Cosa nostra

Con questo post singolare vorremmo ritornare su alcuni aspetti della parabola del figliol prodigo, o come la si voglia chiamare. Ne riproporremo un’interpretazione che, forse, necessita la rilettura del post immediatamente precedente a questo (qui).

La preghiera meditata dell’Ufficio delle Letture del giovedì della IV settimana di Quaresima ci ha suggerito alcuni agganci interessanti fra la pericope di Luca 15 e quanto predicò San Leone Magno, e che è proposto appunto come seconda lettura dell’Ufficio del giorno. Quindi si tratta non tanto di un elogio alla mafia siciliana – «cosa nostra» -, quanto piuttosto un riconoscimento della geniale predicazione leoniana.

Ci perdoni però il grande papa se rileggiamo le sue parole, superando sicuramente l’intentio auctoris, quanto Leone voleva realmente trasmettere; lo facciamo perché ci pare che possa aiutarci a cogliere sempre di più la ricchezza della parabola, che di certo lui aveva ben compresto. Faremo pertanto delle notazioni lungo il testo dell’omelia, sperando di non commettere un sacrilegio eccessivo.

Dai «Discorsi» di san Leone Magno, papa
(Disc. 15 sulla passione del Signore, 3-4; Pl 54, 366-367)

Colui che vuole onorare veramente la passione del Signore deve guardare con gli occhi del cuore Gesù Crocifisso, in modo da riconoscere nella sua carne la propria carne.
Tremi la creatura di fronte al supplizio del suo Redentore. Si spezzino le pietre dei cuori infedeli, ed escano fuori travolgendo ogni ostacolo coloro che giacevano nella tomba. Appaiano anche ora nella città santa, cioè nella Chiesa di Dio, i segni della futura risurrezione e, ciò che un giorno deve verificarsi nei corpi, si compia ora nei cuori.
A nessuno, anche se debole e inerme, è negata la vittoria della croce, e non v’è uomo al quale non rechi soccorso la mediazione di Cristo. Se giovò a molti che infierivano contro di lui, quanto maggiore beneficio apporterà a coloro che a lui si rivolgono! 
L’ignoranza dell’incredulità è stata cancellata. E` stata ridotta la difficoltà del cammino. Il sacro sangue di Cristo ha spento il fuoco di quella spada, che sbarrava l’accesso al regno della vita. Le tenebre dell’antica notte hanno ceduto il posto alla vera luce.
Il popolo cristiano è invitato alle ricchezze del paradiso. Per tutti i battezzati si apre il passaggio per il ritorno alla patria perduta, a meno che qualcuno non voglia precludersi da se stesso quella via, che pure si aprì alla fede del ladrone. [Qui c’è l’esperienza del figlio minore, ritornato nella casa paterna, dopo l’esilio volontario nella terra della sua alienazione; e c’è il rischio del fratello maggiore, che sdegnato non vorrebbe avere niente in comune con un fratello – nella cui carne dovrebbe invece riconoscere la propria carne – né con un padre così remissivo e indulgente ad una festa ai suoi occhi ingiusta e ingiustificata.] Procuriamo che le attività della vita presente non creino in noi o troppa ansietà o troppa presunzione sino al punto da annullare l’impegno di conformarci al nostro Redentore, nell’imitazione dei suoi esempi. Nulla infatti egli fece o soffrì se non per la nostra salvezza, perché la virtù, che era nel Capo, fosse posseduta anche dal Corpo«Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1, 14) nessuno lasciando privo della misericordia, ad eccezione di chi rifiuta di credere. E come potrà rimanere fuori della comunione con Cristo chi accoglie colui che ha preso la sua stessa natura e viene rigenerato dal medesimo Spirito, per opera del quale Cristo è nato? Chi non lo riterrebbe della nostra condizione umana sapendo che nella sua vita c’era posto per l’uso del cibo, per il riposo, il sonno, le ansie, la tristezza, la compassione e le lacrime?
Proprio perché questa nostra natura doveva essere risanata dalle antiche ferite e purificata dalla feccia del peccato, l’Unigenito Figlio di Dio si fece anche Figlio dell’uomo e riunì in sé autentica natura umana e pienezza di divinità. E’ cosa nostra ciò che giacque esanime nel sepolcro, che è risorto il terzo giorno, che è salito al di sopra di tutte le altezze alla destra della maestà del Padre. [E’ cosa nostra!! «Figlio… tutto ciò che è mio è tuo», diceva il padre dei fratelli al maggiore; e, poi, «questo tuo fratello era morto…», a ricordargli che quell’incauto scialaquatore delle paterne sostanze non era solamente un figlio di un padre troppo arrendevole – «questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi» -, ma pur sempre suo fratello. Leone Magno ha ben capito che occorre sul serio appropriarsi delle sostanze autentiche del Padre. Il figlio minore pretendeva le sostanze piccole, i beni materiali, il maggiore era pieno di risentimento per un capretto non concesso benché nemmeno richiesto….entrambi non hanno compreso come il Padre volesse far parte con loro di beni molto più preziosi: la sua natura, il suo amore, la sua vita. Proprio perché Cristo è diventato cosa nostra, proprio perché il vitello grasso è stato finalmente immolato, possiamo essere sicuri che la misericordia di Dio sia anch’essa cosa nostra, sia per noi per primi, investa la nostra debolezza; e poi cosa nostra diventa pure un fratello che cade, da riaccogliere con gioia.]

