La fine del catecumenato “sociale”

La fine del catecumenato “sociale”.

Presa di coscienza della realtà e istanze di riforma da un insospettabile osservatorio preconciliare.

Si è già accennato brevemente al periodo cosiddetto “antepraeparatorio” del Vaticano II, ossia alla consultazione previa e, novità, assolutamente libera da schemi, che precedette la fase di preparazione e redazione degli schemi da discutere poi nell’aula conciliare (cf. https://sacramentumfuturi.wordpress.com/2014/04/26/giovanni-xxiii-e-la-futura-sacrosanctum-concilium-una-decisione-marginale-ma-decisiva/ ). La mole della documentazione è enorme e probabilmente la lingua latina è un ostacolo. Tuttavia sarebbe un vero peccato se le risposte e le osservazioni giunte a Roma da tutto il mondo venissero dimenticate e trascurate: più di tanti discorsi e analisi teoriche, valgono le considerazioni dei futuri protagonisti del Concilio. In esse traspaiono le attese dell’episcopato mondiale, insieme ai timori e alle preoccupazioni; si intravedono le resistenze e le diverse reazioni; si viene a contatto con la sensibilità del tempo e ci si rende conto della ricchezza e della molteplicità delle istanze ecclesiali.
Davvero non mancano le sorprese, come pure si riscontra la registrazione di difficoltà e di sfide nuove di cui si cominciava ad essere consapevoli. La lettura, anche veloce, di tale documentazione permette, inoltre, di riequilibrare una tesi che sembra insinuarsi sempre più, che in sostanza tende a minimizzare la necessità della riforma, quasi che il rinnovamento conciliare fosse stato il colpo di mano di pochi estremisti, stufi e insofferenti di una situazione che, invece, appariva tranquilla e per nulla problematica (vi è chi sogna un ritorno ad un’assai idealizzata situazione preconciliare, come se le difficoltà attuali siano tutte da attribuire al Vaticano II e non, anche, a fenomeni e dinamiche ad esso ben precedenti). Dai documenti della fase antipreparatoria, al contrario, emerge la consapevolezza di un necessario cambiamento.
Offriamo un piccolo esempio, tratto dal terzo ambito di consultazione voluto da Giovanni XXIII: oltre, naturalmente, ai Vescovi e ai Dicasteri della Curia romana, vennero chiesti pareri sulle tematiche da discutere al prossimo Concilio anche al mondo accademico cattolico, nelle sue diverse Università pontificie.
Nel contributo proposto dalla Facoltà di Teologia dell’Università Gregoriana di Roma, abbiamo trovato un passaggio assai interessante. Premettiamo che in quegli anni l’Università dei Gesuiti non era davvero un’istanza sbilanciata in nuove aperture o sperimentazioni. Eppure, nel testo che proponiamo in nostra traduzione dal latino, non si può fare a meno di registrare la necessità di una rinnovata risposta ad un dato di fatto tristemente riconosciuto.

 Fino ad ora, l’istruzione religiosa, sia nella forma elementare del catechismo, sia nella forma meno elementare, come nelle scuole medie e superiori suole essere trasmessa, poteva contare sulla condizione morale e della famiglia e della società: la qual cosa, a ragione, era denominata “catecumenato sociale”. Oggi questo non può più quasi essere tenuto in conto. Spesso, infatti, la famiglia o non è cristiana o non vive in modo cristiano, e la società, con la sua molteplice modalità di formare l’opinione pubblica (la stampa, il cinema, la radio e la televisione) è divenuta un ostacolo alla conservazione della fede. Perciò non è sufficiente trasmettere la dottrina, ma allo stesso tempo è necessario che l’istruzione religiosa penetri in tal modo nelle anime dei fedeli, che essi possano vivere cristianamente, anche se lo ostacoli la forma, pagana, di vivere dei più. Per raggiungere questo scopo sembra necessario che la predicazione, considerata generalmente, non attardandosi su aspetti che nel cristianesimo sono secondari e marginali, si sforzi di annunciare il Vangelo nella sua essenzialità, che è la chiamata dell’uomo a partecipare alla vita divina in Cristo Redentore, vivente nella Chiesa. Conseguentemente la predicazione sia essenzialmente cristocentrica, biblica e liturgica, come la stessa storia della salvezza, salvezza di cui la predicazione è una via.
La medesima esigenza deve essere estesa alla catechesi e all’istruzione religiosa nelle scuole. Il catechismo, come oggi è insegnato in alcune diocesi, è quasi un compendio di teologia, fatto di formule esatte ma di difficile comprensione, senza unità e connessione organica con tutto l’insieme della vita cristiana, con la Scrittura e con la Liturgia.

Cf. Acta et Documenta Concilio Oecumenico Vaticano II apparando, Series I (Antepraeparatoria), Volumen IV, Studia et Vota Universitatum et Facultatum Ecclesiasticarum et Catholicarum, Pars I, Universitates et Facultates in Urbe, 1, Typis Polyglottis Vaticanis, Città del Vaticano 1961, 29-30.

