Paolo VI santo, finalmente rasserenato. Un altro piccolo segno

Con la canonizzazione di un suo figlio, la Chiesa proclama solennemente la certezza che esso sia ammesso alla beatitudine del Paradiso. Prossimamente, tale pronunciamento riguarderà il beato Paolo VI. Possiamo senza alcun dubbio ritenerlo, dunque, concittadino dei santi e partecipe della liturgia del cielo, con la speranza che cessino giudizi malevoli e si smetta di gettare ombre e insinuazioni sulla sua vita e sul suo pontificato, pur tribolato e complesso.

Le cose del cielo non sono affatto separate e totalmente altre rispetto agli accidenti di quaggiù e pertanto, anche questa volta, eventi su piani diversi si intersecano curiosamente e provvidenzialmente. Quasi in contemporanea all’annuncio della canonizzazione, papa Francesco ha decretato l’obbligatorietà della memoria liturgica di Maria Madre della Chiesa per tutto il rito latino, inserendola nel calendario il lunedì dopo la solennità di Pentecoste. «E’ evidente il nesso tra la vitalità della Chiesa della Pentecoste e la sollecitudine materna di Maria nei suoi confronti», afferma il commento del Prefetto della Congregazione del Culto al testo del decreto, continuando poi così: «Nei testi della Messa e dell’Ufficio il testo di At 1,12-14 illumina la celebrazione liturgica». Questo sembra centrare ancora molto poco Paolo VI. Eppure, si tratta di una questione non del tutto irrilevante. Infatti, intorno al lunedì dopo Pentecoste – e ai giorni seguenti -, è stata montata una polemica importante concernente la riforma liturgica, in questo caso più specificamente la riforma del calendario e dell’anno liturgico. La posizione di Paolo VI fu resa pubblica in modo chiaro ed esauriente in occasione della sua beatificazione (cf. qui). Infatti si resero accessibili alcune carte e documentazione che ricostruivano impressioni, pareri e, poi, decisioni, dell’allora Pontefice, a proposito della soppressione dell’Ottava di Pentecoste e dei relativi formulari. Da quelle testimonianze si evince come Papa Montini seguisse ben da vicino il lavoro del Consilium, avendone confronti franchi e aperti, confortati da pareri e impressioni anche di personalità esterne, con cui corroborava le sue convinzioni e sensibilità. Sappiamo quanto gli costò la soppressione dell’Ottava di Pentecoste, ed espresse esplicitamente il suo disagio e la sua difficoltà fino al turbamento a proposito del lunedì dopo Pentecoste, primo giorno di feria del tempo ordinario dopo il lungo spazio temporale della quaresima e della cinquantina pasquale.

Ora, – possiamo dirlo in tono scherzoso – sarà del tutto soddisfatto: un suo successore lo sta per annoverare nel numero dei santi e il lunedì dopo la Pentecoste avrà una veste liturgica rinnovata. L’integrità della Cinquantina pasquale è rimasta inalterata, ma il passaggio al tempo ordinario parebbe adesso meno brusco. E’ proprio vero, i santi fanno miracoli!

Che questo piccolo segno aiuti tutti noi nell’approfondimento della riforma liturgica.

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(Dis)sapori protestanti? Reazioni curiali? No, la Cattolica tutti tiene in sé.

Nel post precedente [www.sacramentumfuturi.wordpress.com/2015/06/23/la-costituzione-vuole-anche-gli-insospettabili-inciampano-sullermeneutica-di-sacrosanctum-concilium/] abbiamo sottolineato una questione di metodo, ora possiamo soffermarci un pochino anche sul contenuto di quanto p. Antonelli osservava a proposito delle celebrazioni della Parola di Dio. Senza però addentrarci in problematiche liturgico-teologiche, preferiamo ora accostare indizi e testimonianze di tipo storico, per far luce su alcune delle dinamiche che più infiammarono, nell’ambito liturgico, il periodo successivo all’approvazione di Sacrosanctum Concilium: la questione dei rapporti fra la Sacra Congregazione dei Riti e il nuovissimo istituto del Consilium ad exsequendam Constitutionem de sacra Liturgia.

Nell’ottava sezione dell’opera di Bugnini sulla riforma liturgica (1), abbiamo tracciata, per sommi capi, la storia della redazione della prima Istruzione per l’applicazione di SC, l’Istruzione Inter Oecumenici. Le bozze dell’Istruzione furono preparate dal Consilium e dai suoi esperti, e il 21 giugno 1964 furono presentate a Paolo VI, il quale, dopo qualche giorno le consegnò al prefetto dei Riti, perché anche la Congregazione ponesse le sue osservazioni. La risposta fu consegnata al Papa il 23 luglio, in un dossier di 34 pagine. Ovviamente, le osservazioni furono portate a conoscenza del Consilium.