Nostrum est quod exanime in sepulcro iacuit, et quod die tertia resurrexit!

 

 

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Un ultimo post, veloce veloce

Abbiamo già scritto qualcosa sulla magnifica orazione colletta della messa del giorno di Natale (1).

Ora, come ultimo post del 2015, vogliamo solamente riprendere alcune cose, già dette da altri, e riassumerle in modo davvero «veloce»: la velocità è richiesta dalle ultime ore dell’anno civile; fra l’altro ci viene quasi suggerita da un dettaglio, che ci fa apprezzare ancora di più la costruzione di questo testo eucologico davvero, è il caso di dirlo, mirabile. Le due espressioni mirabiliter condidisti e mirabilius reformasti infatti hanno un cursus velox, ossia per un gioco particolare di accenti (la prima parola ha l’accento sulla terzultima sillaba mentre la seconda parola lo ha sulla penultima) il ritmo della recitazione assume una cadenza propria.

Velocemente, dunque, lasciamo spazio alla citazione che intendevamo fare, ad ulteriore commento della Colletta. Un parere condiviso attribuisce, in qualche modo, la paternità del testo al Papa san Leone Magno. In effetti, la vicinanza dei due termini conditor e reformator appare, con lo stesso senso teologico della preghiera, in un celebre testo del grande Leone, il Sermone 64 (2).  Ebbene, un altro grande Papa, Benedetto XVI, nella serie di catechesi proposte all’Udienza generale del mercoledì riguardanti i grandi Padri, presentò la figura di San Leone con un taglio assai interessante (3), e citò proprio il sermone in questione.

In particolare Leone Magno insegnò ai suoi fedeli – e ancora oggi le sue parole valgono per noi – che la liturgia cristiana non è il ricordo di avvenimenti passati, ma l’attualizzazione di realtà invisibili che agiscono nella vita di ognuno. E’ quanto egli sottolinea in un sermone (64,1-2) a proposito della Pasqua, da celebrare in ogni tempo dell’anno “non tanto come qualcosa di passato, quanto piuttosto come un evento del presente”. Tutto questo rientra in un progetto preciso, insiste il santo Pontefice: come infatti il Creatore ha animato con il soffio della vita razionale l’uomo plasmato dal fango della terra, così, dopo il peccato d’origine, ha inviato il suo Figlio nel mondo per restituire all’uomo la dignità perduta e distruggere il dominio del diavolo mediante la vita nuova della grazia.

qui il testo completo dell’Udienza (vale la pena leggerla!)


(1) cf. qui.

(2) «In hac autem ineffabili unitate Trinitatis, cujus in omnibus communia sunt opera atque judicia, reparationem humani generis proprie Filii persona suscepit: ut quoniam ipse est, per quem omnia facta sunt, et sine quo factum est nihil, quique plasmatum de limo terrae hominem flatu vitae rationalis animavit, idem naturam nostram ab aeternitatis arce dejectam amissae restitueret dignitati, et cujus erat conditor, esset etiam reformator: sic consilium suum dirigens in effectum, ut ad dominationem diaboli destruendam magis uteretur justitia rationis quam potestate virtutis».

