà”,  nessuna lotta può farli soccombere, né alcun conflitto potrà loro nuocere. In verità, accusando noi stessi nelle nostre confessioni, e rifiutando il consenso dell’animo alle concupiscenze della carne, certo provochiamo contro di noi l’inimicizia di colui che è padre del peccato, ma rendiamo solida ed invincibile la pace con Dio assecondando la sua grazia; sicchè potremo non solo sottometterci al nostro RE con l’obbedienza, ma anche unirci intimamente a Lui. Poiché se il suo pensiero è anche il nostro, se vogliamo quel che Egli vuole, e rifiutiamo ciò che Egli riprova, Egli stesso per noi sosterrà tutte le nostre guerre, Lui stesso che ci ha dato di volere, ci darà anche di potere, per essere così suoi collaboratori e poter dire nell’esultanza della fede col profetico salmista: “Il Signore è la mia luce e la mia salvezza. Di chi avrò timore? Il Signore è difesa della mia vita. Di chi avrò paura? Quelli dunque che non da sangue né da volere di carne né da volere d’uomo, ma da Dio sono nati (cfr. Gv 1,13), offrano al Padre i loro cuori di figli uniti nella pace. Tutti i membri della famiglia adottiva di Dio si incontrino in Cristo, primogenito della nuova creazione, il quale venne a compiere non la sua volontà, ma quella di chi l’aveva inviato. Il Padre infatti nella sua bontà gratuita adottò come suoi eredi non quelli che si sentivano divisi da discordie e incompatibilità vicendevoli, bensì quelli che sinceramente vivevano ed amavano la loro mutua fraterna unione. Infatti quanti sono stati plasmati secondo un unico modello, devono possedere una comune omogeneità di spirito. Il Natale del Signore è il natale della pace.  Lo dice l’Apostolo: Egli è la nostra pace, egli che di due popoli ne ha fatto uno solo (cfr. Ef 2,14), perché, sia giudei sia pagani, «per mezzo di lui possiamo presentarci al Padre in un solo Spirito» (Ef 2,18), per mezzo di Lui che prima del giorno volontariamente scelto per la sua passione, istruì in modo tutto speciale i suoi discepoli su questa dottrina dicendo: “Vi do la mia pace, vi lascio la mia pace”. E perché la peculiarità della sua pace non rimanesse velata sotto una generica denominazione, aggiunse: “Ve la do non come la da il mondo”. Il mondo, Egli dice, ha le sue amicizie, e stringe molti in un legame di concordia con amore depravato. Animi concordi s’incontrano anche nei vizi, e l’affinità dei desideri produce l’uguaglianza delle passioni. E se mai vi sono uomini che non accettano la malvagità e la disonestà, e che escludono dai loro rapporti di amicizia accordi iniqui, tuttavia, se si tratta di Giudei o di eretici o di pagani, essi non rientrano nell’amicizia di Dio ma nella pace del mondo. La pace invece degli uomini spirituali e cattolici, pace che viene dal cielo e conduce al cielo, non consente a noi di intrecciare alcuna comunione con gli amanti del mondo, ma c’impone di resistere ad ogni sorta di ostacoli, e staccandoci dai piaceri funesti innalzarci a volo verso le vere gioie, secondo quanto dice il Signore: “Là dove sarà il tuo tesoro, vi sarà anche il tuo cuore”; come dire che se l’oggetto del tuo amore è in basso, tu andrai a finire nel profondo, se invece quanto ami è in alto, tu giungerai alle vette più alte. Lassù ci guidi e ci conduca lo Spirito Santo, tutti uniti nel volere una stessa cosa, in unità di sentimenti, e unanimi nella fede, nella speranza e nella carità, perché tutti coloro che sono mossi dallo Spirito di Dio sono figli di Dio, che regna col Figlio e con lo Spirito Santo nei secoli dei secoli. Amen.

La distribuzione dei Salmi nell’Ufficiatura dell’Ottava di Natale: la tradizione rielaborata senza perdere nulla!

Che intorno alle grandi feste dell’anno liturgico si concentri una ricchezza particolare è del tutto logico e coerente. E’ stato così nel passato ed è così anche dopo la riforma del Vaticano II.

Prendiamo ad esempio, in questo breve articolo, la distribuzione dei salmi nella Liturgia delle Ore del Natale e dei giorni dell’Ottava.

Il grande studioso di liturgia comparata A. Baumstark affermava che intorno alle feste si conservano gli strati più antichi della tradizione: questo principio si invera di nuovo anche per questo segmento della liturgia che oggi prendiamo in esame. Siano queste brevi note un’ulteriore dimostrazione della serietà del lavoro dei periti del Consilium, che non furono affatto irrispettosi della tradizione per partito preso, come capita di leggere da qualche parte.

 La regolare e ciclica assegnazione dei salmi nei giorni delle quattro settimane, nell’Ottava del Natale viene del tutto sospesa e si assiste ad una particolarissima distribuzione (tranne che per la Compieta, i cui salmi sono sempre gli stessi; comunque anche per la Compieta vi è un cambio, dovendo recitare in tutti i giorni dell’Ottava i due formulari della domenica alternativamente). Con quali criteri, dunque, è stata composta l’Ufficiatura dell’Ottava? Fatta eccezione per le feste di santo Stefano, di san Giovanni e dei santi Innocenti, i salmi delle Lodi e dei Vespri rimangono gli stessi (salmi della domenica della prima settimana alle lodi e stessi salmi – particolari – dei secondi vespri del Natale alla celebrazione vespertina). All’ora media, escluso il Natale, si usano i salmi del giorno corrente dal salterio. Le particolarità davvero proprie, quindi, sono i salmi dei Vespri (primi v. e secondi v.) e dell’Ufficio delle Letture.

 Conoscere i principi in base ai quali sono stati scelti i salmi non è mera erudizione, ma – oltre a fare giustizia di interpretazioni malevole – può contribuire ad una preghiera meno superficiale ed esteriormente ripetitiva: il gusto dei testi può condurre sempre più nell’inesauribile mistero di Cristo.  Senza addurre nostre interpretazioni, lasceremo la parola a chi preparò la nuova distribuzione del salterio, i periti del Coetus III: riprodurremo, nell’originale e in una nostra traduzione, una parte dello schema 244 (De Breviario 59), in cui, mentre si fa il punto sullo stato dei lavori di riforma, vengono presentati alcuni criteri di elezione dei salmi.

Ci preme sottolineare la capacità dei periti nell’utilizzare i dati della tradizione, componendoli con le nuove esigenze della struttura e dei contenuti della preghiera delle Ore. Di questo atteggiamento è prova il fatto che durante l’Ottava vengono distribuiti tutti i salmi che tradizionalmente venivano usati per il Mattutino di Natale. Non ne viene lasciato neppure uno: sono tutti usati per l’Ufficio delle Letture, tranne i salmi 18B, 46 e 47, che vengo invece usati per l’Ora Media propria del giorno di Natale. Al termine, in una tabella riassuntiva, presenteremo schematicamente la nuova composizione dell’Ufficiatura, evidenziando alcuni criteri di elezione. Rispetto alla proposta suggerita nella tabella dello schema, che rispecchia una fase dei lavori di revisione, la soluzione finalmente accettata presenta una piccola variante. Invece di utilizzare il Sal 88 abbreviato, esso viene diviso in due sezioni, come pure il 71. Vengono così a trovarsi due sezioni in più, per i salmi 46 e 47, insieme al 18B, compongono, come abbiamo visto, l’Ora Media di Natale.

[Consilium ad exsequendam Constitutionem de sacra Liturgia, 20 septembris 1967, Schemata n. 244, De Breviario 59. Coetus a studiis III, De psalmis distribuendis: F. Braga, Roma]

  C

De psalmodia Sollemnitatum et Festorum

 

13) Pro Laudibus et Completorio diebus festivis proponuntur psalmi dominicales, et quidem eius hebdomadae, in quam dies illi incidunt. Pro Hora media festorum, qui incidunt in hebdomadam, proponitur series psalmorum gradualium, qui offeruntur aliis diebus his, qui cotidie plus quam unam Horam Mediam recitant. Psalmi enim Horae Mediae Dominicarum electi sunt propter Mysterium paschale et opportune reservantur pro Dominicis. Qua de causa psalmi speciales tantummodo pro Officio lectionis et pro duabus Vesperis eligendi sunt.

 

1. De Vesperis in genere

14) Traditio Breviarii romani diebus festivis pro Vesperis providit generaliter psalmos dominicales exceptis paucis psalmis diei specialibus.

Pro I. Vesperis antiqua traditio adhuc in Ordine Praedicatorum conservata assignabat “Omnia Laudate”: i.e. Pss 112 116 134 145 146 147, post restictionem numeri uno omisso. Pss 148-150 pro Laudibus reservati erant.

Pro instauratione proponitur ut semper duo e laudatoriis illi componantur cum cantico Novi Testamenti. In nonnullis casibus proponuntur psalmi alii, sed indolis laudatoriae e. gr. psalmus “Confitemini”.

 

15) Pro II. Vesperis servatur primo loco semper Ps 109. Additur psalmus specialis aptus ideae Festi et canticum N.T.

 

2. De Officio in genere

16) Proponuntur etiam pro diebus festivis in Officio lectionis tres psalmi, et quidem speciales. Adhuc studio subiacet quid faciendum sit pro iis qui longiore vigilia indigent, ex. gr. pro communitatibus religiosis.

 

3. De methodo electionis

17) In traditione Medii Aevi pro diebus festivis praesto erant permulti psalmi, qui liturgistis illius temporis videbantur specialiter apti. Non raro vero pro gustu hodierno electio facta est nimis artificialis. Saepe liturgistae electionem suam fecerunt sine exegesi aut theologia. Sufficiebat illis, si cor pium cantando videbat seu sentiebat allusionem ad ideam festi, qua inducebatur ad laudandum Deum propter Mysterium festivum. Talis modus psallendi etiam clerico hodierno possibilis esse videtur, dummodo sciat, intentionem electionis neque exegeticam neque theologicam esse debere. Unum necessarium est: Ut cor ad orandum moveatur.

