Sabato della VII settimana del tempo ordinario, anno del Signore 2018…Scherzi di liturgisti o di santi?

Abbiamo studiato per vari anni su volumi che avevano un apparato di note a piè pagina assai più corposo del testo stesso senza che il nostro sapere liturgico ne ricevesse l’implemento che ci si poteva attendere da tali poderosi tomi: ora ci sia concesso scrivere brevi e semplici osservazioni, tratte dall’esperienza liturgica.

Non che la ricerca puntigliosa e rigorosa non siano da promuovere – chi ha letto qualcosa di questo blog saprà bene del nostro affanno prolungato su carte polverose di archivi poco frequentati – ma occorre rimanere bene attenti a cogliere anche i più semplici segnali che la liturgia offre ai suoi cultori, ed essere disposti a stupirsene, grati.

Con questa intenzione condividiamo un’osservazione saltata agli occhi in maniera inaspettata quest’oggi, seguendo il corso diario della liturgia. Sabato della settima settimana del tempo ordinario, che quest’anno cade il 26 maggio, memoria di san Filippo Neri.  Durante questa settimana l’Ufficio delle Letture ci ha proposto come prima lettura biblica il libro di Qoèlet. Oggi l’ultimo discorso, seguito da un epilogo in prosa, che i biblisti attribuiscono a suoi discepoli. L’ultima parola di Qoèlet era l’inconfondibile: «Vanità delle vanità, dice Qoèlet, e tutto è vanità» (12,8). La seconda lettura patristica, propria della memoria, proveniva dai discorsi di Sant’Agostino (Disc. 171, Rallegratevi nel Signore, sempre).

Ora, quest’anno – non abbiamo verificato ogni quanto accada – l’incrociarsi dei due calendari, quello del temporale e quello dei santi, ci ha offerto un felice ermeneutica della figura di Qoèlet nella persona del santo fiorentino divenuto compatrono di Roma. Chi non conosce infatti la lauda composta dal Neri, che arricchisce magistralmente il laconico ritornello del sapiente biblico?

[…] Dunque a Dio rivolgi il cuore, dona a lui tutto il tuo amore, questo mai non mancherà, tutto il resto è vanità. […] Dunque frena le tue voglie, corri a Dio, che ognor t’accoglie, questo mai non mancherà. Tutto il resto è vanità.

La liturgia, in modo davvero sorprendente quest’oggi, ha offerto un sensu plenior alla pagina biblica dell’Ufficio, facendocela accostare con la figura di questo santo, che era «aspro e penitentissimo con se stesso, …mite cogli atri, ed al bisogno faceto» (1). Un bilanciamento all’aridità un pò triste e di sapore protestante di certi commenti biblici, con la figura saggia e arguta, all’occorrenza scanzonata, perché libera e innamorata di Cristo, del santo apostolo di Roma.

Riteniamo dunque che oggi si debba essere grati alla riforma liturgica, che ci permette di godere di queste belle sorprese. Lo possiamo essere tutti, anche quanti di solito sono critici nei confronti dei – dicono loro – creatori a tavolino di una nuova liturgia: neanche il più bravo di tali fantomatici esperti avrebbe potuto prevedere tali connessioni fra di due calendari! Ben Altro ispiratore ci dev’essere dunque dietro alla liturgia che si celebrava quest’oggi, 26 maggio dell’anno di grazia 2018!

Concludiamo con un’altra massima di Filippo:

Chi vuol altro che Cristo, non sa quel che vuole, e chi dimanda altro che Cristo, non sa quel che dimanda. Chi opera e non per Cristo, non sa quel che fa.


(1) I. Schuster, Liber Sacramentorum, Vol. VII, Torino 1930, 198.

 

 

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Un’opera senza risonanza? Forse. Comunque da farsi

In un recentissimo volume dell’Opera Omnia di Inos Biffi raccoglie una varietà di saggi, apparsi in differenti tempi e luoghi, su liturgia, sacramenti e feste, come suggerisce il titolo (1). Il capitolo settimo tratta di La riforma liturgica e i suoi frutti. Non neghiamo che abbiamo letto queste pagine con attenzione e interesse, prime fra le circa 600 dell’intero volume. Molte delle osservazioni dell’autore meriterebbero di essere sottolineate: ora preferiamo riportare per esteso una citazione autorevole, estrapolandola dal contesto (2), credendo tuttavia che non sia operazione del tutto arbitraria. Infatti, le osservazioni che il cardinale Colombo, Arcivescovo di Milano, tratteggiò presentando il nuovo messale ambrosiano, valgono anche per la riforma liturgica del rito latino e, più mai, ci paiono incoraggianti per l’opera che intendiamo, nel nostro piccolo, portare avanti con questo blog. Quindi, con la mediazione di Inos Biffi, lasciamo la parola al Cardinal Colombo.

