B&B, una sorprendente comunione.

Nell’omelia nella Solennità del Corpus Domini dell’anno 2012, Benedetto XVI iniziava affrontando una questione che a lui stava molto a cuore:

Cari fratelli e sorelle! Questa sera vorrei meditare con voi su due aspetti, tra loro connessi, del Mistero eucaristico: il culto dell’Eucaristia e la sua sacralità. E’ importante riprenderli in considerazione per preservarli da visioni non complete del Mistero stesso, come quelle che si sono riscontrate nel recente passato. Anzitutto, una riflessione sul valore del culto eucaristico, in particolare dell’adorazione del Santissimo Sacramento. E’ l’esperienza che anche questa sera noi vivremo dopo la Messa, prima della processione, durante il suo svolgimento e al suo termine. Una interpretazione unilaterale del Concilio Vaticano II aveva penalizzato questa dimensione, restringendo in pratica l’Eucaristia al momento celebrativo. […] In effetti – come spesso avviene – per sottolineare un aspetto si finisce per sacrificarne un altro. In questo caso, l’accentuazione giusta posta sulla celebrazione dell’Eucaristia è andata a scapito dell’adorazione, come atto di fede e di preghiera rivolto al Signore Gesù, realmente presente nel Sacramento dell’altare. Questo sbilanciamento ha avuto ripercussioni anche sulla vita spirituale dei fedeli. (1)

Interpretazione unilaterale del Concilio Vaticano II, dunque. Senza dubbio, ci sarà stato chi dalle parole del Papa si sarà sentito confermato nella sua personale ostilità verso la riforma liturgica, in essa avrà individuato l’obiettivo del rilievo papale e, in generale, la causa di ogni male nella Chiesa dei nostri giorni. Non possiamo certo fare qui una sintesi della documentazione prodotta dagli esperti del Consilium a riguardo del culto eucaristico; sia sufficiente citare un brevissimo testo, che potrebbe far storcere il naso a qualcuno:

Non sarà fuori luogo ricordare che lo scopo primario e originario della conservazione nella Chiesa delle sante Specie al di fuori della celebrazione della Messa è l’amministrazione del Viatico; scopi secondari sono la distribuzione della comunione al di fuori della Messa e l’adorazione del Signore nostro Gesù Cristo, presente sotto quelle specie.

Questa sorta di gerarchizzazione delle motivazioni della riserva eucaristica in effetti compare nel testo (al n. 49) dell’Istruzione post-conciliare Eucharisticum Mysterium (1967), e potrebbe sembrare una certa svalutazione dell’adorazione eucaristica. Ma se così fosse, la responsabilità non sarebbe da attribuire al Consilium. Si tratta infatti di un citazione di un’altra Istruzione precedente, la Quam plurimum, pubblicata dalla Sacra Congregazione dei Riti nel 1949!

Se qualcosa invece nel 1967 cambiò furono alcuni aspetti della terminologia. Sentiamo, a tal proposito, la testimonianza di Bugnini: «Con “preghiera davanti al Sacramento” si sostituisce la terminologia devozione precedente, che parlava di “visita al SS.mo Sacramento”. Per qualche consultore essa indicava ancora bene l’atto di “andare pellegrinando al Signore”, ma alla maggior parte dava l’impressione di atti di cortesia o di conforto al “Divino prigioniero”. Tutti concetti che non hanno nulla a che vedere con la dottrina proposta sulla presenza reale. Perciò sono sembrati termini più appropriati: “prev” oppure “oratio”» (2). Sempre a riguardo di tale preghiera, Bugnini afferma ancora: «Porta alla familiarità e all’apertura del cuore con Cristo e insieme a considerare che la presenza di Cristo nel Sacramento è frutto del sacrificio e conduce alla comunione. Perciò spinge all’offerta di sé e all’intima comunione di sentimenti con il Signore morto e risorto» (3).

Scherzando un poco, prendendo in prestito le parole citate, se si leggerà con attenzione la continuazione dell’omelia, si potrà notare una sorprendente comunione di sentimenti e di concetti fra Bugnini e Benedetto XVI. In questo, almeno, non si può arruolare Ratzinger nella campagna contro il Segretario del Consilium.

