Maiali, capretti, vitelli, agnelli. Non pare affatto una domenica quaresimale…

Dopo aver ascoltato vari commenti e letto qua e là, su libri e sul web, a proposito della Liturgia della Parola della IV domenica del tempo quaresimale, quest’anno secondo lo schema C, diciamo qualcosa pure noi. O, meglio, riportiamo le parole del grande Romano il Melode, il quale, sebbene si firmasse umile Romano – in modo acrostico nelle strofe dei suoi testi -, riesce spesso a sorprenderci per la ricchezza delle sue immagini interpretative. Il nostro autore ci aiuta a ricentrare il brano evangelico in tutta la sua portata cristologica, per non rischiare di perdere aspetti importanti avendone sottolineato eccessivamente altri.

In effetti, se non ci lascia prendere subito da considerazioni morali e psicologiche intorno ai due fratelli e al loro padre, fanno specie, in una domenica di Quaresima, letture così «carnali», con un’insistenza ripetuta sul mangiare e sulle carni, per di più. La prima lettura ribadisce solennemente, a proposito del popolo di Israele arrivato finalmente nella terra promessa: «mangiarono i prodotti della terra…mangiarono i frutti della terra di Canaan». Ma è poi il vangelo ad essere molto esplicito nel farci immaginare carni succulente e consumate in festosa convivialità: un capretto desiderato per una festa e un vitello grasso «cotto e mangiato», si direbbe a sottolineare il repentino giungere dell’occasione giusta, per la quale inconsapevolmente (?) era stato foraggiato. Da non dimenticare il contesto ampio delle letture, la celebrazione sacramentale dell’eucarestia, e segnatamente le parole prima della comunione: Ecce Agnus Dei, ecce qui tollit peccata mundi. Beati qui ad cenam Agni vocati sunt (1).

Una domenica di banchetti, quindi. Ecco perché ci pare faccia bene il Melode ad attardarsi su uno dei protagonisti della parabola, oltre ai celebri componenti della trilogia familiare, il padre e i due fratelli: il vitello grasso!

Orsù, apprestateci il santissimo banchetto, sacrificate senza esitazione il vitello messo al mondo da una Madre vergine. […] Per il peccatore, ve l’ho già ordinato, sacrificate subito il vitello, il virgineo Figlio della Vergine che non si assoggettò al giogo del peccato, ma cammina spedito avanti a quanti lo vorrebbero trascinare. Egli infatti non si ribella di fronte al sacrificio, ma spontaneamente piega il capo a quanti si apprestano ad ucciderlo. Trascinate, immolate il Dispensatore della vita, che è sacrificato, ma non è messo a morte, e dona la vita a tutti gli ospiti dell’Ade, colui che noi mangiamo per essere nel gaudio. […] Sacerdoti, miei fedeli servitori, immolate questo vitello e a tutti i meritevoli del mio banchetto, datelo a mangiare, vitello senza macchia, puro alla perfezione, nutrito dalla terra non seminata che egli stesso creò. Offrite a loro anche la preziosa bevanda, il sangue e l’acqua che sgrogano dal suo fianco per tutti i credenti. Tutti, e in ogni tempo, mangiatene: smembrato che egli sia, non è per questo spartito, né diviso, né consumato, ma per l’eternità sazia gli uomini tutti. Egli si offre in cibo santissimo nel suo amore per gli uomini, lui, Padrone dei secoli e Signore. Mentre la schiera dei commensali era in festa e tutti cantavano nella gioia inni a Dio, il padre per primo dette un segnale agli invitati, dicendo: Gustate e vedete che sono il Cristo. Dopo di lui, il Salmista, accompagnandosi con la cetra, intona con voce dolcissima: Presto, portate vittime pure e benedette sull’altare consacrato; sacrificate un vitello con azioni di grazie. Poi Paolo ad alta voce pronuncia: La nostra Pasqua è stata immolata, Gesù Cristo, il Padrone dei secoli e Signore. Gli angeli che prestavano servizio al banchetto, vedendo che i presenti si rallegravano e cantavano armoniosamente, vollero imitarli intonando il loro inno. Qual’è questo inno? Ascoltiamolo, di grazia: Santo sei, Padre, che oggi hai accettato che sia immolato per gli uomini il vitello senza macchia. Santo è anche il tuo Figlio volontariamente sgozzato alla stregua di un vitello immacolato, che santifica coloro che sono battezzati nell’acqua salutare della piscina. Santo è anche lo Spirito, accordato in dono ai credenti dal Padrone dei secoli e Signore (2)