Tamen in electione casus nimis artificiales evitari possunt, quia psalmi traditionales numerosissimi sunt. Ad quodlibet festum datur traditio breviariorum in Appendice, saltem pro Officio lectionis.

 [p. 244/6]

In electione ducti sumus quibusdam regulis:

18) Sensus Scripturae certe primum principium sit oporteret. Sed tam in LXX quam in Novo Testamento multi psalmi iam interpretantur in sensu messianico. Interpretatio Novi Testamenti est primum principium.

19) Deinde animadvertendum est ad interpretationem Patrum. Sed concedendum est liturgistas romanos raro tantum sequi Patres, etsi eadem methodo interpretandi utuntur.

20) Interpretatio liturgistarum romanorum saepissime observanda erat.

21) Adiutorio fuerunt etiam Tituli in psalteriis Medii Aevi additi.

22) De cetero curandum erat cuiusdam variationis, ne iidem psalmi nimis saepe occurrant, alii vero negligantur.

23) Casus nimis artificiosi evitati sunt. Sed in hac re multum valet diversitas gustus eorum, qui breviarium recitant.

 

4. De singulis diebus festivis

I.

Nativitas Domini

24) I. Vesperae

Ps 112 propter v. 9: “Qui habitare facit sterilem in domo” alludentem ad mirabile conceptum Domini.

Ps 147 Loques de Verbo, quod mittit Deus in mundum. Praeterea Ierusalem saepe interpretatur de Maria.

Phil 2,6-11, quia in prima parte huius cantici tractatur de assumptione naturae humanae.

 

25) Officium lectionis

Series psalmorum optima est et traditionis fere unanimis. Quare servantur omnes psalmi, additis eis, quos breviarium monasticum elegit ad duodenarium implendum. Distribuuntur per octavam, ita ut die 1. Ianuarii semper recitentur Ps 23 et 86, qui olim die Nativitatis cantabantur in Basilica Maioris B. Dei Genitricis.

 

25 dec 29 dec 30 dec 31 dec 1 Ian
2 45 71 95 23
18 46 84 96 86
44 47 88 (abbr.) 97 98

 

26) II. Vesperae

Ps 109 aptissimus propter verba: “..ex utero ante luciferum”

Ps 129 secundum traditionem propter verba: “Et ipse redimet populum”

Col 1,12-20 de “primogenito omnis creaturae” et “primogenito ex mortuis”.

 

Nostra traduzione

C

La salmodia delle Solennità e delle Feste

 

13) Per le Lodi e la Compieta nei giorni festivi sono proposti i salmi della domenica, e alcuni della loro settimana, nel cui giorno essi cadono. Per l’Ora media delle feste, che cadono durante la settimana, si propone la serie dei salmi graduali, che sono assegnati agli altri giorni per quanti recitano quotidianamente più di una Ora Media. Infatti i salmi dell’Ora Media delle domeniche sono scelti a causa del Mistero Pasquale e sono riservati opportunamente per le Domeniche. Per tale ragione, sono da scegliersi salmi particolari sono per l’Ufficio delle letture e per i due Vespri.

 

1. Sui Vespri in generale

14) La tradizione del Breviario romano, per i Vespri nei giorni festivi generalmente ha previsto salmi domenicali, fatta eccezione per pochi salmi particolari di un giorno.

Per i primi Vespri l’antica tradizione conservata finora nell’Ordine dei Predicatori assegnava “Tutti i Laudate”: vale a dire i Salmi 112 116 134 145 146 147 dopo la restrizione del numero uno omesso. I salmi 148-150 erano riservati per le Lodi.

Per la revisione si propone che due fra i salmi di lode siano disposti con un cantico del Nuovo Testamento. In nessun caso si propongono altri salmi se non quelli di lode, ad esempio il salmo “Confitemini”.

15) Per i secondi Vespri si conserva in primo luogo sempre il sal 109. Si aggiunge un salmo particolare adatto all’idea della Festa e una cantico del N. T.

 

2. Sull’Ufficio in generale

16) Si propongono anche per i giorni festivi, nell’Ufficio delle letture, tre salmi, ed evidentemente particolari. Fino a questo momento lo studio dipende da cosa debba essere fatto per quanti hanno necessità di una veglia più lunga, per es. per le comunità religiose.

 

3. Sul metodo di scelta

17) Nella tradizione del Medio Evo, per i giorni festivi, si disponeva di molti salmi, che dai liturgisti di quei tempi si consideravano particolarmente adatti. Non di rado, a dire il vero, per la sensibilità odierna la scelta fatta è troppo artificiale. Spesso i liturgisti operarono la loro scelta senza esegesi o teologia. Per essi era sufficiente se il cuore devoto notava o sentiva un allusione all’idea della festa, che muoveva a lodare Dio per il Mistero festivo. Un tale modo di salmodiare pare essere possibile anche al chierico odierno, purché sappia che il proposito della scelta non deve essere né esegetico né teologico. L’unica cosa necessaria è che il cuore sia mosso all’orazione. Tuttavia nella scelta i casi troppo artificiali possono essere evitati, poiché i salmi tradizionali sono numerosissimi. In Appendice si mostra la tradizione dei breviari per qualsivoglia festa, ma solo per l’Ufficio delle letture.

Nella scelta siamo stati guidati da alcune regole:

18) Sarebbe necessario che certamente il primo principio fosse il senso della Scrittura. Ma tanto nella Settanta quanto nel Nuovo Testamento molti salmi sono già interpretati in senso messianico. L’interpretazione del Nuovo Testamento è il primo principio.

19) Quindi bisogna prestare attenzione all’interpretazione dei Padri. Ma bisogna ammettere che i liturgisti romani soltanto raramente hanno seguito i Padri, sebbene abbiano usato il medesimo metodo di interpretare.

20) Spessissimo si è dovuta osservare l’interpretazione dei liturgisti romani.

21) Sono stati d’aiuto i Titoli aggiunti nei salteri del Medio Evo.

22) Per il resto si doveva prestare attenzione ad una qualche differenziazione, affinchè gli stessi salmi non capitino troppo spesso, e altri siano trascurati.

 

4. Riguardo ai singoli giorni festivi

I.

Natale del Signore

24) Primi Vespri

Sal 112 a causa del v. 9: “Fa abitare la sterile nella sua casa”, che allude al mirabile concepimento del Signore.

Sal 147 che parla del Verbo, che Dio manda nel mondo. Inoltre Gerusalemme è spesso interpretata in riferimento a Maria

Fil 2,6-11, poiché nella prima parte di questo cantico si tratta dell’assunzione della natura umana

 

25) L’Ufficio delle Letture

La serie dei salmi è ottima e la tradizione per lo più unanime. Perciò siano conservati tutti i salmi, aggiunti quelli che il breviario monastico ha scelto per completare il duodenario. Sono distribuiti nell’Ottava, in modo che il primo gennaio si reciteranno sempre i sal 23 e 86, che una volta si cantavano il giorno di Natale nella Basilica di santa Maria Maggiore.

 

26) Secondi Vespri

Il sal 109 è molto adatto a causa delle parole “..dal seno dell’aurora”

Il sal 129, secondo la tradizione, per le parole “Egli redimerà Israele”

Col 1,12-20 in riferimento a “generato prima di ogni creatura” e “primogenito di coloro che risuscitano dai morti”.

 

 

 

 

 

Natale

Quinto giorno dell’Ottava

Sesto giorno dell’Ottava

Settimo giorno dell’Ottava

Solennità Maria SS. Madre di Dio

Primi Vespri

 

Sal 112 (Tradiz.; interpr. cristologica v. 9

Sal 147 (interpr. cristologica v. 4; cf. antifona

Fil 2,6-11

(Interpr. cristologica; cf. antifona

 

 

 

    Primi Vespri

 

Dal Comune della B.V. Maria

Ufficio Letture

 

Sal 2 (Tradiz.; interpr. cristologica)

Sal 18A (trad.; interpr. cristologica)

Sal 44 (trad.; interpr. cristologica)

 

Ufficio Letture

 

Sal 45 (dalle serie tradizionale)

 

Sal 71 I/II (dalla serie tradizionale)

 

 

Ufficio Letture

 

Sal 84 (dalle serie tradizionale)

 

Sal 88 I/II (dalla serie tradizionale)

 

Ufficio Letture

 

Sal 95 (dalle serie tradizionale)

 

Sal 96 (dalla serie tradizionale)

 

Sal 97 (dalla serie tradizionale)

Ufficio Letture

 

Sal 23 (dalle serie tradizionale)

 

Sal 86 (dalla serie tradizionale)

 

Sal 98 (dalla serie tradizionale)

 

Secondi Vespri

 

Sal 109 (Tradiz.; interpr. cristologica v. 3)

Sal 129 (tradiz.; interpr. cristologica v. 8)

Cantico Col 1,3.12-20 (interpr. cristologica)

Vespri

 

Come ai II Vespri di Natale

Vespri

 

Come ai II Vespri di Natale

Vespri

 

Come ai II Vespri di Natale

Secondi Vespri

 

Dal comune della B.V. Maria

 

Il suo nome è Meraviglia!

Puer natus est nobis.. E' nato per noi un bambino.. (Ant. di Ingresso, cf. Is 9,5)

Puer natus est nobis..
E’ nato per noi un bambino..
(Ant. di Ingresso, cf. Is 9,5)

Oggi è nato un bimbo,

il suo nome è Meraviglia.

E’ proprio una meraviglia di Dio

che si sia manifestato come un bambino.

Benedetto il bimbo, che oggi

ha fatto esultare Betlemme.

Benedetto l’infante, che oggi

ha ringiovanito l’umanità.

Benedetto il frutto, che ha chinato

se stesso verso la nostra fame.

Benedetto il buono che in un istante

ha arricchito tutta la nostra povertà

e ha colmato la nostra indigenza.