Bugnini, di questo dossier, riporta una sintesi e alcuni passaggi, fra i quali qualche riga relativa alla nostra questione:

«Si mostrava perplessità per le celebrazioni della parola di Dio, al cui riguardo si osservava: “Nei paesi di fede cattolica devono essere regolate con prudenza, perché facilmente possono svolgersi in un’atmosfera di sapore protestante. Per togliere questa impressione e per terminare fruttuosamente, secondo lo spirito della Chiesa, queste celebrazioni, sarebbe opportuno chiuderle con la benedizione eucaristica. Basterebbe aggiungere alla fine di questo n. 36: ‘Praestat ut hae verbi Dei celebrationes eucharistica benedictione absolvantur’.”» (2).

Bugnini riporta in nota un’altra importante informazione: «Il Papa segnò questa osservazione con due punti interrogativi e dei punti esclamativi e cancellando con due righe trasversali l’ultimo periodo» (3).

Chissà in quale archivio sarà conservato il fascicolo con le annotazioni del Papa!

Noi abbiamo avuto la possibilità di visionare il dossier con le controproposte e le osservazioni del Consilium a quanto la Congregazione aveva rilevato:

«n. 36 SRC: Le celebrazioni della parola di Dio “facilmente possono svolgersi in un’atmosfera di sapore protestante”;” sarebbe opportuno chiuderle con la benedizione eucaristica”.

Risposta: Dire che una celebrazione della parola di Dio senza la benedizione eucaristica ha “sapore protestante” ci sembra… troppo! Fissare per legge che debbano terminare con la benedizione eucaristica, non sembra necessario. Qualche volta potrà farsi; qualche volta come in Quaresima, potrebbero chiudersi con un atto di adorazione alla S. Croce; altre volte, senza particolari aggiunte. E’ preferibile lasciare elasticità di adattamento secondo le circostanze» (4).

Confrontando tutti i documenti e tutte le testimonianze parrebbe possibile individuare in p. Antonelli (5) l’autore delle osservazioni circa il sapore protestante delle celebrazioni della Parola senza l’auspicata benedizione eucaristica. La sua proposta, sappiamo, non venne recepita nel testo dell’Istruzione.

Eppure, nel suo commento alla Costituzione conciliare che abbiamo citato nel post precedente, era lui stesso a stigmatizzare la sottovalutazione della Sacra Scrittura nella vita liturgica, vista come reazione post-tridentina ai Protestanti!

Ci fermiamo qui, alle citazioni dei testi e dei documenti, senza avventurarci in giudizi che non possiamo e non vogliamo dare. Non possiamo pensare che Antonelli sia stato un reazionario né che Bugnini sia stato un protestante. Crediamo che abbiamo cercato di servire come meglio possibile la liturgia della Chiesa, e che nell’iter faticoso delle discussioni e delle proposte, il Papa Paolo VI sia riuscito a tenere insieme collaboratori e istituzioni con diverse prospettive e sensibilità, armonizzandole cattolicamente. Altroché sapore protestante, in queste discussioni che talora ebbero il sapore, persino, di piccole ripicche e gelosie, noi vediamo risplendere lo splendore della Madre Chiesa Cattolica e universale.

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(1) A. Bugnini, La riforma liturgica (1948-1975) (Bibliotheca «Ephemerides Liturgicae» «Subsidia» 30), Roma 1997².

(2) Bugnini, La riforma…, 800-801.

(3) Bugnini, La riforma..., 801.

(4) CONSILIUM AD EXSEQUENDAM CONSTITUTIONEM DE SACRA LITURGIA (prot. n. 1925/64), Rilievi alle osservazioni della Sacra Congregazione dei Riti circa Instructio ad exsecutionem Constitutionis de sacra Liturgia rete ordinanda, (31 agosto 1964), Archivio Lercaro, AGL.A. CCCXLVII (1961-1968), f. 15.

(5) Padre Antonelli allora era Promotore generale della Fede nella Sacra Congregazione dei Riti.

Da un santo riconosciuto ad un prossimissimo beato, intorno al vero fine della Liturgia.

Potrebbe essere un’interessante prospettiva ermeneutica della figura e della statura del Beato Paolo VI rileggere l’intervento dell’allora Arcivescovo di Milano sullo schema di Costituzione liturgica, durante la IV Congregazione generale del Concilio Vaticano II (22 ottobre 1962). Un discorso assai significativo, con espressioni e contenuti assai decisi. E con una profezia inconsapevole, che riprese da Sant’Agostino.

Per il momento postiamo solo il testo latino (non abbiamo tempo oggi per una traduzione, e ce ne scusiamo con i lettori impossibilitati a comprendere pienamente il testo latino) e, alla fine , un passaggio di un commento recente.

Liceat mihi quoque, ut metropolitae regionis Logobardiae et moderatori ritus ambrosiani, votum proferre, quo schema propositum quoad substantiam aperte approbem et hunc Patrum coetum amplissimum rogem, ut principio faveat, quo totum schema mihi videtur inniti: hoc principium eo spectat ut S. Liturgiae maxima efficacia pastoralis tribuatur.

