Può la pericope evangelica “correggere” l’eucologia? Semplici note su un caso di studio.

L’orizzonte ampio che la preghiera esaminata nei precedenti post ci aveva aperto, non sembra rimanga tale nella colletta di questa domenica, XVII del tempo Ordinario, almeno nella versione italiana. Forse rischiamo di essere esagerati, ma la sensazione è davvero di una riduzione della prospettiva.

O Dio, nostra forza e nostra speranza, senza di te nulla esiste di valido e di santo; effondi su di noi la tua misericordia perché, da te sorretti e guidati, usiamo saggiamente dei beni terreni nella continua ricerca dei beni eterni [Protector in te sperantium, Deus, sine quo nihil est validum, nihil sanctum multipla super nos misericordia tua, ut, rector, te duce, sic bonus transeuntibus nunc utamur, ut iam possimus inhaerere mansuris]

Di sicuro, il senso dell’originale latino è stato profondamente alterato.
Una cosa, infatti, è «la continua ricerca», ben altra è l’aderire, essere congiunti, essere uniti, attaccati alle realtà che rimangono, secondo una traduzione più letterale dell’ultimo stico della preghiera: «ut iam possimus inhaerere mansuris».

La continua ricerca dei beni eterni e l’uso saggio dei beni terreni sembra essere più familiare ad un lessico filosofico che cristiano; tali espressioni si addicono meglio ad un’esortazione di uno stoico o alla presidenza di una celebrazione cristiana?
Ma senza eccedere nella polemica, vorremmo far notare alcune caratteristiche della preghiera latina, le quali, ci pare, sono state ignorate nella versione italiana.
E’ evidente nel testo originale il parallelismo antitetico presente nella parte finale:

«..sic bonis transeuntibus nunc utamur,

ut iam possimus inhaerere mansuris..»

Da una parte ci sono i bona transeuntes, i beni che passano, e dall’altra  i bona (sottinteso) mansura, i beni che non passano, che permangono.
Il traduttore interpreta questa opposizione secondo la sua comprensione, che non corrisponde alla lettera, e inoltre spezza questo parallelismo antitetico: se fosse corretto leggere con terreni quel transeuntes allora si dovrebbe leggere con celesti quel mansuris.
Allo stesso tempo pare che i due verbi siano strettamente in relazione, scelti appositamente – il legame pare rafforzato dai due avverbi nunc e iam -: i beni che passano si usano, mentre ai beni che rimangono si aderisce.

Una splendida ermeneutica di cosa ciò significhi ci viene, in questo anno B, dal brano del vangelo: Giovanni 6,1-15.
Andrea, fratello di Simon Pietro giustamente osserva che cinque pani d’orzo e due pesci non sono nulla, di fronte alla vastità della folla da sfamare. Un uso saggio di quei pochi beni avrebbe consigliato di usarli perché almeno il ragazzo e qualche altro potessero mangiare qualcosa. Un ben altro uso ne fa il Signore! Li prende, non li conserva per sé o per pochi, compie un gesto assai poco saggio e prudente, perché dimostra di essere già in possesso di beni ben più duraturi: il potere regale di donare la propria vita, saziando il bisogno di amore che ogni uomo ha, e indicando nell’obbedienza al Padre e alla sua volontà il vero cibo che non perisce: «Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’Uomo vi darà» (Gv 6,27). Con questa fiducia, di possedere già, in Cristo, di tutto quello che ci serve per la vita, possiamo mettere a disposizione anche i nostri pochi ed effimeri beni, perché di nuovo si compia la Pasqua (1), perché nel nostro poco possiamo sperimentare il molto di Dio.

Un rapido confronto con le versioni di alcune lingue europee mostra come i traduttori italiani, come dicemmo già in un altro breve commento (2), si sono presi alcune libertà, per un risultato finale che, pare, non sia del tutto soddisfacente e privo di ambiguità.

I: …we may use the good things that pass in such a way as to hold fast even now to those that ever endure..

F: ..en faisant un bon usage des biens qui passent, nous puissions dèjá nous attacher à ces qui demeurent..

S: ..de tal modo nos sirvamos de los bienes pasajeros, que podamos adherirnos a los eternos…

P: ..usemos de tal modo os bens temporais que possamos aderir desde já aos bens eternos…

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(1) Che questa domenica si verifichi una serie di tematiche convergenti è dimostrato anche dal contenuto della preghiera sulle Offerte: Accetta, Signore, queste offerte che la tua generosità ha messo nelle nostre mani, perché il tuo Spirito, operante nei santi misteri, santifichi la nostra vita presente e ci guidi alla felicità senza fine.

(2) cf. http://www.sacramentumfuturi.wordpress.com/2015/05/13/che-liberta-questi-italiani-sapevano-quel-che-facevano-constatazioni-a-partire-da-un-semplice-responsorio-breve/

“Che tanto sforzo non sia vano!”: tentativi vani (?) intorno a questa preghiera.

Non è solo l’uomo ad avere in sé l’inquietudine costitutiva verso Dio, ma questa inquietudine è una partecipazione all’inquietudine di Dio per noi. Poiché Dio è inquieto nei nostri confronti, Egli ci segue fin nella mangiatoia, fino alla Croce. “Cercandomi ti sedesti stanco, mi hai redento con il supplizio della Croce: che tanto sforzo non sia vano!”, prega la Chiesa nel Dies irae. (1)

Abbiamo appena citato un passaggio dell’Omelia di Benedetto XVI nella solennità dell’Epifania del 2013. In essa viene citata una strofa del Dies Irae, e il Papa ne offre una traduzione in italiano. Una traduzione, potremmo dire, ufficiosa.