Benedetto colui che è stato piegato dalla sua misericordia

a prendersi cura della nostra infermità.

Benedetto, lui che ha segnato la nostra anima,

l’ha adornata e l’ha sposata a sé.

Benedetto, lui che ha fatto del nostro corpo

una tenda della sua invisibilità.

Benedetto, lui che nella nostra lingua

ha tradotto i suoi segreti.

Gloria al figlio del Buono,

disprezzato dai figli del maligno.

Gloria al figlio del Giusto,

crocifisso dai figli dell’empio.

Gloria a colui che ci ha slegato

ed è stato legato al nostro posto.

Gloria a colui che si è fatto garante [per noi]

e poi ha pagato il debito.

Gloria al Bello

che ci ha modellati a sua somiglianza.

Gloria al Limpido

che non ha guardato alle nostre macchie.

Benedetto, lui che non ha biasimato,

perché è buono.

Beato il medico sceso

per un’incisione senza dolore

e per sanare piaghe

con una medicazione senza violenza.

La sua nascita è il farmaco

che ha clemenza dei peccatori.

Sia benedetto, lui che ha dimorato nell’utero

e lì ha edificato

un tempio ove poter abitare,

un santuario ove poter stare,

un abito nel quale risplendere

e un’armatura con la quale vincere.

O Buono, che non pretendi

al di là delle nostre forze.

(Isacco il Siro, Inni sul Natale)

Non una spada, ma la debolezza della carne: un Forte mal equipaggiato o una precisa strategia? (Divagazioni d’Avvento)

Avevamo già accennato, indirettamente, all’inno di Sant’Ambrogio Veni redemptor Gentium [Intende, qui regis Israel]

cf. http://sacramentumfuturi.wordpress.com/2013/12/15/a-proposito-di-alacritas/ ;

anche: http://sacramentumfuturi.wordpress.com/2013/12/12/linno-conditor-alme-siderum-uno-strano-caso-di-riforma-della-riforma/ ;

I possibili agganci e riferimenti con altri versetti biblici non finiscono di sorprendere e di mostrare quanta maestria e ispirazione possedessero i grandi Padri della Chiesa, nel comporre insieme dogma (davvero bello quel “gigas geminae substantiae”), Bibbia, liturgia. E si mostra ancora una volta la capacità della liturgia di rileggere la Scrittura in unità di Antico e Nuovo Testamento.

Il tema dello sposo che esce dalla stanza nuziale non poteva non suggerire, oltre alle citazioni più letterariamente aderenti al salmo 18, anche allusioni al conosciuto “Epitalamio regale”, ossia il salmo 45(44). I versetti 4-5 dicono: “O prode, cingiti al fianco la spada, tua gloria e tuo vanto, e avanza trionfante. Cavalca per la causa della verità, della mitezza e della giustizia. La tua destra di mostri prodigi”. In latino: “Accingere gladio tuo super femur tuum potentissime specie tua et pulchritudine tua et intende prospere procede et regna propter veritatem et mansuetudinem et iustitiam e deducet te mirabiliter dextera tua”.

Ma il prode del nostro Inno, nel suo incedere non brandisce una spada: si cinge invece dell’umiltà della carne, della nostra fragile natura umana. E’ lì che riporta la vittoria decisiva per noi.

Procedat e thalamo suo, pudoris aula regia, geminae gigas substantiaealacris ut currat viam

Aequalis aeterno Patri,

carnis tropaeo cingere,

infirma nostri corporis

virtute firmans perpeti.

Avanzi dal suo talamo aula regale del pudore,il Forte dalla duplice natura,per percorrere veloce la sua via.

Uguale all’eterno Padre,

cingiti del trofeo della carne

rafforzando con la tua potenza

la debolezza del nostro corpo.

«La 7e strophe développe avec force le contraste de la gemina substantia. Tandis que le Géant s’apprêtre à parcourir victorieusement toute l’étendue de l’univers à sauver, il doit se revêtir du trophée de la chair. Expression singulière, si l’on songe à la faiblesse congénitale de la chair (basar, sarx) dans l’anthropologie biblique? Le verbe cingere, qui convient à une arme que l’on pend à la ceinture, est sans doute à expliquer par le v. 4 du Ps 44(45): accingere gladio tuo super femur tuum, potentissime: Intende prospere procede et regna, ces deux verbes qui sont justement mis en relief au début de la 1ère et de la 5e strophe de notre Hymne. Cette observation, jointa à celle faite à propos du thalamus, me permet de penser que le Ps 44(45) est bien suos-jacent à l’Hymne d’Ambroise. Dans cette hypothèse, il faut noter la subversion du messianisme guerrier, bien présent dans le Ps 44(45) avec la mention du glaive de des flèches dont se sert le Héros royal pour vaincre les ennemis. Ici, c’est par la faiblesse de la chair que le Christ remporte sec victoires. Enseignement éminemment paulinien! D’une manière analogue Venance Fortunat dans son hymne Vexilla regis prodeunt, présentera la croix comme un étendard de victoire»: E. Cothenet, «L’arrière-plan biblique de l’hymne de st. Ambroise “Intende, qui regis Israel”», in L’Hymnographie. Conférence Saint-Serge XLVIe Semaine d’Etudes Liturgique, A.M. Triacca – A. Pistoia edd., Roma 2000, 160.

Con Leone Magno potremmo dire, pertanto, che l’arma improbabile, al posto della spada del salmo, non fu un errore ma una strategia più astuta per beffare l’astuto avversario:

«Quando dunque il misericordioso e onnipotente Salvatore disponeva gli inizi della sua Incarnazione in modo da celare sotto il velo della nostra debolezza la potenza della Divinità inseparabile dall’uomo al quale si univa, proprio allora fu beffata l’astuzia del nemico sicuro di sé – Cum igitur misericors omnipotensque Salvator ita susceptionis humanae moderaretur exordia, ut virtutem inseparabilis a suo homine Deitatis per velamen nostrae infirmitatis absconderet, inlusa est securi hostis astutia» (Sermone sul Natale, 2, 4.1)

Il card. Bacci era dunque protestante? Dove porterebbe la polemica…

Questa breve nota – non del tutto conforme all’ormai avvolgente clima natalizio di pace e di serenità meditativa – vorrebbe mostrare, senza esagerare nella polemica, quanto possano essere assurde recriminazioni e accuse rivolte a quanti cercarono di predisporre i desideri di rinnovamento che il Vaticano II stabilì in campo liturgico.

Se ci azzardiamo a fare dei nomi, lo facciamo non per avversione o simpatia personali, ma perché è la storia a testimoniare e sono i documenti a parlare; e perché ci immaginiamo con buona probabilità che le persone coinvolte in questa polemica stiano ora al cospetto di Dio, insieme, liete e serene nel contemplare la Bellezza che cercarono di amare e servire nella loro vita terrena, anche se con le fragilità e le debolezze tipiche della nostra natura umana, che qualche volta ci porta ad essere partigiani interessati di cause non sempre limpide o combattute con tutta purezza.

Il card. Bacci, dunque.

Insieme al card. Ottaviani firmò un documento indirizzato a Paolo VI (non fu grave la pubblicità di tale documento?) con il quale sostanzialmente si denunciava il nuovo Ordinamento della Messa come pieno di errori perniciosi per la fede cattolica. In nome della purezza della tradizione se ne chiedeva l’abolizione – era il 1969 -, per il ritornare al Missale Romanum di San Pio V.

Da quel momento il card. Bacci insieme ad Ottaviani, forse il secondo più del primo, divennero per molti i campioni dell’ortodossia, e il loro libello lo strumento principe da usare polemicamente contro i “novatores”, gli innovatori, coloro che tentavano – non essendo nemmeno loro tutti santi e infallibili – di rispondere ai desiderata del Concilio.

Proprio dagli Atti del Concilio riprendiamo uno degli interventi in aula del card. Bacci, intorno alla riforma del Breviario, e nel dettaglio sulla questione dei salmi e dell’integrità del salterio liturgico: nel corso della preghiera oraria, si sarebbero dovrebbero pregare tutti i salmi?

«Psalmi. Sunt non pauci psalmi, qui peculiarem conditionem respiciunt populi hebraici, atque adeo parum conferunt ad pietatem nostram; atque etiam qui respiciunt legem talionis, quae illo tempore vigebat. Duo tantum exempla affero: Ps. 136, in quo legitur: «Beatus qui tenebit et allidet parvulos tuos ad petram». Ps. 108, in quo legitur: “Fiant filii eius orphani, et uxor eius vidua…fiant nati eius in interitum; in generatione una deleantur nomen eius…et peccatum matris eius non deleantur”; et alia huiusmodi. Psalmi, qui vel imprecatorii sunt vel peculiarem conditionem respiciunt populi hebraici, sunt fere tertia pars psalterii. Mea sententia opportunum est hos omnes Psalmos, qui ceteroquin sunt Sacra Scriptura divinitus inspirata, et illorum temporum peculiaribus conditionibus consentanea, expungantur e Breviario, quod est potissimum sacrae orationis et sacrae meditationis liber. Recordemur enim quod dixit Divinus Redemptor: “Dictum est antiquis..Ego autem dico vobis”. Lex Evangelii est perfectio Veteris Testamenti et in praesens iam non viget lex talionis, sed lex caritatis et misericordiae»[1] Salmi. Ci sono non pochi salmi, che riguardano la particolare condizione del popolo ebraico, e soprattutto poco si accostano alla nostra pietà; e anche (ve ne sono) che concernono la legge del taglione. Riporto solo due esempi: il Sal 136, in cui si legge: “Beato chi afferrerà i tuoi piccoli e li sfracellerà contro la pietra”. Il Sal 108, in cui si legge: “I suoi figli rimangano orfani e vedova sua moglie..la sua discendenza sia votata allo sterminio, nelle generazione che segue sia cancellato il suo nome..il peccato di sua madre non sia mai cancellato”; e altri siffatti. I salmi, che siano imprecatori o riguardino la particolare condizione del popolo ebraico. La mia sentenza è che tutti questi salmi, che del resto sono Scrittura Sacra divinamente ispirata, comprensibilmente coerente con le particolari condizioni di quei tempi, siano tolti dal Breviario, che è il migliore libro per la sacra preghiera e la sacra meditazione. Richiamiamo alla memoria infatti ciò che disse il Divino Redentore: “E’ stato detto agli antichi..Ma io vi dico”. La legge evangelica è perfezionamento dell’Antico Testamento e ormai non vige più la legge del taglione, ma la legge della carità e della misericordia.