Il nuovo messale postula di essere capito, penetrato nella sua ricchezza, tradotto nella vita spirituale del nostro popolo. La pubblicazione di un testo definitivo – per quanto definitivo possa essere detto ciò che è posto nel flusso del tempo – è un richiamo a tutti i cultori di liturgia a passare dalle elaborazioni delle ipotesi e dai vagheggiamenti delle sperimentazioni al lavoro – più faticoso ma anche più fruttuoso – di guidare alle scoperte dei tesori che la Chiesa custodisce nei suoi libri e offre instancabilmente alla pietà dei credenti. E’ un’opera senza risonanza e apparentemente monotona, perché è sempre più agevole e clamoroso cambiare un rito che un cuore. Quando l’interesse liturgico è affidato alla novità del rito più che al rinnovamento del cuore, è in agguato l’insidia della superficialità e della teatralità. Solo il ritorno a uno spirito umile e veritiero di penetrazione nell’intimo valore dei gesti e delle parole permetterà al movimento liturgico di superare il senso si sazietà e di mantenere le sue promesse. […] Attendiamo una rinascita dell’autentico spirito liturgico, alieno tanto dalle nostalgie arcaicizzanti di chi non riesce ancora a vibrare nel soffio di giovinezza con cui lo Spirito Santo in questo anni ha vivificato la Chiesa, quanto dallo sperimentalismo incontentabile di cui, inseguendo attraverso i continui cambiamenti e le effimere novità il miraggio di una celebrazione senza passività, finisce con l’essere inconcludente e con l’ingenerare nei fedeli un senso di smarrimento e di ripulsione. Lo spirito liturgico è calmo, paziente, contemplativo; è proteso più a vivere con animo nuovo i riti di sempre che ad anticipare i riti del futuro. Non si attacca sullo scoglio alle proprie concezioni, ma si immerge nel mistero ecclesiale con l’umile coscienza di chi sa che la liturgia della Chiesa trascende sempre ogni personale illuminazione e ogni erudizione. Lo spirito liturgico non ama insegnare alla Chiesa, ma preferisce mettersi alla scuola della Chiesa, desideroso di imparare ogni giorno dalla sua tradizione e dal suo vivo e attuale magistero.

G. Colombo, «Il rinnovamento della liturgia ambrosiana», in Il nuovo messale Ambrosiano. Atti della “3 giorni” 28-29-30 settembre 1976, Centro Ambrosiano di Documentazione e Studi religiosi, Milano 1976, 9-10.12.

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(1) I. Biffi, Liturgia, Sacramenti, Feste (Opera Omnia, Spirito e Liturgia), Milano 2015.
(2) La citazione dell’intervento del Cardinale si estende, inframmezzata da commenti e riprese, per varie pagine, integrandosi con le riflessioni dell’autore, cf. Biffi, Liturgia, Sacramenti…, 74-81

‘Non è esagerato dire che l’attuazione della riforma liturgica….’: un’editoriale datato, ma ancora attualissimo.

Ci si perdonerà la lunga citazione, ma il testo seguente è troppo importante e significativo per le intenzioni del nostro blog. Si tratta di un editoriale, non firmato, ma senza dubbio opera di Salvatore Marsili. Il corsivo è nel testo, mentre qui evidenziamo alcuni passaggi con il carattere grassetto.

Una liturgia cristiana senza una lettura della Parola di Dio non è mai esistita, almeno come regola. Questo fatto da solo è già sufficiente a farci comprendere che un legame per sé indissolubile tiene strettamente unite tra loro la celebrazione del mistero cristiano e la proclamazione di esso nella Parola. Nei fatti però di questa indissolubilità è stata lungo la storia un’interpretazione molto e fin troppo riduttiva.

