Ancora sul Salmo 86. Il mirabile tessuto di interpretazioni convergenti

I tempi liturgici cosiddetti “forti” sono assai interessanti agli occhi di un liturgista, perché in essi si contempla in modo eccelso la sapiente attenzione e maestria con le quali la tradizione della madre Chiesa li ha cesellati. L’ottava di Natale rimane, in questo senso, esemplare. Già ne avevamo mostrati alcuni aspetti, soffermandoci sulla salmodia (cf. qui). Ora ne riprendiamo un dettaglio, continuando le riflessioni sull’uso del Salmo 86, di cui abbiamo detto qualcosa nel post precedente.

Così, prima di riporre il primo volume della Liturgia delle Ore – da domani riprende il Tempo Ordinario -, ne sfogliamo di nuovo le pagine, ritornando appunto all’Ottava di Natale: nello spazio di pochi giorni, il salmo in questione viene pregato due volte, entrambe nell’Ufficio delle Letture, a differenza del corso normale del salterio distribuito nelle quattro settimane, in cui il Salmo 86 è usato – come notavamo – per le Lodi.

La prima occorrenza è prevista nella domenica dopo il Natale, festa della Santa Famiglia. Essa si spiega con il fatto che la salmodia è tratta dal comune della Beata Vergine Maria, che prevede come terzo salmo dell’Ufficio appunto il nostro salmo. Sul perché quest’ultimo sia stato scelto per il comune delle feste mariane si dirà qualcosa dopo. Per il momento notiamo che l’antifona corrispondente è strettamente legata alla festa della Santa Famiglia, senza avere particolari aderenze al salmo: Giuseppe si alzò nella notte, prese con sé il bambino e sua madre, e si rifugiò in Egitto (Consurgens Ioseph accepit Puerum et Matrem eius nocte, et secessit in Aegyptum)».

Molto più significativa è la seconda occorrenza, nella solennità di Maria santissima Madre di Dio. In questo caso antifona e salmo sono intimamente connesse, rendendo evidente l’interpretazione cristologica, e mariana allo stesso tempo, del salmo. Ciò parrebbe indice di antichità; purtroppo non siamo in grado, ora, di approfondire quanto ci lascia intravedere la relazione della commissione incaricata della distribuzione dei salmi, citata nel nostro post indicato, che giustificava la presenza del Salmo 86 nell’Ottava di Natale con il fatto che tale salmo fosse tradizionale dell’Ufficio natalizio proprio della Basilica di Santa Maria Maggiore, il santuario romano legato al mistero di Betlemme. Una pista assai interessante, che qui possiamo solamente indicare. Tornando, invece, all’antifona, ne rimaniamo affascinati per la mirabile ed ispirata composizione, che naturalmente prende le mosse dal testo latino del salmo nella versione della Vulgata: «Un Uomo è nato in lei: l’Altissimo ha consacrato la sua dimora (Homo natus est in ea, et ipse fundavit eam Altissimus)». Ad una lettura cristiana e credente, quell’«homo» non poteva essere che il nuovo nato nella stirpe di Davide, il Messia promesso, il Figlio di Dio, di cui il Natale celebra l’Incarnazione.

Tornando infine alla presenza del salmo nel comune della Beata Vergine Maria, ci aiuta a capirne la motivazione ancora un’antifona, questa volta dell’Ufficio della Solennità dell’Immacolata Concezione, l’otto dicembre. Come terzo salmo dell’Ufficio delle Letture troviamo ancora il salmo 86, preceduto dal testo antifonale: «Meraviglie si cantano di te, città di Dio: il Signore ti ha costruita sulla santa montagna».

Si rimane davvero stupiti di come l’interpretazione mariana del salmo prevalga nel tempo proprio del Natale, completando e affiancando l’altro filone esegetico che ne fa un salmo ecclesiologico – così vedevamo a proposito della presenza di esso nell’Ufficio delle Lodi nella distribuzione quadrisettimanale. Con ciò si dimostra, anche nei testi della liturgia, la verità di quanto bene affermava Isacco della Stella: «quel che si dice in modo speciale della vergine madre Maria, va riferito in generale alla vergine madre Chiesa; e quanto si dice d’una delle due, può essere inteso indifferentemente dell’una e dell’altra. Anche la singola anima fedele può essere considerata come Sposa del Verbo di Dio, madre figlia e sorella di Cristo, vergine e feconda. […] Eredità del Signore in modo universale è la Chiesa, in modo speciale Maria, in modo particolare ogni anima fedele. Nel tabernacolo del grembo di Maria Cristo dimorò nove mesi, nel tabernacolo della fede della Chiesa sino alla fine del mondo, nella conoscenza e nell’amore dell’anima fedele per l’eternità (Disc. 51)».


