Ester e Baruc. Stranamente apparentati dalla Liturgia, grazie alla signora Proba

Come accade in ogni disciplina, anche nello studio della Liturgia vale il fatto che qualora dei fenomeni accadano con una certa costanza e ripetizione, essi non possano essere casuali.

Chi avesse pregato con una benché minima attenzione l’Ufficio delle Letture della settimana appena trascorsa (XIX del t. ordinario), non potrà non essersi accorto dell’accostamento ripetuto fra i brani biblici del libro di Ester e sezioni della Lettera di sant’Agostino a Proba, come lettura patristica. Questa combinazione parte dalla domenica per resistere fino al giovedì: impensabile quindi che l’accostamento sia fortuito o semplicemente dovuto a combinazioni algoritmiche. Si tratta evidentemente di un accostamento  tematico cercato e voluto. Se ne può avere conferma osservando che anche nel lezionario a ciclo biennale si ha la stesso fenomeno: se nel lavoro di snellimento e di riordinamento per adattare lo schema biennale ad un ciclo invece annuale, queste associazioni sono state conservate, è accaduto perché sono state ritenute davvero azzeccate e ben riuscite (1).

E’ del tutto chiaro che la Lettera a Proba è centrata sul tema della preghiera (2); della vicenda rocambolesca narrata nel Libro di Ester, dall’accostamento con la lettura patristica risulta così evidenziata l’accorata preghiera della bella regina. Ester diventa figura dell’orante, la cui preghiera e la cui iniziativa diventa straordinario mezzo di ribaltamento delle sorti.

Le sezioni in cui è stata divisa la Lettera a Proba sono tuttavia più numerose delle sezioni  del libro di Ester, la cui lettura termina con la feria V, il giovedì della settimana. Rimaneva quindi da assegnare altre pericopi, per completare questo piccolo ciclo fino alla domenica. Dunque, per affiancare la lectio continua del testo patristico, i periti hanno pensato bene di trovare nella Sacra Scrittura un testo di supplica in qualche modo simile a quella di Ester: la scelta è caduta sui capitoli iniziali del profeta Baruc, con una selezione tematica che ne tradisce chiaramente l’intenzione. Sono stati estrapolate le espressioni più significative di una confessione dei peccati che diventa supplica, che nel testo originale sono distribuite in ben tre capitoli. E’ evidente il richiamo alla preghiera di Ester.

E così, il venerdì della XIX settimana abbiamo come prima Lettura Baruc e come lettura patristica ancora la Lettera di sant’Agostino a Proba, le cui sezioni terminano in questo giorno. Per la verità, il testo di Agostino continua oltre, ma i paragrafi finali sono più esplicitamente legati alla situazione di vedovanza di Proba e i toni sono più personali: i periti hanno ritenuto di ometterla. Rimaneva quindi ancora scoperto, sia per la casella della lettura biblica sia per la casella del testo patristico, il giorno di sabato. Piuttosto che cominciare o riprendere la lettura di un altro libro biblico, si è preferito continuare con Baruc, proponendone un altro testo celebre, quello che è proclamato nella Veglia pasquale. Spezzato ormai il legame fra prima e seconda lettura, cade anche l’identità fra ciclo annuale e ciclo biennale, che abbiamo visto per il resto della settimana. Nel ciclo annuale, infatti, la lettura che, il sabato, accompagna il profeta Baruc è tratta dai Discorsi di san Pier Crisologo, mentre quella prevista per il ciclo biennale è tratta dal Commento sul Salmo 118 di sant’Ambrogio. Nonostante ci sia qualcosa da dire anche a riguardo di quest’ultimo dettaglio, ci fermiamo qui per ora. Ritornando a sottolineare il modo mirabile con cui la liturgia intende la Sacra Scrittura. Non sapremmo infatti dire se si troverebbe biblista tanto coraggioso da associare Ester a Baruc.

Miracoli della liturgia, che passando dalla sapienza dei più grandi santi fino al lavoro certosino – in tutti i sensi – dei ultimi periti che lavorarono alla riforma, ci permette di contemplare la comunione di tutti i santi, e quindi anche di tutti i profeti e santi dell’Antico Testamento, che celebreremo con gioia fra ormai poche ore.