Lo schema liturgico e tradizionale che prevede sempre un’alternanza tra preghiera e lettura della Parola, sia nella celebrazione sacramentale che nella Liturgia deiie Ore, ha continuato ad essere materialmente mantenuto e osservato; ma nella realtà il posto della Parola nella liturgia non è stato sempre, dal primo Medioevo in poi, quello che veramente gli competeva. Mentre il calendario liturgico continuava a non prevedere, eccezione fatta per la Quaresima le Quattro Tempora e le ottave di Pasqua e Pentecoste, celebrazioni feriali dell’Eucaristia, queste di fatto si andarono moltiplicando e quando non interveniva la festa di un santo o una messa votiva, non si faceva che riprendere le letture della domenica precedente. Le stesse feste dei santi non avevano di solito delle letture proprie, ma si ricorreva a letture ‘comuni’, che naturalmente erano ripetutissime, dato il grande numero di santi che riempiva sempre di più il calendario.

E’ noto che dalla fine del Medioevo la ‘Liturgia delle Ore’ è stata chiamata ‘Breviario’: questo nome deve la sua orgine – anche se non esclusivamente – al fatto dell’abbreviamento cui in quel tempo erano state sottoposte le letture della Parola di Dio. Anche nel Breviario, come nel Messale. si era già affermato l’uso delle letture ‘comuni’ per la maggior parte delle feste dei santi; e benchè nella celebrazione domenicale e feriale si fosse conservato il principio della ‘lettura continua’ dei libri della Sacra Scrittura, di fatto questa lettura spesso si riduceva solo all’enunciazione di alcuni pochi versetti, per esempio dei profeti minori. Ma oltre che nella quantità, la Parola aveva subìto anche una riduzione di ruolo, per quanto riguarda la sua funzione liturgica. La lettura della Parola di Dio, che né si chiamava ‘Liturgia della parola’, né era pensata come tale, risultava praticamente solo ‘accostata’, e in posizione dichiaratamente secondaria, alla celebrazione del mistero. Sappiamo infatti che l’obbligo di partecipare alla celebrazione non includeva quello di ascoltare la lettura della parola di Dio, e questa d’altra parte non era valutata come quella che dava significato e contenuto alla celebrazione; le si riconosceva infatti solo una funzione di preparazione psicologico-spirituale, a sfondo moralistico, della celebrazione.

Una riforma liturgica, come doveva essere quella che il Vaticano II esigeva, non poteva né ignorare né mancare di risolvere il ‘problema liturgico’ – perché di questo ormai si trattava – che era costituito appunto dall’uso della Parola nella liturgia. Questo non poteva continuare ad essere quello che era; ma ciò importava che proprio rifacendosi ai principi organizzativi della tradizione liturgica, si disfacesse quasi per intero quel che la storia ci aveva trasmesso da una tradizione che nei fatti aveva spesso tradito se stessa, e si costruisse quindi un ordinamento di letture che in tutti i sensi meglio corrispondesse alle esigenze della liturgia, in modo che la celebrazione del Mistero di Cristo meglio apparisse, nella proclamazione della Parola, come attuazione continuata della storia della salvezza, di cui appunto la parola ci porta l’annuncio prima a livello di promessa e poi di realizzazione.

Questa è la ‘novità’ del Lezionario che la riforma ci ha dato tanto per la liturgia dell’Eucaristia e degli altri sacramenti, quanto per la Liturgia delle Ore. Cercare una chiave di lettura per entrare in questa ‘novità’, vuol dire addentrarsi sempre più nella comprensione della liturgia; ma significa anche fare della celebrazione veramente ‘la mensa del Signore’, nella quale Cristo si comunica a noi nell’annunzio e nella realtà della parola di salvezza. Non è esagerato dire che l’attuazione della riforma liturgica è in rapporto diretto con la comprensione della funzione che la Parola ha nella liturgia, e a tale comprensione è mezzo quasi indispensabile il retto e adeguato uso del nuovo Lezionario.

Rivista Liturgica 70 (1983), Editoriale, 643-645

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Per altri post sul tema, cf. i seguenti:

http://www.sacramentumfuturi.wordpress.com/2013/10/04/forza-riconciliatrice-della-parola-di-dio-la-verbum-domini-e-protestante/

http://www.sacramentumfuturi.wordpress.com/2013/09/08/liturgia-della-parola-o-servizio-divino-dellistruzione/

Padre Carlo Braga. Un liturgista dietro le quinte ma dentro la storia.

