p. Giulio Bevilacqua, Luglio 1961

Questa mattina mi è capitato un fatto, un piccolo dettaglio certo, ma curiosamente coincidente con alcune cose scritte qui nei giorni passati. Per tutt’altri motivi ho ripreso in mano l’edizione che posseggo del saggio di R. Guardini, Lo spirito della liturgia. Si tratta della settima edizione (1996) della versione italiana edita da Morcelliana (1930). Il volumetto, che racchiude anche un’altra opera dello stesso autore, I santi segni, riporta la prefazione alla quarta edizione. Quando lessi per la prima volta Lo spirito della liturgia probabilmente non sapevo chi fosse il curatore della prefazione, né, sicuramente, potevo immaginare in che temperie esso si trovasse mentre preparava tale piccola introduzione. La firma, dunque, della prefazione è di Giulio Bevilaqua, e la data è il luglio 1961.

Per i lettori del blog, se hanno letto alcuni post precedenti, il nome e la data dovrebbero significare qualcosa.

In quel luglio 1961 si stava componendo la prima redazione completa dello schema di costituzione liturgica. Dal 12 al 22 aprile dello stesso anno si era tenuta, a Roma, la seconda riunione plenaria della Commissione preparatoria De liturgia, che aveva visto le 13 sottocommissioni in cui si era articolata presentare ciascuna il frutto del suo lavoro. La Segreteria della Commissione si sarebbe fatta carico di sintetizzare e di armonizzare in un tutto organico quanto venne presentato, discusso e approvato dei lavori delle specifiche sottocommissioni. Giulio Bevilacqua in quella fase ebbe un ruolo assai rilevante, come si è cercato di mostrare con gli articoli precedenti. Il padre oratoriano sarà poi invitato a Roma dall’11 al 13 ottobre 1961, perché vi era necessità di ridiscutere in modo particolareggiato il proemio e il primo capitolo delle bozze di costituzione, che erano state spedite ad ogni membro, e quindi anche a Bevilacqua, il 10 agosto. Preferirà però rimanere a Brescia, per impegni pastorali nella sua parrocchia.

Si tratta, come si vede, di mesi cruciali e di intensa attività. Penso che con questa luce il testo che p Bevilacqua preparò per la nuova edizione dell’opera di Guardini assuma una nota particolare. Ne riproduco alcuni passaggi:

«Quando nel 1919 venne pubblicato in Germania questo saggio di Guardini su lo Spirito della liturgia, il movimento liturgico stava pericolosamente attraversando la sua crisi di adolescenza secondo le grandi leggi della vita: la legge della crescita, della complessità, della lotta con l’ambiente. Le opposizioni provenivano da ogni direzione: dall’interno del mondo religioso e dall’esterno, dalla cultura, dalla pietà, dal mondo dell’azione. La natura e il serrarsi delle forze avverse indusse qualcuno a definire il movimento liturgico: primavera senza estate. Il contesto umano del primo ventennio del XX secolo concorreva fortemente a rendere più probabile simile profezia di sterilità e di morte. In realtà l’umanità stava generando nella pena un’epoca nuova nella quale l’uomo aveva cessato di guardare a Dio per concentrarsi esclusivamente sopra se stesso convinto di poter, in tal modo, meglio usufruire di tutte le sue possibilità in vista di un compimento del suo destino terrestre. L’uomo – non più Dio – diveniva il centro d’interesse della vita; ma – un uomo non più rassegnato nella propria indigenza metafisica, ma deciso a diventare: auto creatore e auto redentore. Questa la nota specifica della nuova epoca: l’uomo si spogliava del divino e quindi dell’eterno. […] In tale atmosfera invadente, quale senso e importanza poteva avere per l’ambita promozione dell’uomo un mondo immobilista e crepuscolare di simboli e di riti? Quale comunicazione possibile tra un’era specificata dalla velocità afferrante anime e corpi, e la liturgia gelosa non solo dell’immobilità del sacro, ma ancora della lingua, del gesto, del simbolo che lo esprimono? […]

Solamente il rinnovamento degli studi biblici, storici, patristici, ecclesiastici, indusse molti studiosi, nella seconda metà del secolo scorso, a riesaminare l’immenso patrimonio liturgico che le abbazie benedettine avevano non solo custodito, ma amorosamente tradotto in vita nel loro mirabile colloquio quotidiano con Dio. E di tale patrimonio si cominciò a precisare il nucleo essenziale iniziale, gli sviluppi logici e vitali, le sovrapposizioni e deformazioni di uomini e di tempi più intenti ad allargare il culto della personalità che il culto di Dio. Questo lavoro di indagine critica e di approfondimento della sapienza liturgica si incontrò con la grande ansia pastorale del XX secolo. […]

Perché il grande culto tradizionale che ha formato, nutrito, cresciuto generazioni eroiche oggi è arrivato a tal punto di estraneità e di opacità per gli uomini del XX secolo? Perché l’autentico mistero della Parola del Sangue di Cristo non realizza più la salvezza del mondo? La riposta venne dallo studio e dall’esperienza, dall’università e dalla parrocchia, dallo Spirito che non cessa di animare la Chiesa e dallo zelo per la casa di Dio che bruciava nel cuore di pastori d’avanguardia: perché epoche di staticità e di stanchezza hanno rifiutato ogni fatica di adattamento del culto a un’umanità che, pure restando identica a se stessa, non cessa di mutare e di evolversi secondo la legge del tutto – perché troppi rubricisti chiusi in se stessi hanno soffocato il culto in spirito e verità quale venne profetato a Sicar e precisato a Corinto da Paolo: “Pregherò con lo spirito ma pregherò anche con l’intelligenza”. Così in ambiente turbato e polemico – tra archeologi immobilisti e innovatori ignari del punto di arrivo delle loro riforme – tra giocolieri e dilettanti del divino e spiriti sprezzanti e diffidenti d’ogni gesto esteriore – tra individualisti che guardano al divino solo per mezzificarlo al servizio del proprio egoismo, e gregarismi solo assertori di un’assemblea ove ogni slancio personale a Dio è eliminato, tra materialisti del rito e spiritualisti che non scoprono che impurità in ogni incarnazione – in tale ambiente problematico e arroventato appare quest’opera di Guardini.

[…]

La sapienza liturgica ha preceduto da secoli quest’arte di sintesi, non per esprimere la storia della perdizione ma la storia della salvezza. Sono finite le sue divine e umane possibilità? Guardini, tra i primi, i più veggenti, non esita a rispondere: no, perché la liturgia è Cristo operante nel tempo e nello spazio, e dove è Cristo non vi è perdizione.»

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