Etenim schema videtur magnopere commendari propter ea quae in par. 5 affirmantur, scilicet: Licet sacra Liturgia non amplectatur totum ambitum actionis Ecclesiae, est tamen in suo centro, quod est Divinum Eucharistiae Sacrificium, culmen ad quod omnia tendere debent, et simul a quo omnia procedunt.

In hoc igitur schemate de sacra Liturgia, si totum spectetur, vera quaedam aequabilitas habetur, ut opinor, inter duas sententias, quae pariter fini pastorali Concilii officiunt, scilicet:

1. Schema non est huiusmodi ut cedatur iis, qui cum levitate animi et ad suum arbitrium innovationes inducere volunt, vel, quod peius est, hoc modo damnum inferunt rebus divinis et humanis, magni aestimandis, quae in sacra Liturgia continentur et ad gentem christianam per tot saeculorum decursum transmissae sunt, germanae huius traditionis unitate, quoad substantiam, servata. Ii qui ritum ambrosianum sequuntur, peculiari ratione, ad hoc quod attinet, se fideles praebere cupiunt.

2. Schema insuper non favet opinioni eorum, qui asserunt ritum debere esse omnino immutabilem, seu qui caerimoniis historia traditis nimis adhaerent et formam, qua cultus exprimitur, praeferunt ei, quod hac ipsa forma essentialiter significatur [hoc autem eo pertinet, ut inter Deum et animam, inter Deum et communitatem christifidelium intimae rationes intercedant. Illi vero ignorare videntur mutationes et necessitates gravissimas quae in vita hominum recentissima hac aetate ortae sunt].

Itaque propositum schema efficere videtur, ut duabus rebus constanter inhaereatur: essentiae ipsius Liturgiae, quae omnino defendi debet atque servari, et formae traditae seu hìstoricae, scilicet modo, quo celebratio divinorum mysteriorum quasi vestitur; quae quidem forma mutari potest, prudenter tamen sapienterque et ad aptiores rationes revocari. Schema igitur nequaquam imminuit cultus catholici patrimonium divinum et a maioribus acceptum, sed permittit et suadet, ut commissiones post Concilium instituendae — in quibus etiam episcopi qui pastores sunt animarum, praesentes esse debent — idem patrimonium reddant planius, magis comprehensibile et utilius hominibus nostrae aetatis, quibus ut pastores ex conscientia officio obligamur.

Etenim propter onus nostri, quo traditionem formarum ecclesiasticarum tueri debemus, nihil detrahere licet de obligatione etiam maiori, qua tum Deo et Christo, tum populo christiano et hominibus temporum nostrorum devincimur. Novimus enim societatem hanc nostram, tanto in discrimine versantem quoad religionem, praesertim ope verbi liturgici hodie ad Christum, ad Ecclesiam, ad salutem pervenire posse.

Hoc recogitandum est, maxime cum agitur cle lingua in cultu adhibenda, usus linguae antiquae et a maioribus traditae, videlicet linguae latinae pro Ecclesia latina, firmus sic ac stabilis in iis partibus ritus quae sunt sacramentales ac proprie vereque sacerdotales. Hoc ideo fieri debet, ut unitas Corporis Mystici orantis [et] accuratio sacrarum formularum religiose serventur. Tamen ad populum quod attinet, quaevis difficultas intelligendi auferatur in partibus didacticis sacrae Liturgiae, ac detur fidelibus quoque facultas exprimendi verbis comprehensibilibus preces suas, quas Deo adhibent.

Non enim licet nobis oblivisci quod S. Paulus in cap. 14, 1 Cor. diserte docet, scilicet affirmat eum qui orat in Ecclesia, mente intelligere debere id, quod ore efferat et respondere «Amen» scientem quid dicat. Liturgia nempe pro hominibus est instituta, non homines pro Liturgia. Ipsa est precatio communitatis christianae; si cupimus, ne haec communitas templa nostra deserat, sed ut eo libenter accedat ibique ad interiorem animae vitam formetur et fidem suam digne exprimat, prudenter, sed sine mora et cunctatione, amoveri debet impedimentum linguae quae intelligi nequit, vel admodum paucis tantum est accommodata, quaeque gentem nostram non ad participandum cultum divinum allicit, sed ab eo abalienat, quemadmodum egregie enuntiatur in par. 24 constitutionis examinandae.

Sententiae Sancti Augustini meminisse vanum non erit, quae monet: Melius est reprehendant nos grammatici, quam non intelligant populi (in PS. 138, 20).

Item laudandum mihi videtur principium vi cuius caerimoniae in simpliciorem formam redigendae sint, non ad minuendam cultus pulchritudinem et uberem significationem, sed ad efficiendum ut caerimoniarum brevitati recte consulatur et repetitiones omnesque implicationes vitentur; quo principio reformatio liturgica, quae annuntiatur, innititur, idemque indoli hominum, etiam piorum ac fidelium, qui nostra aetate sunt, valde congruit.