In questo post segnaliamo un primo profilo biografico di padre Carlo Braga, cm. (01/01/1927-16/08/2014): anche nel caso della recente riforma liturgica, è impressionante rendersi conto di quante persone abbiano speso la loro vita, nella Chiesa, in un servizio umile e nascosto ai più. Certamente la loro ricompensa è nei cieli, ma meritano pure tutta la nostra gratitudine. Per ricordare, di nuovo, padre Carlo ci siamo permessi di estrapolare le seguenti righe da un articolo bio-bibliografico pubblicato da un suo confratello nella sua rivista Ephemerides Liturgicae. In attesa di studi più approfonditi, può essere utile farsi un’idea di quanto questo prete della Missione si dedicò alla scienza e alla riforma della liturgia.

Per l’anagrafe è Primo Braga, battezzato poi Carlo, figlio di Luigi e Bramini Antonia, nato il 1 gennaio 1927 a Trevozzo Val Tidone, nel comune di Nibbiano, in provincia di Piacenza. É entrato nella Congregazione della Missione, il 26 settembre 1942 nel Seminario interno di Siena, dopo aver frequentato gli studi liceali presso la Scuola Apostolica del Collegio Leoniano di Roma, negli anni 1937-42. Ha emesso i voti perpetui il 6 gennaio 1945. Nell’immediato dopoguerra (1946-1951), ha proseguito gli studi ecclesiastici per un anno a Siena, presso il Seminario Maggiore della Congregazione della Missione, e successivamente all’Angelicum di Roma, in cui ha conseguito la licenza in teologia nel 1950. Ordinato sacerdote i1 24 giugno 1950, viene inviato a Siena come Direttore della Scuola Apostolica della Congregazione negli anni 1951-1955. Dal 1955 lavora nel campo liturgico in vari uffici e commissioni: dapprima come aiutante e collaboratore di Mons. Annibale Bugnini, successivamente come consultore e membro di diversi organismi pontifici, della Conferenza Episcopale Latino-Americana, della Conferenza Episcopale Italiana. In particolare lavora alla Sezione storica della Sacra Congregazione dei Riti (1955-60) ed entra nella Commissione Piana per la Riforma generale della Liturgia voluta da Pio X11 (1959-60). Sempre al fianco di A. Bugnini lavora alla Riforma liturgica del Concilio Vaticano II come membro della Segreteria della Commissione ante-preparatoria (1960) e della Commissione preparatoria De Sacra Liturgia (1960), Consultore della Commissione Liturgica Conciliare (1960), membro della Segreteria centrale della Commissione Conciliare De Sacra Liturgia (1962), Consultore del Consilium ad exsequendam Constitutionem De Sacra Liturgia (1965-71), l’importante organo di applicazione della riforma. Negli organismi della Curia Romana è Consultore della Sacra Congregazione dei Riti (1968-70) e della Sacra Congregazione per il Culto divino (1970-75). Dal 1971 al 1976 lavora in America Latina presso l’Istituto Pastorale di Medellin del CELAM, prima come docente e poi come responsabile della Sezione Liturgica. In questi anni ha dato corsi e conferenze in tutto il Sud-America.
Al lavoro nel campo liturgico aggiunge, dal 1977, l’attività di formatore e di governo all’interno della Congregazione della Missione, della Compagnia delle Figlie della Carità, della Famiglia Vincenziana. É Superiore e Rettore del Collegio Alberoni di Piacenza, Seminario Maggiore della Congregazione e della Diocesi di Piacenza (1979-87), Visitatore della Provincia Romana della Congregazione della Missione (1987-93), Direttore della Provincia Romana della Figlie della Carità (1990-99). Partecipa al lavoro di redazione delle nuove Costituzioni della Congregazione (1969-1985) e collabora regolarmente con il Centre International de Formation della Congregazione (1992-2002) di Parigi, dando cicli di conferenze di formazione permanente. Nel 2003 lascia gli incarichi e gli uffici per ragioni di salute. Continua però ad occuparsi del Centro Liturgico Vincenziano e delle pubblicazioni di Liturgia fino a quando le residue forze glielo hanno consentito.

N. Albanesi, “P. Carlo Braga C.M.: prospetto bio-bibliografico”, EL 128 (2014) 391-392.

Qui un articolo di commemorazione in spagnolo: http://www.phase.cpl.es/wp-content/uploads/2014/09/P.-Carlo-Braga-C.M.1927-2014.pdf

Per altri post su questo blog concernenti p. Carlo, è sufficiente digitare “Braga” nella sezione “Cerca”.