Infine, la poetica ispirata di Romano azzarda un happy end di cui solitamente non si dice nulla:

Così, figlio mio, rallegrati con tutti gli invitati al banchetto, e unisciti nel canto a tutti gli Angeli, perché tuo fratello era perduto ed eccolo ritrovato, era morto e, contro ogni attesa, eccolo risuscitato. A queste parole, l’altro fratello si lasciò convincere, si felicitò con il fratello e prese a salmodiare così: Elevate acclamazioni, tutti! Beati quelli ai quali i peccati sono stati condonati, e le colpe dei quali sono state arrestate e cancellate! Ti benedico, o Amico degli uomini, che hai salvato anche mio fratello, tu Padrone dei secoli e Signore (3)


(1) Prima o poi si dovrà chiarire l’improvvida inversione della versione italiana, che peggiora ulteriormente una già triste omissione: è una cena di nozze, quella dell’Agnello!

(2) Romano il Melode, Inni (Letture cristiane delle origini 13), XXXII,1.8-11, Milano 1981, 306.308-309.

(3) Ibid., XXX,21, 312.

Annunci

Gesù a colloquio con Elia, molto tempo prima della Trasfigurazione

I Padri e gli Scrittori delle Chiese d’Oriente amano drammatizzare il racconto biblico, arricchendoli con immagini e particolari talvolta assai liberi. Ci pensa la liturgia, poi, ad attingere con prudenza e discrezione a tale repertorio (1), che si dimostra comunque  fedele allo spirito delle Sacre Scritture, pur andando oltre alla lettera del testo; più sotto citeremo un testo di Benedetto XVI in cui si afferma che: «La fede è amore e perciò crea poesia e crea musica. La fede è gioia, perciò crea bellezza». Ma torniamo al testo che vorremmo presentare.

Romano il Melode, fecondissimo compositore (2), partendo dalla vicenda biografica del profeta Elia, accentua alcuni tratti caratteristici del Tisbita: il suo zelo, eccessivo fino a rendergli impossibile sopportare la malizia degli uomini. Sarà la bontà del Signore a mettere fine allo struggimento del profeta, annunziandogli un «prodigioso scambio»: Elia sarà rapito in cielo, mentre la seconda Persona della Trinità incarnandosi si farà carico dell’uomo peccatore e con longanime pazienza e compassione saprà riportare  all’ovile la pecora smarrita.

Molto tempo era già trascorso, quando Elia conobbe la cattiveria degli uomini e meditò di dare un castigo ancora più duro. A tale vista, il Misericordioso rispose al profeta: «Conosco lo zelo che pratichi nel bene e so la tua buona volontà. Ma io compatisco i peccatori, quando vengono puniti oltre misura. Tu, al contrario, provi irritazione, ti senti immune da rimprovero e non riesci a rassegnarti. Io non posso rassegnarmi anche se soltanto uno sia perduto, perché sono l’unico Amico degli uomini».

In seguito, quando rilevò l’umore acre di lui nei confronti degli uomini, il Signore fece propria la sorte di quelli e allontanò Elia dalla terra che essi abitavano, dicendo: «”Allontanati, amico, dalla terra degli uomini; io stesso, incarnandomi, scenderò presso di loro nella mia misericordia. Tu lascia la terra e sali quassù, dal momento che non riesci a tollerare gli errori degli uomini. Ma io, che sono del cielo, vivrò tra i peccatori e li salverò dai loro errori, io, l’unico Amico degli uomini. Se, come ho detto, profeta, non ti è possibile la convivenza con gli erranti, vieni qui, abita nel regno dei miei amici, dove non vi è posto per il peccato. Sarò io a scendere, perché posso prendere sulle mie spalle e riportare all’ovile la pecora smarrita, e gridare a quanti inciampano: “Accorrete tutti, peccatori, venite a me e quietatevi, io non sono venuto per punire quanti ho creato, ma per strappare il peccatore all’empietà, io, unico Amico degli uomini”».