Il problema su come interpretare e attuare l’uso liturgico dell’intero salterio fu un problema serio nel cammino che portò alla Liturgia delle Ore di Paolo VI, forse oggi non ci pare così spinoso, ma allora così veniva avvertito. Un equilibrato articolo di V. Raffa ne ripercorre le tappe[2].

Quello che volevamo sottolineare è che coloro che desideravano fosse mantenuta l’integrità dei 150 salmi usavano argomenti legati alla tradizione, mentre l’idea che non fossero usati per la preghiera pubblica e ufficiale alcuni salmi particolari era motivata dal necessario adattamento ai tempi e dal rispetto alle condizioni psicologiche degli oranti, per i quali non si ritenevano facili all’uso spirituale i salmi imprecatori e storici.

La commissione incaricata della revisione del salterio rese ben evidente che connessa alla questione vi erano questioni ben più serie: rapporto fra Antico e Nuovo Testamento (un marcionismo moderno?), rilettura cristiana di tutta la Scrittura, formazione e catechesi biblica. Assai interessante notare che uno degli argomenti che inducevano molti ad essere piuttosto cauti nell’indulgere alle difficoltà che si adducevano per la recitazioni di alcuni salmi era il fatto che in alcune confessioni e comunità di ambito Protestante, già si era proceduto ad una progressiva “purificazione” del salterio e si intravedeva il pericolo di spalancare una porta al soggettivismo e ai gusti personali o dell’assemblea celebrante.

«Si autem selectio talis fieret, ut servari intenderentur soli psalmi “pietate aptiores”, voces extollerentur passim, plures pluresque psalmos incusantes, utpote pietati ineptos, sive quod sensus exprimant, ut aiunt, menti hodiernae non congruos, sive quod imagines mutuent ex vita pastorali et rurali et huiusmodi. Cademus certo in periculo arbitrariae opinionis  et subiectivismi, nec amplius loco inveniemus ubi consistam: aliae multae suppressiones requirentur, et non solum in Vetere Testamento, sed in Novo, immo in Evangelio.Clare patuit periculum istud ex experientia nuperrime a Fratribus Protestantibus peracta, qui mox alios psalmos supprimebant, donec tandem sanam et necessariam instaurationem promovere conati sunt»[3].

 

Se tuttavia si facesse una tale selezione, perché siano proposti per essere conservati i soli salmi “più adatti alla pietà”, sarebbero espunte espressioni qua e là, riprovando sempre più salmi, in quanto non convenienti alla pietà, o perché esprimono un senso, come dicono, non congruo alla mentalità odierna, o perché mutuino immagini dalla vita pastorale e campestre o simili. Si cadrà certamente nel pericolo di un’arbitraria opinione e di un soggettivismo, e non troveremo più un punto in cui stare saldi: altre molte soppressioni saranno richieste, e non solo nell’Antico Testamento, ma anche nel Nuovo, persino nel Vangelo. Questo pericolo è manifesto chiaramente dall’esperienza fatta recentissimamente dai Fratelli Protestanti, i quali sopprimevano in seguito altri salmi, fino a che, alla fine, si sono sforzati di promuovere una sana e necessaria riforma.

Ormai ci siamo traditi, ma credo che se avessimo presentato questo paragrafo all’inizio, si sarebbe potuto attribuirlo con facilità a coloro che ravvisavano nella riforma liturgica post-conciliare pericoli inauditi, rischi di derive protestanti, etc.

Il fatto curioso è che questo paragrafo, invece, appartiene ad un dossier preparato da mons. Martimort, relatore del Coetus preposto alla riforma generale del Breviario. La posizione dei periti era maggiormente rivolta alla conservazione di tutti i salmi, in nome della tradizione liturgica e per non aprire la porta a pericolose tendenze.

Chi invece, come il card. Bacci, almeno per quel suo intervento in aula – non sappiamo poi se cambiò idea , si dovrebbero studiare ulteriormente le carte – , chiedeva l’omissione di alcuni salmi, si faceva assertore di novità e di strade già battute, con scarso risultato, dalle confessioni riformate.

Abbiamo riportato questo esempio, minimo se si vuole, semplicemente per mostrare come si debba essere cauti e prudentemente accorti nel valutare l’opera dei periti del Consilium. E’ facile ridurre le diverse posizioni e sfumature in contrapposizioni schematiche e facilone: progressisti vs conservatori, eroici difensori della purezza del dogma vs vili annaquatori della fede in odore di protestantesimo, cardinali virtuosi e intrepidi vs monsignori collusi con la massoneria…

La realtà dei fatti è ben più complessa e affascinante, drammatica ma anche divertente. Mai avremmo pensato di trovare il Card. Bacci allineato su posizioni già adottate dal protestantesimo; ma ci guarderemo senz’altro dal dire che fosse cripto-protestante!

Analoga onestà e, ci sia consentito, ironia, non tutti la esercitano, argomentando con grave serietà sui massimi principi. Noi preferiamo farci sorprendere, e talvolta anche smentire, dai documenti.

A riguardo dell’uso dei salmi storici nel salterio attuale cf., ad es.,: http://sacramentumfuturi.wordpress.com/2013/12/14/ii-settimana-di-avvento-sabato-ufficio-delle-letture-un-approdo-non-scontato-per-un-salmo/


[1] F. Gil Hellín, Concilii Vaticani II Synopsis in ordinem redigens schemata cum relationibus necnon Patrum orazione atque animadversiones: Constitutio de Sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium, Città del Vaticano 2003, 803.

[2] Cf. V. Raffa, «I salmi imprecatori e storici nell’iter della riforma liturgica», in Mens concordet voci, Paris 1983, 663-678.

[3] A.-G., Martimort, De psalmis sic dictis “imprecatoriis ” et “historicis” quaestio denuo orta, (20/02/1968) : Fondo Braga, Roma.

In Avvento, a caccia di citazioni bibliche nascoste (o quasi)

            Tempo fa, anche se fuori tempo, avevamo scritto qualcosa sulle Antifone Maggiori dell’Avvento, cogliendone un legame curioso proprio con il tempo. [ http://sacramentumfuturi.wordpress.com/2013/10/11/at-nt-cosmo-un-succo-di-liturgia ]

            Ora ci sembra interessante, ancora sulla linea della lettura, o ri-lettura, che la Liturgia fa della Bibbia, mostrare i riferimenti biblici di tali antifone.

La prima, per la feria del 17 dicembre:

O Sapienza, che uscisti dalla bocca dell’Altissimo,
che ti estendi dall’uno all’altro confine e disponi ogni cosa con forza e soavità,
vieni a insegnarci la via della prudenza.

O Sapiéntia, quae ex ore Altissimi prodisti,
attingens a fine usque ad finem, fortiter suaviterque disponens omnia:
veni ad docendum nos viam prudentiae.

   * «La sapienza fa il proprio elogio, in mezzo al suo popolo proclama la sua gloria. Nell’assemblea dell’Altissimo apre la bocca, dinanzi alle sue schiere proclama la sua gloria: Io sono uscita dalla bocca dell’Altissimo (Vulg. 24,5: Ego ex ore Altissimi prodivi primogenitam ante omne creaturam) e come nube ho ricoperto la terra. Io ho posto la mia dimora lassù, il mio trono era su una colonna di nubi. Ho percorso da sola il giro del cielo, ho passeggiato nelle profondità degli abissi. Sulle onde del mare e su tutta la terra, su ogni popolo e nazione ho preso dominio. Fra tutti questi ho cercato un luogo di riposo, qualcuno nel cui territorio potessi risiedere. Allora il creatore dell’universo mi diede un ordine, colui che mi ha creato mi fece piantare la tenda e mi disse: “Fissa la tenda in Giacobbe e prendi eredità in Israele.» (Sir 24,1-8).

 * «Sebbene unica, può tutto; pur rimanendo in se stessa, tutto rinnova e attraverso i secoli, passando nelle anime sante, prepara amici di Dio e profeti. Dio infatti non ama se non chi vive con la sapienza. Ella in realtà è più radiosa del sole e supera ogni costellazione, paragonata alla luce risulta più luminosa; a questa, infatti, succede la notte, ma la malvagità non prevale sulla sapienza. La sapienza si estende vigorosa da un’estremità all’altra e governa a meraviglia l’universo (Vulg. Sap 8,1: adtingit enim a fine usque ad finem fortiter et disponit omnia suaviter)» (Sap 7,27-8,1)

 * «La sapienza si è costruita la sua casa, ha intagliato le sue sette colonne. Ha ucciso il suo bestiame, ha preparato il suo vino e ha imbandito la tavola. Ha mandato le sue ancelle a proclamare sui punti più alti della città: “Chi è inesperto venga qui!”. A chi è privo di senno ella dice: “Venite, mangiate il mio pane, bevete il vino che io preparato. Abbandonate l’inesperienza e vivrete, andate diritti per la via dell’intelligenza (Vulg. Prov 9,6: relinquite infantiam et vivite et ambulate per vias prudentiae)» (Prov 9,1-6)

E’ impressionante rileggere queste righe non più alla luce dell’impersonificazione della Sapienza veterotestamentaria ma alla luce di Cristo e del mistero dell’Incarnazione. Il Nuovo Testamento ha svelato questa parola creatrice, e da Gen 1 possiamo passare a Gv 1,3 e a Col 1,16. La Sapienza ha davvero pervaso l’universo, e la liturgia ne celebra l’avvento nel tempo, dopo aver disposto l’avvicendarsi dei tempi (cf. il testo del Martirologio del Natale).