(3) Pare che Benedetto abbia percepito una certa affinità con il suo illustre predecessore: «… (Leone) è anche il primo Papa di cui ci sia giunta la predicazione, da lui rivolta al popolo che gli si stringeva attorno durante le celebrazioni. E’ spontaneo pensare a lui anche nel contesto delle attuali udienze generali del mercoledì, appuntamenti che negli ultimi decenni sono divenuti per il Vescovo di Roma una forma consueta di incontro con i fedeli e con tanti visitatori provenienti da ogni parte del mondo». C’è da notare, infine, che durante il pontificato di Papa Ratzinger capitava assai spesso che, per lo straordinario numero di partecipanti all’Udienza del Mercoledì, alcuni gruppi di pellegrini venivano fatti accomodare in Basilica, dove il Papa rivolgeva alcune parole di saluto, prima di recarsi nell’Aula Paolo VI, strapiena di fedeli, dove teneva la catechesi, che i pellegrini in basilica ascoltavano dagli altoparlanti. Tali erano gli effetti della predicazione di Benedetto! Per paradosso, proprio in questi giorni è stata diffusa la stima del numero dei partecipanti alle Udienze tenute da Papa Francesco, che paiono diminuire….

Commutazioni pasquali

Sebbene dica che si tratta di un mistero ineffabile – quindi, letteralmente indicibile tanto bello è -, Leone Magno riesce ad esprimere in poche righe concetti che danno le vertigini – si scende, si sale, l’ignomina diventa dignitosa… -, e pure in modo esemplare e affascinante. Gustiamoci la gioia della Pasqua con qualche sua espressione:

Dobbiamo gioire grandemente di questa trasformazione, per cui passiamo dalla ignobile condizione terrena alla dignità celeste, per ineffabile misericordia di colui che, per elevarci a sé discese fino a noi…

We must greatly rejoice over this change, whereby we are translated from earthly degradation to heavenly dignity through His unspeakable mercy, Who descended into our estate that He might promote us to His…

Multum nobis de hac commutatione gaudendum est, qua de ignobilitate terrena ad coelestem transferimur dignitatem per illius ineffabilem misericordiam qui ut nos in sua proveheret, in nostra descendit…

Leone Magno, Discorso sulla resurrezione I, 2; (Sermo LXXI, PL 54)

“Ut nobis praestaret pagina quod illis gerebat historia”: pensieri sulla sacramentalità della Parola di Dio.

“La liturgia della Parola ha anch’essa una sacramentalità? Senza dubbio, anche se non identica a quella dell’Eucaristia. Quindi anch’essa in qualche modo verifica sul piano dell’efficacia salvifica quanto indica. Sarà opportuno in proposito ricordare un testo della Dei Verbum: Nella parola di Dio è insita tanta efficacia e potenza da essere sostegno e vigore della Chiesa, e per i figli della Chiesa saldezza della fede, cibo dell’anima, sorgente pura e prende della vita spirituale. Perciò si deve riferire per eccellenza alla Sacra Scrittura ciò che è stato detto: ‘Vivente ed efficace è la parola di Dio’ (Eb 4,12) ‘che ha a forza di edificare e dare l’eredità fra tutti i santificati’ (At 20,32; cf 1Ts 2,13). La parola esprime tutte le realtà dell’ordine salvifico e, quindi, in qualche modo le rinnova. Anche la parola ha carattere analettico in quanto ricorda i misteri della salvezza e li rende oggetto di esperienza vitale, dando loro una specie di ripresentazione sacramentale”: V. Raffa, “Parola ed Eucaristia”, in Mysterion. Nella celebrazione del Mistero di Cristo la vita della Chiesa. Miscellanea liturgica in occasione dei 70 anni dell’Abate Salvatore Marsili (Quaderni di Rivista Liturgica, Nuova Serie 5), Leumann (TO) 1981, 342-343.

