Una pecora perduta ora baldanzosa in spalla al suo pastore: ancora una preghiera, questa volta sì liturgica.

La bella supplica santambrosiana che abbiamo riportato nel post precedente partiva da un versetto del lungo salmo 118: “Mi sono perso come pecora smarrita; cerca il tuo servo: non ho dimenticato i tuoi comandi [Erravi, sicut ovis, quae periit: quaere servum tuum, quia mandata tua non sum oblitus]” (v. 176). Questo versetto è l’ultimo dell’ultima sezione in cui è suddiviso il nostro salmo alfabetico: la sezione Tau è la ventiduesima e comprende i versetti 169-176. La Liturgia delle Ore assegna questa sezione all’Ora Media del sabato della IV settimana del salterio, come primo salmo, seguito poi da due sezioni del salmo 44. La liturgia delle Ore quindi considera questa sezione come unità salmica a sè stante: non stupisce il fatto che siano state create collette salmiche appropriate appositamente a tale sezione. Fra le tre orationes super psalmos, corrispondenti alle tre Serie di orazioni reperite dagli esperti (1), spicca quella della seconda Serie, conosciuta come Serie Italica o romana. Solamente in essa, infatti, compare anche un riferimento al buon pastore (2).

Palma totius beatitudinis, Deus, qui fideles tuos, ut in lege tua ambulent, testimonia scrutentur, mandata custodiant, salubris provisor informas; concede nobis iustificationes tuas toto cordo quaerere, eloquia intelligere, mirabilia praedicare; ut, qui hactenus quasi perditae oves erravimus, tuis piis humeris restitui paradiso gloriemur.

Assai efficace l’immagine evocata dalla preghiera: addirittura si chiede che le pecore che fino ad allora hanno errato quasi come pecore smarrite, possano ora invece vantarsi di essere ricondotte al Paradiso sulle benevole spalle del Pastore. Il testo del vangelo dice che ad essere tutto contento era il pastore (cf. Lc 15,5), mentre qui sono le pecore a godere della benevolenza di colui che non solo le ha cercate, ma le riconduce sulle proprie spalle. Su di esse si deve stare davvero comodi! E su di esse queste pecore che se l’erano vista brutta, ora possono avere uno sguardo fiero e onorato, possono trarre gloria dal fatto di essere oggetto di tanta cura e di tanto amore: insomma, non rientrano all’ovile a testa bassa, umiliate dai loro errori, ma rientrano in Paradiso, restituite alla loro piena dignità – tanto da potersi vantare! – dalla speciale attenzione e benevolenza del loro pastore. E’ proprio buono, e bello, questo Pastore!

Ed è bella la Liturgia, che ci permette di godere di questi testi e di queste immagini evocative!

– cf. http://www.sacramentumfuturi.wordpress.com/2015/04/23/una-splendida-preghiera-al-buon-pastore/

– cf. http://www.sacramentumfuturi.wordpress.com/2013/09/14/questa-pecorella-non-e-in-realta-una-pecorella-e-questo-pastore-e-tuttaltro-che-un-pastore/

_______

(1) Per un’agile consultazione cf. l’opera curata da F. M. Arocena e J. A. Goñi, Psalterium liturgicum, I, Città del Vaticano 2005, 429-430.

(2) Senza potere ora, ovviamente,trarre conclusioni di nessun genere, registriamo il dato secondo cui questa Serie di orationes sarebbe riconducibile a Cassiodoro. Allora, non sarebbe del tutto estraneo a questa preghiera un influsso del testo santambrosiano? Cassiodoro conosceva il Commento al Salmo 118 di sant’Amborgio? Una questione da approfondire…

Il buon ladrone nella liturgia del tempo di Pasqua: un “precedente” che crea giurisprudenza.

