Povero Natan, da profeta di Dio a giornalista d’inchiesta. Ovvero dell’autorità che pare mancare nella Chiesa

Non volevamo crederci, e abbiamo atteso che qualche commentatore si facesse avanti. Pare, invece, che sia passato sotto silenzio l’azzardato parallelismo fra la missione di Natan presso l’adultero e omicida Re Davide e il lavoro dei giornalisti nella ricerca e denuncia dei drammatici casi di abusi (1). Non ce ne voglia la categoria: non si nega l’importanza e, talvolta, il ruolo decisivo di inchieste giornalistiche nel smascherare casi complicati e occulti, ma che da quella simbolica e profonda vicenda biblica venga assunto questo parallelismo pare un insolito e assai riduttivo appiattimento a categorie mondane.

Il testo della Scrittura lo evidenzia in modo ripetuto: quella di Natan è una missione profetica ispirata da Dio; Natan è sì «inviato speciale», ma non nel senso in cui le testate giornalistiche presentano gli articoli di loro collaboratori, mandati sul campo per capire meglio e raccontare fatti e notizie particolari («dal nostro inviato speciale n.n….»), a meno che non si vogliano intendere le redazioni e i direttori dei mezzi di informazione come «padreterni». Ad essere sinceri, immaginiamo che alla smisurata opinione di sé, che alcuni di loro posseggono, l’accostamento solleticherebbe… Ma torniamo a Natan: i primi versetti del capitolo 12 del secondo libro di Samuele, concettualmente consequenziali agli ultimi del cap. 11, sono quelli tipici e preclari di una chiamata divina: «Il Signore mandò il profeta Natan a Davide, e Natan andò da lui e gli disse…»; Natan parla e agisce con l’autorità divina, con finezza proverbiale smaschera Davide e il male da lui compiuto, in modo che il re possa prenderne coscienza e possa distaccarsene, pentendosi ed essendo disposto a portarne le conseguenze. E proprio per questo, al termine del dialogo con Natan, Davide potrà udire, da parte dello stesso profeta, sorprendenti parole di perdono e misericordia: «Natan rispose a Davide: «Il Signore ha rimosso il tuo peccato…» (2Sam 12,13). Questa dinamica è resa di nuovo evidente dalla prime parole del più celebre dei salmi penitenziali: «Al maestro del coro. Salmo. Di Davide.  Quando il profeta Natan andò da lui, che era andato con Betsabea» (Sal 51,1-2). La missione di Natan è un atto di misericordia, nonostante le parole da lui pronunciate siano terribili e dure. La sua denuncia è una correzione; la riparazione della giustizia infranta dal peccato di Davide sarà il cuore contrito del re peccatore.

C’è dunque ben altro rispetto al mero svelamento di un peccato occulto! Tanto che il meglio della scienza (2) biblica ha individuato in questa vicenda l’esemplificazione principe  di una dinamica giudiziale presente nel popolo di Israele, che nella Sacra Scrittura in più pagine è testimoniata, il cosiddetto rîb. Lo schema e le categorie sono assunte dal mondo forense e del diritto violato, ma traspare in modo altrettanto netto il sottofondo teologico della chiamata alla conversione e dell’offerta della misericordia.

Sono le stesse dinamiche che – crediamo di averlo dimostrato (3) – soggiacciono alle intenzioni di riforma del nuovo rito della penitenza. In questo aspetto, assai più di altri, il Concilio Vaticano II attende ancora di essere attuato!

Se quindi si parla di Natan, ci si inoltra in un contesto penitenziale, nel senso più eminente ed ampio, incluso anche quello sacramentale: la figura del profeta che denuncia il male commesso da Davide reca con sé un portato e una ricchezza teologica e spirituale così rilevante che ci pare davvero un peccato il fatto che possa essere ridotta ad un’immagine ad effetto. Quella che ci pare davvero una banalizzazione mostra fra l’altro – almeno fino a prova contraria – la mancanza di una comprensione del fenomeno alla luce della fede e, in misura ancora più drammatica, la latitanza sconcertante di chi avrebbe l’autorità per parlare come Natan; di quanti, rivestiti di una potestà e di un ministero, dovrebbero accusare con chiarezza il male e chi lo compie, mossi dallo stesso desiderio di Dio, che venga ristabilita la giustizia, che i peccatori si convertano e che le ferite possano essere risanate.