L’ultima parola al Papa:

In realtà, è sbagliato contrapporre la celebrazione e l’adorazione, come se fossero in concorrenza l’una con l’altra. E’ proprio il contrario: il culto del Santissimo Sacramento costituisce come l’«ambiente» spirituale entro il quale la comunità può celebrare bene e in verità l’Eucaristia. Solo se è preceduta, accompagnata e seguita da questo atteggiamento interiore di fede e di adorazione, l’azione liturgica può esprimere il suo pieno significato e valore. […] Comunione e contemplazione non si possono separare, vanno insieme. Per comunicare veramente con un’altra persona devo conoscerla, saper stare in silenzio vicino a lei, ascoltarla, guardarla con amore. Il vero amore e la vera amicizia vivono sempre di questa reciprocità di sguardi, di silenzi intensi, eloquenti, pieni di rispetto e di venerazione, così che l’incontro sia vissuto profondamente, in modo personale e non superficiale. E purtroppo, se manca questa dimensione, anche la stessa comunione sacramentale può diventare, da parte nostra, un gesto superficiale.


(1) Cf. Omelia del Santo Padre Benedetto XVI, 7 giugno 2012.

(2) A. Bugnini, La riforma liturgica (1948-1975) (Bibliotheca «Ephemerides Liturgicae», «Subsidia » 30), Roma 1997, 827.

(3) Ibid.

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“Visibilmente celebrato, spiritualmente inteso”. Sant’Agostino sul Corpus Domini? Non proprio, e comunque non solo…

Mentre stavamo studiando alcune cose in vista di un post sulla Solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo, ci siamo di nuovo imbattuti in una celebre citazione di Sant’Agostino. Ci sembra opportuno riportarla, per preparare quanto vorremmo dire poi: «Nessuno mangia quella carne senza prima averla adorata…peccheremmo se non la adorassimo» (Enarrationes in Psalmos 98,9: CCL XXXIX, 1385).

Ma ancora più opportuno è allargare un pochino la citazione: per due motivi. Il primo, perché tale citazione va contestualizzata bene; sant’Agostino qui non si riferisce a nessun tipo di culto eucaristico come lo intendiamo noi oggi. Il secondo, perché il contesto, e in particolare l’avvio del Sermone da cui è estrapolata la citazione in questione, è assolutamente rilevante per quanto talvolta andiamo facendo su questo piccolo blog, cercando di mostrare come la tradizione cristiana rilegge e attualizza i Salmi dell’Antico Testamento. La citazione in effetti si allunga, ma vale la pena leggere tutto; nelle ultime frasi, poi, abbiamo un’altra sintesi geniale di un principio fondamentale di teologia liturgica. Ma ecco – adesso – sant’Agostino.

