Il re Ezechia in salsa francese

Visto che si tratta di Francia, questo post potrebbe essere più un divertissement che altro . Roba non troppo seria, insomma. Lo scriviamo perché lo studio della Liturgia e della libertà di cui essa gode ci diverte, appunto. Non solo santificazione, non solo edificazione, ma anche divertimento!

Ci spieghiamo.

Ieri, per diversi e strani motivi, abbiamo voluto utilizzare, nella preghiera dell’Ufficio delle Letture, anche i testi propri di una delle memorie facoltative proposte per il 25 di agosto, quelli legati al santo re francese Ludovico. Per la verità, si tratta solamente della seconda lettura, del suo responsorio e dell’orazione. Sia il primo che il terzo testo ci paiono mediamente discreti, senza spunti eccezionali e degni di menzione; il secondo, cioè il responsorio, ha invece attirato la nostra attenzione. Quando la citazione biblica di cui si compone il testo responsoriale viene preceduta da un «cfr.», indicazione questa di una citazione non del tutto letterale e non integralmente identica al testo della Sacra Scrittura, nella gran parte dei casi si può scoprire qualcosa di interessante.

Osservando il riferimento della citazione, si intuisce subito che si tratti di un collage di diversi versetti, quattro per l’esattezza. L’inizio del capitolo 18 del secondo Libro dei Re è una sorta di sommario di introduzione alle vicende del re Ezechia, poi trattate nei capitoli successivi. Ecco un confronto fra i due testi.

tabella articolo ludovico

E’ impressionante la rilettura che la liturgia compie sul testo biblico, applicandolo in toto al santo re francese, mettendo in ombra quello di Giuda. Il quale, fra l’altro, era  già stato comunque nominato nella prima lettura dell’Ufficio [sabato della XX settimana: «Isaia, figlio di Amoz, mandò a dire a Ezechia…(Is 37,21-35)]. Naturalmente, le due letture non erano coordinate! Solo uno scherzo curioso della liturgia restituisce un poco di notorietà ad un re a cui la Sacra Scrittura concede non poco spazio. La stessa liturgia delle Ore, tuttavia, anche quando riporta le parole del re, raccolte nel cantico del capitolo 38 del libro di Isaia, non fa menzione alcuna di chi le avrebbe pronunciate la prima volta: «Angosce di un moribondo, gioia di un risanato»: cf. Cantico (Is 38,10-14.17-20), martedì della II settimana del salterio. La citazione dal Nuovo Testamento in calce ne favorisce la rilettura cristologica: «Io ero morto, ma ora vivo…e ho potere sopra la morte (Ap 1,17-18) (1).

Se da una parte siamo sicuri che il povero re Ezechia sarà stato onorato che la sua vicenda si sia volta ad essere una prefigurazione di Cristo, ci piacerebbe sapere cosa avrà provato quando si sarà accorto che diventava ombra profetica pure di un santo re francese del XIII secolo!


(1) «I titoli costituiscono una novità per l’Ufficio romano. Sono una delle risorse più preziose per aiutare il recitante ad assimilare vitalmente i salmi (IU 110-111). I titoli non hanno carattere ufficiale e liturgico, ma sono un elemento privato, che, di regola, non fa parte della recitazione. Il primo titolo riassume il senso letterale dei salmi, senso che il recitante non può trascurare. I salmi, infatti, anche se sorsero molti secoli fa, e in mezzo a un popolo di cultura semitica lontana dalla nostra, tuttavia esprimono i dolori e le speranze, il senso della miseria e del peccato, la fiducia e la fede in Dio, l’attesa della salvezza, la lode e il ringraziamento a Dio che sono propri degli uomini di tutte le epoche e di tutti i climi (IU 107,111). Il secondo titolo è una frase desunta dal Nuovo Testamento o dai Padri che aiuta o invita a pregare il salmo in senso cristiano (IU 111). Nell’Ufficio del Tempo Ordinario “per annum”, quando viene eseguito senza canto, questo titolo può sostituire l’antifona (IU 114). Il testo del secondo titolo è preso dalla Bibbia o dai Padri onde ridurre al massimo l’impronta soggettiva nella valutazione e visuale dei salmi. Si tratta a volte di testi del Nuovo Testamento che citano esplicitamente o implicitamente il salmo, vedendolo nella luce della redenzione. E’ Cristo o gli apostoli che dano questa interpretazione. Anche le referenze patristiche hanno il loro peso come documento di tradizione. Ciò che si è detto dei titoli salici vale anche per quelli dei cantici dell’Antico Testamento. Questo sussidio dei titoli era stato desiderato e richiesto da molti. Tutti comunque ne avranno un grande vantaggio per una celebrazione più spirituale dell’Ufficio, anche se qualche titolo è tutt’altro che intuitivo»: V. Raffa, La Liturgia delle Ore. Presentazione storica, teologica e pastorale, Milano 1990³, 159.