Quasdam autem animadversiones peculiares scripto consignatas mihi addere placet, quae commissioni ad quam spectat proponuntur, illam imprimis, quae respicit Liturgias religiosorum; optarem enim ut pag. 169 post par. 32 mentio fiat vel nova paragraphus inducatur de liturgiis, rite recognitis, si opus fuerit, religiosorum exemptorum ob historicum earum momentum et spiritualem dignitatem.

[Quoad schema constitutionis de S. Liturgia haec mihi videntur peculiari ratione animadvertenda: pag. 167, par. 25: Una conficiatur S. Scripturae authentica versio in singulos sermones vulgares, qua omnes uti debeant sive in liturgicis ritibus sive in catechesi tradenda. Pag. 169, par. 31, linn. 6-7: «salvis consuetudinibus… »: haec exceptio, cum vim omnem auferat normae propositae, mea iudicio expungenda est. Pag. ib., par. 32: auctoritas, qua quivis episcopus in sua cathedrali ecclesia polleat, maior sit ea, qua aetate nostra uti potest in iis, quae ad cultum et administrationem pertinent. Pag. 176, par. 44, lin. 23: loco «aliter» scribatur «digne». Pag. 180, par. 48: instauratio catechumenatus adultorum, in plures gradus divisi, non est facile ad usum deducenda; sit summum in cuiusque libera facultate posita. Pag. 182, par. 63: nova paragrapho inducta enuntietur cardinalis dignitatem religioso quodam ritu esse impertiendam. Pag. 187, par. 72, lin. 1-2: orationi dominicae ad Laudes et Vesperas dignior locus tribuatur, ita ut haec oratio iis in horis quasi fastigium emineat. Symbolum apostolicum seu Credo in Officio Divino, saltem die dominica, iterum suum locum obtineat]. Dixi.

Acta Synodalia Sacrosancti Concilii Oecumenici Vaticani II, Volumen I, Periodus prima, Pars I, Città del Vaticano 1970, 313-315.

Il 22 ottobre 1962 il cardinale G. B. Montini intervenne nella discussione conciliare sulla liturgia con un discorso che resterà negli annali. Egli disse una frase che si distaccava nettamente dalle altre argomentazioni che venivano proposte: Liturgia nempe pro hominibus est instituta, non homines pro liturgia, una frase che ricalca il celebre detto di Cristo: ‘Il sabato è stato fatto per l’uomo, non l’uomo per il sabato’ (Mc 2,27). Posta questa sua origine, la frase detta dal card. Montini è pienamente giustificata ed è assolutamente ovvia: anzi, dovrebbe trovare applicazione in ogni osservanza liturgica. Nel dibattito conciliare fece una notevole impressione e credo che anche oggi non tutti la sottoscriverebbero. Questa frase dovremmo chiosarla dicendo che non solo la liturgia è per l’uomo ma che essa è per l’uomo affinché questi porti frutto.

E. Mazza, «La partecipazione attiva alla liturgia. Dalla Mediator Dei alla Sacrosanctum Concilium», Ecclesia Orans 30 (2013) 324.

montini al concilio

Paolo VI e la riforma liturgica. Dalla beatificazione una nuova luce

Con una provvidenziale tempistica, sull’ultimo numero della rivista Ecclesia Orans, è apparso un articolo assai significativo su Paolo VI e la riforma liturgica promossa dal Concilio Vaticano II: I. Scicolone, «Paolo VI, “interprete” della riforma liturgica», Ecclesia Orans 30 (2013) 335-362. Padre Scicolone, noto liturgista, è autore, su richiesta del postulatore della causa di beatificazione, di una particolare positio durante l’iter della causa. Il valore dell’articolo è dunque rilevante e, a pochi giorni dalla beatificazione, la lettura di questo testo può essere un modo interessante per riconsiderare l’importanza di Papa Montini.
Riproduciamo il decimo paragrafo dell’articolo di Scicolone, in cui si tratta della soppressione dell’Ottava di Pentecoste (pp. 356-358).

L’ottava di Pentecoste

Una parola a parte merita la questione della soppressione dell’ottava di Pentecoste. Dopo l’approvazione del nuovo calendario, con la Costituzione apostolica Mysterii paschalis del 14 febbraio 1969 (1), e nonostante la spiegazione delle motivazioni di tale soppressione, data nel Commentarius: “Octava Pentecostes, ut dictum est, supprimitur; attamen feriae currentes inter sollemnitatem Ascensionis et sollemnitatem Pentecostes peculiare momentum acquirunt formulariis enim propriis ditantur quibus in mentem revocantur promissiones Christi relate ad effusionem Spiritus Sancti “(2) il papa personalmente, nei giorni seguenti la Pentecoste del 1970, avvertiva il disagio di trovarsi, ex abrupto, nel tempo ordinario, e ne scriveva, con biglietto autografo, al P. Bugnini, chiedendogli di fare qualcosa per “ripensarvi, e trovare il modo di ristabilire un culto liturgico che contiene in se’ la profonda radice di tutte le altre sue manifestazioni nella Chiesa di Dio, animata dallo Spirito Santo» (3)

