Una “frode” poco liturgica e le giustificazioni di un liturgista..

Non ci convincono affatto – per quello che vale la nostra opinione – le argomentazioni di Enzo Lodi, a proposito della versione degli Inni della Liturgia delle Ore della Settimana Santa. Il confronto fra gli inni latini proposti e – grazie a Dio – mantenuti nella sezione relativa, e quelli italiani che li precedono nella disposizione tipografica, rende evidente il fatto che non si tratti di un tentativo di traduzione quanto piuttosto della sostituzione di testi, forse ritenuti non più adatti. In particolare, risalta l’0missione dell’Inno Pange, lingua, gloriosi proelium certaminis…Ci vuole coraggio, infatti, a qualificare come «saggia»  (1) tale rinuncia. Per cosa, poi? Per mutuare, come inno delle Lodi, l’inno dei vespri dei venerdì del tempo ordinario. Un’operazione un pochino discutibile, che si aggiunge all’altrettanto – o più – discutibile traduzione di questo stesso inno. E’ ancora Lodi che ce la commenta. Prima delle parole del liturgista bolognese, riportiamo la versione originale e una versione italiana in certi aspetti più fedele, e poi la versione di Gherardi, quella che è stata assunta dal libro liturgico ufficiale.

Plasmator hominis Deus, / Qui cuncta solus ordinans, / Humum jubes producere / Reptantis et feræ genus:

Qui magna rerum corpora, / Dictu jubentis vivida, / Ut serviant per ordinem, / Subdens dedisti homini:

Repelle a servis tuis, / Quidquid per immunditiam, /  Aut moribus se suggerit, / Aut actibus se interserit.

Da gaudiorum præmia, / Da gratiarum munera: / Dissolve litis vincula, / Astringe pacis fœdera.

Præsta, Pater piissime, / Patrique compar Unice, / Cum Spiritu Parassito / Regnans per omne sæculum. Amen.

O Dio, creatore dell’uomo, / che, ordinando da solo tutte le cose, / comandasti alla terra di produrre / ogni specie di rettili e di fiere;

Tu che grandi animali, / chiamasti con un cenno alla vita, / e, sottomettendoli, li desti all’ uomo / affinché secondo la regola lo servissero;

tieni lontano dai tuoi servi / tutto ciò che di impuro / voglia insinuarsi nei costumi, / o mescolarsi alle azioni.

Da’ il premio della gioia, / da’ il dono della grazia; / sciogli i vincoli della discordia, / stringi i legami della pace.

Concedicelo, o Padre pietosissimo, / e (anche) Tu Unigenito uguale al Padre, / che con lo Spirito Parassito / regnate per tutti i secoli. Amen.

O Gesù redentore, / immagine del Padre, / luce d’eterna luce, / accogli il nostro canto.

Per radunare i popoli / nel patto dell’amore, / distendi le tue braccia / sul legno della croce.

Dal tuo fianco squarciato / effondi sull’altare / i misteri pasquali / della nostra salvezza.

A te sia lode, o Cristo, / speranza delle genti, / al Padre e al Santo Spirito / nei secoli dei secoli. Amen.

 

Quest’antico inno (secc. VII-VIII), composto di quattro strofe quaternarie, è stato ridotto a tre strofe (esclusa la dossologia), abbandonando la tematica del sesto giorno della creazione (Gen 1,24-31) dove si evoca la creazione degli animali dalla terra, per sviluppare invece la tematica cristologica della nuova alleanza («nel patto dell’amore») sigillata dal sacrificio della croce («distendi le tue labbra sul legno della croce»). Anche la terza strofa, su questa traccia pasquale, esprime liricamente questo rapporto fra la fonte del fianco squarciato e la vita sacramentale che viene profusa «sull’altare dei misteri pasquali della nostra salvezza». Lo spunto di questo sviluppo è stato dato da un solo verso (v. 16: «astringe pacis foedera»). Una ricostruzione dunque ricca e anche poeticamente riuscita. (2)