P.S. Queste brevi considerazioni hanno avuto il loro spunto nella preghiera personale del Salterio, ma hanno trovato conferma e fondamento grazie al sempre utilissimo lavoro di Felix M. Arocena e José A. Goñi, Psalterium Liturgicum. Psalterium crescit cum psallente Ecclesia, I, Roma 2005.

 

Dalla “Stella” una piccola luce sulle letture dell’Ufficio del Salterio odierno

Avevamo avanzato un’ipotesi che riconoscerebbe l’intervento degli ultimi due periti assegnati alla riforma delle letture dell’Ufficio in un responsorio raro e particolare (1).

Possiamo con più dati e con più probabilità offrire altra luce sul lavoro che portò al nuovo libro della Liturgia delle Ore, una luce che ci giunge, in modo indiretto, dall’Abbazia Notre Dame de l’Étoile, Nostra Signora della Stella, appunto.

In questa ricostruzione forse del tutto marginale si rende evidente però il fascino della liturgia: l’opera di Dio, la grazia che in essa fluisce si intreccia all’opera dell’uomo, che la vive e la celebra. O, in questo caso, che ne rivede i testi.

Il contesto è la fase di rielaborazione del lezionario patristico biennale, di fronte al fatto che il progetto di lezionario biblico, su cui quello era costruito, venne ridotto ad un ciclo unico. Già abbiamo accennato al pesante compito affidato ai due monaci Ashworth e Raciti, (2) benedettino il primo e cistercense il secondo. Proprio del cistercense sappiamo che studiò da vicino la figura e l’opera di un suo illustre confratello, Isacco, abate di Notre Dame de l’Étoile, conosciuto in Italia come Isacco della Stella.

4 dei suoi Discorsi sono proposti nel lezionario biennale e 4 ne compaiono nel ciclo unico pubblicato nei 4 volumi della Liturgia delle Ore. Già il fatto che sia stato conservato lo stesso numero di Discorsi segnala che la presenza di Isacco sia stata giudicata importante. Se poi confrontiamo da vicino le occorrenze, scopriremo dati più stringenti per la nostra tesi. Rimandiamo ad una tabella per le indicazioni precise (discorsi-isacco-della-stella), qui possiamo solo raccogliere le considerazioni in sintesi. Se da una parte è evidente che i due monaci dovettero fare i conti con un lezionario biblico stravolto e ridotto, e che le loro scelte furono in ragione di tale decisione – che non fu la loro -, dall’altra sembra che ad Isacco riconobbero un’autorità e un valore particolare. Il rimaneggiamento delle letture bibliche non determinò una perdita nella presenza dei Discorsi del cistercense inglese che divenne abate della Stella, quanto piuttosto una più curata occorrenza. Fu aggiunto un discorso che non era presente nel ciclo biennale, il Discorso 11, notevole per contenuto anche in se stesso; gli altri tre Discorsi trovarono nel lezionario effettivamente pubblicato nel Salterio una migliore ed efficace collocazione in rapporto alla prima lettura biblica. Questa attenzione e questa cura non possono che essere il frutto di una conoscenza e di un amore dei testi di Isacco, quale è del tutto plausibile fosse quella del Raciti. Per questa volta, una sana partigianeria ha recato beneficio a tutti: la sensibilità e la spiritualità cistercense di Isacco e di Raciti ha portato hanno davvero arricchito il lezionario universale della preghiera oraria cattolica. Non si potrà dire in questo caso, che l’opera di un perito abbia danneggiato con la sua parzialità il portato plurisecolare della tradizione. Al contrario, si mostra in modo preclaro la dinamica della liturgia cattolica, nella quale il dato umano, con la propria storia e geografia, non viene del tutto annichilito e assorbito dalla trascendenza di Dio, ma contribuisce – in modo sinergico, oserei dire – misteriosamente alla tradizione della grazia santificante.


(1) Cf. qui.

(2) Cf. qui.

Uno Sposo che è un Signore.

La ministerialità della Chiesa nell’amministrazione del sacramento della riconciliazione è stata compresa e descritta secondo diverse interpretazioni e figure. Possiamo citare fra l’altro l’immagine della compagine ecclesiale come un corpo, ferito e lacerato dai peccati dei suoi membri, che per essere pienamente riconciliati devono fare i conti anche con i danni inferti alla comunità, ed in questo senso si spiega l’espulsione e l’allontanamento dalla piena comunione e tutta una serie di esercizi penitenziali, fino alla nuova accoglienza, vagliato e provato il pentimento. Altra figura che contempla un’esercizio attivo della Chiesa è la comprensione della penitenza come un giudizio, in cui il ministero ecclesiale ha un ruolo ben preciso di indagine, valutazione e comminazione della penitenza e, poi, di assoluzione.

