Peccati veniali (?) in un testo sulla confessione…

Da una parte non possiamo che rallegrarci per la possibilità di consultazione online, gratuitamente accessibile a tutti, di una raccolta di studi importante. Dall’altra ci dispiace segnalare delle omissioni ripetute: una leggerezza veniale, se reiterata, diventa più grave? Lasciamo la questione ai teologi moralisti, rimanendo sul piano della scientificità di una pubblicazione. Non abbiamo timore di confessare che la questione ci coinvolge – indirettamente – anche dal punto di vista personale, rammaricandoci; tuttavia ben più dispiacere ci dà constatare ancora una volta che la documentazione della riforma liturgica post-conciliare sia lasciata, per così dire, nell’ombra, non accessibile se non attraverso una mediazione. Ora, per moltissima parte, tale documentazione è ancora inedita e consultabile solo per pochi privilegiati e fortunati. Ma nel caso della riforma della penitenza, no! Pressochè la totalità degli schemi dei due gruppi di studio succedutisi nell’esecuzione del mandato conciliare è stata resa pubblica e disponibile. Non si capisce pertanto come si possa continuare a lasciare in sospeso quanti vogliano prendere visione diretta delle fonti.
Scendiamo nel concreto di un esempio, facendo riferimento ad un articolo pubblicato in un volume che raccoglie gli atti del XXV corso di aggiornamento per docenti di teologia (Roma, 29-31/12/2014) dell’associazione teologica italiana. Estrapoliamo un brano dal contributo di M. Busca, «L’attuazione della riforma della Penitenza voluta dal Concilio Vaticano II», in La Riconciliazione e il suo Sacramento (ed. M. Nardello), Padova – Roma 2015, 161-203; ecco una lunga citazione:

Lo spazio di questo contributo non ci permette una ricostruzione puntuale e dettagliata di tutto l’iter che ha seguito la riforma post-conciliare e ci limitiamo a verificare la congruenza dell’attuazione di tale riforma rispetto alle indicazioni conciliari, rinviando ad altri studi una presentazione più esaustiva dell’argomento.(25)

2.1 Le proposte di riforma del coetus XXIII bis De Paenitentia
In data 14.10.1966 il Consilium ad exsequendam Constitutionem de Sacra Liturgia costituì il coetus XXIII bis, De Rituali Romano III (De Paenitentia) al quale fu richiesto di indagare le fonti occidentali e orientali allo scopo di verificare quale ampiezza di riforma dei riti fosse legittimata dalla Tradizione e, in un secondo momento, di formulare alcune proposte in base al mandato di SC 72. (26) Il testo chiedeva di realizzare la riforma nel duplice aspetto delle formule e dei riti e, precisamente, in direzione di una maggiore evidenziazione della loro natura ecclesiale. Verifichiamo come il coetus ha inteso ottemperare al mandato conciliare….

(25)  Cf. M. BUSCA, Verso un nuovo sistema penitenziale? Studio sulla riforma della riconciliazione dei penitenti, Subsidia CLV 118, Roma 2002; ID., «La Riconciliazione: tra crisi, tentativi di riforma e ripensamento. Lo stato attuale della riflessione teologico-pastorale», in Il sacramento della Penitenza, Glossa, Milano, 2010, 4-73.
(26) Il gruppo era composto dai maggiori specialisti in materia: J. Lécuyer (presidente), F. Nikolasch (segretario), da Z. Alszeghy, P. Anciaux e K. Rahner per la parte dogmatica, C. Floristán e A. Kirchgässner per la competenza pastorale, A. Ligier esperto della tradizione orientale e C. Vogel per gli aspetti storici della tradizione latina. Il coetus elaborò 12 schemi successivi che confluirono nel testo finale: «De Sacramento Paenitentiae», Schemata n. 361, De Paenitentia 12, 31.1.1970, 1-57. Per la ricostruzione puntuale dei lavori del coetus cf. M. BUSCA, Verso…, 95-212.
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Come si vede, dello Schema n. 361 se ne dà notizia, senza però indicare dove si possa consultare. Altre volte l’autore introduce citazioni più o meno corpose attinte da documentazione analoga, e di nuovo dandone solo un’indicazione cui non segue nulla  che possa permetterne la rintracciabilità. Anche per quel che riguarda la «ricostruzione puntuale dei lavori del coetus», non vi è dubbio che lo studio di Busca Verso un nuovo sistema penitenziale rappresenti un lavoro importante e apprezzato: si rimane tuttavia sorpresi e un poco delusi dal constare che l’autore, pur dimostrando l’onore e il merito di avere a disposizione la documentazione relativa, si limiti ad una generica indicazione della fonte, senza assumersi anche l’onere di rendere pubblica l’integralità del testo che cita parzialmente o solo indirettamente.