(1) Avendo tempo per studiare a fondo la formazione del lezionario dell’Ufficio delle Letture, risulterebbero sicuramente dati assai interessanti; qualcosa, assai poco per la verità, avevamo accennato qui.

(2) Una veloce introduzione alla Lettera e soprattutto un efficace inquadramento della Signora Anicia Faltonia Proba la si può leggere qui.

Agostino: un perito “emerito” nella riforma della Liturgia delle Ore?

Nel post precedente (qui) abbiamo accennato, per sommi capi, a qualche aspetto del processo di riforma delle letture bibliche e patristiche, cogliendo l’occasione per ricordare almeno i nomi di quanti si adoperarono direttamente a questo settore della riforma liturgica post-conciliare. Non sarebbero da escludere nemmeno i membri del Consilium, cardinali e vescovi o altre personalità, a cui i periti sottoponevano regolarmente i progetti in fase di studio per averne pareri, conferme o correzioni. I lettori del nostro blog ricorderanno l’influsso che, fra gli altri, ebbe un membro particolarmente attivo e preparato, il vescovo francese H. Jenny.

Non dando un tono troppo serioso al discorso, possiamo comunque annoverare un altro vescovo assai influente nella redazione dei testi del nuovo libro liturgico della preghiera oraria della Chiesa. Il suo contributo non lo offrì di persona, ma attraverso i suoi scritti. Fra la vastissima produzione a lui attribuita, qui spicca il suo discorso sul Salmo 85. Stiamo parlando di sant’Agostino (per il testo completo del Discorso, vedi qui.

L’uso di questo sermone è curiosamente assai vario. Vediamone le declinazioni.

Innanzitutto, esso costituisce una lunga citazione, in verità assai lunga come citazione, nei Praenotanda della Liturgia delle Ore, testo fra i più riusciti fra quelli prodotti dal Consilium. Sant’Agostino offre quindi un’importante portato alla teologia della preghiera liturgica, aiutando la comprensione della valenza cristologica dell’orazione ecclesiale. Il paragrafo del Sermone agostiniano è perfettamente integrato con il testo dei Praenotanda:

«…i battezzati..[…] sono abilitati a esercitare il culto del Nuovo Testamento, culto che non deriva dalle nostre forze, ma dal merito e dal dono di Cristo. “Nessun dono maggiore Dio potrebbe fare agli uomini che costituire capo il suo Verbo…[…]”. In questo dunque sta la dignità della preghiera cristiana, che essa partecipa dell’amore del Figlio Unigenito per il Padre…» (IGLH 7)

Non stupisce, pertanto, che un testo così denso e fondamentale sia proposto anche alla meditazione orante dell’Ufficio delle Letture, come seconda lettura patristica. In effetti, troviamo il Sermone sul Salmo 85 sia nel lezionario biennale, il sabato della terza settimana di quaresima (ciclo I), sia nel lezionario annuale, il mercoledì della V settimana di quaresima. Un ulteriore particolare è il fatto che sia in un caso che nell’altro la prima lettura biblica sia la stessa, Eb 6,9-20, e stessi anche i due responsori.

A proposito di responsori, è proprio in questa forma letteraria che ricompare, per la terza volta e in un modo raro e particolare, il nostro Sermone. Naturalmente da esso sono estrapolate solo alcune frasi, ricomposte in uno schema responsoriale.

Nostro sacerdote, Cristo prega per noi; nostro capo, egli prega in noi: nostro Dio, noi lo preghiamo; *riconosciamo in lui le nostre voci, e la sua voce in noi.

Quando parliamo a Dio nella preghiera, non separiamo da essa il Figlio: *riconosciamo in lui le nostre voci, e la sua voce in noi.

Siamo qui nella terza domenica del Tempo Ordinario – secondo lo schema di un unico ciclo -, e questo responsorio segue una lettura dalla Costituzione Sacrosanctum Concilium, che rappresenta una novità introdotta nell’organizzazione del ciclo annuale: nel lezionario biennale c’è sì una lettura da SC, ma si tratta di differenti paragrafi. Presumibile dunque è l’ipotesi che questo responsorio così particolare nella sua composizione integralmente patristica debba essere stato composto dai periti dell’ultimo periodo di preparazione del lezionario dell’Ufficio, Ashworth e Raciti (1), cui accennavamo nel post precedente.