Si chiede giustamente che si rompa il silenzio: che tristezza non sperare che siano profeti e uomini di Dio a farlo! Che sconfitta dover confidare nelle inchieste dei mezzi di informazione!


(1) Cf. il testo ufficiale del Discorso di Papa Francesco alla Curia Romana in occasione della presentazione degli auguri natalizi, qui. I mezzi di informazione non hanno avuto alcun dubbio nell’attribuirsi in toto la citazione papale, che di per sé non è del tutto univoca. Non è del resto giunta nessuna precisazione o smentita del senso che la stampa ha attribuito a quella parte del testo.

(2) Si veda, ad es., https://liturgiaebibbia.com/2015/03/05/amore-eo-accusa-dalla-bibbia-nuova-luce-sul-perdono-e-sulla-sua-celebrazione-sacramentale/

(3) Si possono vedere alcuni post pubblicati da tempo, con gli ulteriori altri rimandi:

 

Il rituale della Penitenza: curiosità, contraddizioni (e soluzioni?)

Nella ricerca in archivio, anche pagine spurie e apparentemente di non primissima importanza, possono comunque offrire dettagli interessanti e preziosi, che giustificano la fatica di ore ed ore di ricerca: dalle pagine ingiallite e raccolte alla meno peggio possono scaturire considerazioni e riflessioni inaspettate, in modo particolare se si possono incrociare e confrontare con altri dati e documenti.

Vediamo allora di mettere in relazioni due pagine di genere, contesto e data del tutto diversi, ma con lo stesso oggetto: il rituale della penitenza riformato dopo il Vaticano II.

Il primo documento si tratta di una lettera riservata di Bugnini a Jounel, che abbiamo trovato appunto fra le carte del liturgista francese. Si tratta di una comunicazione passata a tutti i componenti della commissione che stava preparando il nuovo rituale della Penitenza – di cui mons. Pierre Jounel era parte attivissima, per metterli a parte di novità interessanti e, diciamo noi, per gratificarli un poco, dopo un lavoro difficile e delicato. Ecco il testo, per ciò che ci interessa ora:

Roma, 6 agosto 1973

Al gruppo di studio dell’«Ordo Paenitentiae»

Carissimi,

nell’Udienza concessami il 3 agosto u.s., il Papa mi ha parlato dell’Ordo Paenitentiae. Prima di tutto il Papa ha tenuto a sottolineare che lo schema gli è piaciuto moltissimo per la dottrina sicura, la cultura ampia che manifesta, la spiritualità molto accentuata, la profondità della ricerca. «Fa onore al Dicastero e alla Santa Sede» – ha detto. Ha poi consegnato e commentato al Segretario alcuni suoi appunti personali. […] Poiché alcuni ritocchi sono necessari (il Papa mi ha dato una lista di Sue osservazioni), vale la pena di rimandare un po’ la pubblicazione, ma limare ancora il bellissimo lavoro che avrà una incidenza formidabile sulla vita della Chiesa. […] Per la seconda volta, poi, mi ha fatto elogi del lavoro e mi ha detto: desidero che comunichi i miei voti e la mia particolare benedizione e il mio plauso a quanti vi hanno lavorato.

Poi ha voluto sapere i nomi di quelli che vi hanno lavorato: è stata la prima volta che il Papa mi ha chiesto i nominativi di un gruppo.

Tanto ho creduto bene di comunicarvi, per conforto e speranza. In autunno si terrà un’adunanza del gruppo. Saluti cordialissimi. (1)

 

Proviamo a confrontare tale documento con un articolo apparso nel 2010 in un fascicolo di Rivista di pastorale liturgica dedicato integralmente al sacramento della penitenza e alla sua pastorale:

  1. «La confessione è finita»

Così titolava un articolo apparso su Repubblica del 19 giugno 2009 a firma di Jenner Meletti, una notizia accolta subito con una certa soddisfazione dagli ambienti laicisti.