In verità, ogni tempo, o carissimi, tiene viva negli animi dei cristiani l’attenzione sul sacramento della passione e della risurrezione del Signore, e altro dovere non ha la nostra religione se non quello di celebrare la riconciliazione del mondo e l’assunzione in Cristo della natura umana. Ma questo è il momento opportuno perché tutta la Chiesa sia istruita per una maggiore capacità di comprendere; perché sia accesa da una più fervida speranza, ora che proprio la grandezza di quelle realtà viene espressa dalla ricorrenza dei giorni sacri e dalle pagine autentiche del vangelo (quando ipsa rerum dignitas, ita sacramentorum dierum recursu et paginis evangelicae veritatis exprimitur), così che la Pasqua non sia ricordata come un evento passato, ma sia celebrata come una realtà presente (ut Pascha Domini non tam praeteritum recoli quam praesens debeat honorari). Che lo sguardo della nostra fede non vada cercando altro se non ciò che riguarda la croce di Gesù Cristo, e nessun dettaglio messo in luce dalla narrazione del vangelo sia accolto con orecchio indifferente. […] Noi, non allontanandoci in nulla dalle testimonianze dei vangeli e degli apostoli, facciamoci forti della conoscenza di coloro che ci hanno trasmesso l’insegnamento sicuro della loro esperienza, in modo da poter dire con venerazione e fermezza che in loro anche noi siamo stati istruiti, che quanto essi hanno veduto noi pure l’abbiamo visto, quanto essi hanno appreso, quanto hanno toccato con mano noi pure abbiamo toccato; e così non rimaniamo turbati nella passione del Signore dal momento che non ci siamo ingannati riguardo alla generazione. Sappiamo infatti, carissimi, e con tutto il cuore professiamo, che una è la divinità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, e che l’essenza consustanziale dell’eterna Trinità non ha in sé alcuna divisione né diversità, poiché è insieme temporale, immutabile, e non lascia di essere ciò che è. Ma pure in questa unità ineffabile della Trinità, le cui opere e giudizi sono sempre comuni, la restaurazione del genere umano l’ha assunta in proprio la persona del Figlio. E ciò perché Egli, per mezzo del quale sono state fatte tutte le cose e nulla è stato fatto senza di lui, Egli che animò con il soffio della vita razionale l’uomo plasmato dal fango della terra, potesse restituire alla dignità perduta la nostra natura precipitata dal baluardo sicuro dell’eternità e potesse essere anche il restauratore di ciò di cui era anche il creatore. Portò a compimento il suo disegno in modo tale che, per distruggere il dominio del demonio, si servì più della giustizia della ragione che del potere della forza. […] Il Figlio della beata Vergine è infatti l’unico ad essere nato senza colpa, non estraneo al genere umano, ma alieno dal peccato. In lui era perfetta l’innocenza e vera la natura dell’essere creato ad immagine e somiglianza di Dio, venendo all’esistenza dalla stirpe di Adamo come il solo in cui il demonio non trovò nulla da considerare suo. Anzi, dal momento che infierì su di lui, ma non poté sottometterlo alla legge del peccato, perse il diritto all’empia dominazione. L’effusione del sangue del giusto per gli ingiusti fu infatti così potente per ottenere il condono, fu così preziosa per il riscatto che se tutta la moltitudine di coloro che sono in schiavitù credesse nel suo Redentore, nessuno sarebbe più trattenuto dai vincoli del tiranno poiché, come dice l’Apostolo, dove abbondò il peccato, sovrabbondò anche la grazia. Leone Magno, Sermo 51 (De passione dominica 13): edizione: Leone Magno, I Sermoni sul mistero pasquale (Biblioteca Patristica 38), E. Montanari – E. Cavalcanti (edd.), Bologna 2001, 266 ss.

Ciò che Cristo operò, non lo operò soltanto per quelli che aveva davanti a sé allora, ma anche per noi che saremmo venuti dopo, cosicché i nostri antenati, che pure ci precedevano nel tempo, non ci precedessero nella grazia dei segni. Quella potenza, che fu loro manifestata nei miracoli compiuti nel presente, quella stessa potenza ci fu conservata nel tesoro delle Scritture, affinché la pagina ci offrisse ciò che per loro la realtà storica produceva e, anzi, si verificasse per noi tutto quanto dallo specchio persuasivo delle Scritture veniva dettato (Christus enum quod operatus est non illis tantum operatus est, quos habebat tunc praesentes, sed et nobis posta secuturis, ut licet maiores nostri tempore nos pracederent, tamen signorum gratia non praeirent. Quae enim illusi exhibita est prasentiarum in mirabilibus virtus, eadem virtus nobis est litteram thesauro conservata, ut nobis prestare pagina quod illusi gerebat historia, immo nobis geretur quidquid nobis insinuante scripturarum speculo dictaretur; et potenti Domini, qua illi carnalibus oculis cernerent, nos spiritali lumine videremus): Massimo di Torino, Sermone 103:  edizione: Massimo di Torino, Sermoni liturgici (Letture cristiane del primo millennio 28), M. Mariani Puerari (ed.), Milano 1999, 351-352; cf. CCL 23, 409).