Un’altra ipotesi di versione italiana, più fedele al testo latino e per questo ricca di espressioni assai rare nell’italiano corrente, l’abbiamo trovata in un fascicolo spurio di un faldone (2) dell’archivio Lercaro. Si tratta di un testo, di cui non si può identificare l’autore, che propone al Cardinale una serie di tentativi di traduzione di testi biblici e innici usati nella liturgia. Il Cardinale Lercaro in quegli anni infatti era il Cardinale Presidente del Consilium ad exsequendam Constitutionem de sacra liturgia, e l’anonimo traduttore intendeva prestare il proprio contributo ai lavori di adempimento della riforma conciliare. Per ora non abbiamo trovato altri riscontri di questo tentativo, che riportiamo a testimonianza del fermento creativo e dello sforzo, a vari livelli, che in quegli anni si andava facendo, per offrire ai fedeli le ricchezze della liturgia della chiesa. Non sappiamo cosa il Cardinale rispose a questa proposta o con chi ne parlò e quale fu effettivamente l’esito di tale tentativo, che magari oggi possiamo apprezzare maggiormente, rispetto ad allora.

Già altre volte ci eravamo occupati del Dies Irae (3), per questo, ora, ne offriamo solamente quest’interessante traduzione in italiano.

[A Sua Eminenza il Cardinal Giacomo Lercaro, Bologna, nell’intento di essere utile per la versione italiana dei testi liturgici.]

Sequenza della messa dei defunti Dies Irae

Giorno d’ira a suon di squilla:
l’universo andrà in favilla:
scrivon Davide e Sibilla.

Qual tremore vi sarà:
quando il Giudice verrà,
tutto al fin giudicherà.

Spanderan le trombe i suoni
sui sepolcri e le nazioni:
tutti aduneranno al trono.

Stupiran Natura e Morte
al veder le genti morte
al giudizio in piè risorte.

Dal gran libro spalancato,
dove tutto è registrato,
tutto il mondo è giudicato.

Quando il Giudice verrà,
quanto è ascoso apparirà:
nulla impune resterà.

Miserello, che dirò?
Qual patrono invocherò?
Solo il giusto invidierò.

Re tremendo di maestà,
che gli eletti salverai,
salva me per tua bontà.

Oh ricorda, Gesù buono,
che per me ti festi uomo,
non negarmi il tuo perdono.

Stanco sei per me seduto,
croce e morte hai sostenuto,
tanto vuol non sia perduto.

Giusto Giudice d’ulzione,
fammi don di remissione
anzi il dì della ragione.

Versò lacrime quel rio,
colpa arrossa il volto mio:
salva il supplice, mio Dio.

Maddalena tua assolvesti,
al Ladrone ascolto desti:
anche a me speranza testi,

Per mie preci non son degno,
ma Tu, buono, dammi pegno
che non bruci in tetro regno.

Per gli agnelli un loco appresta,
e dai capri mi sequestra;
stabiliscimi alla destra.

Condannati i maledetti,
nelle fiamme por costretti,
chiama me coi benedetti.

Prego supplice e prostrato,
cuor contrito ed umiliato:
abbi cura del mio stato.

Lacrimevol dì sarà,
e dal fuoco sorgerà
al giudizio l’uomo rio.
Or me dunque salva, o Dio.

O Gesù, Signor pietoso,
da’ l’eterno a lor riposo.

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(1) Per il testo completo dell’omelia, cf. http://www.w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/homilies/2013/documents/hf_ben-xvi_hom_20130106_epifania.html

(2) Si tratta del faldone classificato AGL.A. CCCXLVIII (1962-1968)

(3) Cf. http://www.sacramentumfuturi.wordpress.com/2014/11/19/alla-destra-o-alla-sinistra-del-re-matteo-2531-46-e-alcuni-dettagli-liturgici/; http://www.sacramentumfuturi.wordpress.com/2014/11/26/per-meta-o-per-un-terzo-il-dies-irae-e-la-gratuita-della-salvezza/; www.sacramentumfuturi.wordpress.com/2014/12/03/dalla-memoria-viva-della-liturgia-elementi-che-ritornano-ancora-esempi/

Giona: questa volta, vincono gli anglofoni.

Non ho le competenze per muovermi con maestria nel delicato ambito delle traduzioni liturgiche, anche se conosco per sentito dire e per una davvero superficiale informazione le passate tensioni fra la Congregazione per il Culto Divino e la speciale commissione per l’inglese nella liturgia (International Commission on English in the Liturgy). Tuttavia posso dire qualcosa a riguardo del lezionario della messa di oggi, mercoledì della prima settimana di quaresima.

La prima Lettura (Giona 3,1-10), nel lezionario italiano è, secondo consuetudine, introdotta con “In quel tempo”. Il testo liturgico opera tuttavia una scelta ulteriore: “In quel tempo fu rivolta a Giona questa parola del Signore..”, mentre il testo biblico reciterebbe così: “Fu rivolta a Giova una seconda volta questa parola del Signore” (Gn 3,1).

Mi trovo in territorio statunitense, ed ho ascoltato nella proclamazione liturgica queste parole: “The word of the Lord came to Jonah a second time“. Non è un particolare da poco, quello che il lezionario liturgico italiano omette. Il testo inglese, più fedele alla Sacra Scrittura, permette il richiamo al retroscena della missione di Giona, dato forse non trascurabile per una migliore comprensione della pericope odierna. Sappiamo bene come abbia inizialmente resistito, il simpatico profeta Giona: ci pare un impoverimento il non ricordarlo, mentre ne viene proclamato il finale successo apostolico.

Questa volta, l’inglese nella liturgia si esprime meglio e con più fedeltà all’originale!

Su questo blog abbiamo già scritto su Giona, cf. qui