A parte il titolo a effetto, è una constatazione semplice, eppure incontrovertibile, che tanto la pratica quanto la comprensione del sacramento della Penitenza siano nella chiesa di oggi piuttosto in crisi. La riforma annunciata a suo tempo dal Vaticano II e attuata con la pubblicazione del Rito della Penitenza non è stata in grado di ravvivare l’interpretazione teologica e la prassi di questo sacramento.

(G. Venturi, «Dove stiamo andando?», Rivista di pastorale liturgica  4/2010, 32 (2)

Come si vede, l’assai favorevole apprezzamento del nuovo rituale da parte di Paolo VI e i suoi auspici positivi paiono essere del tutto smentiti dalla prassi successiva.

Cosa pensare di fronte a questa apparente contraddizione? Paolo VI in questo non fu davvero un buon profeta e gli esperti che si adoperarono per la riforma rituale della penitenza mancarono del tutto il loro obiettivo? La difficoltà e la stanchezza in cui giace la prassi celebrativa del quarto sacramento sono ai più evidenti, al di là dei titoli dei giornali (3): non è paradossale che proprio l’unico rituale che secondo il segretario del Consilium ad exsequendam Constitutionem de sacra Liturgia – lui che seguì l’intera opera di riforma post-conciciliare – fu in tal modo apprezzato e lodato dal Pontefice, alla prova della prassi si sia rivelato quello dall’attuazione pratica più fallimentare?

La sintesi, ci pare, può essere trovata nel riconoscere che alcuni principi fondamentali del rituale non furono – e non lo sono tuttora! – compresi e recepiti. Oltre alla sterile lamentela o all’ormai ripetitiva richiesta di ulteriore riforma del rituale, sembra più saggio ritornare a studiare sul serio quanto Bugnini e Jounel avevano fra le mani, nell’agosto del 1973…

A tale argomento abbiamo dedicato diversi post e, come sapranno i lettori più attenti, la ricerca dottorale. Rimandiamo pertanto a tali pagine, senza appesantire oltremodo la presente. Prossimamente, invece, ci soffermeremo su altri aspetti presenti nella lettera  di Bugnini citata più sopra.


(1) Sacra Congregatio pro Culto Divino, Corrispondenza Bugnini – Jounel, Lettera riservata (prot. n. 1127/73): Fondo Jounel, Archivio del Centre National de Pastorale Liturgique (Parigi); tale era l’ubicazione del fondo all’epoca della nostra consultazione. In questi ultimi anni la documentazione è stata riversata presso il Centre National des Archives de l’Église de France, Issy-Les-Moulineaux, Paris.

(2) Cf. qui.

(3) Cf. il recente libretto di Aldo Maria Valli, C’era una volta la Confessione. Inchiesta su un sacramento in crisi, Milano 2016.

Uno Sposo che è un Signore.

La ministerialità della Chiesa nell’amministrazione del sacramento della riconciliazione è stata compresa e descritta secondo diverse interpretazioni e figure. Possiamo citare fra l’altro l’immagine della compagine ecclesiale come un corpo, ferito e lacerato dai peccati dei suoi membri, che per essere pienamente riconciliati devono fare i conti anche con i danni inferti alla comunità, ed in questo senso si spiega l’espulsione e l’allontanamento dalla piena comunione e tutta una serie di esercizi penitenziali, fino alla nuova accoglienza, vagliato e provato il pentimento. Altra figura che contempla un’esercizio attivo della Chiesa è la comprensione della penitenza come un giudizio, in cui il ministero ecclesiale ha un ruolo ben preciso di indagine, valutazione e comminazione della penitenza e, poi, di assoluzione.

Una lettura, che non esclude le altre, è quella che ci viene dalla lettura patristica dell’Ufficio delle Letture di quest’oggi, venerdì della ventitreesima settimana del tempo Ordinario. In essa, la cooperazione del ministero ecclesiale nella riconciliazione è vista come dote nuziale che Cristo Capo fa alla sua Sposa, da Lui  associata a sé e resa partecipe realmente ed efficacemente al dono della riconciliazione, come uno sposo signorile e galante che non fa nulla senza la sua amata, foss’anche quest’ultima umile di origine e di mezzi: avendola scelta e amandola, la considera – come dice un’odierna formula di benedizione nuziale – pari nella dignità. Un grande cardinale qualche anno fa, diede un simpatico attributo a questo Sposo, che seppur celeste, per temperamento e geloso amore per la sua Chiesa Sposa, potrebbe essere assimilato ad uno sposo meridionale (1).