 

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L’eccezione che conferma la regola. Per non av-vilirci del tutto

Dobbiamo fare una premessa a quello che diremo. E’ stato proprio un padre gesuita a metterci la pulce nell’orecchio, facendoci notare che parrebbe una contraddizione in termini un gesuita appassionato e cultore di liturgia.

Si tratterebbe pertanto di un retaggio che va al di là della personale sensibilità o interesse: il fatto che Papa Francesco citi, nella sua predicazione, così di rado testi e gesti della liturgia potrebbe essere dovuto anche alla sua formazione e appartenenza all’ordine dei Gesuiti. Papa Benedetto ci aveva abituati diversamente: spesso le sue omelie iniziavano con qualche citazione tratta dalla liturgia del giorno (Antifone, Sequenze, etc.).

Come in tutte le cose, anche in questa generalizzazione ci sono alcune eccezioni significative (1). Abbiamo trovato assai interessante la citazione che Bergoglio propone nell’omelia per la Solennità del Corpus Domini, il 4 giugno 2015, in cui sceglie come impianto del suo argomentare «un testo molto bello della liturgia» del giorno, il Responsorio della seconda lettura dell’Ufficio. L’intera composizione della liturgia della solennità è senza dubbio un gioiello finemente impreziosito da numerose gemme. Una di queste, appunto, è il responsorio che segue il brano di San Tommaso d’Aquino: alcune frasi del Sermone 228 B di sant’Agostino vengono usate come tessere di un mosaico davvero splendente.

Riconoscete in questo pane, colui che fu crocifisso; nel calice, il sangue sgorgato dal suo fianco. Prendete e mangiate il corpo di Cristo, bevete il suo sangue: poiché ora siete membra di Cristo. Per non disgregarvi, mangiate questo vincolo di comunione; per non svilirvi, bevete il prezzo del vostro riscatto.

Francesco sceglie di soffermarsi su due espressioni, le due finalità espresse al negativo: non disgregarsi, non svilirsi. Quindi offre la sua personale attualizzazione di tale parole. Di certo la versione italiana non lo aiuta ad esprimere il concetto che intendeva esprimere il Santo di Ippona, che, fra l’altro, il Papa non menziona. L’originale latino riporta infatti: ne vobis viles videamini potrebbe essere reso meglio con per non considerarvi da poco. Siamo nell’ambito della stima di sé, di quanto ci si valuti: svilirsi nel senso di svalutarsi, non apprezzarsi per quanto siamo stati invece stimati da Dio, meritevoli della redenzione mediante il sacrificio del Figlio. Francesco preferisce sottolineare un secondo aspetto: svilimento come annacquamento dell’identità cristiana, ridursi ad una vita mediocre….

che cosa significa oggi per noi “svilirci”, ossia annacquare la nostra dignità cristiana? Significa lasciarci intaccare dalle idolatrie del nostro tempo: l’apparire, il consumare, l’io al centro di tutto; ma anche l’essere competitivi, l’arroganza come atteggiamento vincente, il non dover mai ammettere di avere sbagliato o di avere bisogno. Tutto questo ci svilisce, ci rende cristiani mediocri, tiepidi, insipidi, pagani (2).

