Liturgia, semper res viva pro populo vivo

In post precedenti abbiamo offerto qualche scorcio sui testi, relativi alle primissime fasi di elaborazione di Sacrosanctum Concilium, di alcuni dei periti che vi furono preposti. In particolare, si è accennato brevemente ad alcuni dei membri della prima Sottocommissione, a cui si deve, almeno nelle prime tappe, l’idea del Proemio e del primo Capitolo della Costituzione.

Il lavoro di elaborazione e di redazione fu, tuttavia, molto collegiale e aperto. Gli specifici lavori delle 13 Sottocommissioni preparatorie si arricchirono mutuamente, e testi e intuizioni degli uni, venivano integrati nei testi preparati da altri periti.

Questa benefica contaminazione è evidente più che mai per quel che riguarda il contributo di padre Vagaggini. E’ stato segnalato nel post precedente lo studio di s.Elena Massimi, ed abbiamo saputo con vivo compiacimento che è in preparazione un nuovo saggio a riguardo. In attesa di questa ulteriore possibilità di conoscere con più profondità testi e testimoni di quei momenti cruciali, vorremo anche noi mettere a disposizione alcune informazioni e parti di documentazione ancora inedita.

P. Vagaggini non fece parte della compagine della Prima Sottocommissione, quella con tema di studio più generale e teologico, anche se poi, di fatto, entrò in modo assai rilevante nei lavori di stesura della prima parte della Costituzione – nella tappa successiva, ossia dopo la plenaria della Commissio De Liturgia Praeparatoria dell’aprile 1961 [si vedano gli articoli di Braga dedicati, su Ephemerides Liturgicae, al primo capitolo di SC].

Ma nei suoi contributi ai lavori di altre Sottocommissioni, benchè più particolari, non riuscì a fare a meno di premettere a considerazioni più specifiche, parti introduttorie più generali. I testi di Vagaggini sono piuttosto prolissi, ma assai significativi per capire la mens dei periti che lavorarono alla preparazione del Concilio, e qui in particolare dello schema della Costituzione.

Vagaggini, in quanto membro, fra l’altro, della Commissione V De Sacramentis et Sacramentalibus venne richiesto di rispondere ad un questionario predisposto dal relatore, Mons. M. Righetti, appunto su questo tema. La sua risposta è contenuta in un fascicolo di ben 45 pagine, di cui s.Elena ci dà un’ampia visione.

A parziale integrazione e rimandando al suo studio e a quello di Baroffio per l’inquadramento storico generale, di quello stesso testo del Vagaggini offriamo qui alcuni brevissimi paragrafi, con lo scopo di mostrare se sia vera e giusta la critica che spesso viene mossa all’intera compagine dei periti che prepararono la riforma liturgica, quella di essere innovatori irrispettosi della tradizione, esaltati e presuntuosi artefici di liturgie ideate in laboratori, cultori di archeologia ed estetica liturgica fine a se stessa.

Il testo è, ovviamente, in latino; ci siamo permessi di offrire una nostra traduzione, per favorire una più diffusa comprensione dell’originale, che è l’unico ad avere valore di documentazione scientifica.

 «§1. Natura simul traditioni obstricta et progressui obnoxia liturgiae in genere

1) Expositio doctrinae

[…] Si tamen eveniat consensionem, quae de se semper existere deberet, inter formas mutabiles traditi cultus et modus quo populus christianus orat ac religiose sentit, aliquo temporis momento deficere vel languiscere – sive hoc sit ex culpa ipsius populi eiusque pastorum, sive, citra ipsorum reprehensionem, ex mutatis circumstantiis vitae individuorum aut societatis, vel etiam ex imperfectionibus quae decursu temporum in ipsos ritus et textus irrepserunt – liturgia, quia semper res viva pro populo vivo, etiam historia teste, non timet has formas recognoscere, emendare et, si necesse sit, etiam novas, pro novis circumstantiis creare.

[…]

Hac praecipue lege de conservatione et progressu liturgiae, reformationem, a S. Sede in re liturgica ultimis his temporibus peractam, ductam fuisse manifestum est. Eadem lege recognitionem sacramentorum et sacramentalium fieri debere uti inconcussum fundamentum ponatur.

             2) Normae practicae generales inde sequentes.

             1. Recognitio fundetur in scientifica accurata cognitione: theologiae singulorum sacramentorum et sacramentalium; structurae et mentis liturgiae in genere; convenientiae aut disconvenientiae hodiernarum formarum rituum et textum cum hodiernis veris pastoralibus necessitatibus populi christiani.

            2. Absit timor, ubi res, ad finem sacramentorum melius obtinendum, necessaria videtur, non solum ritus et textus emendandi, sed etiam nova – sive ex toto sive ex quaedam prudenti imitatione aliarum liturgiarum – creandi, dummodo hoc sit ad mentem traditionis et liturgiae in genere. Nam non est existimandum brachium Domini esse hodie breviatum.