La metafora sponsale, insieme alle altre visioni, non potrebbe dunque riuscire a dare un nuovo respiro alla teologia del ministero della penitenza?

Lasciamo ora la parola all’autore medioevale:

Due sono le cose che sono riservate a Dio solo: l’onore della confessione e il potere della remissione. A lui noi dobbiamo fare la nostra confessione; da lui dobbiamo aspettarci la remissione. A Dio solo infatti spetta rimettere i peccati e perciò a lui ci si deve confessare. Ma l’Onnipotente, avendo preso in sposa una debole e l’eccelso una di bassa condizione, da schiava ne ha fatto una regina e colei che gli stava sotto i piedi la pose al suo fianco. Uscì infatti dal suo costato, donde la fidanzò a sé.

E come tutte le cose del Padre sono del Figlio e quelle del Figlio sono del Padre, essendo una cosa sola per natura, così lo sposo ha dato tutte le cose sue alla sposa, e lo sposo ha condiviso tutto quello che era della sposa, che pure rese una cosa sola con se stesso e con il Padre. Voglio, dice il Figlio al Padre, pregando per la sposa, che come io e tu siamo una cosa sola, così anch’essi siano una cosa sola con noi (cfr. Gv 17, 21).
Lo sposo pertanto è una cosa sola con il Padre e uno con la sposa; quello che ha trovato di estraneo nella sposa l’ha tolto via, configgendolo alla croce, dove ha portato i peccati di lei sul legno e li ha eliminati per mezzo del legno. Quanto appartiene per natura alla sposa ed è sua dotazione, lo ha assunto e se ne è rivestito; invece ciò che gli appartiene in proprio ed è divino l’ha regalato alla sposa. Egli annullò ciò che era del diavolo, assunse ciò che era dell’uomo, donò ciò che era di Dio. Per questo quanto è della sposa è anche dello sposo.
Ed ecco allora che colui che non commise peccato e sulla cui bocca non fu trovato inganno, può dire: «Pietà di me, o Signore: vengo meno» (Sal 6, 3), perché colui che ha la debolezza di lei, ne abbia anche il pianto e tutto sia comune allo sposo e alla sposa. Da qui l’onore della confessione e il potere della remissione, per cui si deve dire: «Va’ a mostrarti al sacerdote» (Mt 8, 4).
Perciò nulla può rimettere la Chiesa senza Cristo e Cristo non vuol rimettere nulla senza la Chiesa. Nulla può rimettere la Chiesa se non a chi è pentito, cioè a colui che Cristo ha toccato con la sua grazia; Cristo nulla vuol ritenere per perdonato a chi disprezza la Chiesa. «Quello che Dio ha congiunto l’uomo non lo separi. Questo mistero è grande, lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa» (Mt 19, 6; Ef 5, 32). Non voler dunque smembrare il capo dal corpo. Il Cristo non sarebbe più tutto intero. Cristo infatti non è mai intero senza la Chiesa, come la Chiesa non è mai intera senza Cristo. Infatti il Cristo totale ed integro è capo e corpo ad un tempo; per questo dice: «Nessuno è mai salito al cielo fuorché il Figlio dell’uomo che è disceso dal cielo» (Gv 3, 13). Questi è il solo uomo che rimette i peccati.

[Dai Discorsi del Beato Isacco, abate del Monastero della Stella (Disc. 11: PL 194,1728-1729)]

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(1) Il Cardinale Biffi così in una battuta al termine di una sua Conferenza al Meeting per l’amicizia dei popoli di Rimini: «Mi viene in mente di dire una cosa, ma è un po’ grossa, non so se devo dirla, mah! Vorrei darvi un consiglio da amico: cerchiamo di non parlare male della Chiesa, perché la Chiesa è la Sposa di Cristo, al giorno del Giudizio noi dovremo affrontare lo Sposo il quale è un meridionale, eh!»: cf. http://www.tracce.it/?id=266&id2=190&id_n=5220

Amore e/o accusa? Dalla Bibbia nuova luce sul perdono, e sulla sua celebrazione sacramentale.