Una lettura, che non esclude le altre, è quella che ci viene dalla lettura patristica dell’Ufficio delle Letture di quest’oggi, venerdì della ventitreesima settimana del tempo Ordinario. In essa, la cooperazione del ministero ecclesiale nella riconciliazione è vista come dote nuziale che Cristo Capo fa alla sua Sposa, da Lui  associata a sé e resa partecipe realmente ed efficacemente al dono della riconciliazione, come uno sposo signorile e galante che non fa nulla senza la sua amata, foss’anche quest’ultima umile di origine e di mezzi: avendola scelta e amandola, la considera – come dice un’odierna formula di benedizione nuziale – pari nella dignità. Un grande cardinale qualche anno fa, diede un simpatico attributo a questo Sposo, che seppur celeste, per temperamento e geloso amore per la sua Chiesa Sposa, potrebbe essere assimilato ad uno sposo meridionale (1).

La metafora sponsale, insieme alle altre visioni, non potrebbe dunque riuscire a dare un nuovo respiro alla teologia del ministero della penitenza?

Lasciamo ora la parola all’autore medioevale:

Due sono le cose che sono riservate a Dio solo: l’onore della confessione e il potere della remissione. A lui noi dobbiamo fare la nostra confessione; da lui dobbiamo aspettarci la remissione. A Dio solo infatti spetta rimettere i peccati e perciò a lui ci si deve confessare. Ma l’Onnipotente, avendo preso in sposa una debole e l’eccelso una di bassa condizione, da schiava ne ha fatto una regina e colei che gli stava sotto i piedi la pose al suo fianco. Uscì infatti dal suo costato, donde la fidanzò a sé.

E come tutte le cose del Padre sono del Figlio e quelle del Figlio sono del Padre, essendo una cosa sola per natura, così lo sposo ha dato tutte le cose sue alla sposa, e lo sposo ha condiviso tutto quello che era della sposa, che pure rese una cosa sola con se stesso e con il Padre. Voglio, dice il Figlio al Padre, pregando per la sposa, che come io e tu siamo una cosa sola, così anch’essi siano una cosa sola con noi (cfr. Gv 17, 21).
Lo sposo pertanto è una cosa sola con il Padre e uno con la sposa; quello che ha trovato di estraneo nella sposa l’ha tolto via, configgendolo alla croce, dove ha portato i peccati di lei sul legno e li ha eliminati per mezzo del legno. Quanto appartiene per natura alla sposa ed è sua dotazione, lo ha assunto e se ne è rivestito; invece ciò che gli appartiene in proprio ed è divino l’ha regalato alla sposa. Egli annullò ciò che era del diavolo, assunse ciò che era dell’uomo, donò ciò che era di Dio. Per questo quanto è della sposa è anche dello sposo.
Ed ecco allora che colui che non commise peccato e sulla cui bocca non fu trovato inganno, può dire: «Pietà di me, o Signore: vengo meno» (Sal 6, 3), perché colui che ha la debolezza di lei, ne abbia anche il pianto e tutto sia comune allo sposo e alla sposa. Da qui l’onore della confessione e il potere della remissione, per cui si deve dire: «Va’ a mostrarti al sacerdote» (Mt 8, 4).
Perciò nulla può rimettere la Chiesa senza Cristo e Cristo non vuol rimettere nulla senza la Chiesa. Nulla può rimettere la Chiesa se non a chi è pentito, cioè a colui che Cristo ha toccato con la sua grazia; Cristo nulla vuol ritenere per perdonato a chi disprezza la Chiesa. «Quello che Dio ha congiunto l’uomo non lo separi. Questo mistero è grande, lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa» (Mt 19, 6; Ef 5, 32). Non voler dunque smembrare il capo dal corpo. Il Cristo non sarebbe più tutto intero. Cristo infatti non è mai intero senza la Chiesa, come la Chiesa non è mai intera senza Cristo. Infatti il Cristo totale ed integro è capo e corpo ad un tempo; per questo dice: «Nessuno è mai salito al cielo fuorché il Figlio dell’uomo che è disceso dal cielo» (Gv 3, 13). Questi è il solo uomo che rimette i peccati.

[Dai Discorsi del Beato Isacco, abate del Monastero della Stella (Disc. 11: PL 194,1728-1729)]

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(1) Il Cardinale Biffi così in una battuta al termine di una sua Conferenza al Meeting per l’amicizia dei popoli di Rimini: «Mi viene in mente di dire una cosa, ma è un po’ grossa, non so se devo dirla, mah! Vorrei darvi un consiglio da amico: cerchiamo di non parlare male della Chiesa, perché la Chiesa è la Sposa di Cristo, al giorno del Giudizio noi dovremo affrontare lo Sposo il quale è un meridionale, eh!»: cf. http://www.tracce.it/?id=266&id2=190&id_n=5220