Sul Rituale della Penitenza: qualcosa si muove.

Registriamo con piacere movimenti interessanti intorno al Rituale della Penitenza.

Deludendo forse qualcuno, non stiamo per riportare novità dell’ultimo momento o qualche  notizia esclusiva. Infatti, sebbene si possa, per tanti e diversi motivi, non essere del tutto soddisfatti del risultato finale del lungo lavoro di riforma del rito della penitenza ad opera del Coetus XXIII bis del Consilium ad exsequendam Constitutionem de Sacra Liturgia, invece di vagheggiare ipotetiche nuove riforme, crediamo sia più utile concentrarsi meglio sul rituale uti iacet, per metterne in luce tutte le ricchezze, anche quelle meno studiate ed apprezzate. Anche se fossero in cantiere, alla Congregazione per il Culto, nuove edizioni del rituale, fermarsi ad analizzare meglio l’Ordo Paenitentiae del 1974 non è affatto un lavoro sterile.

Lo dimostra il padre benedettino Jerônimo Pereira Silva, nell’articolo pubblicato su Ecclesia Orans 32 (2105) 361-386, di cui, per adesso, riportiamo solamente gli abstracts.

The publication of the tex Ordo Penitential (=OP) in the year 1974 concluded the renovation’s intricate processe of Rituale Romanum, regarding sacraments’ celebration. The new OP presents as an Ordo de Ordains, which the Gospel’s annunciation occupies a prime place among all of them. The article intends to analyze how the traditional scheme lectio cum cantico appears in the new OP. Such dynamism finds consistency in the dialogue between the Titulus Lectionis (=TL) and Responsum Psalmodicum (=RP). The study begins with the review of the historical redaction process of the new OP; proceeds with a brief analysis of Prænotanda, wich are described the criteria for selecting the lectionary texts of the OP, and the paradigm of the models presented by Ordines. Finaly it seeks to place into action the dialogic relationship TL-RP, noticing the indications, models and criterias of the textual choice indicated by Prænotanda. The article concludes with one theological and liturgical analysis of a proposal for a conjunction between one TL and six achievable RP.

A publicação do novo Ordo Pænitentiæ (=OP) no ano de 1974 concluiu o complexo processo de renovação do Rituale Romanum, no que diz respeito à celebração dos sacramentos. O novo OP se apresenta como um Ordo de Ordines, onde a proclamação da Palavra de Deus ocupa um lugar nobre em todos eles. O artigo pretende analisar como o tradicional esquema lectio cum cantico aparece no novo OP. Tal dinamismo encontra consistência no diálogo entre o Titulus Lectionis (=TL) e o Responsum Psalmodicum (=RP). O estudo parte da análise do proceso histórico redacional do novo OP; segue-se uma breve análise dos Prænotanda, onde estão descritos os critérios de escolha dos textos do lecionário do OP, e dos modelos do paradigma apresentados pelos Ordines. Finalmente se procura colocar em ato a relação dialógica TL-RP, observando as indicações, os modelos e os critérios de escolha textual indicados pelos Prænotanda. O artigo se conclui com uma análise teológico-litúrgica de uma proposta de conjunção entre um TL e seis possíveis RP.

cf. qui

Finalmente un contributo che affronta lo studio del rituale partendo da categorie teologico-liturgiche, non indulgendo a considerazioni psicologiche, sociologiche, storiche o pastorali!

Il nuovo rito della Penitenza: Paolo VI critico? Dalle carte del card. Antonelli un’annotazione da approfondire.

In un post di due mesi fa (http://sacramentumfuturi.wordpress.com/2014/07/12/riposo-estivo-e-riposo-eterno/) accennavo alla possibilità concessami di consultare il fondo Antonelli, presso l’Archivio del Santuario francescano de La Verna. In quell’occasione avevo fatto solamente una breve incursione nella documentazione lì conservata, per rendermi conto di quanto, in quel luogo, fosse effettivamente presente in deposito. Da quello che ho potuto constatare, mi sembra che non vi sia documentazione specificatamente relativa ai lavori di Antonelli, in qualità di Segretario della Commissione Conciliare De Liturgia, di perito del Consilium e di Segretario della Congregazione dei Riti: non ho trovato carte ufficiali, schemi o verbali di riunioni. Parte importante del fondo è invece costituita dalle carte personali e dai diari. Dal diario dell’anno 1974, ho potuto attingere un’annotazione per me abbastanza rilevante, perché riguardante l’oggetto della mia ricerca di dottorato, vale a dire la riforma del rito della penitenza e, ancora più particolarmente, l’introduzione della liturgia della Parola nella celebrazione di questo sacramento. Riporto le annotazioni dell’Antonelli, allora già Cardinale:

8 Febbraio Ieri sera fu pubblicata sull’Osservatore Romano al notizia della pubblicazione del Nuovo Rito o Ordo Paenitentiae. Me ne aveva parlato anche il Papa nell’udienza dell’11 gennaio, criticando alcuni punti, come il fatto della lettura della Bibbia insieme al penitente. Sono cose ideali, mi fece capire, in pratica non attuabili.

