Avvento. Cose inaudite, o quasi. (I)

Solo uno spirito libero ed originale quale Luis Bouyer poteva scrivere le osservazioni che riportiamo da un testo di cui possediamo solo la versione inglese. Si tratta di un testo datato (1956), che conserva tuttavia il suo valore. Se non altro, perché vi si trovano delle posizioni chiare. In manuali più recenti e più aggiornati, invece, fra le ridda di ipotesi e dati, manca il coraggio di una sintesi. C’è da dire, è vero, che la sintesi nella scienza liturgica non può essere la quadratura del cerchio: è un’organismo troppo complesso, la liturgia, perché per esso funzionino alla perfezione schemi e teorie troppo rigide. Ma fra il compilatore enciclopedico, che non si espone mai e appesantisce il testo con notazioni e note senza arrivare nemmeno ad un tentativo di soluzione, e lo studioso che, rischiando di venir contraddetto dall’ultimissima scoperta,  prova comunque ad offrire un’interpretazione dei dati, preferiamo quest’ultimo. Preferiamo Louis Bouyer.

From these facts, one conclusion must be drawn which at first sight may seem, perhaps, bewildering, but is nonetheless inevitable. This conclusion is that Advent, together with Christmas and Epiphany, far from being the first or introductory part of the liturgical year, is properly its end. Since the late Middle Ages, it has become generally customary to consider the First Sunday of Advent as the beginning of the Temporal cycle of the year. The custom of putting first in liturgical books the liturgy for this Sunday may have grown up more or less as a result of that faulty interpretation of Christmas which we have been endeavoring to dispel. […] Far from making a new beginning, Advent still comes in direct continuity with the last Sundays after Pentecost… [L. Bouyer, Life and Liturgy, London 1956, 207]

Non possiamo riportare tutti i passaggi del capitolo in questione, che sostanzialmente ricentra l’Avvento e il Natale nell’attesa escatologica, compimento del mistero della salvezza. Compimento dunque, non inizio.

Poco prima aveva scritto, azzardando una spiegazione dell’introduzione del ciclo natalizio nell’anno liturgico:

..the celebration of Christmas and Epiphany (the two feasts are so closely connected as to form but one celebration) reveals a significance, the majestic grandeur of which has been often overlooked, but the actuality of which cannot be questioned. This celebration is that of eschatological expectation: of the hope, the ardent prayer, for Parousia. “Come, Lord Jesus. Come quickly!” This is the last word in the celebration of the Mystery: it nourishes in us the divine discontent, the holy impatience, should we call it, which must remain in our hearts when we have celebrated the Mystery as we should. From this point of view, it is easy to understand how it was that the Christmas-Epiphany cycle was introduced into the liturgical year at the end of the fourth century, when the Church of Constantine had become well installed in this world and was in danger of losing the fervor of its hope for the world to come. The purpose of Advent, Christmas and Epiphany is ceaselessly to reanimate in us that hope, that expectation. But how can they do so if we reduce their significance to a sentimental commemoration of the childhood of Jesus, especially when in it we see only what touches our hearts about all childhood, transmuted only by some aura of divinity. [204]

Comunque, è dai tempi Sant’Agostino che ci si interroga sul valore e sul senso della celebrazione liturgica del Natale: memoria o sacramento? Anche la questione della data, ossia la scelta della Chiesa di assumere un giorno fisso e non invece legato al ciclo mobile delle feste determinate dal calendario lunare, segnala la particolarità di tale festa. Ad essa, poi, si aggiunge il fatto che per la liturgia del Natale non vi è un evidente retroterra ebraico di feste o consuetudini, che Cristo abbia assunto e compiuto e che poi entrano in qualche modo anche nella liturgia cristiana.

A questo punto ci viene in mente che Danielou, nel suo studio sulle feste, nota la singolarità della biblica festa delle Capanne, unica che non ha trovato una corrispondenza nella liturgia cristiana (1).  L’ora tarda in cui scriviamo e la stanchezza che vince ormai il raziocinio ci fanno balenare un’associazione folle fra le capanne dei Tabernacoli e la «capanna» del presepe. Ma questo sarebbe troppo, troppo inaudito.