Dobbiamo fidarci dei patrologi e degli esperti di filologia, nell’accettare le attribuzioni che stabiliscono. E’ indubbio però che vi sia una sorprendente affinità fra l’inno, attribuito ad Ambrogio, Hic est dies verus Dei, e alcuni passaggi di Sermoni oggi attribuiti a san Massimo di Torino. In passato vi era più confusione: alcuni mettevano in dubbio la paternità santambrosiana dell’inno che l’odierna Liturgia delle Ore assegna all’Ufficio delle Letture del tempo di Pasqua, altri – al contrario – attribuivano a sant’Ambrogio, finanche a Sant’Agostino, pure i Sermoni di cui vorremmo parlare qui, dopo aver già scritto qualcosa a proposito dell’inno (cf. https://sacramentumfuturi.wordpress.com/2013/11/23/un-ladrone-impunito-una-fede-breve-e-veloce-misericordia-questo-e-il-regno-di-dio/).
Più recenti studi hanno contribuito a precisare le questioni (1), e si è riusciti a contestualizzare alcuni testi nella predicazione liturgica (2) del Vescovo Massimo di Torino (†417/423). Non si può stabilire con certezza se i due si siano conosciuti personalmente, ma si può constatare agevolmente un’affinità fra i due, quanto all’esegesi e alla sensibilità teologica. In particolare, fra le fonti di Massimo vi è senza dubbio il commento a san Luca di sant’Ambrogio.
Comunque siano andate le cose, è fuori di dubbio che la figura del buon ladrone sia stato un personaggio assai attraente per la predicazione dei due Padri. Si tratta, decisamente, di un tema pasquale.

Il sermone più vicino all’Inno Hic est dies verus Dei è il Sermone 53, predicato nel giorno di Pasqua. L’abbrivio era il versetto 24 del Salmo 118(117) [Haec est dies quam fecit Dominus: exultemus et laetemur in ea], un testo evidentemente proclamato o cantato nella celebrazione pasquale. Si noteranno facilmente le somiglianze e gli echi del testo poetico di Sant’Ambrogio. Sottolineiamo una particolare espressione, resa da questa traduzione con “precedente”. Il termine “praerogativa”, almeno nel latino classico, apparteneva al linguaggio giuridico. Il santo vescovo Massimo avrà voluto intendere in tal senso l’episodio del buon ladrone graziato: una sentenza che ha creato giurisprudenza?

Fratelli, tutti in questo santo giorno dobbiamo esultare [Igitur, fratres, omnes in hac die sancta exultare debemus]. Nessuno si sottragga alla comune letizia per la coscienza dei peccati, nessuno si lasci distogliere dalla preghiere pubbliche per il fardello delle colpe [Nullus se a communi laetitia peccatorum conscientia subtrahat, nullus a publicis votis delictorum sarcina revocetur!]. Per quanto peccatore, in questo giorno non deve disperare del perdono; c’è, infatti, un precedente non da poco [Quamvis enim peccator, in hac die de indulgentia non debet desperare; est enim praerogativa non parva]. Se il ladrone meritò il paradiso, perché non dovrebbe meritare il perdono il cristiano? E se il Signore ha misericordia di lui quand’è crocifisso, tanto più avrà misericordia di costui, quando risorge; e se l’umiliazione della passione tanto procurò a chi confessava, la gloria della risurrezione quanto recherà a chi supplica? [Si enim latro paradysum meruit, cur non mereatur veniam christianus? Et si illi Dominus cum crucifigitur miseretur, multo magis huic miserebitur cum resurgit; et si passionis humilitas tantum praestit confidenti, resurrectionis gloria quantum tribuet depraecanti?]

I due sermoni che seguono, secondo il parere degli studiosi, sono stati predicati in Quaresima: ma ciò non stupisca, la figura del buon ladrone è un ottimo spunto per predicare la conversione e il pentimento in vista delle festività pasquali. Del resto, anche sant’Ambrogio pensava che esso fosse uno splendido esempio del dovere di aspirare con tutte le forze alla conversione [pulcherrimum adfectandae conversionis exemplum].

Sermone 74
Il fortunato ladrone, infatti, mentre patisce il supplizio, ottiene il regno celeste [Beatus enim latro dum supplicium patitur, regnum caeleste consequitur]. Ecco un reo, come si dice, cui giovò in quel momento essere condannato [Ecce reus, sicut dicitur, cui damnari id temporis expediunt]. […]
Meraviglia! Confessa il ladrone colui che il discepolo rinnegò. Meraviglia, ripeto! Il ladrone rende onore, mentre lo vede patire, a Colui che Giuda tradì, mentre lo baciava [Mira res: confitetur latro quem discipulus abnegavit. Mira, inquam, res: latro honorificat patientem, quem Iudas prodidit osculantem].