L. Bouyer. Memorie tutte da leggere e da gustare. Ma con attenzione.

Senza dubbio, sarà molto interessante e utile leggere e studiare le Memorie di p. Louis Bouyer, recentemente pubblicate in Francia (Cf. http://www.editionsducerf.fr/html/fiche/fichelivre.asp?n_liv_cerf=10038). Un lettore del blog ci ha già segnalato l’eco di alcuni passaggi di tale pubblicazione, sottolineati dal giornalista S. Magister sul suo sito web (https://sacramentumfuturi.wordpress.com/2014/09/12/il-nuovo-rito-della-penitenza-paolo-vi-critico-dalla-carte-del-card-antonelli-unannotazione-da-approfondire/#comments)
Che dire a proposito? Innanzitutto ogni occasione di studio e approfondimento è sempre propizia e stimolante. E se nuova luce può essere apportata è davvero cosa utile e positiva. Occorre anche, del resto, non dimenticare che si tratta di memorie personali, che vanno lette criticamente, incrociandole con altri studi e, soprattutto, con la documentazione relativa.
L. Bouyer è sicuramente un’autorità: per questo fu cooptato nel lavoro di riforma del Consilium. Ma è pur sempre soggetto, come ciascuno di noi, a tentazioni di polemiche, valutazioni personali e, talora, di risentimenti.
Siamo grati alle Edizioni Du Cerf per averci dato la possibilità di accedere ai testi inediti delle memorie del grande Bouyer, e siamo sicuri che la lettura sarà interessante e arricchente. Non siamo esentati, tuttavia, dall’attenzione necessaria per non cadere in partigianerie non del tutto oggettive.

Non è in discussione la buona fede o la retta intenzione, ma per avvicinarci quanto più possibile alla verità e alla scientificità oggettiva, si deve pur considerare la parziale limitatezza di ogni ricostruzione, specie quando in essa sono coinvolte le storie personali.

Un esempio. Fortunatamente il saggio principale sulla riforma liturgica, lo studio di Bugnini (1), non è rimasto unico ed isolato. Oltre a tanti studi più settoriali con cui può essere integrato e confrontato, esso può essere completato anche da un’opera altrettanto ampia e generale, come la ricerca di N. Giampietro sull’operato dell’Antonelli (2). Da alcuni quest’ultimo saggio è stato salutato come il necessario e provvidenziale contraltare ad una visione troppo positiva e idilliaca della riforma liturgica, interessatamente e assai personalmente – dicono – proposta dal Bugnini. Non manca chi, del resto, fa notare che pure la lettura dello studio sulle carte dell’Antonelli non possa prescindere da considerazioni legate alle vicende delle persone coinvolte. A proposito di quest’ultimo studio, Gy commenta:

Everybody knew how disappointed Antonelli was that John XXIII had not made him, as head of the previous Commission (3), responsible for the Council’s work on the liturgical reform. […] I’m afraid that the recent dissertation written on the private papers of Cardinal Antonelli does not pay sufficient attention to this disappointment. But future historians should be aware of it when judging the liturgical reform of Vatican II.

P. M. GY, The Reception of Vatican II Liturgical Reforms in the Life of the Church, Milwaukee (WI) 2003, 14-15.

[Tutti sapevano come era deluso Antonelli, per il fatto che Giovanni XXIII non avesse costituito lui, in quanto capo della precedente Commissione, come responsabile dei lavori conciliari sulla riforma liturgica… Mi rincresce che la recente dissertazione scritta sulle carte private del Cardinale Antonelli non abbia prestato sufficiente attenzione a questa delusione. Ma i futuri storici dovrebbero di ciò essere coscienti, nel valutare la riforma liturgica del Vaticano II.]

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(1) A. BUGNINI, La riforma liturgica (1948-1975), (Bibliotheca «Ephemerides Liturgicae» «Subsidia» 30), Roma 1997.
(2) N. GIAMPIETRO, Il Card. Ferdinando Antonelli e gli sviluppi della riforma liturgica dal 1948 al 1970, (Studia Anselmiana 121 – Analecta Liturgica 21), Roma 1998.
(3) Gy si riferisce qui alla cosiddetta Commissione Piana, un gruppo di esperti interno alla sezione storica della Congregazione dei Riti, costituita da Pio XII il 28 maggio 1948 al fine di preparare un prospetto generale di riforma liturgica. Le adunanze e i lavori di tale Commissione erano guidati e coordinati dall’Antonelli. La Commissione Piana cedette il campo alla Commissione liturgica preparatoria, istituita nel 1960.