(1) «Il Nuovo Testamento non annulla, ma porta a compimento il Vecchio. Non esiste dimostrazione più chiara della validità di questa affermazione che quella delle feste liturgiche: le grandi solennità del giudaismo, Pasqua e Pentecoste, sono state recepite dal Cristianesimo ed arricchite soltanto di un nuovo contenuto. C’è tuttavia un’eccezione a questa regola: la terza grande festa del giudaismo, quella dei Tabernacoli… […] … la Festa dei Tabernacoli non è interamente legata con alcun mistero della vita di Cristo. E’ forse per il fatto che, più di ogni altra festa, essa è legata a quello che tra i Suoi misteri non è ancora compiuto: quello dell’ultima Parusia»: J. Danielou, Bibbia e Liturgia. La teologia biblica dei Sacramenti e delle feste secondo i Padri della Chiesa, Roma 1998, 293.

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Il Libro della Sapienza e la cipolla: quando la liturgia “gioca brutti scherzi”

Quando questa mattina, sabato della XXX settimana del tempo ordinario, abbiamo pregato l’Ufficio delle Letture ci siamo quasi spaventati: è incredibile come la liturgia risponda come fosse davvero, e lo è, un organismo vivente, che sta al passo con i tempi e risponde in presa diretta agli eventi. Naturalmente, lo ribadiamo, queste sono osservazioni semi-serie, ma l’occasione è troppo ghiotta per non parlarne.

Vediamo.

Dunque, come prima lettura dell’Ufficio, appunto, la Liturgia delle Ore proponeva per oggi versetti tratti dai capitoli 11 e 12 del Libro della Sapienza. Ebbene, una più piccola parte di quegli stessi versetti sono riproposti, come prima Lettura, dal Lezionario della Messa della XXXI domenica per l’anno C, quest’anno. In pratica, chi avesse pregato l’Ufficio di oggi e avesse partecipato alla Messa prefestiva, avrebbe per due volte ascoltato, sostanzialmente, lo stesso brano biblico; comunque, sorprende la curiosa insistenza, un giorno dopo l’altro, della Liturgia su questa pagina della Scrittura! Orbene, non guasta affatto questa lettura, nel contesto del Giubileo della Misericordia. Si dà il caso, pure, che queste siano le letture che precedono il viaggio apostolico di Papa Francesco in Svezia “in occasione della commemorazione comune luterano-cattolica della Riforma” (1). Questo viaggio è stato preceduto, poi, da un’intervista rilasciata dal Santo Padre alla rivista dei gesuiti svedesi Signum, da alcuni servizi giornalistici riassunta così: «Lutero? Ha messo la Bibbia nelle mani del popolo». Ora, possiamo essere d’accordo che si tratti di una riduzione semplicistica di un discorso molto più ampio e complesso, come pure sul fatto che per alcuni aspetti tale affermazione descriva la verità delle cose, tuttavia la Liturgia, con i suoi “brutti scherzetti” ci ricorda una questione: quale Scrittura? E’ noto, infatti, che i protestanti rifiutino di accogliere il libro della Sapienza fra i libri ispirati canonici.

Viene in mente qui un’immagine ardita ma assai evocativa creata da Louis Bouyer, sferzante e aspro sia per il suo particolare carattere sia per la sua biografia (da pastore riformato divenne religioso della Congregazione dell’Oratorio), per i suoi studi e per la sua competenza autore degno della più grande attenzione:

….Di qui la stupefacente invenzione di quello che sarà chiamato «un canone all’interno del canone». Questo significa che in nome di una religione che aveva incominciato con il non voler altro all’infuori della sola Bibbia, ma tutta intera, si eliminava adesso dalla Bibbia stessa come sprovvisto di autorità tutto quello che era troppo in contraddizione con essa. La disgrazia è che, quando si arriva a questi miserabili sotterfugi nel fare discriminazione tra il «vangelo puro» e i suoi supposti tradimenti, ci si trova come quando si sfoglia una cipolla: non vi è possibilità di fermarsi se non quando non rimane più nulla di concreto. (L. Bouyer, Gnosis. La conoscenza di Dio nella Scrittura, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1991, 11) (2)

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(1) Riprendiamo quanto riportato dal Bollettino della Sala Stampa della Santa Sede, qui. Altro scherzetto della Liturgia: nonostante pare non sia stato pubblicato il Messale del Viaggio Apostolico, come di consueto preparato dall’Ufficio delle Celebrazioni liturgiche del Sommo Pontefice, alcune indicazioni per sommi capi vengono comunque date: Formulario, Prefazio, Preghiera eucaristica, Letture e il testo completo delle preghiere dei Fedeli (cf. qui). In terra riformata, il Papa celebrerà la Messa di Tutti i Santi, un aspetto non proprio  facilmente digeribile per un non cattolico!

(2) Meriterebbe di essere letto l’intero capitolo introduttivo, da cui traiamo la citazione, il cui titolo è: «Il posto della Bibbia nel cattolicesimo e nel protestantesimo». Un altro passaggio curiosamente anticonformista ma attuale, sempre a proposito di scienza biblica: «…A proposito di tutto questo è un paradosso ancor più strano vedere tanti esegeti cattolici che, dopo il Concilio Vaticano II, si precipitano a sostenere vedute il più possibile opposte alla tradizione della Chiesa, proprie di una critica sviluppatesi nell’ambito di un protestantesimo razionalista o “liberale”. E’ a questo punto che Robinson, dopo una discussione con un gruppo di loro che si erano fatti avanti come rappresentati della Chiesa “postconciliare”, poté venire da me e chiedermi ironicamente: “La Chiesa cattolica è davvero pronta a farsi la funeral home di teorie protestanti che i protestanti stessi, per semplice onestà scientifica, stanno considerando come insostenibili?”: ibid., 14-15. Il saggio, nell’originale francese, è del 1988. Non recentissimo, quindi, ma comunque ancora assai aderente al nostro presente.

I Salmi e l’approfondimento progressivo della Rivelazione

Dopo alcuni post un poco originali, lasciamo la parola ad un autorevole maestro, che ci aiuta a comprendere l’orizzonte delle nostre incursioni in Bibbia e Liturgia.

La Parola di Dio non si è fatta udire a poco a poco mediante un’aggiunta esteriore di verità, partendo da ciò che è più semplice fino ad arrivare a ciò che è più complesso, da ciò che è elementare e concreto all’astrazione elaborata. Lo sviluppo della rivelazione nella Bibbia ci appare piuttosto come quello di una tema che si arricchisce di se stesso, caricandosi pian piano di suoni armonici nuovi, per giungere finalmente a permeare tutto il nostro universo mentale e spirituale. La parola di Dio non progredisce tanto nel senso della complessità molteplice di affermazioni sempre più variate, quanto piuttosto nel senso dell’unità nella quale si scoprono una personalità divina e un disegno divino, che ha di mira una completa unione tra Dio e l’uomo, una riunificazione dell’umanità disgregata dal peccato, ma ricostituita nel suo secondo Adamo.