Romano il Melode, Inni, VII, Il profeta Elia, 30-32, (Letture Cristiane delle origini 13), Roma 1981, 137-138.

 Le 33 strofe dell’Inno, di cui ne abbiamo riportato solamente 3, si concludono tutte con  la stessa espressione, a mo’ di ritornello: «unico Amico degli uomini». Amico degli uomini, nella tradizione orientale, è un vero e proprio titolo cristologico; qui è enfatizzato da quell’aggettivo unico, e nella vicenda di Elia il contrasto è reso in modo mirabile: da una parte lo zelo eccessivo e dall’altra l’infinito amore di Dio per gli uomini.

Sembrerebbe un argomento fatto a posta per le odierne disquisizioni intraecclesiali fra presunti rigoristi rispetto ad altrettanto presunti aperturisti misericordiosi. Quell’aggettivo unico ci aiuta a comprendere quanto la misericordia debba essere intesa in senso assolutamente cristologico, per non farla scadere in una sterile, inefficace e vuota filantropia. Solo la Persona di Cristo si può far carico, fino in fondo, del peccato degli uomini, solo il Nuovo Adamo può «trattare», «maneggiare» la debolezza dell’Adamo invecchiato, perché è l’unico Figlio di Dio, l’unico a portare sulla sua Croce l’abisso della disobbedienza, redimendola con la sua obbedienza.

Tutta la retorica dello «sporcarsi le mani» ha senso solamente se rimane fermo il principio: solo Cristo può recare rimedio al male insito nell’uomo. Ci si permetta, poi , un’ulteriore e ultima considerazione: è solo una svista linguistica, o c’è dell’altro nella nuova terminologia in voga: «somministrare la misericordia» (3)?


(1) Dell’Inno di cui parleremo, ad esempio, l’ufficiatura bizantina attuale conserva solo il proemio e la prima strofa.

(2) Qui la presentazione della vita e dell’opera di Romano il Melode, offerta da Benedetto XVI in una delle sue Udienze generali del mercoledì (per inciso, a causa del maltempo, i partecipanti all’Udienza dalla prevista Piazza san Pietro furono fatti confluire in parte nell’Aula Paolo VI e in parte nella Basilica di san Pietro, una duplice ricollocazione a causa della grandissima affluenza all’Udienza!).

(3) Cf. qui e qui.

Adamo ed Eva alla grotta di Betlemme: ancora intrecci di alberi.

Nel precedente post (1) terminavamo evidenziando come la versione italiana dell’Inno della Liturgia delle Ore Radix Iesse floruit abbia introdotto un elemento di evocazione simbolica, arricchendo il richiamo alla profezia di Isaia, della radice di Iesse che porterà un nuovo frutto, con un allusione all’albero della vita, presumibilmente quindi con le prime pagine del libro della Genesi.

Di questa sovrapposizione non possiamo certo affermare di averne trovato la fonte diretta, ma di sicuro possiamo indicarne un lontanissimo precedente. Si tratta del secondo Inno della Natività di Romano il Melode (2). In esso, l’autore mette in scena Adamo ed Eva che, alla nascita di Gesù, vengono verso la grotta e chiedono a Maria di difendere la loro causa e di intercedere presso il Figlio. Il tema patristico del Nuovo Adamo e della Nuova Eva è illustrato da Romano il Melode in modo davvero originale e curioso, si potrebbe dire pure simpatico: Eva ode il canto di Maria, che culla il frutto del suo seno piena di stupore. La prima donna intuisce che è giunta la salvezza, e chiede ad Adamo di andare insieme alla grotta di Betlemme. Il Progenitore teme che si ripeta l’inganno primordiale, e diffida della donna. Ma come al principio, Adamo alla fine cede ad Eva, questa volta con un esito ben più felice; giunti al cospetto della Vergine Maria,  ad essa chiedono di farsi avvocata presso il Figlio: la Madre ottiene la promessa di grazia e di perdono, e Adamo ed Eva felici della buona notizia si dispongono ad attendere la Pasqua.