La delusione aumenta quando si riscontra che tale omissione continua anche anni dopo, pur potendo rinviare ad uno studio il cui pregio maggiore è proprio quello di aver pubblicato il corposo apparato documentario della produzione del Coetus XXIIIbis (1).
Sappiamo per esperienza che l’acquisizione di simile documentazione può essere fortuita, legata ad incontri e a conoscenze particolari, soggetta a condizioni curiose e bizzarre (si tratta talvolta di situazioni analoghe a quelle di una spy-story!), tuttavia ci pare un peccato (grave?) non mettere in comune e disponibile a molti quello che da più parti si è riusciti a trovare. Comprendiamo che si possa rimanere legati a promesse di anonimato o, ancora, si abbia una sorta di gelosia per l’esclusività di accesso a fonti inedite come pure per il prestigio della propria fatica, ma le ragioni della ricerca scientifica dovrebbero prevalere, a beneficio della comunità degli studiosi.

Quanto sarebbe utile e prezioso una sorta di archivio, aperto e pubblico, della produzione del Consilium ad exsequendam Constitutionem de Sacra Liturgia!!

Cosa lo impedisce e chi lo teme? E, all’opposto, come si potrebbe realizzare?


(1) Cf. M. Felini, La parola della riconciliazione (Studia Anselmiana 157 – Analecta liturgia 31), Roma 2013. Simile impostazione, su tutt’altro argomento, la si può trovare in S. Bocchin, La verginità «professata», «celebrata», «confessata» (Bibliotheca «Ephemerides Liturgica» 151), Roma 2009 come pure J. A. Goñi Beásoain, La riforma del año liturgico y del calendario romano tras el Concilio Vaticano II (Bibliotheca «Ephemerides Liturgicae» 157), Roma 2011. Si tratta di studi in cui oltre alla profondità di analisi si apprezza il corposo apparato documentale: il lettore viene messo così in grado di verificare le fonti e di ampliare eventualmente le indagini dell’autore.

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Uno Sposo che è un Signore.

La ministerialità della Chiesa nell’amministrazione del sacramento della riconciliazione è stata compresa e descritta secondo diverse interpretazioni e figure. Possiamo citare fra l’altro l’immagine della compagine ecclesiale come un corpo, ferito e lacerato dai peccati dei suoi membri, che per essere pienamente riconciliati devono fare i conti anche con i danni inferti alla comunità, ed in questo senso si spiega l’espulsione e l’allontanamento dalla piena comunione e tutta una serie di esercizi penitenziali, fino alla nuova accoglienza, vagliato e provato il pentimento. Altra figura che contempla un’esercizio attivo della Chiesa è la comprensione della penitenza come un giudizio, in cui il ministero ecclesiale ha un ruolo ben preciso di indagine, valutazione e comminazione della penitenza e, poi, di assoluzione.

Una lettura, che non esclude le altre, è quella che ci viene dalla lettura patristica dell’Ufficio delle Letture di quest’oggi, venerdì della ventitreesima settimana del tempo Ordinario. In essa, la cooperazione del ministero ecclesiale nella riconciliazione è vista come dote nuziale che Cristo Capo fa alla sua Sposa, da Lui  associata a sé e resa partecipe realmente ed efficacemente al dono della riconciliazione, come uno sposo signorile e galante che non fa nulla senza la sua amata, foss’anche quest’ultima umile di origine e di mezzi: avendola scelta e amandola, la considera – come dice un’odierna formula di benedizione nuziale – pari nella dignità. Un grande cardinale qualche anno fa, diede un simpatico attributo a questo Sposo, che seppur celeste, per temperamento e geloso amore per la sua Chiesa Sposa, potrebbe essere assimilato ad uno sposo meridionale (1).