Questa tuttavia non è la sola interpretazione che Bergoglio ha offerto del testo del responsorio: già come Arcivescovo di Buenos Aires aveva utilizzato quell’espressione, seppure con un’altra attualizzazione:

Beviamo il Sangue di Cristo! E’ il nostro prezzo, per non svalutarci, per non deprezzarci. Che bel modo di sentire e gustare l’Eucaristia! Il sangue di Cristo, quello che ha sparso per noi, ci fa vedere quanto valiamo. Noi di Buenos Aires a volte sbagliamo a valutarci: dapprima ci crediamo i migliori del mondo e subito dopo passiamo all’autodisprezzo, a sentire che in questo Paese non ce la si fa, e così andiamo da un estremo all’altro. Il sangue di Cristo ci dà la vera autostima, l’autostima nella fede: agli occhi di Gesù Cristo valiamo molto. Non perché siamo meglio o peggio rispetto agli altri popoli, ma perché siamo stati e siamo molto amati; è per questo che valiamo. (3)

Dobbiamo dire che la seconda attualizzazione, quella argentina, ci convince maggiormente, così come apprezziamo il fatto che la citazione del testo liturgico sia stata esplicitamente attribuita all’estensore originale: l’espressioni di sant’Agostino non anonime, come invece accade per il testo dell’omelia pronunciata da Bergoglio, ormai Papa Francesco, il 4 giugno 2015. In quest’ultimo caso registriamo almeno una correzione positiva: il testo è indicato per quello che è, un responsorio, e non come avvenne nella capitale argentina, laddove Bergoglio disse che si trattava di un’antifona. Ma tutto sommato queste sono sottigliezze anche per un non gesuita!


(1) Confessiamo di non seguire con attenzione ogni omelia di Papa Francesco, per cui altri esempi potrebbero esserci sfuggiti.

(2) cf. l’intero testo qui.

(3) Omelia nella Solennità del Corpo e Sangue del Signore, Buenos Aires 25 giugno 2011, in J.M. Bergoglio, Nei tuoi occhi è la mia parola. Omelie e discorsi di Buenos Aires 1999-2013, Milano 2016.

 

 

 

 

Sabato della VII settimana del tempo ordinario, anno del Signore 2018…Scherzi di liturgisti o di santi?

Abbiamo studiato per vari anni su volumi che avevano un apparato di note a piè pagina assai più corposo del testo stesso senza che il nostro sapere liturgico ne ricevesse l’implemento che ci si poteva attendere da tali poderosi tomi: ora ci sia concesso scrivere brevi e semplici osservazioni, tratte dall’esperienza liturgica.

Non che la ricerca puntigliosa e rigorosa non siano da promuovere – chi ha letto qualcosa di questo blog saprà bene del nostro affanno prolungato su carte polverose di archivi poco frequentati – ma occorre rimanere bene attenti a cogliere anche i più semplici segnali che la liturgia offre ai suoi cultori, ed essere disposti a stupirsene, grati.

Con questa intenzione condividiamo un’osservazione saltata agli occhi in maniera inaspettata quest’oggi, seguendo il corso diario della liturgia. Sabato della settima settimana del tempo ordinario, che quest’anno cade il 26 maggio, memoria di san Filippo Neri.  Durante questa settimana l’Ufficio delle Letture ci ha proposto come prima lettura biblica il libro di Qoèlet. Oggi l’ultimo discorso, seguito da un epilogo in prosa, che i biblisti attribuiscono a suoi discepoli. L’ultima parola di Qoèlet era l’inconfondibile: «Vanità delle vanità, dice Qoèlet, e tutto è vanità» (12,8). La seconda lettura patristica, propria della memoria, proveniva dai discorsi di Sant’Agostino (Disc. 171, Rallegratevi nel Signore, sempre).

Ora, quest’anno – non abbiamo verificato ogni quanto accada – l’incrociarsi dei due calendari, quello del temporale e quello dei santi, ci ha offerto un felice ermeneutica della figura di Qoèlet nella persona del santo fiorentino divenuto compatrono di Roma. Chi non conosce infatti la lauda composta dal Neri, che arricchisce magistralmente il laconico ritornello del sapiente biblico?

[…] Dunque a Dio rivolgi il cuore, dona a lui tutto il tuo amore, questo mai non mancherà, tutto il resto è vanità. […] Dunque frena le tue voglie, corri a Dio, che ognor t’accoglie, questo mai non mancherà. Tutto il resto è vanità.