Si è mostrato in molti esempi quanto importante sia per la liturgia una lettura integrale della Sacra Scrittura, una sua interpretazione secondo il tutto – una lettura cattolica, potremmo dire -, capace di spaziare dall’Uno all’Altro Testamento, aperta alle realtà naturali e alle intuizioni dei Padri.

In questo breve post si vorrebbe presentare un contributo assai interessante di alcuni giovani biblisiti, discepoli del prof. Bovati (Pontificio Istituto Biblico), che mostra la fecondità di un’intuizione globale, pur nell’analisi minuziosa di aspetti particolari. La chiave ermeneutica proposta è un procedimento giuridico bilaterale, una struttura che emerge da parecchie pagine della Sacra Scrittura, dagli esegeti denominata rîb. Nella nostra ricerca sul sacramento della Penitenza abbiamo scoperto sorprendenti relazioni fra questa struttura biblica e le indicazioni del rituale odierno (cf. https://sacramentumfuturi.wordpress.com/2014/09/24/la-parola-della-riconciliazione-3/ ).

Avendo trovato, in formato pdf, un estratto dell’interessante libro, lo riproponiamo qui, assai volentieri.

???????????????????http://www.cittadellaeditrice.com/allegati/cucca_estratto.pdf

“Non ti infastidire, Pietro…”

E’ innegabile che nel penitente che si accosti al sacramento della riconciliazione possa trovarsi qualche imbarazzo o qualche fastidio, nel richiamare alla memoria e denunciare il male commesso, come pure una certa vergogna di fronte al confessore… A questo proposito pare assai pertinente il commento di  sant’Agostino (Discorso 253, Nei giorni di Pasqua, 1)  ad uno dei passaggi del brano del Vangelo della Liturgia eucaristica di oggi, venerdì della settima settimana di Pasqua: Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: “Mi vuoi bene?”, e gli disse: “Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene”…(Gv 21,17b)

Perché ti rattristi, o Pietro, se per tre volte devi confermare l’amore? Hai dimenticato le tre volte che avesti timore? Lascia che il Signore ti interroghi! Chi ti interroga è un medico e, se ti interroga, è per guarirti. Non t’infastidire! Attendi. Si compia il numero delle dichiarazioni di amore, perché si cancelli il numero delle negazioni.. [Quid contristaris, Petre? Quia ter respondes amorem? Oblitus es trinum timorem? Sine interroget te Dominus, medicus est qui te interrogat, ad sanitatem pertinet quod interrogat. Noli taedio affici. Exspecta: impletur e numerus dilectionis ut deleat numerum negationis].

Cf. http://www.augustinus.it/italiano/discorsi/discorso_351_testo.htm

La domanda del Signore sulla tomba di Lazzaro: “un’antica consuetudine”?

La domanda di Cristo che avevamo posto come titolo del precedente post, “Dove l’avete posto?”, ha incuriosito i Padri. Così sant’Agostino: “Sapevi che era morto, e non sapevi dove era stato sepolto?”, riferendosi alla prima parte del capitolo 11, in cui il Signore mostra di essere ben consapevole di quello che stava succedendo a Betania, ancora prima di recarvisi. Eccoli allora alla ricerca di un significato più profondo: la domanda posta in tal modo e in quel momento, a loro pare proprio un indizio da non potersi lasciar sfuggire.
Continuiamo con sant’Agostino: «E disse: dove l’avete deposto? Sapevi che era morto, e non sapevi dove era stato sepolto? Questo significa che Dio quasi non conosce più l’uomo che si è perduto in questa maniera. Non ho osato dire: non conosce. Ho detto quasi, perché in effetti non c’è nulla che Dio non conosca. La prova che Dio quasi non conoscerà più l’uomo perduto si trova nelle parole che il Signore pronuncerà nel giudizio: Non vi conosco; allontanatevi da me! (Mt 7, 23). Che significa non vi conosco? Significa: non vi vedo nella mia luce, non vi vedo nella giustizia che io conosco. Così anche qui, come se egli non conoscesse più un così grande peccatore, dice: Dove l’avete deposto? Così si era espressa la voce di Dio nel paradiso dopo che l’uomo peccò: Adamo dove sei? (Gn 3, 9). Gli dicono: Signore, vieni e vedi. Che vuol dire: vedi? Vuol dire: abbi pietà. Il Signore infatti vede allorché usa misericordia. Per questo col salmista gli diciamo: Vedi la mia miseria, la mia pena, e perdona tutti i miei peccati (Sal 24, 18)» (Commento al Vangelo di Giovanni 49,20).