Sermone 75
La Bontà vostra ricorda, fratelli, che ho spiegato il motivo per cui il ladrone, da tempo dedito a crimini tanto gravi e condannato dalla confessione dei propri delitti, potè meritare il paradiso proprio sul patibolo del supplizio e fu salvato con tale prontezza che la grazia raggiunse i suoi peccati prima della pena e dai propri mali egli ricevette gloria prima che punizione [et tanta fuerit celeritate salvatus, ut peccata eius gratia praevenerit antequam poena, et prius in malis suis gloriari coeperit quam puniri].
A Pietro Cristo dice: Non puoi seguirmi ora, mi seguirai dopo. A costui, invece, dice: Oggi sarai con me in paradiso. L’uno vien fatto aspettare come avesse troppa fretta e l’altro viene invitato come un compagno [tamquam praeproperus ille differtur, et hic tamquam socius invitatur]; l’uno è posto in attesa fino al momento del premio, l’altro è già amato fino alla condivisione della sorte [ille adhuc reservatur ad premium, et iam ad consortium iste diligitur]. Non puoi, dice, seguirmi ora. E’ impossibile per Pietro seguire il Signore e già è facile per il ladrone essere con il Signore [Impossibile est Petro sequi Dominum, et iam facile latroni esse cum Domino]. Oggi, dice, sarai con me in paradiso. Non è rimandato a un altro momento, non è posto in attesa per un altro giorno [Non in aliud differtur tempus, non in diem alteram reservatur]. Nella stessa ora in cui il paradiso accolse il Signore, accolse anche il ladrone [Ipsa hora, qua paradysus Dominum suscepit, suscepit et latronem]. Uno solo patì per la salvezza di tutti, ma per i due allo stesso modo la porta dell’immortalità si apre. […] Ma fu la fede a garantire al ladrone una tale gloria. E’ la fede, infatti, che copre i peccati, che vince i crimini, che trasforma dei ladroni in uomini innocenti. Per quanto grande sia la colpa di chi sbaglia, ancor più grande è la grazia della fede [Quamvis enim delinquentium grandis culpa sit, fidei tamen maior est gratia]. Vale di più l’aver creduto in Cristo che l’aver sbagliato in terra: conta di più l’aver sperato il perdono dal Signore che l’aver contratto la colpa dal mondo [Plus est enim credi disse in Christo quam in saeculo deliquisse; et plenioris est meriti veniam sperasse a Domino quam culpam contraxisse de mundo].
[…]
Grande, ripeto, fu la fede in quel ladrone e paragonabile a quella dei santi apostoli, se non che forse la anticipò addirittura [Magna, inquam, fides in illo latrone fuit et sanctis apostolis comparando, nisi quod et forte praecesserit]. Giunse prima, infatti, per devozione colui che giunse prima anche per il premio [Praecessit enim devotione, qui praecessit et praemio]. E il ladrone pervenne al paradiso prima degli apostoli [Prior enim latro ad paradysum quam apostoli pervenerunt].

_____
(1) Cf. l’introduzione all’«Hic est dies verus Dei» offerto nell’edizione degli Inni curata da A. Bonato: S. Ambrogio, Inni, Introduzione, traduzione e commento di Antonio Bonato (Letture cristiane del primo millennio, 12), Milano 1992, 222-225.

(2) Massimo di Torino, Sermoni liturgici, Introduzione, traduzione e note di Milena Mariani Puerari (Letture cristiane del primo millennio, 28), Milano 1999.

Possa tu degnarti di venire a questa mia tomba… Una preghiera ispirata da Lazzaro

Dégnati, Signore,

di venire alla mia tomba,

e di lavarmi con le tue lacrime:

nei miei occhi inariditi

non ne dispongo tante

da poter detergere le mie colpe!

Se piangerai per me io sarò salvo.

Se sarò degno delle tue lacrime,

eliminerò il fetore di tutti i miei peccati.

 

Se meriterò

che tu pianga qualche istante per me,

mi chiamerai dalla tomba di questo corpo

e dirai: “Vieni fuori”,

perché i miei pensieri non restino

nello spazio angusto di questa carne,

ma escano incontro a Cristo, per vivere alla luce.

Perché non pensi alle opere delle tenebre

ma a quelle del giorno:

chi pensa al peccato cerca di rinchiudersi nella sua coscienza.

Signore, chiama dunque fuori il tuo servo:

pur stretto nei vincoli dei miei peccati,

con i piedi avvinti e le mani legate,

e pur sepolto ormai

nei miei pensieri e nelle opere morte,

alla tua voce io uscirò libero

e diventerò uno dei commensali al tuo convito.

La tua casa sarà pervasa di profumo,

se custodirai quello che ti sei degnato di redimere.