L’11 gennaio invece così annotava, fra le altre cose:

Mi ha parlato della prossima pubblicazione del Rito della Penitenza e mi ha detto varie cose che annoterò a parte.

Ora, nel corso delle mie ricerche, sicuramente parziali e non esaustive, mai avevo avuto modo di registrare disapprovazione o critiche in tal senso da parte della suprema Autorità. Antonelli riferisce di critiche su “alcuni punti”. E’ un peccato che non abbia aggiunto altri elementi. Interroga, inoltre, quell’espressione “mi fece capire..”. Occorrerà ricercare nel Magistero di Paolo VI, intorno a quella data, se vi sia qualche indizio o qualche parola rivelatrice, a proposito del nuovo Ordo.

La mia ricerca serrata sui documenti arrivava sino alla approvazione del nuovo Rituale: le carte di Antonelli obbligano a continuare, per approfondire la questione. In attesa che le biblioteche degli Atenei pontifici romani riaprano alla consultazione degli studiosi, pubblicherò, in più post nei prossimi giorni, i capitoli dell’Introduzione e della Conclusione della mia ricerca di qualche anno fa. Correzioni, suggerimenti o necessità di ulteriori approfondimenti, come si vede, non mancano; e saranno altrettanto utili eventuali osservazioni di lettori interessati.

Si può parlare della crisi del quarto sacramento, con serietà e con fede?! Incredibile, ma vero!

Intorno rituale della Penitenza, riformato dopo il Concilio Vaticano II e promulgato sotto l’autorità di Paolo VI, e più in generale sulla situazione del sacramento della riconciliazione, capita spesso di leggere contributi e approfondimenti un poco negativi, o comunque appesantiti dalla criticità dei problemi. C’è chi parla, a proposito di molti di questi commenti, di “genere letterario”, come fosse ormai abituale e scontato sottolineare difficoltà e scogli nella pastorale della confessione e insormontabili limiti dello stesso rituale. Altri, ancora, rispolverano un termine non tanto frequente nell’italiano corrente, per significare testi dal contenuto pessimista e gravosamente aporetico: geremiade [dal dizionario: discorso lungo e lamentoso, lamentela, piagnisteo, querimonia]. In effeti, dopo la lettura di queste “geremiadi”, si rimane sconfortati: si sviscerano questioni importanti, si analizzano tutti i difetti con dovizia di particolari, ma alla fine non si intravede nessuna soluzione né speranza affidabile. Forse in questa impressione personale c’entra il fatto che siamo stati “costretti” a leggere centinaia e centinaia di pagine di bibliografia relativa al tema, tuttavia l’ipersensibilità maturata non obnubila del tutto l’oggettività dei dati.
Un testo – scovato ormai troppo tardi rispetto alla necessità di qualche tempo fa – ci ha rasserenato: si può parlare con serietà oggettiva e lucida della crisi del quarto sacramento, senza per questo cadere in conclusioni disfattiste e attese illusorie di improbabili e azzardate svolte pastorali.
Ci sembra il caso di poter dire, con proprietà pertinente, che ci troviamo dinanzi ad uno studio di teologia liturgica “in ginocchio”, per citare una qualifica recentemente attribuita – in modo discutibile (?) – alla discussa relazione del card. Kasper, durante l’ultimo Concistoro.
Il brano che proponiamo è l’epilogo dello studio di due grandi gesuiti, professori alla Pontificia Università Gregoriana di Roma. Nonostante il saggio sia abbastanza datato – è di poco successivo alla pubblicazione del nuovo Rituale -, appare ancora assai stringente e attuale. Tante questioni intorno al sacramento della penitenza sono ancora aperte e gravi: i due autori, tuttavia, ce le presentano in un clima di fede e di speranza. Da quelle pagine traspare un’aria buona.