In questo intreccio di tematiche, era forse inevitabile che si intrecciassero pure i germogli, i rami e i frutti della storia della salvezza, attraversando senza troppa difficoltà i libri della Sacra Scrittura, che soggiaciono in filigrana nella poetica liturgica del Melode.

 

Colui che, il Padre, prima dell’aurora senza intervento di madre generò, si è incarnato oggi sulla terra da te, senza intervento di padre. Perciò un astro istruisce i Magi, gli angeli con i pastori inneggiano al tuo inverosimile concepimento, o Piena di grazia.

La vigna che aveva prodotto il grappolo senza coltura, lo portava sulle braccia come sul tralcio e diceva: “Tu sei il mio frutto, tu sei la mai vita.. […] O voi della terra, mettete fine alle vostre tristezze, contemplando la gioia sbocciata nel mio immacolato seno, quando mi sono sentita chiamare Piena di grazia”. Mentre Maria era intenta a cantare colui che aveva messo al mondo ed accarezzava il bambino dato alla luce da sola, la donna che aveva invece partorito nei dolori, udendola disse con gioia ad Adamo: “Chi ha colpito le mie orecchie con l’annuncio sperato, di una Vergine che mette al mondo il riscatto dalla maledizione, la sola voce della quale può mettere fine alle mie miserie ed il cui parto ferisce colui che mi aveva ferita? E’ colei che il figlio di Amos ha prefigurata come il ramo di Iesse dal quale nasce il virgulto di cui mangerò il frutto senza pericolo di morire, colei che è Piena di grazia. O Adamo, al sentire il grido della rondine che annuncia l’aurora, scuoti il tuo sonno di morte e alzati. Ascoltami, sono la tua sposa: io, che sono stata la prima a provocare la caduta dei mortali, oggi mi rialzo. Considera i prodigi, mira l’ignara di nozze che guarisce la nostra piaga col frutto del suo parto. Il Serpente una volta mi sorprese e si rallegrò, ma la vedere ora la mia discendenza, fuggirà strisciando”. […] Ai discorsi della Sposa, Adamo scacciò di colpo l’oppressione che gli appesantiva le palpebre, alzò il capo come chi esce dal sonno e, aprendo le orecchie rese sorde dalla disubbidienza, così parlò: “Sento un dolce gridare, un canto incantevole; ma la voce del modulatore non mi adescherà questa volta: è la voce di una donna, per questo ne ho paura. Ho esperienza e diffido di ogni femmina. La voce mi piace, perché è tenera, ma il mezzo mi allarma: sta forse cercando di ingannarmi un’altra volta portandomi il disonore la Piena di grazia? […] Riconosco la primavera, o donna, e aspiro alle delizie da cui decademmo allora. Scorgo un nuovo, diverso paradiso: la Vergine che porta in grembo il legno della vita, lo stesso legno sacro che custodivano i Cherubini per impedirci di toccarlo. Ebbene, guardando crescere questo intoccabile legno, ho avvertito, o mia sposa, il soffio vivificante che fa di me, polvere e fango immoti, un essere animato. Adesso, rinvigorito dal suo profumo, voglio andare dove cresce il frutto della nostra vita, dalla Piena di grazia.


(1) Cf. qui.

(2) Cf. l’edizione curata da G. Gharib: Romano il Melode, Inni (Letture cristiane delle origini 13), Roma 1981, 178-184. Cf. anche qui e qui.

La domanda del Signore sulla tomba di Lazzaro: “un’antica consuetudine”?