La liturgia, in modo davvero sorprendente quest’oggi, ha offerto un sensu plenior alla pagina biblica dell’Ufficio, facendocela accostare con la figura di questo santo, che era «aspro e penitentissimo con se stesso, …mite cogli atri, ed al bisogno faceto» (1). Un bilanciamento all’aridità un pò triste e di sapore protestante di certi commenti biblici, con la figura saggia e arguta, all’occorrenza scanzonata, perché libera e innamorata di Cristo, del santo apostolo di Roma.

Riteniamo dunque che oggi si debba essere grati alla riforma liturgica, che ci permette di godere di queste belle sorprese. Lo possiamo essere tutti, anche quanti di solito sono critici nei confronti dei – dicono loro – creatori a tavolino di una nuova liturgia: neanche il più bravo di tali fantomatici esperti avrebbe potuto prevedere tali connessioni fra di due calendari! Ben Altro ispiratore ci dev’essere dunque dietro alla liturgia che si celebrava quest’oggi, 26 maggio dell’anno di grazia 2018!

Concludiamo con un’altra massima di Filippo:

Chi vuol altro che Cristo, non sa quel che vuole, e chi dimanda altro che Cristo, non sa quel che dimanda. Chi opera e non per Cristo, non sa quel che fa.


(1) I. Schuster, Liber Sacramentorum, Vol. VII, Torino 1930, 198.

 

 

Ultimo festivitatis dies. Interferenze sull’ultimo giorno della cinquantina pasquale

Con questo breve post, vogliamo continuare a mostrare esempi, seppur minimi, di quanto la liturgia goda di una sorprendente libertà nell’usare la Sacra Scrittura. Già molte altre volte siamo rimasti quasi spiazzati dai criteri e dalle modalità che la tradizione liturgica ha messo in atto, nel selezionare brani e citazioni bibliche ricollocandoli in contesti anche apparentemente lontanissimi.

Sebbene siamo abituati a tenere ben fermo il principio ermeneutico espresso nella Costituzione conciliare sulla Divina Rivelazione al paragrafo 12, questa volta – lo confessiamo – ci stupiamo non poco, e ci arrendiamo sorpresi di fronte a tanta licenza. Ci viene in mente piuttosto, visto che – lo vedremo immediatamente – si tratta di un formulario della solennità di Pentecoste, un’altra citazione: «Il Signore è lo Spirito e, dove c’è lo Spirito del Signore, c’è libertà» (2Cor 3,17).

Dunque, dicevamo, se guardiamo i testi liturgici per la Solennità di Pentecoste, notiamo che nella Messa della Vigilia, il Messale riporta, come antifona per la comunione, il tradizionale testo tratto da Gv 7,37: «Ultimo festivitatis dies, stabat Iesus et clamabat dicens: Si qui sitit, veniat ad me et bibat, alleluia [L’ultimo giorno della festa, Gesù si levò in piedi ed esclamò a gran voce: “Chi ha sete, venga a me e beva”. Alleluia]».

In effetti, il testo pare del tutto appropriato. Si ricorderanno facilmente le prime parole del brano degli Atti degli Apostoli che ci rivela l’evento della Pentecoste storica: dum complerentur dies Pentecostes [mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste (2)]. Abbiamo evidenziato il plurale della forma verbale, perché tramite esso si intenderebbe meglio il senso di compimento e di chiusura delle sette settimane iniziate dalla Pasqua. Il prefazio, inoltre, parla di compimento del mistero pasquale [sacramento paschale consummans]. Quell’ultimo festivitatis dies risulta centrato.

Nell’odierno lezionario Gv 7,37-39 è anche il brano evangelico proclamato nella liturgia della Parola, per cui l’antifona alla comunione ora ne riecheggia il testo. Tuttavia, il versetto di Giovanni usato come antifona non è stato scelto perché nella messa ne veniva proclamato il brano: nel messale precedente l’antifona era già presente, e il brano evangelico era invece Gv 14,15-21.

Sembrerebbe che la liturgia, per la vigilia della Pentecoste, abbia voluto mettere in evidenza quella notazione temporale: si tratta dell’ultimo giorno della festa, siamo alla fine della cinquantina pasquale.