Proprio il 1970 fu l’anno in cui entrò in vigore il nuovo calendario universale, ma non era ancora stato pubblicato il nuovo messale. Per cui, i formulari dell’antica ottava erano tolti, ma non erano in uso i formulari nuovi per le ferie che vanno dall’Ascensione alla Pentecoste. Da qui il disagio avvertito da tanti e dallo stesso pontefice. Alla lettera del papa rispose il P. Bugnini, allegando un “Promemoria sulla soppressione dell’ottava di Pentecoste”, di 11 pagine, in cui puntigliosamente espone le ragioni storiche e teologiche, favorevoli non alla soppressione della ottava, ma al ripristino della “Cinquantina” pasquale, che ovviamente si chiude il cinquantesimo giorno.

Qui, oltre le testimonianze di storici della liturgia, quali Schuster, Chavasse, Righetti e Cabié, ricordate dal Bugnini, che affermano giustamente che, all’origine e fino a Leone Magno, la Pentecoste chiudeva la cinquantina e non aveva un’ottava, basti ricordare i testi dei più antichi sacramentari.

Il SacramentarioVeronese (o Leoniano) non presenta l’ottava. Nella settimana successiva alla Pentecoste si celebrava il digiuno del quarto mese (ossia le Quattuor tempora). Ora era impensabile un digiuno nel tempo pasquale. Anzi il prefazio n. 229 dice espressamente:
post illos enim laetitiae dies, quos in honorem a mortuis resurgentis et in coelos ascendentis exegimus, postque perceptum sancti spiritus donum necessariae nobis haec ieiunia sancta provisa sunt, ut pura conversazione viventi bus quae divinitus ecclesiae sunt collata permaneant (4).

L’ottava fu aggiunta in seguito, a somiglianza della Pasqua, dato che nella veglia di Pentecoste si celebravano i battesimi, per coloro che non avevano potuto celebrarlo a Pasqua. In seguito essa rimase, facendo considerare la Pentecoste come la celebrazione dell’evento della discesa dello Spirito Santo, staccato però dalla Pasqua.

Il Bugnini ricorda ancora che già la Commissione piana, nel 1950 aveva proposto l’abolizione dell’ottava di Pentecoste. Nel Consilium la questione è stata ampiamente discussa e votata a grande maggioranza, senza problemi. La Congregazione della dottrina della fede, pur facendo alla riforma del calendario molte osservazioni, non ha trovato nulla da dire contro la soppressione dell’ottava di Pentecoste, anzi l’ha incoraggiata:

«Questa sacra Congregazione non vede motivi di principio contro l’abolizione di tale Ottava, perché in tal modo risulterebbe più efficace il simbolismo antichissimo del 50° giorno. Inoltre l’Ottava nella sua attuale struttura, benché di antica istituzione (attorno al sec. VI per Roma), è meno organica per la sovrapposizione delle Tempora d’estate. Pastoralmente poi è certo più sentita la Novena di Pentecoste che non l’Ottava come continuata celebrazione della Pentecoste. I testi chiaramente allusivi al battesimo, poi, oggi sono più anacronistici, mentre potrebbero trovare la loro sede nel tempo che precede la Pentecoste. Questa sacra Congregazione, tuttavia condiziona l’abolizione dell’Ottava di Pentecoste al fatto che siano conservate le Messe dell’Ottava, anticipandole nella Novena di preparazione (che una volta era l’ottava dell’Ascensione)» (5).

Oggi, a distanza di 40 anni, con il nuovo messale già alla terza edizione, non credo che tale soppressione faccia problema. Nelle nazioni dove sono giorni festivi il lunedì e il martedì dopo Pentecoste, è stato provveduto, come allora si era previsto nello stesso Consilium. Il caso dell’abolizione dell’ottava di Pentecoste dimostra che Paolo VI non ha subito le pressioni del Consilium o del P. Bugnini, ma — da persona intelligente e saggia qual era — ha compreso le ragioni teologico—storiche e le ha accolte. Basti pensare al fatto che ha più senso invocare lo Spirito Santo (Veni, Creator Spiritus…) al Vespro dei giorni che precedono, anziché nei giorni che seguono la venuta dello Spirito Santo.

Segnaliamo il giudizio assai duro espresso da L. Bouyer nelle sue memorie, sulle quali già abbiamo detto qualcosa: «Je préfère ne rien dire ou si peu que rien du nouveau calendrier, oeuvre d’un trio de maniaques, supprimant sans aucun motif sérieux la Septuagésime e l’octave de Pentecote, et balançant les trois quarts des saints n’importe où, en fonction d’idées à eux» (6).

