Il re Ezechia in salsa francese

Visto che si tratta di Francia, questo post potrebbe essere più un divertissement che altro . Roba non troppo seria, insomma. Lo scriviamo perché lo studio della Liturgia e della libertà di cui essa gode ci diverte, appunto. Non solo santificazione, non solo edificazione, ma anche divertimento!

Ci spieghiamo.

Ieri, per diversi e strani motivi, abbiamo voluto utilizzare, nella preghiera dell’Ufficio delle Letture, anche i testi propri di una delle memorie facoltative proposte per il 25 di agosto, quelli legati al santo re francese Ludovico. Per la verità, si tratta solamente della seconda lettura, del suo responsorio e dell’orazione. Sia il primo che il terzo testo ci paiono mediamente discreti, senza spunti eccezionali e degni di menzione; il secondo, cioè il responsorio, ha invece attirato la nostra attenzione. Quando la citazione biblica di cui si compone il testo responsoriale viene preceduta da un «cfr.», indicazione questa di una citazione non del tutto letterale e non integralmente identica al testo della Sacra Scrittura, nella gran parte dei casi si può scoprire qualcosa di interessante.

Osservando il riferimento della citazione, si intuisce subito che si tratti di un collage di diversi versetti, quattro per l’esattezza. L’inizio del capitolo 18 del secondo Libro dei Re è una sorta di sommario di introduzione alle vicende del re Ezechia, poi trattate nei capitoli successivi. Ecco un confronto fra i due testi.

tabella articolo ludovico

E’ impressionante la rilettura che la liturgia compie sul testo biblico, applicandolo in toto al santo re francese, mettendo in ombra quello di Giuda. Il quale, fra l’altro, era  già stato comunque nominato nella prima lettura dell’Ufficio [sabato della XX settimana: «Isaia, figlio di Amoz, mandò a dire a Ezechia…(Is 37,21-35)]. Naturalmente, le due letture non erano coordinate! Solo uno scherzo curioso della liturgia restituisce un poco di notorietà ad un re a cui la Sacra Scrittura concede non poco spazio. La stessa liturgia delle Ore, tuttavia, anche quando riporta le parole del re, raccolte nel cantico del capitolo 38 del libro di Isaia, non fa menzione alcuna di chi le avrebbe pronunciate la prima volta: «Angosce di un moribondo, gioia di un risanato»: cf. Cantico (Is 38,10-14.17-20), martedì della II settimana del salterio. La citazione dal Nuovo Testamento in calce ne favorisce la rilettura cristologica: «Io ero morto, ma ora vivo…e ho potere sopra la morte (Ap 1,17-18) (1).

Se da una parte siamo sicuri che il povero re Ezechia sarà stato onorato che la sua vicenda si sia volta ad essere una prefigurazione di Cristo, ci piacerebbe sapere cosa avrà provato quando si sarà accorto che diventava ombra profetica pure di un santo re francese del XIII secolo!


(1) «I titoli costituiscono una novità per l’Ufficio romano. Sono una delle risorse più preziose per aiutare il recitante ad assimilare vitalmente i salmi (IU 110-111). I titoli non hanno carattere ufficiale e liturgico, ma sono un elemento privato, che, di regola, non fa parte della recitazione. Il primo titolo riassume il senso letterale dei salmi, senso che il recitante non può trascurare. I salmi, infatti, anche se sorsero molti secoli fa, e in mezzo a un popolo di cultura semitica lontana dalla nostra, tuttavia esprimono i dolori e le speranze, il senso della miseria e del peccato, la fiducia e la fede in Dio, l’attesa della salvezza, la lode e il ringraziamento a Dio che sono propri degli uomini di tutte le epoche e di tutti i climi (IU 107,111). Il secondo titolo è una frase desunta dal Nuovo Testamento o dai Padri che aiuta o invita a pregare il salmo in senso cristiano (IU 111). Nell’Ufficio del Tempo Ordinario “per annum”, quando viene eseguito senza canto, questo titolo può sostituire l’antifona (IU 114). Il testo del secondo titolo è preso dalla Bibbia o dai Padri onde ridurre al massimo l’impronta soggettiva nella valutazione e visuale dei salmi. Si tratta a volte di testi del Nuovo Testamento che citano esplicitamente o implicitamente il salmo, vedendolo nella luce della redenzione. E’ Cristo o gli apostoli che dano questa interpretazione. Anche le referenze patristiche hanno il loro peso come documento di tradizione. Ciò che si è detto dei titoli salici vale anche per quelli dei cantici dell’Antico Testamento. Questo sussidio dei titoli era stato desiderato e richiesto da molti. Tutti comunque ne avranno un grande vantaggio per una celebrazione più spirituale dell’Ufficio, anche se qualche titolo è tutt’altro che intuitivo»: V. Raffa, La Liturgia delle Ore. Presentazione storica, teologica e pastorale, Milano 1990³, 159.