Peccato, però, che in Gv 7, l’«ultimo giorno della festa» sia l’ultimo giorno della festa delle Capanne, e non della festa di Pentecoste!!

La liturgia, considerato che Gesù in quel giorno pronunciò quella frase così importante sul dono dello Spirito Santo, ha cooptato quel versetto, cambiandone il contesto originale. C’è da dire che il testo della Vulgata recita diversamente: «in novissimo autem die magno festivitatis….». Non possiamo verificare ora se esista una lezione latina del passo giovanneo che riporti invece «ultimo festivitatis dies», o se sia proprio la liturgia ad aver adattato il testo biblico. Nel qual caso, la licenza liturgica sarebbe addirittura maggiore: stravolto il testo e stravolto il contesto temporale!!

Ma, contrariamente ai moderni stravolgimenti, non stona assolutamente, anzi!!

Altro è improvvisarsi novatori e creatori artificiali di presunte migliorie, altro è aver respirato, per secoli, «lo stesso Spirito».


(1) «Però, dovendo la Sacra Scrittura essere letta e interpretata con lo stesso Spirito con cui fu scritta, per scoprire con esattezza il senso dei sacri testi, si deve badare con non minore diligenza al contenuto e all’unità di tutta la Scrittura, tenendo debito conto della viva tradizione di tutta la chiesa e dell’analogia della fede (Dei Verbum, 12)».

(2) Si dovrebbe dire qualcosa sulla traduzione italiana: così espresso, il dato temporale potrebbe indurre un ascoltatore semplice ad intendere che l’effusione dello Spirito accada verso la sera del giorno della Pentecoste; sappiamo invece, dal discorso di Pietro, che siamo intorno alle nove del mattino!

Affrettiamoci dunque ad entrare in quel riposo…

Non c’è il tempo per accordare i testi in modo organico e discorsivo. Riportiamo solamente alcuni passaggi, come tessere di un mosaico – quello della liturgia del sabato santo -, incastonato a sua volta nel figurativo più ampio del santo Triduo.

In pace in idípsum dórmiam et requiéscam [Tranquillo mi addormento, e riposerò nella pace] Antifona al primo salmo dell’Ufficio delle Letture (Sal 4).

Caro mea requiéscet in spe [Nella speranza la mia carne riposa] Antifona al secondo salmo dell’Ufficio delle Letture (Sal 15).

La Chiesa contempla il suo Signore, attribuendo a Lui le profezie dei Salmi: è Cristo il vero dormiente. In Lui si compie il riposo sabbatico.

Ecco come lo dice in modo mirabile sant’Ambrogio, riannodando insieme il mistero di Cristo con le pagine dell’Antico Testamento:

Creò il cielo, e non leggo che si sia riposato; creò la terra, e non leggo che si sia riposato; creò il sole, la luna, le stelle, e non leggo che nemmeno allora si sia riposato; ma leggo che ha creato l’uomo e che a questo punto si è riposato, avendo un essere cui rimettere i peccati [lego quod fecerit hominem et tunc requieverit, habens cui peccata dimetteret]. O forse già allora si preannunciò il mistero della futura passione del Signore, col quale si rivelò che Cristo avrebbe riposato nell’uomo, egli che predestinava a se stesso il riposo in un corpo umano per la redenzione dell’uomo, secondo quanto egli stesso affermò: Io dormii e riposai e mi levai, perché il Signore mi ha accolto [Ego dormivi et soporatus su; exurrexi, qui Dominus suscepit me]. Infatti lo stesso Creatore si riposò. A lui onore, gloria, perennità dai secoli e ora e sempre e per tutti i secoli dei secoli. Amen. (Esamerone, Sesto giorno, IX,10,76)

Ambrogio, prima della dossologia finale, citava il salmo 3. Con esso siamo già proiettati nel cuore dell’Ottava di Pasqua. Esso, infatti, lo troviamo – con la sua antifona propria – nel mattutino del Lunedì dell’Angelo.