Ambrogio, La Penitenza, II,71

Utinam ergo ad hoc monumentum meum dignaris accedere, Domine Iesu, tuis me lacrimis laves, quoniam durioribus oculis non habeo tantas lacrimas, ut possim mea lavare delicta! Si inlacrimaveris pro me, salvus ero. Si dignus fuero lacrimis tuis faetorem abstergebo delictorum omnium. […] Voca ergo foras servum tuum. […] Et domus tua pretioso replebitur unguento, si , quem redimere dignatus es, custodieris.

 

 

“Dove l’avete posto?” (Gv 11,34). Ancora su Lazzaro e il perdono dei peccati.

Dopo alcuni testi agostiniani (cf. l’articolo precedente “Audiamus, et resurgamus”), presentiamo in questo post un altro riferimento all’episodio della resurrezione di Lazzaro, questa volta proveniente dal trattato di Sant’Ambroio sulla Penitenza.

Alcuni storici della liturgia vedono nel passaggio, che evidenziamo più sotto, un indizio di una particolarità della liturgia di Milano rispetto alle altre liturgie occidentali. La domanda “Tra quali peccatori si trova, in quale categoria di penitenti?” attesterebbe una prassi che, conosciuta e documentata in oriente, non può essere precisata per le chiese dell’occidente: la suddivisione dei penitenti, di per sé già raggruppati in una categoria a parte nella comunità ecclesiale, in classi o ordini, a seconda del tempo passato in penitenza, con diversi gradi di partecipazione alle assemblee liturgiche. I flentes, i piangenti, rimanevano fuori dalla chiesa a gemere e a chiedere preghiere, gli audientes, invece, potevano essere ammessi all’ascolto della Parola di Dio, ma erano congedati dopo l’omelia; in alcune chiese i penitenti rimanevano nella liturgia, distinguendosi dai fedeli con il rimanere prostrati tutto il tempo, altri invece rimanevano in piedi (stantes), pur non potendo partecipare alla comunione eucaristica.

Al di là di questi particolari, è assai interessante il fatto che anche Ambrogio rilegge l’episodio di Lazzaro in relazione alla penitenza. Possiamo sottolineare: l’invito a non temere, per disperazione o vergogna, il riconoscimento e la confessione delle proprie colpe; il pianto e l’intercessione di tutta la chiesa per i peccatori, aspetto – questo – assai trascurato oggi, eppure costante nella tradizione liturgica ed ecclesiale; infine troviamo anche in Ambrogio l’osservazione di come Cristo si serva anche dei circostanti per compiere il miracolo. Se Agostino vedeva nello scioglimento delle bende l’immagine del ministero ecclesiale, Ambrogio sottolinea il fatto che non è Cristo a rimuovere la pietra, ma ordina ad altri di toglierla dall’ingresso del sepolcro.
Lasciamo parlare il santo vescovo di Milano:

«Perché temi di confessare le tue iniquità al Signore, che è buono? […] A chi è ancora colpevole di peccato si propongono le ricompense della giustificazione: infatti viene giustificato chi riconosce spontaneamente il proprio misfatto. […] Il Signore conosce tutto, ma attende che tu parli, non per punirti, ma per concederti il perdono. Non vuole che il diavolo ti oltraggi e ti smascheri mentre cerchi di nascondere i tuoi peccati. Previeni il tuo accusatore; se sarai tu ad accusarti, non dovrai temere nessun accusatore; se ti denunzierai da te, anche se sarai morto, rivivrai. Cristo verrà alla tua tomba, e se vedrà piangere per te Marta, donna impegnata in un premuroso servizio, piangere Maria, che ascoltava la parola di Dio come la santa Chiesa, che ha scelto per sè la parte migliore, sarà mosso dalla compassione; quando vedrà che moltissimi piangono per la tua morte, chiederà: Dove lo avete messo?, cioè tra quali peccatori si trova, in quale categoria di penitenti? (in quo reorum statu est, in quo paenitentium ordine?). […] Verrà, dunque, e ordinerà di togliere la pietra che la caducità ha posto sul collo dei peccatori. Avrebbe potuto rimuoverla con un ordine impartito dalla sua parola [….] Preferì invece comandare a uomini di rimuovere la pietra nella realtà, affinché increduli credessero ciò che vedevano e osservassero il morto risorgere; in figura invece, per indicare che egli ci concedeva di scuotere il carico dei peccati che, come enormi pesi, gravavano sui colpevoli. Tocca a noi rimuovere il carico, spetta a lui risuscitare, a lui trarre dalla tomba quelli che erano stati liberati dai loro legami (in typo autem, quod nobis donaret, ut levaremus delictorum onera, moles quasdam reorum. Nostrum est onera removere, illius est resuscitare, illius educere de sepulchris exutos vinculis). […] Vieni fuori, cioè: tu che giaci nelle tenebre del rimorso e nella sozzura delle tue colpe, come in una prigione riservata ai peccatori, vieni fuori, confessa il tuo peccato, per essere giustificato. […] Se, all’invito di Cristo, tu confesserai, si spezzeranno i chiavistelli, si scioglieranno tutti i legami, quantunque il fetore del corpo corrotto sia terribile. […] E il morto si leva, e a coloro che sono ancora soggetti al peccato si dà ordine di sciogliere i suoi legami, di togliere dalla faccia il sudario, il quale oscurava la verità della grazia che aveva ricevuto. Ma siccome era stato perdonato, ha l’ordine di scoprire la faccia, di mostrare il volto: non ha di che arrossire colui al quale il peccato è stato rimesso (non habet enim, quod erubescat, cui peccatum remissum est).