Per finire, citiamo una parte della catechesi che San Giovanni Paolo II offrì sul Salmo 85: in essa il Papa riprende il commento di sant’Agostino, riportandone un’altra sezione:

Il Salmo 85 è un testo caro al giudaismo, che l’ha inserito nella liturgia di una delle solennità più importanti, lo Yôm Kippur o giorno dell’espiazione. Il libro dell’Apocalisse, a sua volta, ne ha estratto un versetto (cfr v. 9), collocandolo nella gloriosa liturgia celeste all’interno del «cantico di Mosè, servo di Dio, e del cantico dell’Agnello»: «Tutte le genti verranno e si prostreranno davanti a te», e l’Apocalisse aggiunge: «perché i tuoi giusti giudizi si sono manifestati» (Ap 15,4). Sant’Agostino ha dedicato al nostro Salmo un lungo e appassionato commento nelle sue Esposizioni sui Salmi, trasformandolo in un canto di Cristo e del cristiano. La traduzione latina, nel v. 2, conforme alla versione greca dei Settanta, invece di «fedele» usa la versione «santo»: «Custodiscimi perché sono santo». In realtà, solo Cristo è santo. Tuttavia, ragiona sant’Agostino, anche il cristiano può applicare a sé queste parole: «Sono santo, perché tu mi hai santificato; perché l’ho ricevuto [questo titolo], non perché l’avevo da me stesso; perché tu me l’hai dato, non perché io me lo sono meritato». Quindi «dica pure ogni cristiano, o meglio lo dica tutto il corpo di Cristo, lo gridi ovunque, mentre sopporta le tribolazioni, le varie tentazioni, gli innumerevoli scandali: “Custodisci l’anima mia, perché sono santo! Salva il tuo servo, Dio mio, che spera in te”. Ecco: questo santo non è superbo, perché spera nel Signore» (vol. II, Roma 1970, p. 1251).

5. Il cristiano santo si apre all’universalità della Chiesa e prega col Salmista: «Tutti i popoli che hai creato verranno e si prostreranno davanti a te, o Signore» (Sal 85,9). E Agostino commenta: «Tutte le genti nell’unico Signore sono una sola gente e costituiscono l’unità. Come ci sono la Chiesa e le chiese, e le chiese sono la Chiesa, così quel “popolo” è lo stesso che i popoli. Dapprima erano popoli vari, genti numerose; ora è un popolo solo. Perché un popolo solo? Perché una sola è la fede, una sola la speranza, una sola la carità, una sola l’attesa. Infine, perché non dovrebbe essere un popolo solo, se una sola è la patria? La patria è il cielo, la patria è Gerusalemme. E questo popolo si estende da oriente ad occidente, da settentrione fino al mare, nelle quattro parti del mondo intero» (ibid., p. 1269).

In questa luce universale la nostra preghiera liturgica si trasforma in un respiro di lode e in un canto di gloria al Signore a nome di tutte le creature (2).


(1) V. Raffa offre ulteriori indicazioni, che riportiamo, riconoscendogli l’autorità del testimone diretto e la competenza che noi davvero non abbiamo: «B. Responsori alle letture patristiche e agiografiche. I responsori, che seguono le letture patristiche e agiografiche, sono stati scelti in linea di massima per un certo loro accordo tematico con i brani, che accompagnano. Spesso colgono e trasformano in lirismo religioso il tema liturgico o della celebrazione festiva commentato dalle letture. Anche quando il riferimento mutuo fra lettura e responsorio fosse più largo, il responsorio rimane valido ugualmente come momento di libera meditazione. [….] b) Delle letture patristiche ed agiografiche. L’organico di questi responsori fu preparato da un’altra commissione, da quella che curava i canti. I testi sono nella massima parte quelli tradizionali, però accuratamente selezionati e collocati secondo i criteri che maggiormente rispondono al loro carattere specifico. c) Responsori del “Supplementum”. La serie dei responsori dei volumi del supplemento sarà ripresa e riallestita ex novo con una ricerca accurata e, dove occorrerà, con nuove creazioni…»: V. Raffa, La liturgia delle ore. Presentazione storica, teologica e pastorale, Milano 1990³, 169-170.

(2) Giovanni Paolo II, Udienza generale 23 ottobre 2002: per il testo completo, vedi qui.