Ego dormívi et somnum cepi et exsurréxi, quóniam Dóminus suscépit me, allelúia [Dormivo nel sonno della morte, e mi sono risvegliato: il Signore mi ha preso accanto a sé, alleluia] Antifona al terzo Salmo dell’Ufficio delle Letture del lunedì dell’Ottava di Pasqua (Sal 3).

Ecco il vero riposo sabbatico, il riposo del Figlio, che si abbandona e consegna nelle mani del Padre. Riposo che ottiene il perdono e riconcilia. Riposo pasquale, dopo il combattimento, già intriso dalla forza della resurrezione.

Il senso esistenziale di tutto questo non possiamo declinarlo ora. Sia sufficiente ribadire l’invito della Parola di Dio: affrettiamoci ad entrare in questo riposo, come diceva la prima delle stupende letture dell’Ufficio di oggi

Una “certa” penitenza. Dalla grammatica alla teologia, partendo da una traduzione per assonanze

Quasi in procinto di lasciarli, passando agli inni delle Ore della Settimana Santa, una piccola osservazione sulla traduzione degli inni di Vespri e Lodi proposti per la Quaresima. Senza soffermarci su di un’analisi puntuale, che obbligherebbe, ancora una volta, a biasimare il traduttore, vorremmo piuttosto dare conto di un’interessante operazione, che risulta da una familiarità di recitazione e di preghiera: in questo caso, a chi ha curato la versione italiana dell’innario, potremmo riconoscere delle importanti attenuanti e comunque comprenderne le intenzioni. Vediamo.

La terza strofa dell’inno dei vespri recita: Grande è il nostro peccato, ma più grande è il tuo amore; cancella i nostri debiti a gloria del tuo nome. Come si può vedere facilmente, dai due testi facoltativi che sono lodevolmente conservati nel Salterio, si tratta della traduzione dell’inno Audi, benigne Conditor, che a chi volesse pregare l’inno latino è suggerito per l’ufficio domenicale. Anche per chi non fosse pratico di latino, è abbastanza intuitivo l’accostamento fra traduzione e testo originale almeno per gli incipit delle prime due strofe: Accogli, o Dio pietoso [Audi, benigne Conditor] – Tu che scruti e conosci [Scrutator alme cordium]. Per la terza strofa ci può essere una vicinanza concettuale, ma risulta più difficile accostare i testi: Grande è il nostro peccato [Multum quidem peccavimus, più letteralmente Certo, senza dubbio, abbiamo molto peccato].

Il testo italiano, poi, nel secondo stico della strofa, introduce una sorta di parallelismo progressivo: grande è il nostro peccato, ma più grande è il tuo amore. Anche nell’originale i due stichi erano strettamente connessi tramite l’avversativa sed, tuttavia il legame non era giocato sulla grandezza (già importante, quella del peccato dell’uomo; ben maggiore, quella del perdono di Dio), bensì sulla diversa qualità dell’azione: il peccare dell’uomo di fronte al perdonare di Dio: multum quidem peccavimus, sed parce confitentibus [certo, senza dubbio, abbiamo peccato, ma tu perdona a coloro che  lo confessano(1)].

Come mai il traduttore ha compiuto questa scelta?

Non possiamo esserne sicuri, eppure riteniamo che abbia voluto, consapevolmente o meno, conservare qualcosa di un altro inno, che non ha trovato spazio nell’innario italiano. Si tratta del Iam, Christe, sol iustitiae, proposto – per quanti vogliano pregare l’inno latino – nell’ufficio feriale delle Lodi (2). Nella terza strofa ritroviamo una costruzione simile: Quiddamque paenitentiae / da terre, quo fit demptio / maiore tuo munere/ culparum quamvis grandium [Concedici di sostenere una qualche penitenza / di modo che vengano cancellate / per il tuo maggiore dono / le colpe, per quanto grandi]. Le colpe dell’uomo sono grandi, ma più grande (maggiore) è il dono di Dio, nel rimetterle. O, più compiutamente: è indispensabile che l’uomo si metta in penitenza, ma non è certo quella a meritare il perdono. Ci è ancora più necessaria la grazia più grande del perdono divino, efficace nonostante le colpe da rimettere non siano affatto insignificanti, ma reali e, appunto, «grandi».