Ambrogio, La penitenza, II, 7, 52-58.

P.S. Da notare l’ultimo passaggio: “non ha di che arrossire…”. In un momento importante della storia liturgica della penitenza, vi fu chi riteneva che la vergogna, l’erubescentia, fosse la vera penitenza che salva il peccatore, e l’accusa dei peccati diventava l’elemento principale del rito della penitenza. Ma, per ora, fermiamoci qui.

Una mirabile rilettura gallo-ambrosiana.

Attingiamo da indiscutibili autorità conferme e spunti per il tema di fondo del nostro blog: la “continuità” fra Bibbia e Liturgia.

Lasciamo quindi per un attimo l’altro grande taglio delle nostre piccole incursioni, la continuità della riforma liturgica del Vaticano II con l’autentica tradizione. Ma tutto si tiene, perché la mirabile sintesi che riportiamo qui è opera di uno dei grandi maestri che di quella riforma furono protagonisti di primissimo piano. Senz’altro dire dunque, la parola al liturgista francese A. G. Martimort: presentando il metodo catechetico di sant’Ambrogio, un paragrafo ne evidenzia le basi bibliche. Un testo tutto da leggere, dal genio santambrosiano alla lucida sintesi di un “piccolo”, ma grandissimo, “gallo” (se non ricordo male, da qualcuno ho sentito una volta che in tal modo veniva scherzosamente chiamato Martimort, giocando sulla non altissima statura di questo liturgista di Tolosa)

 

I sacramenti trovano la loro significazione nella storia biblica.

Alcuni dei riti dell’iniziazione cristiana, sia sacramentali sia non sacramentali [..] ripetono i gesti stessi di Cristo. Così l’effeta […]. Lo stesso per la lavanda dei piedi dopo il battesimo, rito proprio della Chiesa milanese e di altre Chiese vicine, la cui significazione vien data dalla lettura del brano evangelico Gv 13. E sopra tutto l’Eucaristia, nella quale parole e gesti sono proprio quelli di Cristo. Inoltre alcune azioni di Cristo sono particolarmente commentate da sant’Ambrogio per spiegare il Battesimo e i suoi effetti: il battesimo di Gesù nel Giordano, la guarigione del paralitico di Bethsaida, la guarigione del cieco nato. E rileggendo oggi il commentario del Vescovo di Milano, ci possiamo chiedere se gli evangelisti non ci hanno voluto descrivere quegli eventi appositamente per illustrare la dottrina del sacramento del Battesimo.

Con i fatti e le immagini del Nuovo Testamento, si presentano numerose le immagini dell’Antico Testamento: lo Spirito di Dio che sopra le acque all’origine della creazione; la fecondità creatrice delle acque – le acque brulichino di esseri vivi, e nacquero esseri guizzanti; le acque del diluvio, la salvezza di Noè per il legno dell’arca e la colomba annunziatrice della pace; il re Melchisedech sacerdote dell’Altissimo che offrì pane e vino; il passaggio degli Ebrei attraverso il Mar Rosso; la colonna di nube “simbolo dello Spirito Santo”; le acque amare di Mara addolcite dal legno gettato da Mosè; la manna piovuta dal cielo; l’acqua che scaturisce dalla roccia toccata con la verga di Mosè; Naaman il lebbroso che per l’ordine di Eliseo si immerge nel Giordano e fu guarito; il ferro della scure caduto nell’acqua, che ritornò a galla quando Eliseo invocò il nome del Signore.