Analoghi contenuti, non espressi nella forma succinta e poetica della liturgia, si possono trovare in un brano di sant’Agostino:

Orbene, il Verbo di Dio e Figlio di Dio, coeterno al Padre, ch’è ad un tempo Potenza e Sapienza di Dio, la quale abbraccia con potenza e governa con dolcezza tutto l’universo, dalle creature razionali più elevate fino alle infime creature materiali, presente e nascosta, non racchiusa in nessun luogo, in nessun luogo scissa, in nessun luogo turgida, ma senza mole e in ogni luogo intera, in un modo di gran lunga diverso da quello con cui si mostra a tutte le altre creature, assunse la natura umana e unito ad essa divenne un solo Gesù Cristo, Mediatore tra Dio e gli uomini, eguale al Padre secondo la divinità, minore al Padre secondo la carne, cioè secondo l’uomo, immortale senza mutamento secondo la divinità che ha in comune col Padre, e nello stesso tempo mutevole e mortale secondo la debolezza che gli è comune con gli uomini. Nella persona del Cristo, proprio nel tempo ch’egli aveva riconosciuto opportunissimo e decretato prima dei secoli, venne agli uomini il maestro e il soccorritore, per farci raggiungere l’eterna salvezza. Ci fu maestro affinché tutto ciò che nel mondo fu detto con profitto e verità non solo dai santi Profeti (che dissero sempre la verità), ma anche dai filosofi e dai poeti medesimi e da qualsiasi altro letterato (anche se frammischiarono – chi può dubitarne? – molte verità a falsità) venisse avvalorato dall’autorità di Lui anche con la presenza tangibile del corpo a beneficio di coloro che non potessero scoprire e intendere chiaramente quelle asserzioni nell’intima loro verità. Era lui la Verità che, prima di assumere la natura umana, era in tutti quelli che poterono esserne partecipi. Ma fu soprattutto con l’esempio della sua incarnazione che ci diede un salutare insegnamento. Poiché la maggior parte degli uomini bramosi della divinità pretendevano di aspirare a Dio più con superbia che con sentimenti religiosi, per mezzo delle potenze celesti, che reputavano dèi, e di vane cerimonie illecite di riti non sacri ma sacrileghi in cui i demoni, nati dalla superbia, erano per loro come gli Angeli santi, Iddio volle che gli uomini sapessero che quel Dio a cui aspiravano di arrivare per mezzo d’interposte potenze come se fosse lontanissimo, era tanto vicino agli uomini religiosi da degnarsi di prendere un corpo umano e di unirsi in certo modo con loro, si da unire a se stesso l’uomo tutto intero…

Verbum igitur Dei, idemque Dei Filius, Patri coaeternus, eademque Virtus et Sapientia Dei, a superno fine creaturae rationalis usque ad infimum finem creaturae corporalis attingens fortiter, et disponens omnia suaviter, praesens et latens, nusquam conclusa, nusquam discissa, nusquam tumida, sed sine mole ubique tota, longe alio modo quodam, quam eo quo creaturis caeteris adest, suscepit hominem, seque et illo fecit unum Iesum Christum, mediatorem Dei et hominum, aequalem Patri secundum divinitatem, minorem autem Patre secundum carnem, hoc est secundum hominem; incommutabiliter immortalem secundum aequalem Patri divinitatem, eumdemque mutabilem atque mortalem secundum cognatam nobis infirmitatem. In quo Christo, eo tempore quod opportunissimum ipse noverat, et ante saecula disposuerat, venit hominibus magisterium et adiutorium, ad capessendam sempiternam salutem. Magisterium quidem ut ea quae hic ante dicta sunt utiliter vera, non solum a Prophetis sanctis, qui omnia vera dixerunt, verum etiam a philosophis atque ipsis poetis, et cuiuscemodi auctoribus litterarum (quos multa vera falsis miscuisse quis ambigat?), illius etiam in carne praesentata confirmaret auctoritas, propter eos qui illa non possent in ipsa intima veritate cernere atque discernere: quae Veritas et antequam hominem assumeret, ipse aderat omnibus, qui eius participes esse potuerunt. Maxime vero suae incarnationis exemplo id salubriter persuasit, ut quoniam homines plerique divinitatis avidi, per potestates coelestes quas deos putarent, ritusque varios illicitorum, non sacrorum, sed sacrilegiorum, ambiendum sibi arbitrarentur ad Deum, magis superbe quam pie, qua in re pro Angelis sanctis eis se daemones superbiae cognatione supponunt, scirent homines tam proximum esse Deum pietati hominum, ad quem velut longe positum per interpositas potestates ambiebant, ut hominem suscipere dignaretur, et cum illo uniri quodam modo ut ei sic coaptaretur homo totus…

(Lettera 137,12)

Per chi desidera anche ascoltarne l’esecuzione musicale gregoriana:  http://www.youtube.com/watch?v=VcoYzoSfZUc

Bibbia e storia, la lettura di Papa Francesco

Dio mai ci lascia soli, ma sempre cammina con noi. Papa Francesco ha preso spunto dal Vangelo odierno, incentrato sulla genealogia di Gesù, per soffermarsi sulla presenza del Signore nella nostra vita:

“Qualcuno una volta ho sentito che diceva: ‘Ma questo brano del Vangelo sembra l’elenco telefonico!’ E no, è tutt’altra cosa: questo brano del Vangelo è pura storia e ha un argomento importante. E’ pura storia, perché Dio, come diceva San Leone Papa, Dio ha inviato il suo Figlio. E Gesù è consustanziale al Padre, Dio, ma anche consustanziale alla Madre, una donna. E questa è quella consustanzialità della Madre. Dio si è fatto storia. Dio ha voluto farsi storia. E’ con noi. Ha fatto il cammino con noi”.

Dopo il primo peccato nel Paradiso, ha sottolineato il Papa, “Lui ha avuto questa idea: fare il cammino con noi”. Ha chiamato Abramo, “il primo nominato in questa lista” e “lo ha invitato a camminare”. E Abramo “ha incominciato quel cammino”. E poi Isacco, Giacobbe, Giuda. “E così va questo cammino nella storia”. Dio, ha affermato il Papa, “cammina con il suo popolo. Dio non ha voluto venire a salvarci senza storia. Lui ha voluto fare storia con noi”. Una storia, ha rilevato, “che va dalla santità al peccato. In questo elenco ci sono santi”, “ma in questo elenco ci sono anche i peccatori”:

“I peccatori di alto livello, che hanno fatto peccati grossi. E Dio ha fatto storia con loro. Peccatori, che non hanno risposto a tutto quello che Dio pensava per loro. Pensiamo a Salomone, tanto grande, tanto intelligente, e finì, poveraccio, lì, che non sapeva come si chiamava! Ma Dio era con lui. E questo è il bello, no? Dio è consustanziale a noi. Fa storia con noi. Di più: quando Dio vuol dire chi è, dice ‘Io sono il Dio di Abramo, di Isacco e Giacobbe’. Ma qual è il cognome di Dio? Siamo noi, ognuno di noi. Lui prende da noi il nome per farlo il suo cognome. ‘Io sono il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, di Pedro, di Marietta, di Armony, di Marisa, di Simone, di tutti!’ Da noi prende il cognome. Il cognome di Dio è ognuno di noi”.

“Lui, il nostro Dio – ha soggiunto – ha fatto storia con noi, ha preso il cognome dal nostro nome”, “si è lasciato scrivere la storia da noi”. “Noi – è stata la sua riflessione – scriviamo questa storia di grazia e peccato e Lui va dietro a noi”. Questa, ha ribadito, “è l’umiltà di Dio, la pazienza di Dio, l’amore di Dio. E’ nostro!” E questo, ha confidato, fa commuovere. “Tanto amore, tanta tenerezza, di avere un Dio così”:

“La sua gioia è stata condividere la sua vita con noi. Il Libro della Sapienza dice che la gioia del Signore è fra i figli dell’uomo, con noi. Avvicinandosi il Natale, viene da pensare: se Lui ha fatto la sua storia con noi, se Lui ha preso il suo cognome da noi, se Lui ha lasciato che noi scrivessimo la sua storia, almeno lasciamo, noi, che Lui ci scriva la nostra storia. E quella è la santità: ‘Lasciare che il Signore ci scriva la nostra storia’. E questo è un augurio di Natale per tutti noi. Che il Signore ti scriva la storia e che tu lasci che Lui te la scriva. Così sia!”

Il testo del Vangelo è Mt 1,1-17:
Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo.
Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuda e i suoi fratelli, Giuda generò Fares e Zara da Tamar, Fares generò Esrom, Esrom generò Aram, Aram generò Aminadàb, Aminadàb generò Naassòn, Naassòn generò Salmon, Salmon generò Booz da Racab, Booz generò Obed da Rut, Obed generò Iesse, Iesse generò il re Davide.
Davide generò Salomone da quella che era stata la moglie di Urìa, Salomone generò Roboamo, Roboamo generò Abìa, Abìa generò Asaf, Asaf generò Giòsafat, Giòsafat generò Ioram, Ioram generò Ozìa, Ozìa generò Ioatàm, Ioatàm generò Àcaz, Àcaz generò Ezechìa, Ezechìa generò Manasse, Manasse generò Amos, Amos generò Giosìa, Giosìa generò Ieconìa e i suoi fratelli, al tempo della deportazione in Babilonia.
Dopo la deportazione in Babilonia, Ieconìa generò Salatièl, Salatièl generò Zorobabele, Zorobabele generò Abiùd, Abiùd generò Eliachìm, Eliachìm generò Azor, Azor generò Sadoc, Sadoc generò Achim, Achim generò Eliùd, Eliùd generò Eleàzar, Eleàzar generò Mattan, Mattan generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo.
In tal modo, tutte le generazioni da Abramo a Davide sono quattordici, da Davide fino alla deportazione in Babilonia quattordici, dalla deportazione in Babilonia a Cristo quattordici.

