L’inno “Conditor alme siderum”: un curioso caso di “riforma della riforma”

Nell’attuale ordinamento della liturgia, il primo impatto con il tempo dell’Avvento per il clero e per i fedeli ben formati, probabilmente è stato l’inno dei Vespri Conditor alme siderum, O creatore degli astri. Non male, come impatto!

In effetti il testo, di autore sconosciuto (anteriore al X secolo), è di grande ricchezza e liricità. La riforma post-conciliare ha scelto di riproporlo nella sua forma originale. In effetti dal 1632 fino al Vaticano II veniva usata una versione modificata. Anche allora, dunque, si intervenne per alterare un testo venerabile per antichità: non sarebbe solo la riforma post-conciliare ad essere passibili di critiche e delegittimazioni, con l’attribuirle devastazioni e alterazioni di testi antichi e plurisecolari.

Nel caso dell’inno Conditor alme siderum questa accusa non può valere solo per i periti del Consilium, perché sotto Papa Urbano VIII si fece la stessa cosa, privando per di più l’inno di un prezioso riferimento biblico e della sua interpretazione patristica.

Ci si riferisce alla terza strofa, di cui riporto in sinossi la versione originale (ed attuale) e quella del Breviarium romanum.

Vergénte mundi véspere,

uti sponsus de thálamo,

egréssus honestíssima

Vírginis matris cláusula.

Commune qui mundi nefas

ut expiares, ad crucem

e Virginis sacrario

intacta prodis victima.

 In questa strofa si avverte l’assonanza con un altro inno, di chiara attribuzione santambrosiana: nell’inno per il Natale Intende, qui regis Israel (o, se viene disconosciuta l’autenticità della prima strofa, Veni, redemptor gentium), si interpreta in senso cristologico il prode che esce dalla stanza nuziale, quest’ultima intesa in senso mariologico, descritto nei versetti 5 e 6 del salmo 19 (18): «Là pose una tenda per il sole, che esce come sposo dalla stanza nuziale: esulta come prode che percorre la via». Ambrogio «identifica il talamo con il grembo di Maria, definito “aula regale del pudore”, da cui è uscito il “gigante”, il Verbo, per correre incontro alla natura umana, con la quale avrebbe stretto un’unione nuziale»[1]: «Procedat e thalamo suo, pudoris aula regia, geminae gigas substantiae alacris ut currat viam (Esca da questo talamo nuziale, aula regale di santo pudore, il Forte che sussiste in due nature, per percorrere sollecito il suo cammino)».

 Il riferimento biblico soggiacente alla strofa dell’inno, il salmo 18,6, è letto in modo analogo anche da Sant’Agostino.  Ecco il  suo commento a questo salmo: «Nel sole ha posto il suo tabernacolo: il Signore, che doveva inviare non la pace ma la spada sulla terra, per combattere contro i regni degli errori temporali, ha posto nel tempo, ovvero nel suo manifestarsi, come una sua tenda militare, cioè il dono della sua Incarnazione. Ed egli stesso come sposo che esce dal suo talamo: egli stesso cioè esce dal seno verginale in cui Dio si è unito alla natura umana, come uno sposo alla sposa. È balzato esultante come un gigante per correre la via. È balzato esultante come il più forte di tutti, che per la sua incomparabile forza vince ogni altro uomo, non per fermarsi lungo la via, ma per correrla. Non si è infatti fermato sulla via dei peccatori. (In sole posuit tabernaculum suum: Dominus autem ut adversus regna temporalium errorum belligeraret, non pacem, sed gladium missurus in terram, in tempore vel in manifestatione posuit tamquam militare habitaculum suum, hoc est dispensationem incarnationis suae. Et ipse tamquam sponsus procedens de thalamo suo: et ipse procedens de utero virginali, ubi Deus naturae humanae tamquam sponsus sponsae copulatus est. Exsultavit sicut gigas ad currendam viam: exsultavit sicut fortissimus, et caeteros homines incomparabili virtute praecedens, non ad habitandam, sed ad currendam viam. Non enim in via peccatorum stetit). O anche il Discorso 291, 6: «E il Verbo si congiunge alla carne, e il Verbo si unisce alla carne; ed il talamo di questo così grande connubio è il tuo grembo. Ripeto, il talamo di un così grande connubio, cioè del Verbo e della carne, è il tuo grembo: da dove quale sposo esce dalla stanza nuziale (Et Verbum iungitur carni, et Verbum copulatur carni; et huius tanti coniugii thalamus, uterus tuus; et huius, inquam, tanti coniugii, id est Verbi et carnis thalamus uterus tuus: unde ipse sponsus procedit de thalamo suo)».