Comprendere la rivelazione, il senso della Scrittura, richiede che la si legga secondo queste linee. Occorre cioè cercarvi non una successione di concetti, ma l’approfondimento di verità semplicissime e ricchissime date fin dal principio, e che costituiscono l’unità della parola divina. E ciò che ci permette di accedere a questa intelligenza propriamente religiosa delle Scritture è una contemplazione del grande disegno che in essa si dispiega e di quell’Unico che in essa si scopre il volto. Tale contemplazione è costantemente suscitata nella Chiesa dalla preghiera ispirata: il Salterio, che costituisce la base di tutta la preghiera liturgica. Quando ci si stupisce che i Salmi dell’Antico Testamento restino la preghiera del Nuovo, è proprio perché non si coglie il vero carattere di progresso della rivelazione. Tramite la loro congiunzione e la loro esaltazione lirica dei temi definitivi che la rivelazione ha toccato dal primo istante, i Salmi sono al contrario il mezzo provvidenziale che deve aiutarci a discernere sotto le prime realizzazioni della Parola, la sua realtà che permane. I temi più propriamente nuovi del vangelo – l’adozione da parte del Padre, il dono dello Spirito, come pure la rivelazione del Figlio – non assumono tutto il loro significato, e nemmeno hanno un senso intelligibile se non li scopriamo alla confluenza dei temi della parola profetica. La giustizia e la misericordia predicate da Amos e Osea, la santità divina da Isaia, la religione del cuore da Geremia, la sofferenza redentrice dai canti del Servo, la presenza divina restituita per sempre a un popolo rigenerato, e, infine, il mistero della Sapienza creatrice e redentrice intravisto dagli scribi: ecco tutti i fili con i quali il vangelo tesserà la sua trama.

[…]

Il fatto che la preghiera di Israele sia divenuta spontaneamente e senza sforzo la preghiera della Chiesa, attesta semplicemente quella continuità che tutto dovrebbe farci cogliere nella Bibbia. Parlare così, non significa affatto misconoscere o sottovalutare l’irriducibile novità del vangelo. Ma, appunto, non si è per nulla percepito il movimento che attraversa e solleva progressivamente l’intera Bibbia di Israele, se non la si vede tutta illuminata dalla promessa, protesa nell’attesa. […] In questo modo, quando si arriva al termine dell’antica alleanza, tutto è pronto per accogliere la nuova. Ma, perché la sua “buona novella”, cioè il vangelo, sia ricevuta, occorrono dei cuori preparati, delle anime che siano anime di desiderio, e il cui desiderio sia quello dello Spirito. Questa preparazione è data dall’Antico Testamento, mentre quel desiderio è espresso dai Salmi. Essi dunque sono a buon diritto la preghiera cristiana, perché sono la preghiera con la quale lo Spirito ci ha insegnato a chiedere precisamente ciò che il Padre voleva darci mediante il Figlio.

L. Bouyer, La Bibbia e il Vangelo, Magnano (BI) 2007, 265-268.

Paolo VI e la riforma liturgica. Dalla beatificazione una nuova luce

Con una provvidenziale tempistica, sull’ultimo numero della rivista Ecclesia Orans, è apparso un articolo assai significativo su Paolo VI e la riforma liturgica promossa dal Concilio Vaticano II: I. Scicolone, «Paolo VI, “interprete” della riforma liturgica», Ecclesia Orans 30 (2013) 335-362. Padre Scicolone, noto liturgista, è autore, su richiesta del postulatore della causa di beatificazione, di una particolare positio durante l’iter della causa. Il valore dell’articolo è dunque rilevante e, a pochi giorni dalla beatificazione, la lettura di questo testo può essere un modo interessante per riconsiderare l’importanza di Papa Montini.
Riproduciamo il decimo paragrafo dell’articolo di Scicolone, in cui si tratta della soppressione dell’Ottava di Pentecoste (pp. 356-358).

L’ottava di Pentecoste

Una parola a parte merita la questione della soppressione dell’ottava di Pentecoste. Dopo l’approvazione del nuovo calendario, con la Costituzione apostolica Mysterii paschalis del 14 febbraio 1969 (1), e nonostante la spiegazione delle motivazioni di tale soppressione, data nel Commentarius: “Octava Pentecostes, ut dictum est, supprimitur; attamen feriae currentes inter sollemnitatem Ascensionis et sollemnitatem Pentecostes peculiare momentum acquirunt formulariis enim propriis ditantur quibus in mentem revocantur promissiones Christi relate ad effusionem Spiritus Sancti “(2) il papa personalmente, nei giorni seguenti la Pentecoste del 1970, avvertiva il disagio di trovarsi, ex abrupto, nel tempo ordinario, e ne scriveva, con biglietto autografo, al P. Bugnini, chiedendogli di fare qualcosa per “ripensarvi, e trovare il modo di ristabilire un culto liturgico che contiene in se’ la profonda radice di tutte le altre sue manifestazioni nella Chiesa di Dio, animata dallo Spirito Santo» (3)