“La situazione del rinnovamento liturgico”: un sorprendente J. Ratzinger, annata 1966.

Come avevamo preannunciato, siamo ora in grado di mostrare il testo della conferenza dell’allora professore J. Ratzinger all’annuale convegno della Chiesa tedesca, nell’edizione del 1966, a Bamberga.
Offriamo in questo post e, per non appesantire oltremodo la lettura, nel successivo, una delle sezioni del contributo che, più ampiamente, aveva come tematica generale e titolo “Il Cattolicesimo dopo il Concilio”. Interessa qui in particolare la prima sezione: “1. La situazione del rinnovamento liturgico”. I lavori della riforma liturgica stavano entrando nella fase di studio dei concreti e più dettagliati ambiti della vita sacramentale e di preghiera della Chiesa, ma alcune grandi direttrici erano già chiarite, come la questione della lingua e di una maggiore partecipazione dei fedeli nelle celebrazioni. Per questo le considerazioni di Ratzinger, anche se generiche, risultano ancora oggi ficcanti. Per quanto si sia voluto ridurre il pensiero del futuro prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede e, poi, Sommo Pontefice, in categorie schematiche e in valutazioni spesso viziate dal pregiudizio, l’argomentazione di Ratzinger sorprende sempre. Che si concordi o meno con le sue ragioni, non si può negare la profondità del suo pensiero, ogniqualvolta ci si liberi da considerazioni estranee all’argomentare stesso.
Anche in questo caso, la ricchezza e l’apertura della visione ci pare senza dubbio degna di essere considerata attentamente.