“Una stessa origine”: notazioni e assonanze in margine al Lezionario.

“Colui che santifica e coloro che sono santificati provengono tutti da una stessa origine” (Eb 2,11): così uno dei versetti della prima lettura assegnata dal Lezionario alla celebrazione eucaristica odierna (Feria III, II settimana del tempo Ordinario I). La traduzione della Conferenza Episcopale italiana, sia nella versione attuale, sia in quella precedente, ha scelto di rendere con “origine” quello che nel greco è semplicemente ex enos pantes, [ex uno omnes, tutti da uno], con il pronome numerale al maschile. Pare quindi che i traduttori abbiano scelto un’interpretazione (1): la nota della Bibbia di Gerusalemme riferisce infatti: “si potrebbe anche tradurre secondo il contesto ‘colui che santifica e i santificati formano un tutt’uno’. I vv. seguenti insistono su questa comunione nella carne e nel sangue, che il Figlio di Dio ha voluto assumere, e introducono così il tema essenziale della lettera, quello di Cristo sommo sacerdote”.

Ora non possiamo entrare in questioni esegetiche, che non ci competono. É assai più interessante, dalla prospettiva di un liturgista, notare alcune assonanze, che ci fanno ritornare al realismo dell’Incarnazione che abbiamo appena celebrato nel Natale del Signore. Rendendo assai concreta quella “stessa origine”.
Ci riferiamo ad alcune espressioni della predicazione natalizia di San Leone Magno, cristallizzate nei suoi Sermoni (2).

La fonte di vita che Egli ha ricevuto nel seno della Vergine, l’ha riposta nel fonte del Battesimo, ha donato all’acqua ciò che ha donato alla madre: ‘la potenza dell’Altissimo e l’azione fecondatrice’ dello Spirito Santo, per cui Maria partorì il Salvatore, è la stessa che infonde nell’acqua battesimale il potere di rigenerare il credente. [Originem quam sumpsit in utero Virginis posuit in fonte baptismatis, dedit aquae quod dedit matri: virtus enim Altissimi et obumbratio Spiritus Sancti, quae fecit ut Maria pareret Salvatore, eadem facit ut regeneret unda credentium] (Sermone 5, 5.2)

E questa sua origine spirituale noi possiamo acquistarla mediante la rigenerazione, e per ogni uomo che rinasce l’acqua del Battesimo è come il grembo della Vergine: feconda il fonte battesimale il medesimo Santo Spirito che ha fecondato anche la Vergine [Cuius spiritualem originem in regeneratione consequimur, et omni homini renascenti aqua baptismatis instar est uteri virginalis, eodem sancto Spiritu replente fontem qui replevit et virginem] (Sermone 4, 3.3)

Un concetto analogo lo si trova anche in sant’Ambrogio: “Se dunque lo Spirito Santo scendendo sopra una vergine operò il concepimento e compì la funzione generativa, non si deve certo dubitare che lo Spirito, scendendo sul fonte o su quelli che ottengono il battesimo, operi la realtà della rigenerazione” [Si ergo superveniens Spiritus Sanctus in virginem conceptionem operatus est et generationis munus implevit, non est utique dubitandum, quod superveniens in fontem Spiritus, vel super eos, qui baptismum consequuntur, veritatem regenerationis operatur] (Sui misteri, 9,59).