Proprio il 1970 fu l’anno in cui entrò in vigore il nuovo calendario universale, ma non era ancora stato pubblicato il nuovo messale. Per cui, i formulari dell’antica ottava erano tolti, ma non erano in uso i formulari nuovi per le ferie che vanno dall’Ascensione alla Pentecoste. Da qui il disagio avvertito da tanti e dallo stesso pontefice. Alla lettera del papa rispose il P. Bugnini, allegando un “Promemoria sulla soppressione dell’ottava di Pentecoste”, di 11 pagine, in cui puntigliosamente espone le ragioni storiche e teologiche, favorevoli non alla soppressione della ottava, ma al ripristino della “Cinquantina” pasquale, che ovviamente si chiude il cinquantesimo giorno.

Qui, oltre le testimonianze di storici della liturgia, quali Schuster, Chavasse, Righetti e Cabié, ricordate dal Bugnini, che affermano giustamente che, all’origine e fino a Leone Magno, la Pentecoste chiudeva la cinquantina e non aveva un’ottava, basti ricordare i testi dei più antichi sacramentari.

Il SacramentarioVeronese (o Leoniano) non presenta l’ottava. Nella settimana successiva alla Pentecoste si celebrava il digiuno del quarto mese (ossia le Quattuor tempora). Ora era impensabile un digiuno nel tempo pasquale. Anzi il prefazio n. 229 dice espressamente:
post illos enim laetitiae dies, quos in honorem a mortuis resurgentis et in coelos ascendentis exegimus, postque perceptum sancti spiritus donum necessariae nobis haec ieiunia sancta provisa sunt, ut pura conversazione viventi bus quae divinitus ecclesiae sunt collata permaneant (4).

L’ottava fu aggiunta in seguito, a somiglianza della Pasqua, dato che nella veglia di Pentecoste si celebravano i battesimi, per coloro che non avevano potuto celebrarlo a Pasqua. In seguito essa rimase, facendo considerare la Pentecoste come la celebrazione dell’evento della discesa dello Spirito Santo, staccato però dalla Pasqua.

Il Bugnini ricorda ancora che già la Commissione piana, nel 1950 aveva proposto l’abolizione dell’ottava di Pentecoste. Nel Consilium la questione è stata ampiamente discussa e votata a grande maggioranza, senza problemi. La Congregazione della dottrina della fede, pur facendo alla riforma del calendario molte osservazioni, non ha trovato nulla da dire contro la soppressione dell’ottava di Pentecoste, anzi l’ha incoraggiata:

«Questa sacra Congregazione non vede motivi di principio contro l’abolizione di tale Ottava, perché in tal modo risulterebbe più efficace il simbolismo antichissimo del 50° giorno. Inoltre l’Ottava nella sua attuale struttura, benché di antica istituzione (attorno al sec. VI per Roma), è meno organica per la sovrapposizione delle Tempora d’estate. Pastoralmente poi è certo più sentita la Novena di Pentecoste che non l’Ottava come continuata celebrazione della Pentecoste. I testi chiaramente allusivi al battesimo, poi, oggi sono più anacronistici, mentre potrebbero trovare la loro sede nel tempo che precede la Pentecoste. Questa sacra Congregazione, tuttavia condiziona l’abolizione dell’Ottava di Pentecoste al fatto che siano conservate le Messe dell’Ottava, anticipandole nella Novena di preparazione (che una volta era l’ottava dell’Ascensione)» (5).