 1. La situazione del rinnovamento liturgico
Il risultato del concilio di maggiore evidenza è il rinnovamento liturgico. Ma proprio questo rinnovamento liturgico, tanto desiderato ed accolto con tanta gioia, è divenuto per molti versi il segno di contraddizione. Certo: chi si occupa seriamente della realtà della liturgia cristiana, non può dubitare che è avvenuto qui qualcosa di grande e di importante. Respingerà perciò come superficiali ed inadeguate le due obiezioni, che ritornano di continuo contro i due elementi fondamentali del rinnovamento liturgico. Contro l’uso della lingua volgare viene obiettato che sarebbe adeguato al mistero un certo nascondimento in un linguaggio suo proprio, come avviene in tutte le religioni, nelle quali il santo si nasconde così continuamente sotto il velo del mistero; inoltre, proprio questa lingua, come l’unica lingua di tutta la chiesa, è il legame che unisce i continenti e ci rende consapevoli attraverso tutta la terra di essere membri visibilmente dell’unità cattolica, trasformando questa stessa unità nella esperienza diretta del linguaggio comune: una lingua che è anche il filo, che ci riallaccia all’indietro con la preghiera cristiana di tutti i tempi e ci intesse nella moltitudine sconfinata di coloro che prima di noi e con noi hanno lodato e lodano Dio nello stesso modo con un’unica voce. La seconda obiezione si rivolge contro la preminenza assunta dalla comunità, ricordando il sacro silenzio, come più adeguato al mistero che non il tanto parlare; il silenzio, in cui Dio può parlare con più incisività e che permette al singolo di incontrare realmente il suo Signore, mentre la continua regolamentazione di una messa comunitaria con canti e preghiere, stare in piedi, sedersi ed inginocchiarsi, non lascia più tempo per entrare in un tale incontro: la liturgia comincia ad esaurirsi in un affaccendarsi fine a se stesso, e l’esecuzione esterna prende il posto di ciò che è autentico, dell’incontro con il Signore. E, ai margini di riflessioni propriamente teologiche, si aggiunge poi un terzo aspetto: la regolamentazione della celebrazione liturgica comunitaria significa al tempo stesso una specie di attacco iconoclasta alla ricchezza artistica, in cui il passato diede alla lode di Dio nella messa forme di bellezza eterne, sostituite ora da declamazioni, la cui indecorosità estetica non è proporzionata alla grandezza di quanto viene celebrato, né serve all’uomo per trovarvi un accesso migliore, anzi, contribuisce a rendergli impossibile la strada.
Chiunque non sia legato ad un programma irrivedibile, ma sia disposto a ricercare come stiano realmente le cose, vedrà molto in fretta che nelle suddette obiezioni si mescolano argomenti di vario rango e che proprio in questo intreccio si esprime il dilemma della nostra situazione presente. Per prima cosa, non è difficile mostrare che l’argomento del mistero non ha peso, che anzi, tanto quanto il richiamo al silenzio di una pietà individuale che non vuol essere disturbata dalla comunità, si fonda su un fondamentale misconoscimento di ciò che è realmente per sua essenza la celebrazione liturgica cristiana. Volerla misurare con le categorie della storia delle religioni e pretendere di ritrovare e documentare qui in modo analogo i sentimenti relativi, significa esattamente ignorarne la sua realtà vera e propria. La celebrazione liturgica cristiana è per sua essenza annuncio del lieto messaggio di Dio alla comunità presente, l’accettazione di risposta di questa comunità, il comune parlare della chiesa a Dio, un parlare che si intreccia appunto con l’annuncio: l’annuncio di ciò che Cristo ha fatto per noi nella sala dell’ultima cena è al tempo stesso lode di Dio, che attraverso Cristo ha voluto agire in questo modo nei nostri confronti; esso è memoria delle azioni salvifiche di Dio, attraverso la quale ci situiamo cosi nei fatti avvenuti, ma come memoria che celebriamo, come appello a Dio perché a compimento ciò che allora ebbe inizio: professione della fede e della speranza, ringraziamento ed invocazione, annuncio e preghiera insieme. Per questo la liturgia, semplicemente alla luce della struttura del suo linguaggio, è costruita sul rapporto reciproco di io e voi, che si va sciogliendo continuamente nel comune noi della chiesa intera, la quale si presenta attraverso Cristo di fronte al volto di Dio. In una liturgia cosi configurata, il linguaggio non ha il senso di voler nascondere, ma di rivelare, non il senso di un tacere nel silenzio della singola preghiera isolata, ma del convergere verso l’unico noi dei figli di Dio, i quali dicono insieme: Padre nostro. Fu quindi un passo di importanza decisiva il fatto che la riforma liturgica abbia di nuovo deritualizzato la parola e le abbia ridato il suo significato di parola. Comprendiamo solo oggi poco per volta quale vuoto di significato sia stato quel pregare del sacerdote prima del vangelo, l’invocazione che Dio gli mondi il cuore e le labbra così come aveva purificato le labbra del profeta Isaia con carboni ardenti, affinché sia in grado di annunciare degnamente ed in modo adeguato la parola di Dio, questo benché ben sapesse che avrebbe subito dopo bisbigliato la parola di Dio, come la stessa preghiera preliminare, e benché non pensasse affatto ad annunciare questa parola. O pensiamo al sacerdote che diceva Dominus vobiscum, ben sapendo che questo ‘voi’, al quale si rivolgeva il saluto, non esisteva per niente. La parola era stata svuotata in rito, e la riforma liturgica non ha fatto qui nient’altro che ridare valore ai diritti della parola e perciò anche ai diritti della celebrazione liturgica della chiesa ivi compresa. Se Friedrich Heer ha potuto dire recentemente che si dovrebbe conservare la liturgia latina e che il cattolico la dovrebbe trovare dovunque vada – fosse anche su Marte o sulla luna -, così come vuol trovare dovunque il suo Seneca e il suo Omero, allora questo significa allineare la liturgia nel museo del passato, soffocarla nella neutralizzazione estetica e presupporre a priori di non poterla oggi più intendere nel suo significato di accezione originaria. In questo senso, il fatto scandaloso della riforma liturgica consisterebbe nel suo essere così abbastanza ingenua, da intendere ancora la liturgia così come propriamente fu intesa: nel prenderla cioè seriamente per quello che è. Si potrà quindi concludere che nessuno dimostra oggi con altrettanta efficacia, quanto i suoi oppositori, la necessità e il buon diritto della riforma liturgica, poiché ciò che essi difendono e un malinteso della liturgia e ciò che essi dimostrano e perciò il fatto che la forma precedente di liturgia correva il pericolo di far passare il malinteso come la realtà autentica. Chi intuisce queste cose, dovrà al tempo stesso concedere che fa parte della riforma liturgica, fino ad un certo grado, lo scandalo e il malinteso, il disagio. Egli vedrà che non si può giudicare la riforma liturgica dall’aumento o meno di coloro che frequentano la chiesa, ma solo ed unicamente sulla base del suo rispondere alla natura fondamentale della celebrazione liturgica cristiana come tale.