La Collectio Missarum de Beata Maria Virgine presenta un’interessante formulario, che raccoglie questa intuizione patristica. L’introduzione alla Messa “Maria Vergine fonte di luce e di vita” (16. Tempo di Pasqua) recita:

I sacramenti dell’iniziazione cristiana, che molto opportunamente vengono celebrati durante la Veglia Pasquale, configurano i catecumeni a Cristo: nelle acque del Battesimo li rendono figli di Dio, con l’unzione crismale e l’imposizione delle mani effondono su di loro l’abbondanza dello Spirito Santo e con la comunione al pane della vita e al calice della salvezza li fanno concorporei di Cristo. I santi Padri insegnano con una certa insistenza che i misteri di Cristo, celebrati dalla vergine madre Chiesa nei sacramenti dell’iniziazione cristiana, ebbero compimento nella vergine madre Maria (cfr Prefazio): lo Spinto che santifica il grembo della Chiesa – cioè il fonte battesimale – perché generi i figli di Dio, santificò il grembo di Maria perché desse alla luce il Primogenito di molti fratelli (cfr Eb 2,11-15). Lo stesso Spirito che il giorno di Pentecoste scese sulla Vergine Maria, viene effuso sui neofiti nella celebrazione del sacramento della Cresima; la carne e il sangue che Cristo offrì sull’altare della croce per la vita del mondo e che la Chiesa ogni giorno offre nel sacrificio eucaristico, sono la carne ed il sangue che la beata Vergine Maria generò per la nostra salvezza. In questa messa si ricorda il compito materno tanto della Chiesa quanto della Vergine Maria verso i fedeli. La maternità di Maria precede quella della Chiesa, di cui e figura ed esempio (cfr LG 63).

Di quel formulario riportiamo un segmento del prefazio: “Per un dono mirabile del tuo amore tu hai voluto che nei segni sacramentali si rinnovassero misticamente gli eventi della storia della salvezza vissuti dalla Vergine Madre. Così la Chiesa, vergine feconda, partorisce nelle acque del Battesimo i figli che ha concepito dalla fede e dallo Spirito”.

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(1) cf. lo spagnolo: Sanctificador y sanctificados, todos proceden de uno mismo; l’inglese: He who consecrates and those who are being consecrated all have one origin; il francese: Car celui qui sanctifie, et ceux qui sont sanctifies, doivent tous avoir même origine; il latino: Qui enim sanctificat et qui sanctificantur, ex uno omnes.
(2) Leone Magno, I Sermoni del ciclo natalizio (Biblioteca Patristica 31), ed. E. Montanari – M. Naldini – M. Pratesi, Fiesole (Fi) 1998.

Cristologia e Liturgia. In memoria di un Dottore della Chiesa

In san Leone Magno la profondità della riflessione cristologica ha immediate ricadute sulla comprensione teologica delle celebrazioni. Anche ad una lettura corsiva delle opere del grande Papa è chiaramente evidente quanto cristologia e liturgia siano connesse; viceversa può rendersi evidente come tante odierne difficoltà in ambito liturgico siano in verità legate a cristologie parziali e mancanti.
Riprendiamo pertanto, in questo giorno della memoria liturgica di S. Leone Magno, alcune riflessioni sintetiche di Salvatore Marsili: il testo, da cui attingiamo pochi passaggi, è una serie di lezioni tenuto al Corso estivo per le monache benedettine a Fabriano (Montefano) nel luglio 1980. Si nota il carattere discorsivo dell’argomentare, ma non per questo meno efficace e chiaro; anche le diverse citazioni dei testi di Leone Magno che si susseguono una dopo l’altra, quasi estrapolate dal contesto originale si spiegano con il tenore del testo.

Cristo è il centro unico della storia della salvezza:

“Dio non ha provveduto alle cose umane con un nuovo progetto e neppure con una misericordia giunta troppo tardi, ma dalla fondazione del mondo ha stabilito l’unica e massima causa di salvezza per tutti. La grazia di Dio, infatti, per cui la universalità dei santi vengono giustificati, si è associata con la nascita di Cristo, ma non è cominciata allora; e questo grande sacramento di pietà di cui ormai tutto il mondo è pieno, fu tanto potente anche nelle sue figure, che poterono impossessarsi di esso quelli che lo credettero promesso non meno di quelli che l’accolsero donato”.
“Fra tutte le opere della misericordia di Dio, che fin dal principio del mondo sono state operate da lui per la salvezza degli uomini, niente è più mirabile, nulla più sublime del fatto che Cristo è stato crocifisso per il mondo. A questo sacramento servirono tutti i misteri dei secoli precedenti, e tutto quello che nei differenti sacrifici, nei segni profetici e nelle istituzioni della legge è stato variamente disposto, tutto annunciava ciò che è avvenuto oggi, prometteva ciò che doveva compiersi: in modo che oggi, cessando le immagini e le figure, a noi giova quello che è avvenuto, come prima giovava quanto doveva avvenire”
“Nei nostri tempi, che sono quelli del Vangelo, non siamo più condotti alla fede per segni ed immagini ma, confermati dalla storia evangelica, crediamo ed adoriamo ciò che è già avvenuto”
“La sapienza e la benignità di Dio, col salutare indizio della sua opera, ci rese più capaci di accogliere la sua vocazione in modo che quello che con molti segni, con molte parole, con molti misteri era stato preannunziato durante tanti secoli, non fosse ambiguo in questi giorni del Vangelo”.