Oggi, a distanza di 40 anni, con il nuovo messale già alla terza edizione, non credo che tale soppressione faccia problema. Nelle nazioni dove sono giorni festivi il lunedì e il martedì dopo Pentecoste, è stato provveduto, come allora si era previsto nello stesso Consilium. Il caso dell’abolizione dell’ottava di Pentecoste dimostra che Paolo VI non ha subito le pressioni del Consilium o del P. Bugnini, ma — da persona intelligente e saggia qual era — ha compreso le ragioni teologico—storiche e le ha accolte. Basti pensare al fatto che ha più senso invocare lo Spirito Santo (Veni, Creator Spiritus…) al Vespro dei giorni che precedono, anziché nei giorni che seguono la venuta dello Spirito Santo.

Segnaliamo il giudizio assai duro espresso da L. Bouyer nelle sue memorie, sulle quali già abbiamo detto qualcosa: «Je préfère ne rien dire ou si peu que rien du nouveau calendrier, oeuvre d’un trio de maniaques, supprimant sans aucun motif sérieux la Septuagésime e l’octave de Pentecote, et balançant les trois quarts des saints n’importe où, en fonction d’idées à eux» (6).

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(1) PAOLO VI, «Litterae apostolicae motu proprio datae Mysterii paschalis (14 februarii 1969)», AAS 61(1969) 222-226.
(2) Calendarium romanum ex decreto sacrosancti oecumenici concilii Vaticani II instauratum auctoritate Pp. Pauli VI promulgatum, Città del Vaticano 1969, 57.
(3) Mi piace riportarne il testo integrale: «(confidenziale) Al caro e veneratissimo Padre Annibale Bugnini, Segretario della Sacra Congregazione per il Culto Divino, non sappiamo nascondere, durante questa settimana, che succede alla Pentecoste, il nostro senso di afflizione spirituale, per la mortificazione inflitta dalla riforma liturgica al culto dello Spirito Santo, quando la festa, dedicata al fatto strepitoso e al mistero della missione del medesimo Spirito Divino nella Chiesa nascente e tuttora vivente per sua soprannaturale virtù, sembra per intrinseca ragione richiedere d’esser protratta nella meditazione e nella celebrazione, come appunto era splendidamente (e non mai abbastanza), prima della presente abolizione dell’Ottava. Non definisce S. Giovanni Crisostomo la Pentecoste “metropolim festorum”? (PG 50, 463, hom. II). Non ha il recente Concilio dato grande e nuovo risalto alla teologia dello Spirito Santo? Perché il rinnovamento liturgico dovrebbe talmente impoverire il culto dovuto al Paraclito? Noi sappiamo che molti ottimi Ecclesiastici e Fedeli sono meravigliati e addolorati per simile costrizione. Non sarà forse opportuno ripensarci, e trovare il modo di ristabilire un culto liturgico, che contiene in se la profonda radice di tutte le altre sue manifestazioni nella Chiesa di Dio, animata dallo Spirito Santo? Ecco una delle questioni successive alla riforma liturgica, degna di memoria. Alla sua intanto la affidiamo, e invocando per Lei e per i suoi Collaboratori il lume dello Spirito, di cuore La benediciamo. Paulus Pp. VI. 21 maggio 1970», (copia della lettera è in possesso della postulazione della causa di beatificazione).
(4) Sacramentarium Veronense (Cod. Bibl. Capit. Veron. LXXXV[80]), ed. L. Einzenhofer – P. Siffrin – L.C. Mohlberg (Rerum ecclesiasticarum documenta, Series maior – Fontes I), Roma 1994, 29.
(5) Prot. D.F. 2134/ 67 del 27 maggio 1968. (Copia della lettera è in possesso della postulazione della causa di beatificazione).
(6) L. Bouyer, Mémoires, Paris 2014, 199-200.

Memorie su memorie, per superare pregiudizi.