Fratelli, voi siete figli della Chiesa e siete stati istruiti alla scuola di Cristo. Conoscerà pertanto la vostra Carità che, mediante tutti quei libri composti dagli antichi nostri padri (i quali trascrissero le parole e le gesta gloriose di Dio), si voleva provvedere al bene nostro, cioè di quanti al giorno d’oggi crediamo in Cristo (qui scripserunt verba Dei, et magnalia Dei, nobis eos consulere voluisse, qui futuri eramus hoc tempore iam credentes in Christum). Questi, al tempo che ritenne opportuno, venne a noi, la prima volta umile, per tornare poi glorioso. Venne una volta per stare [come reo] dinanzi al giudice; mentre la seconda volta verrà come giudice assiso in trono, dinanzi al quale si presenterà il genere umano, ciascuno con il proprio merito. Come si fa con un giudice autorevole lo precedettero molti araldi, anche quando doveva venire nell’umiltà. Sì, quando ancora non era nato dalla vergine Maria, lo precedettero molti araldi, dicendo che si sarebbe fatto bambino e avrebbe succhiato il latte materno. Dinanzi al Verbo di Dio, che, autore di tutto il creato, si sarebbe fatto bambino, furono inviati molti banditori, i quali annunziarono questi nostri tempi. Essi però si espressero in modo che le loro parole restassero velate da figure; e questo velo, che celava le verità contenute nei libri antichi, sarebbe stato rimosso quando la verità in persona sarebbe spuntata dalla terra. Così infatti è detto nel salmo: Dalla terra è spuntata la verità, e la giustizia s’è affacciata dal cielo. Quando dunque noi ascoltiamo i salmi o le profezie o la legge (libri tutti che furono composti prima della venuta del nostro Signore Gesù Cristo), tutto il nostro sforzo deve essere quello di vedervi Cristo e di comprendervi Cristo. Presti dunque attenzione la vostra Carità al salmo presente, come ve la prestiamo noi : Insieme cerchiamo il Cristo. Egli si mostrerà certamente a noi che lo cerchiamo, se una volta si mostrò anche a coloro che non lo cercavano; e, se una volta redense coloro che lo ignoravano, ora non abbandonerà coloro che lo desiderano. Ecco, da lui trae inizio il salmo e di lui dice quanto segue. […] E adorate lo sgabello dei suoi piedi, perché è santo. Cosa dobbiamo adorare? Lo sgabello dei suoi piedi. […] Ma notate bene, o fratelli, cosa ci si ordini di adorare. In un altro passo scritturale è detto: Mio trono è il cielo; la terra è lo sgabello dei miei piedi. Avendoci dunque detto in questo passo che la terra è lo sgabello dei piedi di Dio, ci si ordinerà, per caso, di adorare la terra? Ma come adoreremo la terra, se la Scrittura ci dice apertamente: Adorerai il Signore Dio tuo? Eppure mi si comanda di adorare lo sgabello dei suo piedi e, precisandomi quale sia lo sgabello dei suoi piedi, mi si dice: La terra è lo sgabello dei miei piedi. Mi trovo nell’incertezza. Temo di adorare la terra, perché potrebbe punirmi colui che ha creato il cielo e la terra; ma temo ancora di non adorare lo sgabello dei piedi del mio Signore, poiché nel salmo mi si prescrive di adorare lo sgabello dei suoi piedi; e, se vado a ricercate cosa debba intendersi per sgabello dei suoi piedi, mi dice la scrittura: Sgabello dei miei piedi è la terra. Nella mia incertezza mi volgo a Cristo, poiché è di lui che vado in cerca. In lui trovo come si possa adorare la terra, sgabello dei piedi di Dio, senza cadere nell’empietà. Egli infatti dalla terra assunse la terra, poiché la nostra carne proviene dalla terra e lui prese la carne dalla carne di Maria. Rivestito di questa carne mosse i suoi passi quaggiù e la stessa carne ci lasciò affinché ne mangiassimo per conseguire la salute. Orbene nessuno mangia quella carne senza prima averla adorata. Ecco dunque trovata la maniera d’adorare lo sgabello dei piedi del Signore, e trovata in modo che non soltanto non si pecchi adorandolo, ma si pecchi non adorandolo (nemo autem illam carnem manducat, nisi prius adoraverit: inventum est quemadmodum adoretur tale scabellum pedum Domini, et non solum non peccemus adorando, sed peccemus non adorando). Ma sarà forse la carne a darci la vita? Diceva il Signore, proprio mentre inculcava gli effetti di tale terra: Lo Spirito è colui che vivifica, la carne non giova a nulla. Quando dunque ti chini o ti prostri dinanzi alla terra, non considerarla [semplice] terra; considera piuttosto il Santo dei cui piedi è sgabello la terra che adori. È in vista di lui infatti che tu la adori. Per questo aggiunge il salmo: Adorate lo sgabello dei suoi piedi, poiché è santo. Chi è santo? Colui in onore del quale tu adori lo sgabello dei suoi piedi. Occorre però che tu, mentre lo adori, non ti arresti col pensiero al livello della carne. Rischieresti di non essere vivificato dallo Spirito, poiché lo Spirito è colui che vivifica, mentre la carne non giova a nulla. Quando il Signore inculcava questa verità, aveva da poco tenuto un discorso sulla propria carne e aveva detto: Chi non mangerà la mia carne non avrà in sé la vita eterna. Alcuni suoi discepoli, una settantina circa, rimasero scandalizzati e dissero: È duro questo parlare; chi può capirci qualcosa? E si allontanarono da lui e non vollero più seguirlo. Sembrarono loro dure le parole: Chi non mangerà della mia carne non avrà la vita eterna, poiché le avevano intese stupidamente. Ragionando in modo carnale, avevano pensato che il Signore avrebbe tagliuzzato il suo corpo in particelle dandole loro da mangiare. Per questo dissero: Questo discorso è duro. Essi erano duri, non il discorso. Se infatti non fossero stati duri ma arrendevoli, si sarebbero detti: Non senza un perché ci dice queste cose; è segno che lì sotto è nascosto un qualche sacramento. Se fossero stati docili, non cocciuti, e fossero restati con lui, avrebbero appreso dal Maestro ciò che appresero gli altri, che anche dopo la loro partenza non lo abbandonarono. Rimasero infatti con lui dodici discepoli e, vedendo gli altri abbandonare il Maestro, addolorati – per così dire – della loro morte, gli richiamarono alla mente che quanti lo avevano abbandonato, lo avevano fatto perché scandalizzati dalle sue parole. Allora Gesù li istruì dicendo: Lo Spirito è colui che vivifica; la carne non giova a nulla. Le parole che vi ho dette sono spirito e vita. Intendete spiritualmente ciò che io vi ho detto! Non mangerete questo corpo che vedete, né berrete il sangue che verseranno i miei crocifissori. Ho voluto proporre alla vostra considerazione un sacramento che, se voi lo intenderete spiritualmente, vi sarà fonte di vita. Sarà necessario, è vero, che esso venga celebrato visibilmente, tuttavia occorrerà sempre che lo si intenda spiritualmente (Etsi necesse est illud visibiliter celebrari, oportet tamen invisibiliter intellegi) Esaltate il Signore nostro Dio, e adorate lo sgabello dei suoi piedi poiché è santo.