A proposito di “alacritas” (Eucologia di Avvento, II)

C’è alacrità e alacrità. O meglio, non c’è una senza l’altra.

La colletta della terza domenica di Avvento presenta un’immagine curiosa: Dio che “guarda” il suo popolo che si prepara, tutto sollecito, a celebrare il mistero del Natale.

Guarda, o Padre, il tuo popolo,che attende con fede il Natale del Signore,

e fa’ che giunga a celebrare con rinnovata esultanza il grande mistero della Salvezza.

Deus, qui conspicis populum tuumnativitatis dominicae festivitatem

fideliter exspectare,

praesta, quaesumus, ut valeamus ad tantae salutis gaudia pervenire, et ea votis sollemnibus alacri semper laetitia celebrare.

Da una parte vi è la comunità dei fedeli, descritta nell’eucologia dei giorni precedenti, con note caratteristiche:

– con la volontà di andare incontro con le buone opere [a Cristo che viene]

– perseverante nel bene

– nell’attesa fervida e operosa

– instancabile nell’attesa

– impegnata a preparare le vie [del Figlio di Dio]

– vigile nell’andare incontro [al Figlio] con le lampade accese.

Insomma, si tratta di un attendere tutt’altro che immobile e passivo. E’ una preparazione sussultante e dinamica.

Esteriormente, si potrebbe pensare alla strana eccitazione dei giorni precedenti al Natale, nei quali le vie delle città si riempiono di persone frettolose e indaffarate alla ricerca frenetica di regali; e nei supermercati si allungano le file per le ultime spese, che arricchiranno i pranzi e le cene delle feste.

Naturalmente, non è solamente questo l’alacrità suggerita dalla colletta. Effettivamente, nel senso dell’aggettivo alacĕr vi è anche la sfumatura “agitato”, ma pure “eccitato”, “commosso”, “gioioso”, “allegro”, “pronto”, “disposto”, “agile”, “destro”, “svelto”, “pieno di vita”, anche “focoso”, “entusiasta”, “ardente”, “esuberante”. Alacrità è anche “foga”, “voglia”, “vivacità”.

In una prospettiva più interiore, Leone Magno descrive in modo completo l’alacrità cristiana e natalizia, nel suo celebre Sermone, proclamato nell’Ufficio delle Letture la notte di Natale:

Nessuno è escluso dalla partecipazione a questa gioia. Il motivo del gaudio è unico per tutti, perché il Signore nostro, che ha distrutto la morte, come non ha trovato nessuno immune dalla colpa, così è venuto a liberare tutti gli uomini. Esulti il santo, perché si avvicina al premio. Gioisca il peccatore, perché è invitato al perdono. Riprenda animo il pagano, perché è chiamato alla vita. Nemo ab huius alacritatis participatione secernitur, una cunctis laetitiae communis est ratio, quia Dominus noster, peccati mortisque destructor, sicut nullum a reatu liberum repperit, ita liberandis omnibus venit. Exsultet sanctus, quia propinquat ad palmam. Gaudeat peccator, quia invitatur ad veniam. Animetur gentilis, quia vocatur ad vitam.

Essere alacre nell’intimo significa dunque gioire insieme, esultare, riprendere animo, per poi manifestare anche esteriormente tale stato d’animo in una vivezza allegra e in un’operosità non tanto frenetica e iperattiva, quanto entusiasta, serena e leggera.

Questo movimento da dove parte? E’ un’iniziativa dell’uomo? C’è qualcosa che ad esso corrisponde?

La colletta della prima domenica di Avvento bilanciava in modo assai equilibrato la sottolineatura dell’atteggiamento dell’uomo (volontà di andare incontro con le buone opere) con un chiaro termine (al tuo Cristo che viene). E’ Cristo che viene ad eccitare il fervore, la gioia e il dinamismo dei fedeli.

In altri luoghi, la liturgia lo afferma in modo assai chiaro e poetico: è Cristo il “vero alacre”:

Procedat e thalamo suo,pudoris aula regia,

geminae gigas substantiae

alacris ut currat viam.

Cf. Hymnus ad Officium lectionis (Tempus Adventus post diem 16 decembris)

Avanzi dal suo talamo,l’aula regia del pudore,

il gigante dalla duplice natura,

per percorrere veloce la sua via.

La versione italiana, presente nel Salterio, recita così: Come sole che sorge, come sposo dal talamo, Dio viene a salvarci.

Cristo, è Lui il zelante, sollecito e gioioso come uno sposo, che viene incontro all’uomo, è Lui che ha fretta, che è esultante e tutto desideroso di portare la salvezza, compiendo la sua via, la sua missione.

Il salmo 19(18), 5-7 (da cui Ambrogio ha preso queste espressioni) dice: “Là pose una tenda per il sole che esce come sposo dalla stanza nuziale: esulta come prode che percorre la via. Sorge (egressius eius) da una estremo del cielo e la sua orbita (et occursus eius) raggiunge l’altro estremo: nulla si sottrae al suo calore”. Anche quest’ultimo versetto è ripreso nell’inno santambrosiano (lamentabilmente tale strofa non è riportata dall’inno liturgico, per non renderlo eccessivamente lungo): “La sua uscita dal Padre e il ritorno al Pare, la sua discesa fino agli inferi e il suo ritorno al regno di Dio (Egressus eius a Patre, regeressus eius ad Patrem, excursus usque ad inferos, recursus ad sedem Dei)”. Questa è la via, il mistero della salvezza, che Cristo inaugura nell’Incarnazione, quando giunge la pienezza dei tempi.

Azzardando un’espressione, osando un’analogia forse eccessiva, potremmo dire che come oggi i cristiani “non vedono l’ora che sia Natale”, così Cristo “non vedeva l’ora” di dare inizio temporale al mistero della salvezza.

Un altro riferimento a questa santa fretta, a questa santa alacrità si potrebbe forse trovare in altri versetti della Scrittura che la liturgia del tempo di Natale rilegge ed usa in modo affascinante. Cf. Sap 18,14-15: “Mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose, e la notte era a metà del suo rapido corso, la tua parola onnipotente dal cielo, dal tuo trono regale, guerriero implacabile, si lanciò..”. L’antifona di ingresso del 30 dicembre (qualora non ricorra la domenica) e della II Domenica dopo Natale recita così: “Dum medio silentium teneret omnia, et nox in suo cursu medium iter haberet, omnipotens sermo tuus, Domine, de caelis a regalibus sedibus venit”. Il salmo che gli corrisponderebbe è il 93(92): “Il Signore regna, si riveste di maestà: si riveste il Signore, si cinge di forza”. Non è curioso che la strofa dell’inno di sant’Ambrogio che segue quella citata sopra reciti così: “Aequalis aeterno Patri, carnis trophaeo cingere, infirma nostri corporis, virtute firmans perpeti”? (Consostanziale e coeterno al Padre, cingiti del trofeo della carne, rafforza con il tuo indefettibile vigore, rinsalda la debolezza del nostro corpo).

Ma siamo andati ormai troppo lontani, ammaliati dai luccichii e dagli echi della liturgia.

II settimana di Avvento, Sabato, Ufficio delle letture: un approdo non scontato per un salmo…

Chissà quanti, fra coloro che pregano regolarmente la Liturgia delle Ore, e ancor più specificamente anche l’Ufficio delle Letture, si saranno accorti di una particolarità dell’Ufficio delle Letture di questo sabato della II settimana di Avvento. Certo, si tratta di un dettaglio di non primissima evidenza e importanza, ma pur sempre significativo e, soprattutto, illuminante per mostrare alcune dinamiche interne alla preghiera delle Ore e alla sua riforma negli anni successivi al Concilio Vaticano II. Vediamo di che si tratta, dopo un piccolo preambolo.

Non occorre una frequentissima familiarità con la preghiera oraria della Chiesa perché si intuisca che i salmi sono distribuiti in un ciclo di quattro settimane. Tutto ciò è facilmente dedotto anche prendendo in mano un qualsiasi libretto di preghiera, del tipo di quelli conosciuti come “La preghiera del mattino e della sera”, in uso nelle parrocchie, nei gruppi, nelle case di esercizi e di ritiri. Conosciamo lodevoli signore ormai molto avanti negli anni, le quali, nel preparare la preghiera comunitaria delle Lodi in parrocchia, si destreggiano fra salmi della prima settimana, o della terza, o dal comune dei santi etc. con una competenza e abilità assai maggiore di quella di alcuni religiosi!

I salmi, poi, sono distribuiti in questo ciclo di quattro settimane secondo alcuni criteri, che non sono solo espedienti tecnici per comporre un complesso sistema di numeri, ma anche tracce di tradizioni secolari e indicazioni per una preghiera sempre più contemplativa e di adorazione, da una parte, e fonte di pietà e arricchente, dall’altra.

Conoscere le motivazioni per cui la sapienza della madre Chiesa ha posto quel salmo in quel giorno e in quell’Ora non è mera erudizione spicciola da liturgisti oziosi, ma potrebbe diventare un modo di apprezzare meglio la missione e il combattimento della preghiera.

Semplificando molto e fatta eccezione per i giorni particolarissimi delle solennità e dei tempi eccezionali come le ottave, e i comuni dei santi, nelle loro diverse connotazioni, la distribuzione dei salmi segue fondamentalmente due principi: salmi selezionati (in base a criteri che non possiamo spiegare ora) e salmi disposti in ordine semi-continuo e successivo. Questi principi trovano applicazione, in modo non rigido e mutuamente esclusivo, nelle diverse Ore del ciclo di preghiera giornaliera: la disposizione di salmi secondo una selezione di salmi particolari è più evidente nelle Lodi e nei Vespri, mentre la disposizione dei salmi secondo un ordine progressivo è più evidente nell’Ufficio delle Letture; l’Ora media e la Compieta hanno una distribuzione salmodica ancora più diversificata.

Forse ci stiamo attardando troppo nell’introdurre quello che vorremmo segnalare in modo peculiare in questo post. Tuttavia dovevamo accennare a questa disposizione ciclica e dei salmi per far emergere la novità presente in questo sabato della seconda settimana di Avvento.