 SAMSUNG

In attesa di un esame più approfondito, necessario e interessante per le questioni coinvolte, ci permettiamo di evidenziare una piccola svista nelle memorie autobiografiche di L. Bouyer. Effettivamente, come ci suggerisce nella quarta di copertina il card. Lustiger, si tratta di un personaggio davvero anticonformista: i giudizi e le valutazioni che il Bouyer lascia nel suo scritto sono inconsueti. Forse nella foga del suo scrivere si è lasciato un poco prendere la mano: su Bugnini abbiamo sentito e letto di tutto, ma che fosse “napoletano”, non lo si era mai insinuato. Forse, almeno su questo, conviene dare credito al Bugnini; sentiamolo:

«Sono nato a Civitella del Lago, Provincia di Terni e allora di Perugia, unica provincia dell’Umbria, diocesi di Todi. Venni al mondo il venerdì 14 giugno 1912, alle 10 del mattino. Alla ‘festa’, come nei nostri paesi si soleva chiamare la domenica, fui battezzato in parrocchia con i nomi di Annibale, Nazareno, Erminio, dal parroco don Perseo Morelli. Fecero da Padrini Pietro Giontella di Montecchio e Clelia Bacci. Ero quinto di sette figli. Tre ci consacrammo al Signore: Fidenzio, converso dei Servi di Maria (Fra Filippo); Celestina tra le Figlie della Carità (Sr. Agnese) e chi scrive tra i Missionari Vincenziani. Gli altri, tranne una, si accasarono onestamente. […] Mio padre, Giobbe, era d’animo semplice e pio. Era attaccato alla terra e al lavoro. Dalle prime ore del mattino alla sera passava la vita nei campi con la zappa o all’aratro. La domenica, vestito a festa, saliva invariabilmente al paese per la Messa. ‘Saliva’ perché eravamo mezzadri i poderi della famiglia Gradoli che sono nella zona sottostante al paese nel versante di Orvieto. […] Mia madre, Maria Agnese Ranieri, era una buona donna del popolo…» (1).

Come si vede, non si evincono influssi napoletani: forse Bouyer si riferiva ad ascendenti? O forse, semplicemente, quell’annotazione ‘napolitain’, non è intesa in senso geografico stretto, ma significa qualcosa di più? Oppure è un semplice errore?

«Je ne voudrais pas être trop dur pour les travaux de cette commission. Il s’y trouvait un certain nombre de savants authentiques et plus d’un pasteur averti et judicieux. Dans d’autre conditions, ils auraient pu accomplir un excellent travail. Malheuresement, d’une part, une fatale erreur de jugement plaça la direction théorique de ce comité entre les mains d’un homme généreux et courageux, mais peu instruit, le cardinal Lercaro. Il fut complètement incapable de résister aux manœuvres du scélérat doucereux qui ne tarda pas à se révéler en la personne du lazariste napolitain, aussi dépourvu de culture que de simple honnêteté, qu’était Bugnini» (2)

Per ora, ci si ferma qua. Le altre questioni non possiamo risolverle in pochi giorni e in poche righe (3).

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(1) «Liturgiae cultor et amator, servì la Chiesa». Memorie autobiografiche, G. Pasqualetti (ed.), Roma 2012, 25-26.
(2) L. Bouyer, Mémoires, Paris 2014, 197-198.

(3) Cf. https://sacramentumfuturi.wordpress.com/2014/09/21/l-bouyer-memorie-tutte-da-leggere-e-da-gustare-ma-con-attenzione/SAMSUNG