La metafora sponsale, insieme alle altre visioni, non potrebbe dunque riuscire a dare un nuovo respiro alla teologia del ministero della penitenza?

Lasciamo ora la parola all’autore medioevale:

Due sono le cose che sono riservate a Dio solo: l’onore della confessione e il potere della remissione. A lui noi dobbiamo fare la nostra confessione; da lui dobbiamo aspettarci la remissione. A Dio solo infatti spetta rimettere i peccati e perciò a lui ci si deve confessare. Ma l’Onnipotente, avendo preso in sposa una debole e l’eccelso una di bassa condizione, da schiava ne ha fatto una regina e colei che gli stava sotto i piedi la pose al suo fianco. Uscì infatti dal suo costato, donde la fidanzò a sé.

E come tutte le cose del Padre sono del Figlio e quelle del Figlio sono del Padre, essendo una cosa sola per natura, così lo sposo ha dato tutte le cose sue alla sposa, e lo sposo ha condiviso tutto quello che era della sposa, che pure rese una cosa sola con se stesso e con il Padre. Voglio, dice il Figlio al Padre, pregando per la sposa, che come io e tu siamo una cosa sola, così anch’essi siano una cosa sola con noi (cfr. Gv 17, 21).
Lo sposo pertanto è una cosa sola con il Padre e uno con la sposa; quello che ha trovato di estraneo nella sposa l’ha tolto via, configgendolo alla croce, dove ha portato i peccati di lei sul legno e li ha eliminati per mezzo del legno. Quanto appartiene per natura alla sposa ed è sua dotazione, lo ha assunto e se ne è rivestito; invece ciò che gli appartiene in proprio ed è divino l’ha regalato alla sposa. Egli annullò ciò che era del diavolo, assunse ciò che era dell’uomo, donò ciò che era di Dio. Per questo quanto è della sposa è anche dello sposo.
Ed ecco allora che colui che non commise peccato e sulla cui bocca non fu trovato inganno, può dire: «Pietà di me, o Signore: vengo meno» (Sal 6, 3), perché colui che ha la debolezza di lei, ne abbia anche il pianto e tutto sia comune allo sposo e alla sposa. Da qui l’onore della confessione e il potere della remissione, per cui si deve dire: «Va’ a mostrarti al sacerdote» (Mt 8, 4).
Perciò nulla può rimettere la Chiesa senza Cristo e Cristo non vuol rimettere nulla senza la Chiesa. Nulla può rimettere la Chiesa se non a chi è pentito, cioè a colui che Cristo ha toccato con la sua grazia; Cristo nulla vuol ritenere per perdonato a chi disprezza la Chiesa. «Quello che Dio ha congiunto l’uomo non lo separi. Questo mistero è grande, lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa» (Mt 19, 6; Ef 5, 32). Non voler dunque smembrare il capo dal corpo. Il Cristo non sarebbe più tutto intero. Cristo infatti non è mai intero senza la Chiesa, come la Chiesa non è mai intera senza Cristo. Infatti il Cristo totale ed integro è capo e corpo ad un tempo; per questo dice: «Nessuno è mai salito al cielo fuorché il Figlio dell’uomo che è disceso dal cielo» (Gv 3, 13). Questi è il solo uomo che rimette i peccati.

[Dai Discorsi del Beato Isacco, abate del Monastero della Stella (Disc. 11: PL 194,1728-1729)]

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(1) Il Cardinale Biffi così in una battuta al termine di una sua Conferenza al Meeting per l’amicizia dei popoli di Rimini: «Mi viene in mente di dire una cosa, ma è un po’ grossa, non so se devo dirla, mah! Vorrei darvi un consiglio da amico: cerchiamo di non parlare male della Chiesa, perché la Chiesa è la Sposa di Cristo, al giorno del Giudizio noi dovremo affrontare lo Sposo il quale è un meridionale, eh!»: cf. http://www.tracce.it/?id=266&id2=190&id_n=5220