All’Ufficio delle letture lo schema per 4 settimane prevede in genere il salmo 135, per la sua lunghezza diviso in tre parti. Oggi, invece, si è pregato con il salmo 105.

A cosa è dovuta questa variazione? Il Salmo 105 in sé non ha alcun riferimento particolare al tempo dell’Avvento; per di più, se ne si potesse controllare l’occorrenza, si constaterebbe il fatto che tale variazione accade anche nel tempo di Natale, come pure nel tempo di Quaresima e di Pasqua! Curiosa, questa selezione per il tempo di Avvento e per il tempo di Pasqua! Tuttavia, non è il caso di pensare a particolari legami teologici con questo o quel tempo liturgico particolare: una spiegazione più fondata la si trova studiando la riforma post-conciliare.

Il salmo che la liturgia conta come 105 [la numerazione biblica corretta è 106(105)], oltre alla lunghezza, è di un genere che gli specialisti chiamano “storico”, cioè si tratta di una “confessione nazionale”, una narrazione prolissa delle opere divine in favore del popolo di Israele. Altri due salmi hanno caratteristiche analoghe, lunghezza e genere letterario “storico”: i salmi 77 e 104. Anch’essi non si trovano nel ciclo di quattro settimane “classico”, ma solamente nei tempi forti.

Sull’uso e sull’ubicazione di questi salmi nella corrente liturgia delle Ore si discusse lungamente nella fase di studio e di preparazione della nuova salmodia. Insieme alla questione dei salmi cosiddetti “imprecatori”, fu una delle maggiori criticità polemiche nel corso dei lavori.

Interessante notare che su questa tematica intervenne direttamente il Santo Padre[1]. Il carattere di dettaglio, nella ben più complessa opera di riforma generale della liturgia, di questa problematica dimostra che Paolo VI era costantemente informato e al corrente di quanto si stava progettando, e non di rado esprimeva pareri e chiedeva che venissero accolte le sue istanze. Chi millanta un’estraneità papale alla riforma post-conciliare, insinuando colpi di mano di periti che lavoravano nel segreto come una setta di carbonari, o semplicemente ignora come andarono in realtà le cose oppure, ed è ben più grave, mente sapendo di mentire. Le carte e i documenti testimoniano altro.

Riproduciamo alcuni paragrafi del verbale, redatto da mons. Igino Rogger, di una delle Adunanze del Coetus IX incaricato della struttura generale del Breviario[2]. Il neretto sottolinea frasi che ci sembrano assai significative, considerato anche la finalità del nostro piccolo blog.

“Il Coetus IX, radunato a Genova presso l’Abbazia di S. Maria della Castagna per la sua sessione ordinaria di lavoro, il 28 febbraio 1968 è stato informato dal Relatore generale Mons. G. A. Martimort della lettera recentemente inviatagli dall’Eminentissimo Cardinale Gut e del desiderio comunicato allo stesso Eminentissimo Presidente dal S. Padre circa “la scelta dei salmi più adatti alla preghiera cristiana, omettendo quelli “imprecatori” e quelli “storici” (salvo per questi ultimi, l’opportunità di usarli in certe particolari occasioni).

Accettando con la dovuta riverenza l’indicazione espressa dal Santo Padre e nella viva aspirazione a corrispondere nel migliore dei modi alla Sua intenzione, il Coetus si è dedicato con tutta la premura al riesame dell’intera questione. Furono riveduti e discussi i motivi che avevano determinato la scelta precedente, fu attentamente considerata l’esigenza pastorale che oggi si esprime in un senso meno favorevole alla conservazione di taluni salmi nell’Ufficio. Nella volontà di ponderare adeguatamente l’uno e l’altro aspetto, il Coetus si è venuto a trovare innegabilmente di fronte a un problema non facile, la cui soluzione presenta ancor sempre degli aspetti alquanto preoccupanti.

Si osserva che il Salterio integro, come espressione di una meditazione orante di tutta la Scrittura, è stato fino ad oggi un elemento incontrastato della tradizione liturgica. L’esclusione di una determinata categoria di salmi, come quelli detti imprecatorii, potrebbe dare argomento a coloro che sul piano dottrinale sostengono che questi salmi non siano pregabili nel Nuovo Testamento o addirittura che certi temi e certi testi della Scrittura non abbiano un senso nell’economia della Salvezza. Una volta aperta la porta alla discriminazione, qualcuno potrebbe reclamare la soppressione di altri salmi, come poco rispondenti alla mentalità attuale, prendendo come criterio un punto di vista che è necessariamente [p. 2] soggettivo ed effimero.

Per quanto riguarda i salmi cosiddetti storici è innegabile che vi sia un senso di ripulsa abbastanza diffuso contro di essi, anche se poi è molto oscillante la determinazione dei salmi che entrerebbero in questa categoria. Si ha motivo di temere però che in troppi casi tale senso di ripulsa provenga da un misconoscimento del carattere che essi hanno di preghiera laudativa e di preghiera intenta a riconoscere i sacramenta salutis attraverso i mirabilia Dei. Dietro l’obiezione corrente, spesse volte si palesa già troppo diffusa l’incapacità di concepire la preghiera come risposta all’insegnamento della Scrittura e l’incapacità di utilizzare i fatti dell’Antico Testamento come un mezzo necessario per la penetrazione dei misteri del Nuovo e dell’intera storia della salvezza. Una ulteriore indulgenza verso l’aspetto naturale e soggettivo della preghiera non può essere guardata senza preoccupazione, perché favorisce inevitabilmente un atteggiamento non favorevole alla maggior comprensione di quel genere singolarissimo e indispensabile di preghiera che è il Salterio. Necessario sembrerebbe invece un ampio lavoro di catechesi e di formazione spirituale, intento a riconquistare maggiormente il senso della preghiera salmodica, fino al punto che questi salmi cessino dal creare difficoltà.

La volontà di conciliare le opposte esigenze, quali esse si presentano oggi nella vita della Chiesa, avevano guidato i Consultori del Coetus IX a cercare una soluzione come quella già proposta. Essa prevedeva per il salmi “imprecatorii” la possibilità di una sostituzione, e, per i versetti a contenuto imprecatorio la possibilità di omissione, operabili a scelta di chi prega il Breviario. In tal modo nessuno veniva costretto a pregare i testi in questione, se questi gli riuscivano incomprensibili; ma d’altronde il Salterio rimaneva integro ed era sempre a disposizione di chi possedeva una sufficiente percezione del senso teologico di essi. Per i salmi “storici” si credette di aver trovata una soluzione buona per il fatto che essi non si addensavano più nelle due giornate di venerdì e sabato, generando così facilmente il tedio, ma erano stati distribuiti in modo molto più sparso nel corso di quattro settimane. Certo, [p. 3] al di la di queste misure, si confidava anche nel diffondersi di un maggior senso di comprensione per il valore di questo genere di preghiera, tutta concepita nella prospettiva della storia della salvezza.

Riconsiderando ora il problema di fronte alle indicazioni espresse dal Santo Padre, il Coetus IX trova di poter formulare una nuova proposta, che si articola in modo diverso per i salmi cosiddetti imprecatorii e per quelli storici.

[…]

[p. 4]

2. Salmi “storici”.

Il Coetus consente nel proporre che i salmi cosiddetti “storici”, intendendo per tali i salmi 77,104 e 105, non vengano inseriti nel Salterio ordinario, ma vengano riservati ai tempi speciali dell’Avvento, della Natività, dell’Epifania, della Quaresima e della Pasqua. Per tale riserva infatti si può allegare una giustificazione intrinseca e oggettiva, che eviti ogni nota negativa a carico dei detti salmi e del loro genere di preghiera: in tali tempi infatti la storia della salvezza dell’Antico Testamento come dimostrativa di quella del Nuovo è posta maggiormente in evidenza, come del resto avveniva già in passato, quando detti salmi si pregavano il sabato, in vista del dies dominicus. Dal canto suo la coincidenza di questi salmi con i suddetti tempi liturgici potrebbe anch’essa favorire una maggiore comprensione del loro genere di preghiera.

Dal lato editoriale infine la cosa si presenterebbe abbastanza facile, qualora il nuovo Breviario assegnasse un apposito volume ai tempi speciali, i quali anche per le altre ragioni hanno fra loro delle caratteristiche affini, assegnando invece un volume distinto al tempo per annum. In quest’ultimo l’edizione dei tre salmi suddetti potrebbe mancare.”

[Verbale della Riunione del Coetus IX De Breviario sul tema riproposto De psalmis “imprecatoriis” et “historicis” sic dictis,

Fondo Braga, Roma]

Dopo essere passata al vaglio dei Padri del Consilium, la proposta venne presentata al Santo Padre nell’udienza concessa al Segretario il 18 maggio 1968: Paolo VI accettò le chiarificazioni e i suggerimenti proposti. Nell’Institutio Generalis della Liturgia delle Ore fu inserito un numero apposito che spiegasse la decisione di variare il normale corso salmodico distribuito in quattro settimane: “Sono riservati ai Tempi di Avvento, Natale, Quaresima e Pasqua tre salmi, cioè il 77, il 104 e il 105, che più chiaramente mettono in luce la storia della salvezza nell’Antico Testamento come preannuncio di quella che è portata a compimento nel Nuovo” (IGLH 130).