Troviamo, di nuovo, il riferimento alla Genesi, anche in un brano, diversissimo per tipologia e per provenienza, di Romano il Melode: “Nel frattempo il Plasmatore era giunto alla tomba di colui a causa del quale là si trovava, dopo che era stato deposto: per pura ironia egli ciò domandò, perché egli stesso aveva fatto l’uomo con la propria mano. Dicendo: ‘Dove riposa Lazzaro?’ egli vuole sapere quanto già sapeva. Come aveva detto un tempo: ‘Dove sei, Adamo?’, così allora diceva: ‘Dov’è Lazzaro?’, lui che un momento prima aveva detto a Marta: ‘Risusciterà, si alzerà dicendo: Tu sei la vita e la risurrezione’. (Romano il Melode, Inno XXIX,17).

L’osservazione più acuta la fa però Cromazio di Aquileia: “Forse che il Signore poteva ignorare dove era stato deposto Lazzaro, lui che sebbene assente, aveva preannunziato la morte di Lazzaro..[…]. Ma così facendo si attenne a un’antica consuetudine. Infatti allo stesso modo chiese ad Adamo: ‘Dove sei?’. Egli interrogò Adamo non perché ignorava dove si trovasse, ma perché Adamo confessasse il suo peccato con le proprie labbra e potesse così meritarne il perdono” (Cromazio di Aquileia, Sermo 27,1-4).

E’ davvero mirabile questa capacità di rendere viva la Scrittura, in una lettura unitaria di Antico e Nuovo Testamento insieme all’attualizzazione liturgica degli stessi misteri.
Non pretendiamo di concludere con un’affermazione stringente, ma possiamo comunque constatare quanto sia distante quella comprensione dogmatico-sacramentaria che vede nella necessità della confessione dettagliata, per numero e specie, dei peccati perché il confessore-giudice possa emettere un giudizio giusto e comminare un’adeguata penitenza.
Non c’è forse una ricchezza da recuperare, nella nostra modalità di intendere e di celebrare la penitenza?

cf. i post precedenti:

 – https://sacramentumfuturi.wordpress.com/2014/01/15/chi-chiama-sta-per-salvare/

https://sacramentumfuturi.wordpress.com/2014/04/04/dove-lavete-posto-gv-1134-ancora-su-lazzaro-e-il-perdono-dei-peccati/

https://sacramentumfuturi.wordpress.com/2014/04/03/audiamus-et-resurgamus-lepisodio-di-lazzaro-in-rilettura-agostiniana-verita-dimenticate-del-ministero-della-predicazione-e-della-riconciliazione/

“Dove l’avete posto?” (Gv 11,34). Ancora su Lazzaro e il perdono dei peccati.

Dopo alcuni testi agostiniani (cf. l’articolo precedente “Audiamus, et resurgamus”), presentiamo in questo post un altro riferimento all’episodio della resurrezione di Lazzaro, questa volta proveniente dal trattato di Sant’Ambroio sulla Penitenza.

Alcuni storici della liturgia vedono nel passaggio, che evidenziamo più sotto, un indizio di una particolarità della liturgia di Milano rispetto alle altre liturgie occidentali. La domanda “Tra quali peccatori si trova, in quale categoria di penitenti?” attesterebbe una prassi che, conosciuta e documentata in oriente, non può essere precisata per le chiese dell’occidente: la suddivisione dei penitenti, di per sé già raggruppati in una categoria a parte nella comunità ecclesiale, in classi o ordini, a seconda del tempo passato in penitenza, con diversi gradi di partecipazione alle assemblee liturgiche. I flentes, i piangenti, rimanevano fuori dalla chiesa a gemere e a chiedere preghiere, gli audientes, invece, potevano essere ammessi all’ascolto della Parola di Dio, ma erano congedati dopo l’omelia; in alcune chiese i penitenti rimanevano nella liturgia, distinguendosi dai fedeli con il rimanere prostrati tutto il tempo, altri invece rimanevano in piedi (stantes), pur non potendo partecipare alla comunione eucaristica.