La domanda di Cristo che avevamo posto come titolo del precedente post, “Dove l’avete posto?”, ha incuriosito i Padri. Così sant’Agostino: “Sapevi che era morto, e non sapevi dove era stato sepolto?”, riferendosi alla prima parte del capitolo 11, in cui il Signore mostra di essere ben consapevole di quello che stava succedendo a Betania, ancora prima di recarvisi. Eccoli allora alla ricerca di un significato più profondo: la domanda posta in tal modo e in quel momento, a loro pare proprio un indizio da non potersi lasciar sfuggire.
Continuiamo con sant’Agostino: «E disse: dove l’avete deposto? Sapevi che era morto, e non sapevi dove era stato sepolto? Questo significa che Dio quasi non conosce più l’uomo che si è perduto in questa maniera. Non ho osato dire: non conosce. Ho detto quasi, perché in effetti non c’è nulla che Dio non conosca. La prova che Dio quasi non conoscerà più l’uomo perduto si trova nelle parole che il Signore pronuncerà nel giudizio: Non vi conosco; allontanatevi da me! (Mt 7, 23). Che significa non vi conosco? Significa: non vi vedo nella mia luce, non vi vedo nella giustizia che io conosco. Così anche qui, come se egli non conoscesse più un così grande peccatore, dice: Dove l’avete deposto? Così si era espressa la voce di Dio nel paradiso dopo che l’uomo peccò: Adamo dove sei? (Gn 3, 9). Gli dicono: Signore, vieni e vedi. Che vuol dire: vedi? Vuol dire: abbi pietà. Il Signore infatti vede allorché usa misericordia. Per questo col salmista gli diciamo: Vedi la mia miseria, la mia pena, e perdona tutti i miei peccati (Sal 24, 18)» (Commento al Vangelo di Giovanni 49,20).

Troviamo, di nuovo, il riferimento alla Genesi, anche in un brano, diversissimo per tipologia e per provenienza, di Romano il Melode: “Nel frattempo il Plasmatore era giunto alla tomba di colui a causa del quale là si trovava, dopo che era stato deposto: per pura ironia egli ciò domandò, perché egli stesso aveva fatto l’uomo con la propria mano. Dicendo: ‘Dove riposa Lazzaro?’ egli vuole sapere quanto già sapeva. Come aveva detto un tempo: ‘Dove sei, Adamo?’, così allora diceva: ‘Dov’è Lazzaro?’, lui che un momento prima aveva detto a Marta: ‘Risusciterà, si alzerà dicendo: Tu sei la vita e la risurrezione’. (Romano il Melode, Inno XXIX,17).

L’osservazione più acuta la fa però Cromazio di Aquileia: “Forse che il Signore poteva ignorare dove era stato deposto Lazzaro, lui che sebbene assente, aveva preannunziato la morte di Lazzaro..[…]. Ma così facendo si attenne a un’antica consuetudine. Infatti allo stesso modo chiese ad Adamo: ‘Dove sei?’. Egli interrogò Adamo non perché ignorava dove si trovasse, ma perché Adamo confessasse il suo peccato con le proprie labbra e potesse così meritarne il perdono” (Cromazio di Aquileia, Sermo 27,1-4).

E’ davvero mirabile questa capacità di rendere viva la Scrittura, in una lettura unitaria di Antico e Nuovo Testamento insieme all’attualizzazione liturgica degli stessi misteri.
Non pretendiamo di concludere con un’affermazione stringente, ma possiamo comunque constatare quanto sia distante quella comprensione dogmatico-sacramentaria che vede nella necessità della confessione dettagliata, per numero e specie, dei peccati perché il confessore-giudice possa emettere un giudizio giusto e comminare un’adeguata penitenza.
Non c’è forse una ricchezza da recuperare, nella nostra modalità di intendere e di celebrare la penitenza?

cf. i post precedenti:

 – https://sacramentumfuturi.wordpress.com/2014/01/15/chi-chiama-sta-per-salvare/

https://sacramentumfuturi.wordpress.com/2014/04/04/dove-lavete-posto-gv-1134-ancora-su-lazzaro-e-il-perdono-dei-peccati/

https://sacramentumfuturi.wordpress.com/2014/04/03/audiamus-et-resurgamus-lepisodio-di-lazzaro-in-rilettura-agostiniana-verita-dimenticate-del-ministero-della-predicazione-e-della-riconciliazione/