 

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Agostino: un perito “emerito” nella riforma della Liturgia delle Ore?

Nel post precedente (qui) abbiamo accennato, per sommi capi, a qualche aspetto del processo di riforma delle letture bibliche e patristiche, cogliendo l’occasione per ricordare almeno i nomi di quanti si adoperarono direttamente a questo settore della riforma liturgica post-conciliare. Non sarebbero da escludere nemmeno i membri del Consilium, cardinali e vescovi o altre personalità, a cui i periti sottoponevano regolarmente i progetti in fase di studio per averne pareri, conferme o correzioni. I lettori del nostro blog ricorderanno l’influsso che, fra gli altri, ebbe un membro particolarmente attivo e preparato, il vescovo francese H. Jenny.

Non dando un tono troppo serioso al discorso, possiamo comunque annoverare un altro vescovo assai influente nella redazione dei testi del nuovo libro liturgico della preghiera oraria della Chiesa. Il suo contributo non lo offrì di persona, ma attraverso i suoi scritti. Fra la vastissima produzione a lui attribuita, qui spicca il suo discorso sul Salmo 85. Stiamo parlando di sant’Agostino (per il testo completo del Discorso, vedi qui.

L’uso di questo sermone è curiosamente assai vario. Vediamone le declinazioni.

Innanzitutto, esso costituisce una lunga citazione, in verità assai lunga come citazione, nei Praenotanda della Liturgia delle Ore, testo fra i più riusciti fra quelli prodotti dal Consilium. Sant’Agostino offre quindi un’importante portato alla teologia della preghiera liturgica, aiutando la comprensione della valenza cristologica dell’orazione ecclesiale. Il paragrafo del Sermone agostiniano è perfettamente integrato con il testo dei Praenotanda:

«…i battezzati..[…] sono abilitati a esercitare il culto del Nuovo Testamento, culto che non deriva dalle nostre forze, ma dal merito e dal dono di Cristo. “Nessun dono maggiore Dio potrebbe fare agli uomini che costituire capo il suo Verbo…[…]”. In questo dunque sta la dignità della preghiera cristiana, che essa partecipa dell’amore del Figlio Unigenito per il Padre…» (IGLH 7)

Non stupisce, pertanto, che un testo così denso e fondamentale sia proposto anche alla meditazione orante dell’Ufficio delle Letture, come seconda lettura patristica. In effetti, troviamo il Sermone sul Salmo 85 sia nel lezionario biennale, il sabato della terza settimana di quaresima (ciclo I), sia nel lezionario annuale, il mercoledì della V settimana di quaresima. Un ulteriore particolare è il fatto che sia in un caso che nell’altro la prima lettura biblica sia la stessa, Eb 6,9-20, e stessi anche i due responsori.

A proposito di responsori, è proprio in questa forma letteraria che ricompare, per la terza volta e in un modo raro e particolare, il nostro Sermone. Naturalmente da esso sono estrapolate solo alcune frasi, ricomposte in uno schema responsoriale.

Nostro sacerdote, Cristo prega per noi; nostro capo, egli prega in noi: nostro Dio, noi lo preghiamo; *riconosciamo in lui le nostre voci, e la sua voce in noi.

Quando parliamo a Dio nella preghiera, non separiamo da essa il Figlio: *riconosciamo in lui le nostre voci, e la sua voce in noi.

Siamo qui nella terza domenica del Tempo Ordinario – secondo lo schema di un unico ciclo -, e questo responsorio segue una lettura dalla Costituzione Sacrosanctum Concilium, che rappresenta una novità introdotta nell’organizzazione del ciclo annuale: nel lezionario biennale c’è sì una lettura da SC, ma si tratta di differenti paragrafi. Presumibile dunque è l’ipotesi che questo responsorio così particolare nella sua composizione integralmente patristica debba essere stato composto dai periti dell’ultimo periodo di preparazione del lezionario dell’Ufficio, Ashworth e Raciti (1), cui accennavamo nel post precedente.