L. Bouyer. Memorie tutte da leggere e da gustare. Ma con attenzione.

Senza dubbio, sarà molto interessante e utile leggere e studiare le Memorie di p. Louis Bouyer, recentemente pubblicate in Francia (Cf. http://www.editionsducerf.fr/html/fiche/fichelivre.asp?n_liv_cerf=10038). Un lettore del blog ci ha già segnalato l’eco di alcuni passaggi di tale pubblicazione, sottolineati dal giornalista S. Magister sul suo sito web (https://sacramentumfuturi.wordpress.com/2014/09/12/il-nuovo-rito-della-penitenza-paolo-vi-critico-dalla-carte-del-card-antonelli-unannotazione-da-approfondire/#comments)
Che dire a proposito? Innanzitutto ogni occasione di studio e approfondimento è sempre propizia e stimolante. E se nuova luce può essere apportata è davvero cosa utile e positiva. Occorre anche, del resto, non dimenticare che si tratta di memorie personali, che vanno lette criticamente, incrociandole con altri studi e, soprattutto, con la documentazione relativa.
L. Bouyer è sicuramente un’autorità: per questo fu cooptato nel lavoro di riforma del Consilium. Ma è pur sempre soggetto, come ciascuno di noi, a tentazioni di polemiche, valutazioni personali e, talora, di risentimenti.
Siamo grati alle Edizioni Du Cerf per averci dato la possibilità di accedere ai testi inediti delle memorie del grande Bouyer, e siamo sicuri che la lettura sarà interessante e arricchente. Non siamo esentati, tuttavia, dall’attenzione necessaria per non cadere in partigianerie non del tutto oggettive.

Non è in discussione la buona fede o la retta intenzione, ma per avvicinarci quanto più possibile alla verità e alla scientificità oggettiva, si deve pur considerare la parziale limitatezza di ogni ricostruzione, specie quando in essa sono coinvolte le storie personali.

Un esempio. Fortunatamente il saggio principale sulla riforma liturgica, lo studio di Bugnini (1), non è rimasto unico ed isolato. Oltre a tanti studi più settoriali con cui può essere integrato e confrontato, esso può essere completato anche da un’opera altrettanto ampia e generale, come la ricerca di N. Giampietro sull’operato dell’Antonelli (2). Da alcuni quest’ultimo saggio è stato salutato come il necessario e provvidenziale contraltare ad una visione troppo positiva e idilliaca della riforma liturgica, interessatamente e assai personalmente – dicono – proposta dal Bugnini. Non manca chi, del resto, fa notare che pure la lettura dello studio sulle carte dell’Antonelli non possa prescindere da considerazioni legate alle vicende delle persone coinvolte. A proposito di quest’ultimo studio, Gy commenta:

Everybody knew how disappointed Antonelli was that John XXIII had not made him, as head of the previous Commission (3), responsible for the Council’s work on the liturgical reform. […] I’m afraid that the recent dissertation written on the private papers of Cardinal Antonelli does not pay sufficient attention to this disappointment. But future historians should be aware of it when judging the liturgical reform of Vatican II.

P. M. GY, The Reception of Vatican II Liturgical Reforms in the Life of the Church, Milwaukee (WI) 2003, 14-15.

[Tutti sapevano come era deluso Antonelli, per il fatto che Giovanni XXIII non avesse costituito lui, in quanto capo della precedente Commissione, come responsabile dei lavori conciliari sulla riforma liturgica… Mi rincresce che la recente dissertazione scritta sulle carte private del Cardinale Antonelli non abbia prestato sufficiente attenzione a questa delusione. Ma i futuri storici dovrebbero di ciò essere coscienti, nel valutare la riforma liturgica del Vaticano II.]

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(1) A. BUGNINI, La riforma liturgica (1948-1975), (Bibliotheca «Ephemerides Liturgicae» «Subsidia» 30), Roma 1997.
(2) N. GIAMPIETRO, Il Card. Ferdinando Antonelli e gli sviluppi della riforma liturgica dal 1948 al 1970, (Studia Anselmiana 121 – Analecta Liturgica 21), Roma 1998.
(3) Gy si riferisce qui alla cosiddetta Commissione Piana, un gruppo di esperti interno alla sezione storica della Congregazione dei Riti, costituita da Pio XII il 28 maggio 1948 al fine di preparare un prospetto generale di riforma liturgica. Le adunanze e i lavori di tale Commissione erano guidati e coordinati dall’Antonelli. La Commissione Piana cedette il campo alla Commissione liturgica preparatoria, istituita nel 1960.