            3. Deleatur, inter alias, quidquid in hodierno statu rituum aut textuum momentum solum archeologicum habet uti vestigium rei praeteritae cui hodie re vera nihil respondet aut respondere potest. Exempli gratia, in ritu baptismatis parvulorrum tollatur quidquid sensum non habet nisi supponatur ritus initiationis adulti successivis temporibus distributus. Item deleatur quidquid sapit vanam apparentiam cui non demostratur aliquid rei respondere: v. g. exorcismi in ordine “supplendi omissa super infantem baptizatum”, vel “super adultum baptizatum”; item imitatio consecrationis episcopalis in ritu benedictionis abbatum» (ASV, Conc. Vat. II, busta 1359).

 «La natura generale della liturgia, vincolata alla tradizione e aperta al progresso

[…]  Se è pur vero che si dia armonia, che di per sé dovrebbe sempre esistere, tra le forme mutabili del culto, così come è trasmesso, e il modo con cui il popolo cristiano prega e sperimenta e vive la religiosità, in qualche periodo di tempo manca e languisce, sia per colpa dello stesso popolo e dei suoi pastori, sia indipendentemente da una loro critica, dalle mutate circostanze della vita degli individui e della società, o anche per imperfezioni che con l’andare dei tempi si sono insinuate negli stessi riti e testi, la liturgia, poiché è sempre una realtà viva per un popolo vivo, non teme, e la storia ne è testimone, di esaminare, correggere queste forme e, se fosse necessario, crearne anche di nuove per le nuove circostanze.

[…] E’ chiaro che la riforma, portata a termine in questi ultimi tempi dalla S. Sede in ambito liturgico, è stata mossa specialmente da questa legge della conservazione e del progresso della liturgia. Si stabilisca che con la medesima legge, come fondamento costante, debba essere fatta la revisione dei sacramenti e dei sacramentali.

 1. La revisione sia fondata su una conoscenza scientifica accurata:

della teologia dei singoli sacramenti e sacramentali; della struttura e dello spirito della liturgia in genere; della convenienza, o meno delle odierne forme dei riti e dei testi con le autentiche necessità pastorali del popolo cristiano.

2. Non si abbia timore, qualora si dia il caso, per raggiungere meglio la finalità dei sacramenti, di non solo emendare i riti e i testi, ma anche di crearne di nuovi, sia del tutto sia con qualche prudente imitazione di altre liturgie, purchè ciò sia secondo lo spirito della tradizione e della liturgia in genere. Infatti non si deve pensare che il “braccio del Signore” sia oggi “accorciato”.

3. Fra le altre cose, sia eliminato tutto ciò che, allo stato attuale dei riti e dei testi abbia una importanza solamente archeologica, come traccia di cose passate a cui oggi non corrisponde, o non può corrispondere, nulla di autentico. Per esempio, nel rito del battesimo dei fanciulli sia tolto tuttociò che non ha senso se non supponendo il rito dell’iniziazione degli adulti distribuito in tempi successivi. Allo stesso modo sia eliminato quanto sappia di vana apparenza a cui non si dimostra corrispondere alcunché: ad es. gli esorcismi nell’Ordo per supplire agli omissa su un bambino o su un adulto battezzato; così pure l’imitazione della consacrazione episcopale nel rito di benedizione degli abati».

Devo infine fare una rettifica, chiarendo alcuni aspetti relativi ai post “Esegesi liturgica”, e alle corrispondenti osservazioni ricevute dall’autore che avevo citato. In effetti, come mi risponde M. Gagliardi, nel paragrafo in questione l’autore non specificava a cosa alludesse con l’espressione “sussurro di una voce che celebra degnamente all’altare”. Io ho ingiustamente attribuito all’autore un’allusione alla recita silenziosa del Canone Eucaristico. Di questo, onestamente, devo chiedere scusa e riconoscere il mio errore e l’infondatezza della mia polemica. Ad onore del vero, però, e a mia parziale giustificazione un riferimento più esplicito al silenzio della preghiera del Canone nel suo studio viene fatto, anche se molte pagine dopo: “La Messa di san Pio V valorizza molto il silenzio, prevedendo diverse orazioni dette in segreto dal sacerdote, come pure la grande preghiera del Canone. Forse in futuro si potrebbero creare le condizioni per una revisione di questo aspetto, perché la ‘forma straordinaria’ del rito romano non sia una liturgia troppo silenziosa, ma l’intuizione di fondo è giusta: il canone – e la liturgia in generale – non sono annuncio e catechesi. La liturgia della parola è annuncio (le letture) e catechesi (l’omelia) e perciò deve essere chiaramente udibile. Le preghiere invece sono parole rivolte a Dio, e perciò non è necessario che siano sempre e in tutti i casi percepibili all’orecchio” (p. 200). Ho sovrapposto parti distinte del suo saggio, sovrapponendo elementi che l’autore non ha esplicitamente inteso associare. I lettori mi perdonino. Quanto viene scritto sul blog, ad eccezione evidentemente dei commenti, è sempre attribuibile a me, Marco Felini.

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