Sembra dunque che sia questo il testo da cui il traduttore avrebbe attinto le parole e i concetti che ha usato per tradurre la strofa del suo inno. Probabilmente ne aveva l’eco nella mente e nel cuore, quando si è trovato di fronte a quel: «multum quidem peccavimus...».

Volendo proseguire nella questione, un altro dettaglio che potrebbe aver facilitato la commistione è la vicinanza fra il «quidem» del primo inno e il «quiddamque» dell’altro, sebbene abbiano significati diversi. La prima congiunzione intende rafforzare e asseverare un’affermazione, mentre il pronome quidam sottolinea l’indeterminazione.

Quiddamque paenitentiae: una certa qualcosa di penitenza, una certa qualcosa come penitenza: la preghiera dell’inno chiede la grazia di accogliere, sopportandola, una qualche forma di penitenza. Il contesto sembra suggerircene l’attribuzione di un valore minimo, così da intendere il senso come «concedici di fare un poco di penitenza».  Dovendo rimanere più fedeli al significato e all’uso particolare del pronome – «a indicare indeterminatezza qualitativa, di persone e di cose, […] di cui non viene dato né il nome né una più precisa determinazione, o perché non sono altrimenti note o perché non si vogliono più precisamente determinare» – sembrerebbe che la sfumatura ci porti, senza negare del tutto l’altro senso, a quell’indeterminatezza, che tuttavia consente a ciascuno di vivere, nel segreto, il suo personalissimo esercizio penitenziale come se fosse l’unico e il necessario. Oltre alle forme tradizionali e alle prassi generali e comuni, non vi è una penitenza sempre e comunque valida per tutti, ma ognuno dovrà compierne taluna, la sua. Il Padre che vede nel segreto saprà cogliere in quel piccolo e peculiare gesto penitenziale quanto basta per rendere efficace e attuale la dinamica sovrabbondante del suo perdono più grande.

Mentre un certo moralismo pelagiano appesantisce e scoraggia quanti si trovano a fare i conti con la propria debolezza, anche a fronte di un sincero affrontamento quaresimale, la liturgia consola e dona nuove energie a coloro che, al di là di pii ed esagerati propositi, vogliano veramente aprirsi al dono di questo santo tempo penitenziale, ormai prossimo alla stretta finale. Basta poco!


(1) Ci sia consentita questa veloce traduzione di confitentibus. Sappiamo bene che il termine sarebbe assai più ricco a complesso, ma non vogliamo attardarci su di esso.

(2) Su questo Inno avevamo già annotato qualcosa qui e qui.

A proposito di fake news vaticane. Strane citazioni, purtroppo, non mancano.

Nonostante il post precedente (1) ci abbia portato alle altezze del Paradiso, siamo stati troppo presto precipitati di nuovo a livello terra terra. A malincuore e contrariati – avremmo preferito pubblicare ben altri contributi -, non possiamo esimerci di scrivere queste piccole note, in questi giorni agitati dalla polemica intorno all’ormai famigerata lettera di Benedetto XVI a mons. Viganò, lettera che sembrerebbe essere stata personale e riservata, resa pubblica parzialmente e in un contesto assai diverso. Al di là delle intenzioni, sulle quali non ci pronunciamo, si tratta comunque di una caduta di stile e di professionalità da parte di chi deve gestire il settore, così importante oggi, dell’informazione e della comunicazione.

Con queste premesse, mentre cercavamo  documentazione per una questione altra, sui cui ci stiamo interrogando da qualche giorno, ci è capitato di soffermarci su testo in pdf, disponibile on line sulla piattaforma web della Fondazione Joseph Ratzinger. Si tratta di una lezione tenuta da Nicola Bux, il 3 maggio 2016, nel contesto del master «Joseph Ratzinger: studi e spiritualità», sul tema: «La riforma liturgica del Concilio Vaticano II e la sua applicazione secondo Joseph Ratzinger – Benedetto XVI» (2). Confessiamo apertamente che non abbiamo letto tutto il testo e che ne abbiamo scorso rapidamente le pagine. Un dettaglio, tuttavia, ha attirato la nostra attenzione: una citazione del famoso studio di Annibale Bugnini sulla riforma liturgica, racchiusa fra le virgolette, era riferita in nota all’edizione in lingua inglese dello stesso testo. Davvero curioso: un testo presentato in italiano (probabilmente anche pensato in italiano) ricorre, in citazione, ad una traduzione inglese di un testo pubblicato in edizione originale italiana, pur riportando nell’argomentare del discorso, una versione italiana dell’edizione inglese citata. Vedere per credere:

Di certo, oggi la liturgia si dibatte tra lo ius della Chiesa universale, negato ormai anche in linea di principio, e le richieste arbitrarie di una diocesi o di una parrocchia. Ma, pare che Annibale Bugnini ritenesse le aberrazioni secondarie: è emblematica la sua ammissione circa le responsabilità del Consilium: «ha sempre ritenuto che il modo migliore per prevenire gli abusi fosse di anticiparli piuttosto che reprimerli; di dare ai vescovi e alle conferenze episcopali mezzi adeguati per promuovere la pastorale liturgica piuttosto che inviare loro ‘decreti’ anacronistici che non sarebbero stati né applicati né eseguiti»(9)

(9) Cfr A.BUGNINI, The reform of the liturgy, 1948-1975, tr. M.O’Connell (Collegeville,MN.1990), p. 257, 486.

Con un pò di difficoltà (i due numeri di pagina indicati lascerebbero pensare ad un testo articolato, estrapolato da due passaggi diversi e piuttosto lontani fra loro; non parrebbe così, da quanto ci risulta) siamo riusciti a ritrovare il paragrafo citato da Bux nell’edizione originale: esso suona in modo decisamente diverso:

In termini generali, la Congregazione per il Culto Divino prese sul serio, e non in senso meramente oratorio, meno ancora pletorico o opportunistico, il compito assegnatole da Paolo VI nell’ottobre 1966: «impedire gli abusi, stimolare i ritardatari e i renitenti, risvegliare energie, favorire buone iniziative». E per impedire gli abusi ha sempre creduto che il mezzo migliore fosse quello di prevenirli, più che respingerli; di dare ai vescovi e alle Conferenze episcopali i mezzi adeguati per promuovere la pastorale liturgica, più che inviare anacronistici “verdetti”, né ascoltati né seguiti (3).

Come si vede, innanzitutto il soggetto della frase citata da Bux non era il Consilium ma la Congregazione per il Culto Divino, nel cui organigramma il Consilium fu inquadrato in una fase della sua attività; i due soggetti non coincidevano. La generalizzazione che Bux compie si potrebbe pure tollerare, capendone il senso. Ciò che invece appare assai più grave l’alterazione dei tre verbi: dove nel testo originale abbiamo impedire, prevenire e respingere, nel testo di Bux troviamo rispettivamente prevenire, anticipare, reprimere. In tal modo, si insinua che grazie a Bugnini gli abusi fossero tollerati al punto da essere addirittura, in un certo senso, assecondati o, peggio, suggeriti: nel contesto del paragrafo il senso di prevenire pare discostarsi dall’impedire originale, così come l’anticipare dal prevenire (4). Non sarebbe stato meglio citare il testo originale? Certo, esso non era così funzionale all’intenzione dell’autore, che pare voler attribuire al Bugnini, che di colpe ne avrà avute sicuramente nel corso della sua vita, la responsabilità di aver aperto la porta ai fenomeni di cui siamo oggi tutti testimoni. Non neghiamo certamente –  lo sperimentiamo frequentemente anche in diverse parrocchie romane – che ci troviamo di fronte ad abusi ripetuti ed anche gravi (talora è più grave l’ignoranza che la disobbedienza), ma le questioni sono assai più complesse.

Non si può pensare di liquidare il problema con una citazione scopiazzata, e per giunta in modo maldestro.

 


(1) Si trattava della canonizzazione di Paolo VI (qui).

(2) Cf. qui e qui.

(3) A. Bugnini, La riforma liturgica (1948-1975) («Bibliotheca Ephemerides Liturgicae» «Subsidia» 30), Roma 1997², 480.

(4) Appena dopo la citazione, Bux aggiunge: «La linea-guida di quell’organismo era che, tollerando ufficialmente gli abusi, questi avrebbero cessato d’essere tali».