 Senza nulla togliere alla legittimità dell’introduzione della sottolineatura del carattere espiatorio e sacrificale,  operata dalla strofa sostitutiva del 1632, pare tuttavia una perdita notevole aver omesso tutto il portato tradizionale legato al salmo 18. Sull’opera di riforma di Urbano VIII, Righetti riporta questo commento: «Letterato e poeta, imbevuto di idee umanistiche, ma di scarso senso liturgico, egli si sentiva urtato […] dalla rozzezza ed ineleganza dei venerandi inni dell’antichità cristiana e si propose di correggerne la forma. Ma l’opera sua, in generale, anziché una correzione, riuscì una deformazione, della quale si disse con ragione accessit latinitas, sed recessit pietas. Gli inni corretti, editi nel 1629, vennero da Urbano VIII introdotti (e perciò resi obbligatori), nel Breviario riformato, che pubblicò ufficialmente nel 1632 con la Bolla Divinam psalmodiam»[2]. Per una volta le critiche non sono rivolte ai periti della riforma liturgica del Vaticano II!!

Si dovrà pertanto ammettere senza difficoltà che in questo segmento particolare non è la Liturgia delle Ore di Paolo VI a non rispettare la sana ed antica tradizione.

 La traduzione in lingua italiana proposta nell’innario purtroppo riassume due strofe in una, con una parafrasi che riprende anche elementi del vecchio testo: «Per redimere il mondo, travolto dal peccato, nascesti dalla Vergine, salisti sulla croce». Il riferimento alla croce nel testo tipico latino non c’è[3], ma c’era nella precedente versione: «ut espiares, ad crucem». Anche la versione inglese presenta questa commistione fra il nuovo e il precedente testo: Thou camest, the Bridegroom of the Bride, as drew the world to evening tide, proceeding from a virgin shrine, the spotless Victim all divine»; meglio quella spagnola: « Y así como sale el Esposo de su tálamo, naciste, en el atardecer del mundo, del seno purísimo de una Madre Virgen». Una traduzione italiana più fedele – quale potrebbe essere questa: « Mentre scendeva la sera del mondo, come uno sposo uscito dal letto nuziale, (nascesti) dal castissimo grembo della Vergine Madre» -, senza comprendere il retroterra biblico e patristico soggiacente potrebbe risultare astrusa. Anche se dopo aver pregato con questo inno nella prima parte dell’Avvento, la liturgia dell’Ufficio delle Letture del Natale pregherà come secondo salmo proprio il salmo 18, con la significativa antifona propria: «Tamquam sponsus Dominus procedens de thalamo suo» («Come uno sposo il Signore esce dalla stanza nuziale»). Echi e reciproci rimandi impreziosiscono la trama della liturgia delle Ore in modo davvero mirabile. Quanto bene farebbe approfondire sempre di più questo tesoro e farne partecipi tutti i fedeli!!

La melodia è rimasta identica, nonostante i mutamenti testuali. Ecco due versioni:

http://www.cantualeantonianum.com/2009/11/melodie-dellavvento-1-conditor-alme.html


[1] Sant’Ambrogio, Inni, Introduzione, traduzione e commento di A. Bonato, Milano 1992, 164-165.

[2] M. Righetti, Manuale di storia liturgica, II, Milano 1969 (ed. anastatica 1998), 679.

[3] In questo caso, non avrebbe nulla da obiettare l’esame spesso assai critico fatto da L. Bianchi alla traduzione italiana dei testi liturgici presentato in L. Bianchi, Liturgia. Memoria o istruzioni per l’uso?, Casale Monferrato (Al) 2002!!

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4 pensieri su “L’inno “Conditor alme siderum”: un curioso caso di “riforma della riforma”

  1. Non conoscevo l’interpretazione di Ambrogio e Agostino. Grazie al suo post pregherò meglio il salmo in chiave cristologica.
    Inoltre, mi unisco alla sua esclamazione così: quanto bene fa l’approfondimento della riforma liturgica!!! E quanto male fanno le critiche mosse dall’ideologia più che dai fatti concreti! Come i biblisti ci dischiudono il tesoro della Parola di Dio, così i liturgisti ci aprono alla profondità e alla belleza dei testi liturgici. Lode a Dio!

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