Il sacramento consta di gesti-azioni umane, nella quali non solo si riflette (segno) l’azione salvifica, ma di gesti-azioni che hanno un’effettiva forza di salvezza perché sono azioni di Dio fatto uomo, cioè azioni di natura umana, ma di potenza divina; pertanto per via di natura umana conferiscono una realtà divina. E’ questo il concetto dell’Incarnazione, nella quale c’è tutto l’uomo, vero uomo, perfetto uomo e tutto Dio, vero Dio, perfetto Dio, uniti nella persona divina del Figlio di Dio. Quindi le azioni di Cristo hanno un’effettiva forza di salvezza non perché sono azioni umane, ma perché sono azioni di Dio fatto uomo; cioè la natura dell’azione rientra nel campo umano, ma la potenza dell’azione rientra nel campo divino; si può quindi affermare che pur essendo di natura umana, queste azioni conferiscono all’uomo una realtà divina.

Il sacramento della salvezza non è chiuso nella storia passata ma è presenza operante nel tempo. Abbiamo già visto come Leone metta la ‘evangelica historia’ e ‘i giorni del Vangelo’ in opposizione con quelli che furono i ‘segni profetici e legali’ per cui dice: Noi che siamo nella storia siamo più capaci di ricevere la realtà – oppure: Noi che siamo nella storia accogliamo con una fede più ferma – oppure: Noi nella storia siamo confermati. Ma questo non è chiudere la storia. Per lui essa è il ‘dies evangelii’, cioè la storia di cui parla è la realtà storica che, cominciata col Vangelo, continua fino a quando, all’ultimo uomo, verrà annunziato il Vangelo. E’ la storia che esiste nel Vangelo e il Vangelo è un annunzio che è cominciato e non è finito. La realtà dell’avvenimento storico della salvezza fa sentire la sua efficacia anche al presente nell’azione liturgica dei sacramenti.

“Tutto quello che il Figlio di Dio ha compiuto per la riconciliazione del mondo, noi non lo conosciamo solo attraverso la storia di azioni passate ma lo sentiamo efficace anche in ciò che egli fa al presente. E’ ancora lui infatti che, generato di Spirito Santo da Madre Vergine, con il medesimo Spirito feconda oggi la incontaminata sua Chiesa, in modo che il battesimo diventi un parto per il quale viene generata una innumerevole moltitudine di figli di Dio”.

Abbiamo già detto che è nella natura del sacramento essere stato efficace sia quando era promesso nel futuro e sia quando fu un fatto compiuto, perché dice ancora Leone ‘esso non ha mai cessato di essere attivo per il passare del tempo’. Cristo non ha salvato l’uomo di un giorno o per un giorno: finché l’uomo esiste, esiste la salvezza dell’uomo. Dato che la promessa della salvezza sta al principio del tempo, finché dura la promessa e va verso la sua realizzazione, si sta in un tempo di preparazione, il quale è un processo che cresce gradualmente. Entrato in fase di realizzazione in Cristo, il mistero della salvezza diventa fatto compiuto e, come tale, si inserisce nel tempo. Il tempo diventa tempo dell’evento compiuto e in esso il sacramento della salvezza continua ad esistere nella sua realtà. I sacramenti (della Chiesa) sono i momenti nei quali, nel succedersi del tempo, continua ad esistere e agire il sacramento della salvezza. […] La salvezza operata da Cristo era un ‘sacramento’, perché nell’azione visibile e concreta della sua umanità (segno sacro) si realizzava invisibilmente la salvezza. Cristo diventando uomo rende visibile il disegno di Dio ed è questo disegno di Dio, reso visibile, che rende all’uomo la salvezza invisibile. Dopo l’ascensione, il momento visibile della salvezza non è più nell’umanità di Cristo, che è assente, ma nel segno sacro rituale che sostituisce Cristo (ne è il sacramento) in quanto come lui è visibile e come lui provoca la salvezza invisibile. Quindi dopo l’ascensione il momento essenziale di salvezza non è più direttamente nell’umanità di Cristo, ma nel rito che ha il compito di sostituire l’umanità di Cristo.