Si potrebbe discutere se sia stato fatto un progresso, nel proporre nella settimana santa un inno del tempo ordinario: potrebbe avere un senso, ma più senso parrebbe averlo il contrario, cioè proporre per ogni venerdì del tempo ordinario un inno proprio della settimana santa. A prescindere da tale riflessione, risulta davvero curioso sostenere che a partire da un versetto si possano alterare tutte le altre strofe, spacciando tale operazione come ricostruzione. Viene in mente,  a proposito, un termine che compare proprio nell’inno di Venanzio Fortunato sparito dall’innario italiano: de parentis protoplasti fraude…. Si perdoni la battuta, non si vuole certo paragonare l’inganno originale con la questione poc’anzi sollevata! Forse non sarebbe del tutto giusto parlare di frode, ma neppure si possono accettare giustificazioni così complicate e astruse senza almeno un minimo di ironia: talvolta i liturgisti si prendono troppo sul serio….


(1) E. Lodi, «L’innario della liturgia oraria nell’opera poetica di L. Gherardi», in G. Mattenzi – S. Ottani (edd.), La cupola fra le torri. Scritti per mons. Luciano Gherardi nel 50 di ordinazione sacerdotale, Bologna 1992, 109.

(2) Ibid., 101.

 

 

 

..ecclesiarum aulis saepe quasi desertis…

Con le navate delle chiese sovente quasi deserte… Il latino dà un tono di tragica solennità a queste poche parole, che sembrerebbero descrivere l’attuale situazione di crisi di frequenza alla celebrazioni liturgiche.

Si tratta, tuttavia, di una citazione di un documento risalente al 1955, quindi ben prima del Concilio Vaticano II, che secondo alcuni avrebbe aperto una falla irreparabile al processo di secolarizzazione nel popolo cristiano.

La registrazione di quella difficoltà sarà uno dei motivi che spinsero Pio XII a riformare i riti della settimana santa. Non manca chi insinua che la riforma liturgica (è più frequente che sia messa in discussione quella successiva al Concilio, ma anche Pio XII non è risparmiato da accuse di aver stravolto la tradizione) sia la causa della crisi, mentre qui abbiamo una certa testimonianza del principio contrario: proprio perché si constata la difficoltà di vivere la liturgia, nel momento dell’anno liturgico più solenne – la settimana santa -,  si decide di provvedere riformando alcuni aspetti delle celebrazioni. La riforma non è la causa della crisi, ma una delle risposte alla crisi.

Purtroppo non si è trovata disponibile una versione italiana del documento Maxima redemptionis nostra mysterium, il decreto della Sacra Congregazione dei Riti (16/11/1955) con cui viene riformato l’Ordo della Settimana santa. Il testo latino si può vedere qui: http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/ccdds/documents/rc_con_ccdds_doc_19551116_maxima-redemptoris_lt.html. Del paragrafo da cui abbiamo estratto la citazione del titolo offriamo una nostra traduzione. Appena prima di questo paragrafo il documento fa riferimento alla Costituzione apostolica di Urbano VIII Universa per orbem (24/10/1642), con il quale il Papa dovette registrare l’impossibilità di considerare come giorni festivi i giorni del triduo. Si comprende così l’avverbio temporale che dà l’avvio al paragrafo:

Exinde vero fidelium ad sacros hos ritus frequentia necessario decrevit, ea praesertim de causa, quod eorum celebratio iam diu ad horas matutinas anteposita fuerat, quando scilicet scholae, opificia et publica cuiusque generis negotia, ubique terrarum, diebus ferialibus peragi solent et peraguntur. Communis reapse et quasi universalis experientia docet, solemnes gravesque has sacri tridui liturgicas actiones a clericis peragi solere, ecclesiarum aulis saepe quasi desertis.

Da allora, perdipiù, la frequenza dei fedeli a questi sacri riti necessariamente diminuì, specialmente perchè la loro celebrazione già da tempo era stata anticipata alle ore del mattino, quando, dappertutto, nei giorni feriali i fedeli erano e sono tuttora occupati a scuola, al lavoro e in ogni genere di attività pubbliche. In sostanza, l’esperienza comune e pressoché universale insegna che queste solenni ed importanti celebrazioni liturgiche del sacro triduo vengono svolte dal clero con le navate delle chiese sovente quasi deserte.