Parlando dello sviluppo futuro dell’amministrazione della penitenza, spesso si imposta la questione, come se si dovesse scegliere tra due alternative, o confessione auricolare, o celebrazione penitenziale comunitaria. Questa impostazione è falsa, poiché le due cose non si escludono, ma anzi l’una esige l’altra. Abbiamo indicato le ragioni perché la celebrazione comunitaria esige che sia completata dalla confessione particolareggiata. Aggiungiamo che per rianimare la confessione, è indispensabile che introduca progressivamente l’uso della celebrazione comunitaria.
In ciò non vi è nulla di nuovo, poiché nel passato, dove in una comunità si praticava bene la confessione, anche dopo la soppressione della penitenza pubblica, ciò era dovuto ad una celebrazione comunitaria, che abbracciava prediche, canti, preghiere, processioni, come p.es. nei quaresimali, nelle missioni popolari, nei pellegrinaggi, nelle confraternite dei penitenti, ecc. Tutto ciò aveva come fine, preparare il popolo a fare una buona confessione, che significava non solo l’integrità nel racconto dei propri peccati, ma anche e soprattutto un reale cambiamento della vita. Una delle ragioni, per cui oggi la confessione è in crisi è appunto il fatto che queste preparazioni comunitarie, oggi giudicate antiquate, non sono state ancora sostituite da altre forme, più adatte all’attuale contesto culturale. E’ infatti illusorio pensare che la maggior parte dei penitenti possa da sola individualmente prepararsi ad entrare in un dialogo approfondito sul proprio modo di vivere il cristianesimo. Proprio oggi, quando i fedeli vivono in un mondo secolarizzato, anzi ateo, e quando la vita cristiana esige perciò molto più impegno personale, essi hanno il bisogno (e dunque il diritto) ad essere aiutati a prepararsi a quest’incontro con il rappresentante della Chiesa, che non sostituisce ma rende presente Cristo.
Quando si discute su questi problemi, vi è sempre qualcuno il quale fa osservare che tutto ciò è impossibile, le abitudini del popolo non si cambiano, e perciò bisogna continuare tutto come si è fatto fino adesso. Questa obbiezione è molto realistica, poiché di fatti tutta la vita cristiana è impossibile alle forze della natura umana. Nessuno di noi può riconoscere Gesù come Signore senza la mozione interna dello Spirito (cfr. 1Cor 12,3); nessuno viene a Gesù se il Padre non lo attrae (Gv 6,44). Ma proprio questi principi dogmatici ci impediscono di valutare ciò che è possibile o impossibile nella vita pastorale, solo secondo le probabilità statistiche della psicologia sociale. I comportamenti postulati dalla struttura delle istituzioni di Cristo diventano sempre possibili per opera dello Spirito Creatore, che penetra tutto.
Se crediamo che l’istituzione della penitenza ecclesiastica per volontà divina esige che la confessione particolareggiata e personale non solo sia conservata, ma anche approfondita e sviluppata, la nostra fede ci incoraggia a sperare che ciò sarà possibile.
Lo studio della storia della penitenza non che mostrare la fondatezza di questa fiducia. Infatti, dal mare dei peccati, e della mediocrità intellettuale e morale, nel flusso della storia, riemergono sempre le grandi strutture della penitenza cristiana, in forme adatte ai diversi contesti storici. La fedeltà alle strutture essenziali della penitenza, nella storia, era possibile solo attraverso una lunga serie di cambiamenti, abbastanza radicali, che spesso provocano reazioni violente. Pensiamo alla “riforma” con cui invalse l’uso di dare la riconciliazione una sola volta nella vita, e a quella che cominciava di nuovo a riconciliare i relapsi; pensiamo al cambiamento di rimandare la soddisfazione dopo l’assoluzione (quanti potevano domandare: perché devo ancora fare penitenza? sono assolto, sì o no?), e alla prescrizione del concilio Lateranense IV, riguardo la confessione annuale. Le persone di buon senso e di mentalità pratica dovevano aspettare (con segreto compiacimento) che questi tentativi di riforma fallissero; e chi non aveva la fede, non poteva aspettare altro che uno scivolamento lento della vita penitenziale della Chiesa verso un ritualismo formalistico, come suole succedere secondo il dinamismo naturale di ogni istituzione. Noi, che abbiamo la fede, riconosciamo nella sopravvivenza dell’istituzione penitenziale un’opera dello Spirito; e perciò abbiamo la forza di sperare che il valore del sacramento della riconciliazione sarà compreso e rivalorizzato anche ai nostri tempi.

Z. Alszeghy – M. Flick, Il sacramento della riconciliazione, Torino 1976, 208-211.

La Cappella del Cimitero Verano di Roma dove i corpi dei due professori attendono la resurrezione della carne

La Cappella del Cimitero Verano di Roma dove i corpi dei due professori attendono la resurrezione della carne

L'interno della Cappella

L’interno della Cappella