S. Marsili, «Il mistero di Cristo in prospettiva liturgica», in Id., Mistero di Cristo e liturgia nello Spirito, Città del Vaticano 1986, 119-160.

cf. anche: https://sacramentumfuturi.wordpress.com/2013/10/09/cristologia-liturgica-monofisiti-vs-nestoriani-altroche-conservatori-vs-riformatori/

“ad hoc”

Da un comune dizionario:

La locuzione latina “ad hoc”, di uso comune anche nella lingua italiana, il cui significato letterale è “per questo”, è utilizzata per indicare qualcosa creata per uno scopo ben preciso, per esempio: una legge creata ad hoc (cioè con un preciso scopo); un discorso ad hoc (ossia pensato e scritto con uno scopo ben preciso). L’espressione è altresì adoperata, per indicare anche un atteggiamento, un modo di fare “appositamente” concepito per rispondere ad una specifica situazione.

L’inno proposto per l’Ufficio delle Letture nella Settimana Santa, Pange, lingua, gloriosi, proelium certaminis, è un gioiello. Fa impressione, fra tantissimi altri spunti, la quinta strofa: la sintesi del mistero della vita di Cristo è ardita ed efficacemente poetica.

Lustra sex qui iam peracta,
tempus implens corporis,
se volente, natus ad hoc,
Passioni deditus,
Agnus in Crucis levatur
immolandus stipite.

Egli, già trascorsi sei lustri e compiendo il tempo della sua vita mortale, volendolo lui, nato per questo, si offre alla Passione, come Agnello è innalzato sul legno della Croce, per esservi immolato.
E’ fortissimo quel “ad hoc”, insieme al “se volente”! Che mirabile teologia è racchiusa qui. Insieme alle altre strofe, l’inno percorre tutta la storia della salvezza, dal primo peccato al mistero pasquale. Anche il mistero dell’incarnazione riceve luce dalla Pasqua. Ben oltre a qualsiasi accenno sentimentale o devozionale, la liturgia ci permette di entrare nel più profondo cuore del mistero della salvezza, con poche parole, ridicendo la Scrittura e i Padri in modo davvero incredibile.

Tu lo dici; sono re; io sono nato per questo, e per questo sono venuto nel mondo: per testimoniare della verità.
tu dicis quia rex sum ego, ego in hoc natus sum et ad hoc veni in mundum ut testimonium perhibeam veritati
(Gv 18,37)

Ego crucem volens patior, et mortem in me quam sum perempturus admitto.
Io soffro la croce perché lo voglio, e accetto in me la morte che sto per distruggere.
(Leone Magno, Sermone 48,3,5)

Certamente anche la stessa nascita del Signore da una madre è ordinata a questo mistero, né ci fu altro motivo nella nascita terrena del Figlio di Dio se non quello di poter essere affisso alla croce. Nel seno della Vergine fu assunta la carne mortale, e in quella carne mortale ebbe compimento il disegno della passione, che per l’ineffabile disposizione della misericordia divina fu per noi sacrificio di redenzione, abolizione della colpa e principio di risurrezione alla vita eterna.
Siquidem etiam ipsa Domini ex matre generatio huic sit impensa sacramento, nec alia fuerit Filio Dei causa nascendi, quam ut cruci posset adfigi. In utero enim Virginis suscepta est caro mortalis, in carne mortali completa est dispositio passionis, effectumque est ineffabili consilio misericordiae Dei, ut esset nobis sacrificium redemptionis, abolitio peccati et ad aeternam vitam initium resurgendi.
(Leone Magno, Sermone 35,1)