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(1) PAOLO VI, «Litterae apostolicae motu proprio datae Mysterii paschalis (14 februarii 1969)», AAS 61(1969) 222-226.
(2) Calendarium romanum ex decreto sacrosancti oecumenici concilii Vaticani II instauratum auctoritate Pp. Pauli VI promulgatum, Città del Vaticano 1969, 57.
(3) Mi piace riportarne il testo integrale: «(confidenziale) Al caro e veneratissimo Padre Annibale Bugnini, Segretario della Sacra Congregazione per il Culto Divino, non sappiamo nascondere, durante questa settimana, che succede alla Pentecoste, il nostro senso di afflizione spirituale, per la mortificazione inflitta dalla riforma liturgica al culto dello Spirito Santo, quando la festa, dedicata al fatto strepitoso e al mistero della missione del medesimo Spirito Divino nella Chiesa nascente e tuttora vivente per sua soprannaturale virtù, sembra per intrinseca ragione richiedere d’esser protratta nella meditazione e nella celebrazione, come appunto era splendidamente (e non mai abbastanza), prima della presente abolizione dell’Ottava. Non definisce S. Giovanni Crisostomo la Pentecoste “metropolim festorum”? (PG 50, 463, hom. II). Non ha il recente Concilio dato grande e nuovo risalto alla teologia dello Spirito Santo? Perché il rinnovamento liturgico dovrebbe talmente impoverire il culto dovuto al Paraclito? Noi sappiamo che molti ottimi Ecclesiastici e Fedeli sono meravigliati e addolorati per simile costrizione. Non sarà forse opportuno ripensarci, e trovare il modo di ristabilire un culto liturgico, che contiene in se la profonda radice di tutte le altre sue manifestazioni nella Chiesa di Dio, animata dallo Spirito Santo? Ecco una delle questioni successive alla riforma liturgica, degna di memoria. Alla sua intanto la affidiamo, e invocando per Lei e per i suoi Collaboratori il lume dello Spirito, di cuore La benediciamo. Paulus Pp. VI. 21 maggio 1970», (copia della lettera è in possesso della postulazione della causa di beatificazione).
(4) Sacramentarium Veronense (Cod. Bibl. Capit. Veron. LXXXV[80]), ed. L. Einzenhofer – P. Siffrin – L.C. Mohlberg (Rerum ecclesiasticarum documenta, Series maior – Fontes I), Roma 1994, 29.
(5) Prot. D.F. 2134/ 67 del 27 maggio 1968. (Copia della lettera è in possesso della postulazione della causa di beatificazione).
(6) L. Bouyer, Mémoires, Paris 2014, 199-200.

Il nuovo rito della Penitenza: Paolo VI critico? Dalle carte del card. Antonelli un’annotazione da approfondire.

In un post di due mesi fa (https://sacramentumfuturi.wordpress.com/2014/07/12/riposo-estivo-e-riposo-eterno/) accennavo alla possibilità concessami di consultare il fondo Antonelli, presso l’Archivio del Santuario francescano de La Verna. In quell’occasione avevo fatto solamente una breve incursione nella documentazione lì conservata, per rendermi conto di quanto, in quel luogo, fosse effettivamente presente in deposito. Da quello che ho potuto constatare, mi sembra che non vi sia documentazione specificatamente relativa ai lavori di Antonelli, in qualità di Segretario della Commissione Conciliare De Liturgia, di perito del Consilium e di Segretario della Congregazione dei Riti: non ho trovato carte ufficiali, schemi o verbali di riunioni. Parte importante del fondo è invece costituita dalle carte personali e dai diari. Dal diario dell’anno 1974, ho potuto attingere un’annotazione per me abbastanza rilevante, perché riguardante l’oggetto della mia ricerca di dottorato, vale a dire la riforma del rito della penitenza e, ancora più particolarmente, l’introduzione della liturgia della Parola nella celebrazione di questo sacramento. Riporto le annotazioni dell’Antonelli, allora già Cardinale:

8 Febbraio Ieri sera fu pubblicata sull’Osservatore Romano al notizia della pubblicazione del Nuovo Rito o Ordo Paenitentiae. Me ne aveva parlato anche il Papa nell’udienza dell’11 gennaio, criticando alcuni punti, come il fatto della lettura della Bibbia insieme al penitente. Sono cose ideali, mi fece capire, in pratica non attuabili.

L’11 gennaio invece così annotava, fra le altre cose:

Mi ha parlato della prossima pubblicazione del Rito della Penitenza e mi ha detto varie cose che annoterò a parte.

Ora, nel corso delle mie ricerche, sicuramente parziali e non esaustive, mai avevo avuto modo di registrare disapprovazione o critiche in tal senso da parte della suprema Autorità. Antonelli riferisce di critiche su “alcuni punti”. E’ un peccato che non abbia aggiunto altri elementi. Interroga, inoltre, quell’espressione “mi fece capire..”. Occorrerà ricercare nel Magistero di Paolo VI, intorno a quella data, se vi sia qualche indizio o qualche parola rivelatrice, a proposito del nuovo Ordo.