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Giovanni XXIII e la futura Sacrosanctum Concilium, una decisione “marginale” ma decisiva

Nei cruciali momenti della preparazione del Concilio Vaticano II, pare significativo un dettaglio attribuibile senz’altro alla volontà dell’ormai santo Papa Giovanni XXIII. Il 17 maggio 1959 venne resa nota l’istituzione di una Commissione Antipreparatoria, con l’incarico “di prendere gli opportuni contatti con l’Episcopato Cattolico delle varie Nazioni per averne consigli e suggerimenti; raccogliere le proposte formulate dai Sacri Dicasteri della Curia Romana; tracciare le linee generali degli argomenti da trattare nel Concilio, uditi anche i pareri delle facoltà teologiche e canoniche delle università cattoliche; suggerire la composizione dei diversi Organi (Commissioni, Segretariati, ecc.), i quali dovranno curare la preparazione prossima dei lavori, che il Concilio sarà chiamato a svolgere” (1). Il presidente di tale Commissione Centrale Antipreparatoria, il card. Tardini, già nell’adunanza del 26 maggio, presentò un progetto di questionario da inviare ad ogni vescovo. La bozza era articolata in 5 sezioni, con due articoli direttamente concernenti la liturgia:

Schema questionum exc.mis Episcopis ponendarum pro futuro Concilio Oecumenico
I) De veritate sancte custodienda
II) De sanctitate et apostolatu clericorum et fidelium
a) De clericis
[…]
4. De sacra liturgia fovenda. (sull’incremento della sacra liturgia)
5. Qua opportuniore ratione fideles ad participandum cultum liturgicum invitari queant. Quidam hodie serpentes et ideo oppugnandi hac in materia errores. (con quale ragione più opportuna possano essere invitati i fedeli a partecipare al culto liturgico. Alcuni errori che oggi si insinuano, e perciò devono essere combattuti, in questa materia)
[…]
III) De ecclesiastica disciplina
IV) De scholis.
V) De Ecclesiae unitate. (2)

Il Papa non gradì questa impostazione e prevalse la decisione coraggiosa di non incanalare gli orientamenti dei pastori in schematizzazione precostituite a tavolino. Pertanto il 18 giugno 1959 venne inviata ai Vescovi e ai Superiori religiosi una lettera in cui si chiedeva loro di esporre “omni cum libertate et sinceritate, animadversiones, consilia et vota, quae pastoralis sollicitudo zelusque animarum Excellentiae Tuae suggerant circa res et argomenta quae in futuro Concilio tractari poterunt (con ogni libertà e sincerità, proposte, consigli e desideri, che la sollecitudine pastorale e lo zelo delle anime suggerisco alla Tua Eccellenza, intorno a questioni ed argomenti che potranno essere trattati nel futuro Concilio)” (3).
Questi suggerimenti e vota, man mano che pervenivano alla Commissione, erano riassunti ed espressi in forma di diverse propositiones, raccolte poi in uno schema organico e sintetico, l’Analyticus conspectus consiliorum et votorum quae ab Episcopis e Praelatis data sunt, in due tomi, dal quale le varie Commissioni preparatorie attinsero spunti e riflessioni per la redazione degli schemi preparatori. Padre C. Braga ha valutato la consistenza delle propositiones legate a questioni liturgiche in una percentuale del 20 % (4): sembra dunque che la liturgia occupasse uno spazio considerevole nelle riflessioni dei vescovi, lungi dall’essere oggetto di speculazioni di specialisti e di esteti cultori di archeologia.
Nella documentazione ufficiale, di questo cambio di impostazione rimane una traccia nel verbale dell’adunanza della Commissione Antipreparatoria del 30 giugno 1959, in cui il card. Tardini spiegava ai membri che era stata riformulata la lettera che, nel frattempo, era stata già inviata ai vescovi (5). Si deve alla fede coraggiosa di Giovani XXIII questo maggiore coinvolgimento della “periferia” – come va di moda dire oggi -; la questione liturgica poteva così assurgere all’importante posto che le spettava.
Abbiamo un motivo in più per gioire con tutta la Chiesa per la prossima canonizzazione: Sacrosanctum Concilium ha un santo patrono in più, in Paradiso.

(1) ACTA ET DOCUMENTA CONCILIO OECUMENICO VATICANO II APPARANDO (=AD), SERIES I, Acta Summi Pontificis Ioannis XXIII, Città del Vaticano 1960, 23.
(2) ACTA SYNODALIA, Appendix, Città del Vaticano 1983, 12.
(3) AD, SERIES I, Consilia et Vota Episcoporum et Praelatorum, Pars I, Città del Vaticano 1960, X-XI.
(4) Cf. C. BRAGA, «La “Sacrosanctum Concilium” nei lavori della Commissione Preparatoria», Notitiae 20 (1984) 87-88.
(5) Cf. ACTA SYNODALIA, Appendix, Città del Vaticano 1983, 14-15.