Per finire, citiamo una parte della catechesi che San Giovanni Paolo II offrì sul Salmo 85: in essa il Papa riprende il commento di sant’Agostino, riportandone un’altra sezione:

Il Salmo 85 è un testo caro al giudaismo, che l’ha inserito nella liturgia di una delle solennità più importanti, lo Yôm Kippur o giorno dell’espiazione. Il libro dell’Apocalisse, a sua volta, ne ha estratto un versetto (cfr v. 9), collocandolo nella gloriosa liturgia celeste all’interno del «cantico di Mosè, servo di Dio, e del cantico dell’Agnello»: «Tutte le genti verranno e si prostreranno davanti a te», e l’Apocalisse aggiunge: «perché i tuoi giusti giudizi si sono manifestati» (Ap 15,4). Sant’Agostino ha dedicato al nostro Salmo un lungo e appassionato commento nelle sue Esposizioni sui Salmi, trasformandolo in un canto di Cristo e del cristiano. La traduzione latina, nel v. 2, conforme alla versione greca dei Settanta, invece di «fedele» usa la versione «santo»: «Custodiscimi perché sono santo». In realtà, solo Cristo è santo. Tuttavia, ragiona sant’Agostino, anche il cristiano può applicare a sé queste parole: «Sono santo, perché tu mi hai santificato; perché l’ho ricevuto [questo titolo], non perché l’avevo da me stesso; perché tu me l’hai dato, non perché io me lo sono meritato». Quindi «dica pure ogni cristiano, o meglio lo dica tutto il corpo di Cristo, lo gridi ovunque, mentre sopporta le tribolazioni, le varie tentazioni, gli innumerevoli scandali: “Custodisci l’anima mia, perché sono santo! Salva il tuo servo, Dio mio, che spera in te”. Ecco: questo santo non è superbo, perché spera nel Signore» (vol. II, Roma 1970, p. 1251).

5. Il cristiano santo si apre all’universalità della Chiesa e prega col Salmista: «Tutti i popoli che hai creato verranno e si prostreranno davanti a te, o Signore» (Sal 85,9). E Agostino commenta: «Tutte le genti nell’unico Signore sono una sola gente e costituiscono l’unità. Come ci sono la Chiesa e le chiese, e le chiese sono la Chiesa, così quel “popolo” è lo stesso che i popoli. Dapprima erano popoli vari, genti numerose; ora è un popolo solo. Perché un popolo solo? Perché una sola è la fede, una sola la speranza, una sola la carità, una sola l’attesa. Infine, perché non dovrebbe essere un popolo solo, se una sola è la patria? La patria è il cielo, la patria è Gerusalemme. E questo popolo si estende da oriente ad occidente, da settentrione fino al mare, nelle quattro parti del mondo intero» (ibid., p. 1269).

In questa luce universale la nostra preghiera liturgica si trasforma in un respiro di lode e in un canto di gloria al Signore a nome di tutte le creature (2).


(1) V. Raffa offre ulteriori indicazioni, che riportiamo, riconoscendogli l’autorità del testimone diretto e la competenza che noi davvero non abbiamo: «B. Responsori alle letture patristiche e agiografiche. I responsori, che seguono le letture patristiche e agiografiche, sono stati scelti in linea di massima per un certo loro accordo tematico con i brani, che accompagnano. Spesso colgono e trasformano in lirismo religioso il tema liturgico o della celebrazione festiva commentato dalle letture. Anche quando il riferimento mutuo fra lettura e responsorio fosse più largo, il responsorio rimane valido ugualmente come momento di libera meditazione. [….] b) Delle letture patristiche ed agiografiche. L’organico di questi responsori fu preparato da un’altra commissione, da quella che curava i canti. I testi sono nella massima parte quelli tradizionali, però accuratamente selezionati e collocati secondo i criteri che maggiormente rispondono al loro carattere specifico. c) Responsori del “Supplementum”. La serie dei responsori dei volumi del supplemento sarà ripresa e riallestita ex novo con una ricerca accurata e, dove occorrerà, con nuove creazioni…»: V. Raffa, La liturgia delle ore. Presentazione storica, teologica e pastorale, Milano 1990³, 169-170.

(2) Giovanni Paolo II, Udienza generale 23 ottobre 2002: per il testo completo, vedi qui.

“Ut nobis praestaret pagina quod illis gerebat historia”: pensieri sulla sacramentalità della Parola di Dio.