Non viene dunque negata la possibile difficoltà nell’uso di questi salmi per la preghiera. Alcuni, fra i quali lo stesso Paolo VI in una sua primissima posizione, ipotizzava che questi salmi fossero usati come letture, perché pareva difficile trovare in essi spunti che favoriscano l’orazione. Tuttavia la preghiera cristiana non può prescindere dalla storia e dalla storia della salvezza. La rilettura della storia della salvezza antico testamentaria proposta in questi salmi può diventare contemplazione orante delle opere compiute da Dio nell’Antica Alleanza, contemplazione che prepara a vivere meglio le opere di Dio nel presente, nell’hodie della liturgia, e in questo caso nel presente del tempo dell’Avvento. La scelta di usare questi salmi nell’Ufficio delle Letture pare del tutto conforme con quanto l’Instiutio generalis afferma al n. 29: “…Celebrino anche fedelmente l’Ufficio delle letture, che è in gran parte celebrazione liturgica della Parola di Dio; in tal modo adempiranno ogni giorno il loro compito particolare di accogliere in sé la Parola di Dio, per diventare discepoli più perfetti del Signore e gustare più profondamente le insondabili ricchezze di Cristo”. I tempi forti sono, per di più, momenti particolari del ciclo liturgico: in essi la storia della salvezza si contempla con maggior intensità, e i salmi storici sono una meditazioni su alcuni dei fatti principali della historia salutis. Quindi, ancora una volta, si mostra come il travagliato e faticoso iter della riforma abbia portato a soluzioni apprezzabili e sensate.

Da una parte la conoscenza della liturgia e certamente molto di più la pratica della preghiera liturgica favorisce sempre di più la scoperta e il gusto del senso pieno della Scrittura. Dall’altra, i tesori della Parola di Dio offrono le loro ricchezze alla preghiera cristiana che non è solamente preghiera “naturale”, non nasce solamente dalla “virtù di religione”, ma è una preghiera fondamentalmente “rivelata” anch’essa, e per parlare a Dio ha bisogno di Parola di Dio.


[1] Cf. P. Farnés, «Los salmos “proprios” para el Oficio de Lectura en Adviento, Navidad, Cuaresma y Pascua», in Oracion del las Horas 21 (1990) 343-350.

[2] Per un’inquadramento generale si può vedere A. Bugnini, La riforma liturgica (1948-1975), 19972, 483-503. Cf. anche V. Raffa, «I salmi imprecatori e storici nell’iter della riforma liturgica», in Mens concordet voci, J. Dutheil – C. Dagens (edd.), Paris 1983, 663-678.

L’inno “Conditor alme siderum”: un curioso caso di “riforma della riforma”

Nell’attuale ordinamento della liturgia, il primo impatto con il tempo dell’Avvento per il clero e per i fedeli ben formati, probabilmente è stato l’inno dei Vespri Conditor alme siderum, O creatore degli astri. Non male, come impatto!

In effetti il testo, di autore sconosciuto (anteriore al X secolo), è di grande ricchezza e liricità. La riforma post-conciliare ha scelto di riproporlo nella sua forma originale. In effetti dal 1632 fino al Vaticano II veniva usata una versione modificata. Anche allora, dunque, si intervenne per alterare un testo venerabile per antichità: non sarebbe solo la riforma post-conciliare ad essere passibili di critiche e delegittimazioni, con l’attribuirle devastazioni e alterazioni di testi antichi e plurisecolari.

Nel caso dell’inno Conditor alme siderum questa accusa non può valere solo per i periti del Consilium, perché sotto Papa Urbano VIII si fece la stessa cosa, privando per di più l’inno di un prezioso riferimento biblico e della sua interpretazione patristica.

Ci si riferisce alla terza strofa, di cui riporto in sinossi la versione originale (ed attuale) e quella del Breviarium romanum.

Vergénte mundi véspere,

uti sponsus de thálamo,

egréssus honestíssima

Vírginis matris cláusula.

Commune qui mundi nefas

ut expiares, ad crucem

e Virginis sacrario

intacta prodis victima.

 In questa strofa si avverte l’assonanza con un altro inno, di chiara attribuzione santambrosiana: nell’inno per il Natale Intende, qui regis Israel (o, se viene disconosciuta l’autenticità della prima strofa, Veni, redemptor gentium), si interpreta in senso cristologico il prode che esce dalla stanza nuziale, quest’ultima intesa in senso mariologico, descritto nei versetti 5 e 6 del salmo 19 (18): «Là pose una tenda per il sole, che esce come sposo dalla stanza nuziale: esulta come prode che percorre la via». Ambrogio «identifica il talamo con il grembo di Maria, definito “aula regale del pudore”, da cui è uscito il “gigante”, il Verbo, per correre incontro alla natura umana, con la quale avrebbe stretto un’unione nuziale»[1]: «Procedat e thalamo suo, pudoris aula regia, geminae gigas substantiae alacris ut currat viam (Esca da questo talamo nuziale, aula regale di santo pudore, il Forte che sussiste in due nature, per percorrere sollecito il suo cammino)».

 Il riferimento biblico soggiacente alla strofa dell’inno, il salmo 18,6, è letto in modo analogo anche da Sant’Agostino.  Ecco il  suo commento a questo salmo: «Nel sole ha posto il suo tabernacolo: il Signore, che doveva inviare non la pace ma la spada sulla terra, per combattere contro i regni degli errori temporali, ha posto nel tempo, ovvero nel suo manifestarsi, come una sua tenda militare, cioè il dono della sua Incarnazione. Ed egli stesso come sposo che esce dal suo talamo: egli stesso cioè esce dal seno verginale in cui Dio si è unito alla natura umana, come uno sposo alla sposa. È balzato esultante come un gigante per correre la via. È balzato esultante come il più forte di tutti, che per la sua incomparabile forza vince ogni altro uomo, non per fermarsi lungo la via, ma per correrla. Non si è infatti fermato sulla via dei peccatori. (In sole posuit tabernaculum suum: Dominus autem ut adversus regna temporalium errorum belligeraret, non pacem, sed gladium missurus in terram, in tempore vel in manifestatione posuit tamquam militare habitaculum suum, hoc est dispensationem incarnationis suae. Et ipse tamquam sponsus procedens de thalamo suo: et ipse procedens de utero virginali, ubi Deus naturae humanae tamquam sponsus sponsae copulatus est. Exsultavit sicut gigas ad currendam viam: exsultavit sicut fortissimus, et caeteros homines incomparabili virtute praecedens, non ad habitandam, sed ad currendam viam. Non enim in via peccatorum stetit). O anche il Discorso 291, 6: «E il Verbo si congiunge alla carne, e il Verbo si unisce alla carne; ed il talamo di questo così grande connubio è il tuo grembo. Ripeto, il talamo di un così grande connubio, cioè del Verbo e della carne, è il tuo grembo: da dove quale sposo esce dalla stanza nuziale (Et Verbum iungitur carni, et Verbum copulatur carni; et huius tanti coniugii thalamus, uterus tuus; et huius, inquam, tanti coniugii, id est Verbi et carnis thalamus uterus tuus: unde ipse sponsus procedit de thalamo suo)».

 Senza nulla togliere alla legittimità dell’introduzione della sottolineatura del carattere espiatorio e sacrificale,  operata dalla strofa sostitutiva del 1632, pare tuttavia una perdita notevole aver omesso tutto il portato tradizionale legato al salmo 18. Sull’opera di riforma di Urbano VIII, Righetti riporta questo commento: «Letterato e poeta, imbevuto di idee umanistiche, ma di scarso senso liturgico, egli si sentiva urtato […] dalla rozzezza ed ineleganza dei venerandi inni dell’antichità cristiana e si propose di correggerne la forma. Ma l’opera sua, in generale, anziché una correzione, riuscì una deformazione, della quale si disse con ragione accessit latinitas, sed recessit pietas. Gli inni corretti, editi nel 1629, vennero da Urbano VIII introdotti (e perciò resi obbligatori), nel Breviario riformato, che pubblicò ufficialmente nel 1632 con la Bolla Divinam psalmodiam»[2]. Per una volta le critiche non sono rivolte ai periti della riforma liturgica del Vaticano II!!

Si dovrà pertanto ammettere senza difficoltà che in questo segmento particolare non è la Liturgia delle Ore di Paolo VI a non rispettare la sana ed antica tradizione.

 La traduzione in lingua italiana proposta nell’innario purtroppo riassume due strofe in una, con una parafrasi che riprende anche elementi del vecchio testo: «Per redimere il mondo, travolto dal peccato, nascesti dalla Vergine, salisti sulla croce». Il riferimento alla croce nel testo tipico latino non c’è[3], ma c’era nella precedente versione: «ut espiares, ad crucem». Anche la versione inglese presenta questa commistione fra il nuovo e il precedente testo: Thou camest, the Bridegroom of the Bride, as drew the world to evening tide, proceeding from a virgin shrine, the spotless Victim all divine»; meglio quella spagnola: « Y así como sale el Esposo de su tálamo, naciste, en el atardecer del mundo, del seno purísimo de una Madre Virgen». Una traduzione italiana più fedele – quale potrebbe essere questa: « Mentre scendeva la sera del mondo, come uno sposo uscito dal letto nuziale, (nascesti) dal castissimo grembo della Vergine Madre» -, senza comprendere il retroterra biblico e patristico soggiacente potrebbe risultare astrusa. Anche se dopo aver pregato con questo inno nella prima parte dell’Avvento, la liturgia dell’Ufficio delle Letture del Natale pregherà come secondo salmo proprio il salmo 18, con la significativa antifona propria: «Tamquam sponsus Dominus procedens de thalamo suo» («Come uno sposo il Signore esce dalla stanza nuziale»). Echi e reciproci rimandi impreziosiscono la trama della liturgia delle Ore in modo davvero mirabile. Quanto bene farebbe approfondire sempre di più questo tesoro e farne partecipi tutti i fedeli!!

La melodia è rimasta identica, nonostante i mutamenti testuali. Ecco due versioni:

http://www.cantualeantonianum.com/2009/11/melodie-dellavvento-1-conditor-alme.html


[1] Sant’Ambrogio, Inni, Introduzione, traduzione e commento di A. Bonato, Milano 1992, 164-165.

[2] M. Righetti, Manuale di storia liturgica, II, Milano 1969 (ed. anastatica 1998), 679.

[3] In questo caso, non avrebbe nulla da obiettare l’esame spesso assai critico fatto da L. Bianchi alla traduzione italiana dei testi liturgici presentato in L. Bianchi, Liturgia. Memoria o istruzioni per l’uso?, Casale Monferrato (Al) 2002!!