Al di là di questi particolari, è assai interessante il fatto che anche Ambrogio rilegge l’episodio di Lazzaro in relazione alla penitenza. Possiamo sottolineare: l’invito a non temere, per disperazione o vergogna, il riconoscimento e la confessione delle proprie colpe; il pianto e l’intercessione di tutta la chiesa per i peccatori, aspetto – questo – assai trascurato oggi, eppure costante nella tradizione liturgica ed ecclesiale; infine troviamo anche in Ambrogio l’osservazione di come Cristo si serva anche dei circostanti per compiere il miracolo. Se Agostino vedeva nello scioglimento delle bende l’immagine del ministero ecclesiale, Ambrogio sottolinea il fatto che non è Cristo a rimuovere la pietra, ma ordina ad altri di toglierla dall’ingresso del sepolcro.
Lasciamo parlare il santo vescovo di Milano:

«Perché temi di confessare le tue iniquità al Signore, che è buono? […] A chi è ancora colpevole di peccato si propongono le ricompense della giustificazione: infatti viene giustificato chi riconosce spontaneamente il proprio misfatto. […] Il Signore conosce tutto, ma attende che tu parli, non per punirti, ma per concederti il perdono. Non vuole che il diavolo ti oltraggi e ti smascheri mentre cerchi di nascondere i tuoi peccati. Previeni il tuo accusatore; se sarai tu ad accusarti, non dovrai temere nessun accusatore; se ti denunzierai da te, anche se sarai morto, rivivrai. Cristo verrà alla tua tomba, e se vedrà piangere per te Marta, donna impegnata in un premuroso servizio, piangere Maria, che ascoltava la parola di Dio come la santa Chiesa, che ha scelto per sè la parte migliore, sarà mosso dalla compassione; quando vedrà che moltissimi piangono per la tua morte, chiederà: Dove lo avete messo?, cioè tra quali peccatori si trova, in quale categoria di penitenti? (in quo reorum statu est, in quo paenitentium ordine?). […] Verrà, dunque, e ordinerà di togliere la pietra che la caducità ha posto sul collo dei peccatori. Avrebbe potuto rimuoverla con un ordine impartito dalla sua parola [….] Preferì invece comandare a uomini di rimuovere la pietra nella realtà, affinché increduli credessero ciò che vedevano e osservassero il morto risorgere; in figura invece, per indicare che egli ci concedeva di scuotere il carico dei peccati che, come enormi pesi, gravavano sui colpevoli. Tocca a noi rimuovere il carico, spetta a lui risuscitare, a lui trarre dalla tomba quelli che erano stati liberati dai loro legami (in typo autem, quod nobis donaret, ut levaremus delictorum onera, moles quasdam reorum. Nostrum est onera removere, illius est resuscitare, illius educere de sepulchris exutos vinculis). […] Vieni fuori, cioè: tu che giaci nelle tenebre del rimorso e nella sozzura delle tue colpe, come in una prigione riservata ai peccatori, vieni fuori, confessa il tuo peccato, per essere giustificato. […] Se, all’invito di Cristo, tu confesserai, si spezzeranno i chiavistelli, si scioglieranno tutti i legami, quantunque il fetore del corpo corrotto sia terribile. […] E il morto si leva, e a coloro che sono ancora soggetti al peccato si dà ordine di sciogliere i suoi legami, di togliere dalla faccia il sudario, il quale oscurava la verità della grazia che aveva ricevuto. Ma siccome era stato perdonato, ha l’ordine di scoprire la faccia, di mostrare il volto: non ha di che arrossire colui al quale il peccato è stato rimesso (non habet enim, quod erubescat, cui peccatum remissum est).

Ambrogio, La penitenza, II, 7, 52-58.

P.S. Da notare l’ultimo passaggio: “non ha di che arrossire…”. In un momento importante della storia liturgica della penitenza, vi fu chi riteneva che la vergogna, l’erubescentia, fosse la vera penitenza che salva il peccatore, e l’accusa dei peccati diventava l’elemento principale del rito della penitenza. Ma, per ora, fermiamoci qui.