“La liturgia della Parola ha anch’essa una sacramentalità? Senza dubbio, anche se non identica a quella dell’Eucaristia. Quindi anch’essa in qualche modo verifica sul piano dell’efficacia salvifica quanto indica. Sarà opportuno in proposito ricordare un testo della Dei Verbum: Nella parola di Dio è insita tanta efficacia e potenza da essere sostegno e vigore della Chiesa, e per i figli della Chiesa saldezza della fede, cibo dell’anima, sorgente pura e prende della vita spirituale. Perciò si deve riferire per eccellenza alla Sacra Scrittura ciò che è stato detto: ‘Vivente ed efficace è la parola di Dio’ (Eb 4,12) ‘che ha a forza di edificare e dare l’eredità fra tutti i santificati’ (At 20,32; cf 1Ts 2,13). La parola esprime tutte le realtà dell’ordine salvifico e, quindi, in qualche modo le rinnova. Anche la parola ha carattere analettico in quanto ricorda i misteri della salvezza e li rende oggetto di esperienza vitale, dando loro una specie di ripresentazione sacramentale”: V. Raffa, “Parola ed Eucaristia”, in Mysterion. Nella celebrazione del Mistero di Cristo la vita della Chiesa. Miscellanea liturgica in occasione dei 70 anni dell’Abate Salvatore Marsili (Quaderni di Rivista Liturgica, Nuova Serie 5), Leumann (TO) 1981, 342-343.

In verità, ogni tempo, o carissimi, tiene viva negli animi dei cristiani l’attenzione sul sacramento della passione e della risurrezione del Signore, e altro dovere non ha la nostra religione se non quello di celebrare la riconciliazione del mondo e l’assunzione in Cristo della natura umana. Ma questo è il momento opportuno perché tutta la Chiesa sia istruita per una maggiore capacità di comprendere; perché sia accesa da una più fervida speranza, ora che proprio la grandezza di quelle realtà viene espressa dalla ricorrenza dei giorni sacri e dalle pagine autentiche del vangelo (quando ipsa rerum dignitas, ita sacramentorum dierum recursu et paginis evangelicae veritatis exprimitur), così che la Pasqua non sia ricordata come un evento passato, ma sia celebrata come una realtà presente (ut Pascha Domini non tam praeteritum recoli quam praesens debeat honorari). Che lo sguardo della nostra fede non vada cercando altro se non ciò che riguarda la croce di Gesù Cristo, e nessun dettaglio messo in luce dalla narrazione del vangelo sia accolto con orecchio indifferente. […] Noi, non allontanandoci in nulla dalle testimonianze dei vangeli e degli apostoli, facciamoci forti della conoscenza di coloro che ci hanno trasmesso l’insegnamento sicuro della loro esperienza, in modo da poter dire con venerazione e fermezza che in loro anche noi siamo stati istruiti, che quanto essi hanno veduto noi pure l’abbiamo visto, quanto essi hanno appreso, quanto hanno toccato con mano noi pure abbiamo toccato; e così non rimaniamo turbati nella passione del Signore dal momento che non ci siamo ingannati riguardo alla generazione. Sappiamo infatti, carissimi, e con tutto il cuore professiamo, che una è la divinità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, e che l’essenza consustanziale dell’eterna Trinità non ha in sé alcuna divisione né diversità, poiché è insieme temporale, immutabile, e non lascia di essere ciò che è. Ma pure in questa unità ineffabile della Trinità, le cui opere e giudizi sono sempre comuni, la restaurazione del genere umano l’ha assunta in proprio la persona del Figlio. E ciò perché Egli, per mezzo del quale sono state fatte tutte le cose e nulla è stato fatto senza di lui, Egli che animò con il soffio della vita razionale l’uomo plasmato dal fango della terra, potesse restituire alla dignità perduta la nostra natura precipitata dal baluardo sicuro dell’eternità e potesse essere anche il restauratore di ciò di cui era anche il creatore. Portò a compimento il suo disegno in modo tale che, per distruggere il dominio del demonio, si servì più della giustizia della ragione che del potere della forza. […] Il Figlio della beata Vergine è infatti l’unico ad essere nato senza colpa, non estraneo al genere umano, ma alieno dal peccato. In lui era perfetta l’innocenza e vera la natura dell’essere creato ad immagine e somiglianza di Dio, venendo all’esistenza dalla stirpe di Adamo come il solo in cui il demonio non trovò nulla da considerare suo. Anzi, dal momento che infierì su di lui, ma non poté sottometterlo alla legge del peccato, perse il diritto all’empia dominazione. L’effusione del sangue del giusto per gli ingiusti fu infatti così potente per ottenere il condono, fu così preziosa per il riscatto che se tutta la moltitudine di coloro che sono in schiavitù credesse nel suo Redentore, nessuno sarebbe più trattenuto dai vincoli del tiranno poiché, come dice l’Apostolo, dove abbondò il peccato, sovrabbondò anche la grazia. Leone Magno, Sermo 51 (De passione dominica 13): edizione: Leone Magno, I Sermoni sul mistero pasquale (Biblioteca Patristica 38), E. Montanari – E. Cavalcanti (edd.), Bologna 2001, 266 ss.