Grazie all’ottimo sito http://www.augustinus.it è possibile consultare on line l’intero testo del Discorso sul Salmo 98qui per cercare il testo italiano, qui per il testo in latino.

L’odierna versione del versetto del Salmo è la seguente: «Esaltate il Signore, nostro Dio, prostratevi allo sgabello dei suoi piedi. Egli è santo!» [Sal 99(98),5].

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Benedetto XVI venera le reliquie di Sant’Agostino, Basilica di San Pietro in Ciel d’Oro, Pavia 22 aprile 2007.

 

Nella solennità della comunione trinitaria, una preghiera che separa? Sì, ma solo in Italia…

Quest’oggi focalizziamo la nostra attenzione sulla preghiera sulle Offerte del formulario della solennità della Santissima Trinità. Come al solito, senza pretendere di essere esaustivi, ci soffermiamo solamente su qualche aspetto, ed in modo neanche troppo sistematico. Ci ha incuriosito infatti un’espressione, che dovrebbe riecheggiare nelle orecchie di molti: la super oblata parla di trasformazione dei presenti in «sacrificio perenne a te gradito». Nella III Preghiera Eucaristica vi è la stessa espressione, almeno in italiano. Attirati da tale assonanza, se ci si avvicina al testo originale della preghiera, si nota subito che nella versione italiana manca qualcosa, mentre viene aggiunto qualcos’altro.

Sanctifica, quaesumus, Domine Deus noster, per tui nominis invocationem, haec munera nostrae servitutis, et per ea nosmetipsos tibi perfice munus aeternum.

Invochiamo il tuo nome, Signore,  su questi doni che ti presentiamo: consacrali con la tua potenza e trasforma tutti noi in sacrificio perenne a te gradito.

L’aggiunta viene con tutta probabilità appunto dal Canone III, nel quale l’espressione «a te gradito» connessa con «sacrificio perenne» pare un legittimo sviluppo interpretativo del dativo «tibi» dell’originale latino [Egli faccia di noi un sacrificio perenne a te gradito (Ipse nos tibi perficiat munus aeternum)].  Manca invece la traduzione del sintagma pronominale «per ea» (più letteralmente: …e mediante essi fa’ di noi per te un dono eterno). Si tratta solamente di sottigliezze e pignolerie? Vediamo meglio.

La prima petizione sembra anticipare quella che sarà l’epiclesi del Canone e la sua consacrazione dei doni, mentre la seconda petizione chiede la trasformazione interiore dei presenti. La versione italiana suona alquanto generica, alludendo ad un dinamismo non precisato, eppure la preghiera afferma, nell’originale latino, che il dinamismo è propriamente sacramentale: è attraverso i doni offerti e divenuti Corpo e Sangue di Cristo che può avvenire perfettamente la piena conformazione a Lui da parte di chi partecipa all’Eucaristia sacramentale. Per ea, mediante essi.

Nella versione italiana i due segmenti della petizione paiono quasi estranei l’uno all’altro. E’ una scelta, un’opzione fatta dal traduttore, che si distacca, oltre che dall’originale latino, anche da altre versioni in alcune lingue europee, versioni che mantengono unite le due consacrazioni, quella dei doni e quella degli offerenti o partecipanti alla liturgia. Il testo francese pare leggermente più generico, allargando l’orizzonte all’Eucaristia intesa anche come intera celebrazione; l’inglese e lo spagnolo mantengono invece ben evidente il riferimento diretto al pane e al vino da consacrare nella richiesta di trasformazione degli oranti in sacrificio offerto a Dio.