Nell’ascoltare tutta questa sequela di episodi biblici, saremmo tentati di pensare che si tratti dell’espressione del genio personale di Ambrogio, di un metodo originale riflettente la sua propria educazione letteraria, l’eredità di una scuola teologica particolare. Invece dobbiamo constatare che era il metodo universale della catechesi dei sacramenti, anzi che sant’Ambrogio l’ha ricevuto dalla tradizione: tranne qualche rara eccezione, tutti i “paradigmi” biblici adoperati da lui si leggevano già nel De baptismo di Tertulliano; li troviamo dipinti sui muri delle catacombe romane e alcuni anche nel battistero di Dura-Europos. Non solo, ma probabilmente esisteva già alla fine del IV secolo, sostanzialmente nel testo conservato sino a noi, la prex consacratoria dell’acqua della liturgia romana che presenta lo stesso affresco di storia biblica. Inoltre la maggior parte dei “tipi” sono già proposti dal Nuovo Testamento stesso, nelle Epistole di san Paolo, la Lettera agli Ebrei, le Epistole di Pietro, il Vangelo di san Giovanni.

Tutto questo ci insegna che dalla prima catechesi apostolica fin ad Ambrogio, vi è sempre stata la convinzione che i riti sacramentali, i segni istituiti da Gesù trovano la loro significazione nella Bibbia. Non sono segni convenzionali, arbitrariamente scelti; non basta neanche dire che sono segni naturali, profondamente inseriti nella psicologia umana. E’ vero che sono fino a un certo punto naturali, perché il Signore “sapeva che cosa vi è nell’uomo”; ma lo studio dei segni e dei simboli al livello delle scienze umane non potrebbe attingere al significato sacramentale: i sacramenti inseriscono l’uomo in una storia, la storia delle gesta di Dio nel suo popolo. Dio agisce sempre con le stesse meraviglie della sua misericordia, e perciò l’Antico Testamento è la pedagogia necessaria per capire l’opera di Cristo. Sant’Ambrogio dice nella sua espressione paradossale: “antiquiora sunt sacramenta Ecclesiae quam synagogae et praestantiora quam manna est”. [De mysteriis 44; cf. 49]

Orbene i neofiti ai quali si rivolge la catechesi santambrosiana non provengono dal giudaismo, ma dal paganesimo, quindi non sapevano niente affatto della Bibbia e della storia sacra prima di frequentare la Chiesa. Peggio ancora, ce ne sono, come Agostino, che provengono dalla setta manichea e che, pur avendo conosciuto qualche cosa dell’Antico Testamento, l’hanno rigettato sistematicamente. Come dunque è possibile che davanti a questi neofiti Ambrogio alluda a tanti episodi biblici, anzi faccia un commento dei testi più difficili dei salmi o del Cantico dei Cantici? E’ perché prima del battesimo hanno ricevuto un’intensa istruzione sulla storia della salvezza, con lunghe letture dei testi e il relativo commento; hanno partecipato a tutte le funzioni sacre della quaresima e, anche prima di essere competentes, hanno partecipato forse per più anni alla prima parte dell’assemblea domenicale, ascoltando le letture, il canto dei salmi, l’omelia del Vescovo. Lo stesso avviene ad esempio, nella Chiesa di Gerusalemme, lo attesta la pellegrina Egeria; e sembra che la maggior parte delle Chiese abbiano conservato, nel loro lezionario, i brani biblici quaresimali che corrispondono alla preparazione biblica dei catecumeni.

Non lasciamo perdere l’esempio di Ambrogio: certo il rigore esegetico sarà più esigente del suo, ma lo stesso principio d’intelligenza dei sacramenti cristiani dovrebbe illuminare la nostra catechesi: l’oggi della salvezza suppone la storia, storia di Cristo e storia del popolo eletto: le figure spiegano la realtà che esse precedevano e annunziavano, come insegna il Concilio Vaticano II. Bibbia e liturgia sono strettamente legate.

A.G. Martimort, «Attualità della catechesi sacramentale di sant’Ambrogio», in Mens concordet voci. Pour Mgr A.G. Martimort à l’occasion de ses 40 années d’enseignement et des 20 ans de la Constitution Sacrosanctum Concilium, Desclée, Paris 1983, 165-167.