J. Ratzinger, “Il cattolicesimo dopo il Concilio”, Conferenza al “Katholikentag” di Bamberga del 1966, in Id., Il nuovo popolo di Dio. Questioni ecclesiologiche (Biblioteca di teologica contemporanea 7), Brescia 1992, 330-333.

Paolo VI, Bugnini e il Consilium, un dettaglio esemplare ed eloquente al di là di facili pregiudizi (2): un documento inedito

Avevamo già accennato alla questione del segno della croce all’inizio della Messa, se si vuole di secondo piano ma pur sempre significativa, rivelatrice dell’attenzione con cui il Papa Paolo VI seguì l’attuazione della riforma liturgica, terminato il Concilio Vaticano II.https://sacramentumfuturi.wordpress.com/2014/02/13/paolo-vi-bugnini-e-il-consilium-un-dettaglio-esemplare-ed-eloquente-al-di-la-di-facili-pregiudizi/
Di questa problematica possiamo ora documentare più direttamente uno di quei passaggi, grazie ad un documento interno del Consilium (un fascicolo dattiloscritto di comunicazioni, titolato Res Secretariae, antenato di quella che diventerà la rivista ufficiale della Congregazione per il Culto divino Notitiae). Il fascicolo, di tre pagine, redatto dalla Segreteria del Consilium, presenta lo status quaestionis preparato per l’adunanza XI (8-17 ottobre 1968).
Della prima pagina ne alleghiamo il file in pdf, dopo averne offerto una nostra traduzione in italiano.

9 ottobre 1968

Res Secretariae, n. 34

SU ALCUNE ANNOTAZIONI DEL SOMMO PONTEFICE
RIGUARDO L’ORDO MISSAE

Dopo la discussione avuta nella Sessione del mese di Aprile 1968, l’Ordo Missae è stato presentato al Sommo Pontefice con i suggerimenti e le proposte fatte dal “Consilium”, relative alle osservazioni che lo stesso Sommo Pontefice aveva espresso dopo il Sinodo. Il Sommo Pontefice, tuttavia, volle che l’Ordo Missae fosse inviato ai Prefetti delle Congregazioni Romane come pure alla Segreteria della Curia, per chiedere il loro parere. Le risposte quindi ricevute furono fatte conoscere al Sommo Pontefice il giorno 24 luglio 1968.
Il giorno 22 settembre il medesimo Sommo Pontefice trasmise di nuovo alcune osservazioni al “Consilium”, con queste annotazioni: “Si prega di tener conto, con libero e ponderato giudizio, di queste osservazioni”.
E’ da notare che intorno a queste questioni il “Consilium” aveva discusso non solo in una occasione. Sulle singole questioni quindi proponiamo un breve status quaestionis, per rendere il nuovo esame più facile e spedito.

1. Sul segno della croce all’inizio della Messa.
Il testo dell’Ordo Missae approvato dal Consilium recitava così: “Giunto all’altare, fatta con i ministri la debita riverenza, (il sacerdote) si segna con il segno della croce senza dire nulla, quindi venera l’altare con un bacio o un altro segno stabilito dalla Conferenza Episcopale e, secondo l’opportunità, lo incensa. Quindi si reca alla sede”.
Come è noto, il Sommo Pontefice aveva chiesto che il segno della croce si facesse con le parole pronunciate ad alta voce, e con la risposta del popolo. Il “Consilium” ha manifestato diversamente la sua opinione, sostenuta da ragioni che al Sommo Pontefice sono state esposte con le parole della stessa relazione preparata dal Relatore (del gruppo di studio) De ordine Missae, dopo tutta quanta la discussione nella Commissione speciale e nella Sessione plenaria. Avevano aderito al parere 19 Padri, essendo contrari 3, essendosi astenuti 3.
La Segreteria aveva proposto al Sommo Pontefice, su questo punto, che le parole che accompagnano il segno della croce dovessero essere obbligatorie solamente nelle Messe nelle quali capitasse che i canti di ingresso potessero essere omessi, secondo le motivazioni allegate dal “Consilium”.
Ma ora il Sommo Pontefice, di nuovo, annota: “E’ opportuno che la formula ‘In nomine Patris’ sia detta ad alta voce dal sacerdote, con risposta del popolo”.

Res Secretariae, n. 34,