La vera “continuità”, quella dell’operare “multifariam et multis modis” di Dio

E’ certamente urgente tentare di dipanare ulteriormente, con l’aiuto dei testi, la questione dell’interpretazione del Concilio Vaticano II. Tuttavia, rimane difficile, e lo si è visto, non cadere in discussioni polemiche e contrapposizioni ormai troppo schematicamente schierate. Il lavoro di paziente esame delle fonti, preceduto dal loro completo reperimento e contestualizzazione, è, appunto, lungo e non può reggere il ritmo di un contradditorio o di risposte a questioni sollecitate con tempi immediati.

Probabilmente si può già etichettare il minuscolo contributo di questo blog, e chi scrive è sempre più convintamente grato all’evento conciliare, ai Pontefici che ne guidarono, prima uno e poi l’altro, la fase preparatoria e sinodale, e ai Pontefici che ne seguirono e ne seguono fino ad oggi l’applicazione. Sebbene questo spirito traspaia, immagino, da quanto qui si scrive, la nostra finalità non è quella di “difendere” il Concilio o la riforma che ne seguì. Anche questo, ma non propriamente e non direttamente.

Ci interessa, eccome, obbedire a Sua Santità Benedetto XVI quando chiedeva uno studio del Vaticano II secondo l’ermeneutica della continuità, non attribuendo all’assise conciliare, e a quanto ne seguì, intenzioni di rottura radicale e totale rispetto a quanto della vita della Chiesa la precedette.

Ma credo sia ancora più rilevante, e interessante, mostrare e commentare insieme una ben più qualificata “continuità”, quell’agire di Dio nella storia, nei diversi tempi e modi della sua opera di salvezza. Maestro in questa ricerca delle tracce del Signore, tentando di ritrovare i segni del suo “stile caratteristico” ci è, fra altri, il card. Jean Daniélou.

Oggi riportiamo un brano di un suo libretto, provvidenzialmente ripubblicato in italiano nel 2011. Il tema dello studio è la realtà, «il segno», del Tempio, ed esso viene articolato nelle seguenti scansioni: I – Il Tempio cosmico; II – Il Tempio mosaico; III – Il Tempio di Cristo; IV – Il Tempio della Chiesa; V – Il Tempio profetico; VI – Il Tempio mistico; VII – Il Tempio celeste. E’ davvero mirabile la profondità agile con cui l’autore ci conduce dal principio della creazione alla vita incorruttibile del Paradiso, infondendo desiderio di corrispondere con slancio al provvidente ed efficace piano divino, che riempie la storia e il mondo del suo amore e della sua presenza.

Eccone alcuni passaggi assai significativi:

 

L’abolizione dell’ordine antico ha un significato positivo. Toglie le imperfezioni dell’ordine antico, ne conserva le ricchezze: nulla è perduto, tutto è ripreso; è una pura promozione, un progresso assoluto. E come il Tempio di Gerusalemme prolungava il Tempio cosmico sostituendosi ad esso, così la Chiesa prolunga il Tempio gerosolimitano ed il Tempio cosmico. Essa offre il nuovo sacrificio secondo i costumi rituali antichi.

La Messa contiene così tutte le dimensioni del tempo e dello spazio, del cosmos e della storia. Essa ci fa ritrovare nelle profondità della nostra memoria ancestrale il primo gesto religioso dell’umanità, l’offerta del pane e del vino, quella di Melchisedech, il sommo sacerdote del Tempio cosmico ed esso diviene il sacramento del suo sacrificio: «[…] Sicuti accepta habere dignatus es munera pueri tui iusti Abel, et sacrificium Patriarchae nostri Abrahae: et quod tibi obtulit summus sacerdos tuus Melchisedech». Essa ci risentire, sulla soglia del Santo dei Santi – «Ad Sancta Sanctorum puris mentibus mereamur introire» – il timore mosaico nella sua alta espressione: «Sanctus, sanctus, sanctus, Dominus Deus Sabaoth». Tutto qui è riunito, restituito al suo significato, ricondotto a Dio dal Cristo: «Per quem haec omnia Domine, semper bona creas […]». Essa ci rende testimonianza, al momento dell’epiclesi, della discesa del fuoco che viene, consumando le vittime di carne presentate da Elia sull’altare, ma un fuoco spirituale, Spirito Santo che discende a purificare i nostri cuori ed a consacrare la comunità di cui l’ostia è il sacramento. «[…] Ut quotquot ex hac altaris participatione sacrosanctum Corpus et Sanguinem sumpserimus omni benedictione caelesti et gratia repleamur».

Quello che è vero della Messa, lo è di tutto l’ordine ecclesiale. […] Quale mano, se non la stessa di colui che ha detto che era venuto per dar compimento a tutto, ha raccolto con tanta diligenza tutte le briciole del banchetto antico senza nulla lasciar cadere e ne ha fatto i segni ed i sacramenti in cui avrebbe infuso la vera Vita? […] E’ ben chiaro che non è un caso, ma un’evidente intenzione divina che ha messo in rapporto i grandi misteri della Rivelazione di Cristo con le feste ebraiche, sottolineando anche che queste erano simboli di quello che doveva venire; d’altro canto non c’è nessuna possibilità di ridurre il mistero cristiano a ciò che lo precede: esso è totalmente nuovo; e nello stesso tempo questa novità radicale si inserisce in una Tradizione, afferma una continuità, un’unità del piano divino. Se la parola “storia” ha un significato, se significa ad un tempo e un progresso assoluto e una fede in questo progresso, che lo rende intellegibile, è qui e solo qui il caso di applicarlo. Ed esso rivela la presenza di Dio.[…] Otto riconosce tale presenza di Dio nel tempo, dopo quella nello spazio, nel suo libro sul Sacro: «Colui che si immerge nella contemplazione di quella grande continuità che noi chiamiamo l’antica alleanza fino a Cristo, sentirà quasi per forza nascere in lui l’intuizione che vi regna qualcosa di eterno». La lettura della Scrittura è questa contemplazione della presenza di Dio nella storia. Il cosmos e la Bibbia sono i due grandi templi dove Dio si nasconde sotto i segni, sotto il velo del Tabernacolo: la morte di Cristo lacera il velo, rivela il loro significato, ci mostra la sua presenza nascosta sotto i simboli. E’ questo il motivo per cui la meditazione della Scrittura era l’unica occupazione dei Padri. Non si trattava di un semplice studio, ma di una vera contemplazione di Dio presente nella sua Scrittura, conosciuto in una nuova incarnazione della sua umanità.

Jean Daniélou, Il segno del Tempio, Siena 2011

(orig. Le signe du temple ou de la présence de Dieu, Paris 1990)

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2 pensieri su “La vera “continuità”, quella dell’operare “multifariam et multis modis” di Dio

  1. Caro professore, vorrei solo precisare che Benedetto XVI parlò di “ermeneutica della riforma nella continuità” non di sola “ermeneutica della continuità”. Anche se penso che a lei è ben chiaro il concetto, visto il tipo di post che ha pubblicato in precedenza nel blog. Comunque, il lavoro di paziente ricerca e studio, anche se richiede tempo, dà i suoi frutti e serve a far emergere la verità dei fatti. Ad esempio, le sono grato per il post su Liturgia semper res viva pro populo. Conoscevo quei principi, ma non sapevo che erano presenti nei testi delle Commissioni.

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  2. Pingback: Imparare lo “stile” di Dio, nella liturgia: non solo rubriche. | sacramentumfuturi

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