Ciò che Cristo operò, non lo operò soltanto per quelli che aveva davanti a sé allora, ma anche per noi che saremmo venuti dopo, cosicché i nostri antenati, che pure ci precedevano nel tempo, non ci precedessero nella grazia dei segni. Quella potenza, che fu loro manifestata nei miracoli compiuti nel presente, quella stessa potenza ci fu conservata nel tesoro delle Scritture, affinché la pagina ci offrisse ciò che per loro la realtà storica produceva e, anzi, si verificasse per noi tutto quanto dallo specchio persuasivo delle Scritture veniva dettato (Christus enum quod operatus est non illis tantum operatus est, quos habebat tunc praesentes, sed et nobis posta secuturis, ut licet maiores nostri tempore nos pracederent, tamen signorum gratia non praeirent. Quae enim illusi exhibita est prasentiarum in mirabilibus virtus, eadem virtus nobis est litteram thesauro conservata, ut nobis prestare pagina quod illusi gerebat historia, immo nobis geretur quidquid nobis insinuante scripturarum speculo dictaretur; et potenti Domini, qua illi carnalibus oculis cernerent, nos spiritali lumine videremus): Massimo di Torino, Sermone 103:  edizione: Massimo di Torino, Sermoni liturgici (Letture cristiane del primo millennio 28), M. Mariani Puerari (ed.), Milano 1999, 351-352; cf. CCL 23, 409).

Un versetto “transitorio”, che mostra la “rifiorita” vitalità della tradizione che non passa.

Al numero 63 dei “Principi e norme per la liturgia delle Ore”, nella descrizione dell’Ufficio delle Letture, si fa riferimento ad un elemento marginale, rispetto alla salmodia e alle letture: “Tra la salmodia e le letture si dice, di solito, il versetto; con esso l’orazione passa dalla salmodia all’ascolto delle letture”.
Uno dei curatori della riforma del Breviario classifica questo tipo di versetti come “versetti transitori”: “Sono un tratto di unione fra la salmodia e la lettura nell’Ufficio di meditazione. Servono ad indicare l’orientamento psicologico particolare, che il recitante deve avere uscendo dalla prima zona ed entrando nella seconda. Segnano il passaggio dal lirismo dei salmi alla meditazione delle letture. […] Il versetto transitorio serve soprattutto ad intensificare la disposizione degli animi all’ascolto della Parola di Dio. Esso ha ora notevole importanza perché, soppressi il Pater noster, l’assoluzione e la benedizione fra salmi e lezione, resta l’unico ponte fra settori” (1).
Se da una parte, nella riforma del Breviario, si registra una soppressione di alcune componenti, dall’altra si nota una particolare cura anche nei dettagli, con una sapiente capacità di mantenere e riproporre nuovamente elementi tradizionali: il tutto forma una trama preziosa. E anche un singolo dettaglio può aprire orizzonti e intrecci sorprendenti.
Vediamo un esempio.
I versetti transitori si ripetono ciclicamente. Nel tempo pasquale, per l’Ufficio delle Letture della Domenica (cf. Domenica III, IV, V, VI, VII di Pasqua), è stato assegnato il versetto: E’ rifiorita la mia carne, alleluia: nel mio spirito rendo grazie a Dio, alleluia [LH: Refloruit caro mea, alleluia. Et ex voluntate mea confitebor illi, alleluia].
La fonte di questo testo è il salmo 27 secondo la Vulgata: “Dominus adiutor meus et protector meus, in ipso speravit cor meum et adiutus sum et refloruit caro mea et ex voluntate mea confitebor ei”. L’odierna traduzione recita invece “Il Signore è mia forza e mio scudo, in lui ha confidato il mio cuore, con il mio canto voglio rendergli grazie” [Sal 28(27)7].
Sembrerebbe assai felice la scelta di mantenere l’antica lezione. Essa permette l’aggancio con un’antica tradizione interpretativa e liturgica.
Nella classificazione dei Tituli psalmorum curata da P. Salmon, secondo i più antichi manoscritti e salteri, al salmo 27, nella serie V, era associato il titolo “[vicesimus septimus psalmus ostendit] quod ipse adiuvatus a Patre, florescente de sepulchro carne resurrexit(2) [(il salmo ventisettesimo) mostra che (Cristo) stesso, aiutato dal Padre, è risorto dal sepolcro, con la (sua) carne “in fiore”).
Che questa interpretazione cristologica fosse del tutto evidente – e che forse, in qualche modo, la recita del salmo 27 dovesse essere presente nelle liturgie pasquali – lo mostra il fatto che san Massimo di Torino, in uno dei suoi sermoni pasquali, potè citarlo nella sua avvincente e commovente omelia, senza alcuna difficoltà, come se gli uditori lo avessero ben presente.
Ecco come Bibbia e Liturgia possono arricchire, in modo lussureggiante e rigoglioso, la spiritualità e la preghiera cristiana. In esse permane, come un fiore profumato, la perenne giovinezza e vitalità del Signore.  Ma, ora, la parola a s. Massimo:

L’uomo è riportato dalla grazia alla più giovane età e, pur essendo spossato dalla vecchiaia, di nuovo rinasce nei costumi quale bimbo innocente, così che, dopo aver ricevuto il Sacramento, da vecchi ci ritroviamo bambini. Il rinnovamento significa lasciare quel che eri e assumere quel che fosti all’inizio. A tale rinnovamento sono chiamati i neofiti, per cui abbandonate le colpe del passato per una vita nuova, ricevono la grazia della semplicità, come dice l’Apostolo: «Dovete deporre l’uomo vecchio con la condotta di prima e rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio». Onde anche Davide dice: «Tu rinnovi come aquila la tua giovinezza»; in queste parole puoi intendere la grazia del battesimo, per cui può rinascere quanto nella nostra vita sta per morire, e rinnovarsi nella giovinezza ciò che è rovinato dalla vetustà dei peccati. E affinché sappia anche tu che il profeta parla della grazia del battesimo, ha paragonato il rinnovamento a quello dell’aquila, di cui si dice che cambia continuamente le penne: mentre perde le vecchie ringiovanisce con le nuove che le sostituiscono, così che dopo aver messe da parte le spoglie del passato, si riveste a nuovo. Anche i nostri neofiti recentemente battezzati, deponendo come l’aquila le spoglie del passato, hanno indossato la nuova veste della santità e, mentre i peccati passati sono venuti meno, essi vengono ornati con la grazia dell’immortalità. In essi sono invecchiati solo i caduchi peccati della vecchiaia, non la vita, e come l’aquila è trasformata in una rinnovata giovinezza, così essi rinascono nell’infanzia spirituale. Sanno come devono comportarsi nel mondo, ma manca loro la sicurezza nel cammino della ritrovata giustizia. Consideriamo perciò con maggior attenzione quel che dice il santo Davide; non dice: si rinnoverà come le aquile la tua giovinezza, ma come l’ aquila. Afferma dunque che la nostra giovinezza si deve rinnovare come un’unica aquila. Direi che questa sola e unica aquila è in realtà Cristo Signore, la cui giovinezza si è rinnovata quando è risorto dai morti. Deposte le spoglie del corpo corruttibile, è rifiorito assumendo la carne rediviva, come dice egli stesso per mezzo del profeta: «E’ rifiorita la mia carne e con il mio canto gli rendo grazie». Dice: «è rifiorita la mia carne». Guardate quale verbo ha usato. Non disse: è fiorita, ma è rifiorita. Infatti non può rifiorire ciò che prima non era fiorito. La carne del Signore era fiorita, quando per la prima volta è uscita dall’illibato seno della Vergine Maria, come dice Isaia: «Un germoglio spunterà dal tronco di Jesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici». Invece è rifiorita allorché, reciso dai Giudei il fiore del suo corpo, è germogliata rediviva nella gloria della risurrezione; e come un fiore ha esalato su tutti gli uomini il profumo e lo splendore dell’immortalità, spargendo cioè il soave odore delle buone opere e mostrando lo splendore dell’incorruttibile eterna divinità.

San Massimo di Torino, Disc. 55,1-2

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(1) V. Raffa, La liturgia delle Ore. Presentazione storica, teologica e pastorale, Milano 1990, 173.
(2) P. Salmon, Les “Tituli psalmorum” des manuscrits latins (Collectanea Biblica Latina 12), Città del Vaticano 1959, 139.