La mia ricerca serrata sui documenti arrivava sino alla approvazione del nuovo Rituale: le carte di Antonelli obbligano a continuare, per approfondire la questione. In attesa che le biblioteche degli Atenei pontifici romani riaprano alla consultazione degli studiosi, pubblicherò, in più post nei prossimi giorni, i capitoli dell’Introduzione e della Conclusione della mia ricerca di qualche anno fa. Correzioni, suggerimenti o necessità di ulteriori approfondimenti, come si vede, non mancano; e saranno altrettanto utili eventuali osservazioni di lettori interessati.

Paolo VI, novello Amleto? In margine ad una ri-lettura della riforma liturgica.

Abbiamo appena iniziato una nuova “sezione” di questo minuscolo blog e subito ne verifichiamo l’importanza e la necessità.
Ci è capitato fra le mani uno studio di P. Fernández Rodríguez, La sagrada liturgia en la escuela de Benedicto XVI, Città del Vaticano 2014.
Dobbiamo per la verità innanzitutto confessare che non abbiamo studiato in profondità quanto l’autore scrive, né possiamo essere sicuri che l’impressione ricavata dalla lettura veloce di alcune pagine non debba essere poi smentita dalla lettura di tutto il volume, comunque degno di attenzione, anche per la prefazione del Cardinale Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, Antonio Cañizares Llovera. Tuttavia rimaniamo un po’ perplessi di fronte ad alcune affermazioni, che paiono veicolare alcune “vulgate” che dovrebbero invece essere una volta per tutte demitizzate.
Da quanto si può capire dalla lettura di alcune pagine (1), sembrerebbe che l’opera della riforma liturgica sia stata ideata, improntata e attuata dal solo Bugnini, che – ricordiamo – era il Segretario di una commissione che aveva un Cardinale Presidente, neanche di poco peso, e oltre 50 membri, di cui alcuni Cardinali, altri Vescovi, oltre che numerosi periti ed esperti. Di queste varie istanze non si parla. Si lascia immaginare, invece, una “fretta” e una precipitosità nell’attuazione della riforma (2) . Un lettore non addentro alle questioni potrebbe essere indotto ad una errata comprensione.
Fa specie, inoltre, un apprezzamento un poco irrispettoso nei confronti di Papa Paolo VI: “fue evidente el temperamento hamletiano de Pablo VI […] Pablo VI era llamativamente un hombre caracterizado por lo laico y por la sensibilidad del hombre moderno, come reconoció su biógrafo Jean Guitton, que a veces encontró dificultad para ir en contra de la corriente” (p. 64).

Lo ripetiamo ancora: non siamo in grado di formulare un giudizio critico onesto e serio sul contenuto dell’intero libro di Fernández Rodríguez, ma ci chiediamo se giovi davvero insinuare debolezze e incongruenze nell’operato di Paolo VI; è fruttuoso insinuare una discontinuità fra Paolo VI e Benedetto XVI (cf. il titolo: la liturgia alla scuola di Benedetto XVI)?
Per correggere, o comunque migliorare, le acquisizioni e la ricezione della riforma liturgica conviene una simile operazione? Nessuno che sia seriamente addentro alle problematiche liturgiche post-conciliari pensa che non siano da rivedere o da ritoccare alcune concrete modalità celebrative, o che i rinnovati libri liturgici siano perfetti o assolutamente indiscutibili. Siamo del parere che questo debba essere fatto a partire di un serio e scientifico lavoro di investigazione sui documenti, sui testi e sui testimoni, senza cedere a pre-giudizi o, addirittura, a giudizi, questi sì, affrettati.

Ci sovviene di pensare che, paradossalmente, fu un bene per Bugnini – e per la Sacrosanctum Concilium – la mancata conferma (3) come Segretario della Commissione Conciliare De Liturgia: se al religioso vincenziano, già Segretario della Commissione Preparatoria e poi del Consilium, viene attribuita l’intera responsabilità della riforma – e presso molti con connotazioni negative e ingenerose -, immaginiamo cosa sarebbe potuto accadere se ci fosse stata una continuità di direzione in tutte le fasi della Costituzione liturgica (preparazione, discussione, attuazione)!

Terminiamo questa piccola considerazione con un riferimento ad un momento particolare del ministero petrino di G.B. Montini: anche se si tratta di un ambito assai diverso dalla questione della riforma liturgica, ci pare interessante attingere ad una riflessione di A. Sicari intorno alla questione dell’Enciclica di Paolo VI Humanae Vitae: in quell’occasione il Papa fu tutt’altro che hamletico e incapace di andare contro corrente! Senza entrare qui nei contenuti dell’enciclica, riportiamo alcune illuminanti frasi di commento generale della vicenda:

La reazione di quasi tutta l’opinione pubblica – compresi parte del clero e alcuni esponenti dell’episcopato – si sollevò contro la decisione del pontefice. Molti altri tentarono almeno di ridurne la portata e di sminuirne l’obbligatorietà. In complesso possiamo dire che il magistero pontificio toccò nell’epoca moderna il punto più basso della sua credibilità mondana e lo stesso Paolo VI venne aggredito da una indegna campagna diffamatoria. Era proprio l’anno 1968, già attraversato a livello mondiale da turbini di ribellione. In complesso quella dell’Humanae vitae fu una delle pagine più tristi della storia della Chiesa – per le disobbedienze di alcuni cristiani – anche se oggi appare sempre più, agli occhi di molti, come una delle pagine più gloriose e profetiche. Prima di dare le motivazioni di quest’ultimo giudizio vale la pena riportare le accorate riflessioni con cui lo stesso Paolo VI spiegò a tutta la Chiesa i motivi della sua inattesa decisione. Lo fece con passione durante una udienza pubblica, nonostante egli fosse noto per il suo carattere schivo, non facile alle confidenze. Dopo due giorni dalla pubblicazione dell’Enciclica confidò: “Vi diremo semplicemente qualche parola, non sul documento in questione, quanto su alcuni nostri sentimenti, che hanno riempito il nostro animo nel periodo non breve della sua preparazione. Il primo sentimento è stato quello di una gravissima responsabilità. Esso ci ha introdotto e sostenuto nel vivo della questione, durante quattro anni dovuti allo studio e all’elaborazione di questa enciclica. Vi diremo che tale sentimento ci ha fatto non poco soffrire spiritualmente. Mai abbiamo sentito come in questa congiuntura il peso del nostro ufficio. Abbiamo anche molto pregato. Quante volte abbiamo avuto quasi l’impressione di essere soverchiati da questo cumulo di documentazione e quante volte, umanamente parlando, abbiamo avvertito l’inadeguatezza della nostra povera persona al formidabile obbligo apostolico di doversi pronunciare al riguardo. Quante volte abbiamo trepidato
davanti al dilemma di una facile condiscendenza alle opinioni correnti, ovvero di una sentenza mal sopportata dall’odierna società, che fosse troppo grave per la vita coniugale. Ci siamo valsi di molte consultazioni particolari, di persone di alto livello scientifico, morale e pastorale e, invocando il dono dello Spirito, abbiamo messo la nostra coscienza nella piena e libera disponibilità alla voce della verità, cercando di interpretare la norma divina”.
Ricordare questa accorata “confessione” di un papa ha per noi cristiani un notevole valore pedagogico: ci costringe a metterci con serietà e sobrietà, con volontà di comprendere e di amare, di fronte alla verità che ci viene proposta, anche se difficile.
Di tutta la polemica che allora si scatenò – e fu davvero dura e amara – ci sembra meriti di essere ancora ricordato (anche perché meno noto). Mentre alcuni noti teologi cattolici inorridivano davanti alla decisione del papa e si scusavano soprattutto nei riguardi dei loro colleghi non cattolici, il più prestigioso e grande dei teologi protestanti allora vivente, K. Barth – per tanti versi lontano dalle posizioni cattoliche – scrisse a Paolo VI, esprimendo il suo giudizio favorevole sulla decisione del pontefice, aggiungendo: “Vi assicuro il più grande rispetto per ciò che potrebbe essere chiamato l’eroico isolamento in cui, Santità, ora vi trovate”. E fu talmente vero che il Papa s’era messo solo di fronte a Dio, nella sua decisione, che Paolo VI non volle rendere pubblica la lettera che pure sarebbe stata per lui una soddisfazione non indifferente, davanti a un certo mondo di teologi scandalizzati e sprezzanti. Insistiamo su questi particolari storici – anche se questo non é uno studio, ma solo un breve testo di aiuto agli sposi – perché pensiamo non sia possibile oggi a dei fedeli cristiani accogliere con gioia l’insegnamento della loro Chiesa se prima non si liberano di quel disprezzo verso la dottrina cattolica al riguardo, che hanno accumulato – coscientemente o no – in forza di mille “sentito dire”, e di luoghi comuni ancora ripetuti fino alla noia, nei mezzi di comunicazione di massa.

A. SICARI, Breve catechesi sul Matrimonio, Milano 1990, 64-65.


(1) Cf. P. Fernández Rodríguez, La sagrada liturgia en la escuela de Benedicto XVI, Città del Vaticano 2014, 45-68.

(2) Nei nostri piccoli e modesti contributi, fra l’altro, abbiamo mostrato un piccolo esempio di come una questione se vogliamo piuttosto marginale come il problema dei salmi imprecatori e storici sia stata più e più volte discusso, nelle varie istanze e livelli del Consilium, senza che vi sia stata alcuna accelerazione forzata o indebita. Cf., fra altri, il post https://sacramentumfuturi.wordpress.com/2013/12/14/ii-settimana-di-avvento-sabato-ufficio-delle-letture-un-approdo-non-scontato-per-un-salmo/

(3) Nel precedente post ci eravamo posti la domanda se fosse stata una buona scelta, per il migliore svolgimento dei lavori conciliari, l’aver cambiato la Segreteria della Commissione: cf. https://sacramentumfuturi.wordpress.com/2014/03/24/commissio-conciliaris-de-liturgia-le-adunanze-con-un-convitato-di-pietra/