Sanctify by the invocation of your name, we pray, O Lord our God, this oblation of our service, and by it make of us an eternal offering to you. Through Christ…

Sanctifie, Seigneur notre Dieu, le sacrifice sur lequel nous invoquons ton nom très saint; et, par cette eucharistie, fais de nous-mêmes une éternelle offrande à ta gloire. Par Jésus..

Por la invocación de tu santo Nombre, santifica, Señor, estos dones que te presentamos  y transfórmanos por ellos  en ofrenda perenne a tu gloria.  Por Jesucristo…

Dopo Pentecoste

E’ stato un lunedì di cambiamenti, questo da poco trascorso della VII settimana del Tempo Ordinario: per due libri liturgici infatti si sono dovuti sostituire i volumi, ossia si è ripreso il Lezionario feriale e il volume III della Liturgia delle Ore. Questo succede, naturalmente, altre volte nell’anno liturgico, ma non si può certo paragonare con quanto succede nelle ultime settimane dell’anno liturgico, con il passaggio all’Avvento del nuovo anno, passaggio in certo qual modo preparato tematicamente. Con la Pentecoste non è così.

E’ stato un cambio repentino, e già qualche tempo fa avevamo segnalato il disagio provato da Paolo VI per l’effetto così immediato, sulla sua fine sensibilità, della soppressione dell’Ottava di Pentecoste, che allora attenuava il senso di brusco cambiamento che, invece, forse sperimentiamo anche noi (cf. qui)

Per questo, per mantenere qui un clima che richiami ancora la Pentecoste, riportiamo oggi una bella preghiera di Guglielmo di Saint-Thierry, che formula un’invocazione per l’effusione dello Spirito Santo a partire da alcune immagini bibliche reinterpretate in modo interessante.

O Dio, degno di adorazione, tu che susciti tremore e benedizione, donacelo, manda il tuo Spirito e tutti saranno creati, e rinnoverai la faccia della terra. Non è nell’irrompere di molte acque, nell’agitazione e nel disordine di molti e diversi affetti, che le tue creature potranno raggiungere Dio; è durata abbastanza, Signore, questa catastrofe, questo castigo per i figli di Adamo. Fa’ passare lo Spirito sulla terra, onde si ritiri il mare, si ritiri la salsedine dell’antica condanna e appaia l’asciutto assetato della fonte della vita. Venga la colomba, lo Spirito Santo, e sia invece cacciato fuori l’uccello ripugnante che si getta sui suoi cadaveri; venga la colomba dal ramo d’olivo, ramo del ristoro e della luce, ad annunziare la pace. Ci santifichi la tua santità e il dono della santificazione, ci unisca la tua unità; e così, grazie al nome di amore, saremo associati per un’affinità di parentela a Dio (1) che è amore: la potenza di questo nome di unirà a te.

Guglielmo di Saint-Thierry, De Contemplando Deo. Oratio, Magnano (BI) 1995, 52-53.

Alcuni riferimenti biblici, che tessono la trama di questa preghiera:

Sal 104(103),30: Mandi il tuo spirito, sono creati, e rinnovi la faccia della terra.

Sal 32(31),6: Per questo ti prega ogni fedele nel tempo dell’angoscia; quando irromperanno grandi acque non lo potranno raggiungere.

Gen 8,1: Dio si ricordò di Noè, di tutte le fiere e di tutti gli animali domestici che erano con lui nell’arca. Dio fece passare un vento sulla terra e le acque si abbassarono.

Ger 17,6: Sarà come un tamarisco nella steppa; non vedrà venire il bene, dimorerà in luoghi aridi nel deserto, in una terra di salsedine, dove nessuno può vivere.

Gen 1,9: Dio disse: “Le acque che sono sotto il cielo si raccolgano in un unico luogo e appaia l’asciutto.

Ap 21,6: A colui che ha sete io darò gratuitamente da bere alla fonte dell’acqua della vita.

Mentre a proposito della colomba si intuisce facilmente il collegamento con la fine del diluvio e con il battesimo di Gesù, la menzione dell’uccello ripugnante fa riferimento al corvo che, secondo la Vulgata, non tornò nell’arca perché si posò sui cadaveri e se ne nutrì; quest’ultima interpretazione è talvolta presente nei Padri e si trova rappresentata plasticamente nei mosaici della Basilica di San Marco a Venezia come anche Monreale.

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Venezia

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Monreale


(1) Sul tema dell’«affinità» con Dio in Guglielmo di Saint-Thierry abbiamo già detto qualcosa, cf. qui.