“Annibale conquistò Roma”? Pillole di storia, documentate.

Di certo non si può leggere come un romanzo, nemmeno come un saggio, ma la pubblicazione del diario di monsignor Pericle Felici (1) costituisce un importante ed ulteriore passo in avanti nella ricostruzione critica e obiettiva della storia del Concilio Vaticano II.

Eravamo a conoscenza del ruolo avuto dall’allora Segretario del Concilio negli inizi della riforma liturgica, ma molti particolari possono solo ora essere documentati.

Un dettaglio, forse marginale, può essere. ad esempio, quello relativo al nome della speciale Commissione che Paolo VI  volle costituire per continuare quanto Sacrosanctum Concilium aveva auspicato.

Da alcune note si poteva finora intuire che non fosse stato Bugnini a scegliere la denominazione «Consilium ad exsequendam Constitutionem de Sacra Liturgia». Ma forse per alcuni critici non era sufficiente quanto lo stesso Bugnini scriveva: «Consilium…denominazione, se si vuole, di sapore barocco» (2), o quanto veniva riportato in un articolo di Marini: «In una lettera indirizzata al Card. Lercaro, P. Bugnini il 10 gennaio si poneva alcuni interrogativi: – Il nome della Commissione: egli riteneva opportuno evitare l’aggettivo “post-conciliare”. Tenendo presente che la Commissione di Pio XII si chiamava “Pontificia Commissione per la Riforma Liturgica”, proponeva il titolo di “Pontificia Commissio de Sacra Liturgia instauranda”, oppure: “Sacrae Liturgiae instaurandae”» (3). Ma, ora, dalle annotazioni personali di monsignor Felici, si può definitivamente chiarire almeno questo dettaglio: fu Paolo VI a decidere il titolo a questa speciale Commissione, rettificando quanto lo stesso Felici propose.

Ecco le note:

9 gennaio 1964, giovedì

Consegno poi al Papa uno schema di M.P. per l’applicazione della Costituzione De Sacra Liturgia; sembra piacergli; gli piace anche la data: 25 gennaio, Conversione di S. Paolo, che ricorda il primo annunzio del Concilio Ecumenico. […] Scendo poi dal Segretario di Stato e gli suggerisco di procedere alla nomina dei membri e del segretario del nuovo organismo per gli studi per l’applicazione della Costituzione Liturgica. E’ favorevole. Gli suggerisco poi di chiamare il nuovo organismo: Consilium de coordinandis studio ad exsequendam Constitutionem de Sacra Liturgia. [368]

15 gennaio 1964, mercoledì

Ho poi un colloquio, in ufficio, con l’Em.mo Card. Lercaro; parliamo del nuovo Consilium ad exsequendam Constitutionem de Sacra Liturgia (così poi il Papa ha voluto chiamarlo).

V. Carbone, Il “Diario” conciliare di Monsignor Pericle Felici: Segretario Generale del Concilio Ecumenico Vaticano II (a cura di A. Marchetto), Città del Vaticano 2015, 368.

“Annibale ha conquistato Roma!”: così sentimmo, anni fa, dal prof. Scicolone, in una conferenza commemorativa: riportava l’espressione – se non altro geniale per colto e raffinato umorismo – coniata da quanti intendevano enfatizzare il ruolo e il peso di monsignor Annibale Bugnini nell’attuazione della riforma liturgica. Ma a ben vedere, abbiamo oggi un altro tassello che smonta il paragone fra il Segretario del Consilium e Annibale, il condottiero cartaginese che mise apprensione all’antica Roma.

Qualcuno potrà continuare a sostenere che Bugnini  fu il principale e di fatto unico responsabile delle azioni del Consilium, non solamente il coordinatore dei lavori di riforma ma l’artefice a cui ricondurre ogni decisione; tuttavia, perlomeno l’attribuzione del nome alla Commissione che attuò il dettato conciliare va ascritta a Pericle Felici e a Paolo VI.

In questo no, Annibale non conquistò Roma, come del resto capitò al suo antico omonimo cartaginese.

La foto della Segreteria del Concilio posta sulla copertina dell'edizione del diario conciliare di P. Felici

La foto della Segreteria del Concilio posta sulla copertina dell’edizione del diario conciliare di mons. Pericle Felici

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 (1) V. Carbone, Il “Diario” conciliare di Monsignor Pericle Felici: Segretario Generale del Concilio Ecumenico Vaticano II (a cura di A. Marchetto), Città del Vaticano 2015.

(2) A. Bugnini, «Presidente del “Consilium“», in Miscellanea liturgica in onore di Sua Eminenza il Cardinale Giacomo Lercaro, Tournai 1966, 11.

(3) P. Marini, «La nascita del “Consilium ad exsequendam Constitutionem de Sacra Liturgia” (Gennaio-Marzo 1964)», Ephemerides Liturgicae 106 (1992) 292.

Il Martimort che non ci si aspetta. O meglio detto: Il Martimort che qualcuno non si aspetterebbe. Piccolissimo contributo all’ermeneutica della riforma liturgica.

Martimort

Già avevamo mostrato, qualche tempo fa (1), un piccolissimo esempio del clima in cui si lavorava nella commissione che coordinava i lavori di riforma della Liturgia delle Ore. Almeno per il Segretario di quel gruppo di esperti era assai chiaro come fossero a servizio dei Pastori e della Chiesa intera, e non al di sopra, in forza dei loro studi e delle loro competenze. Le decisioni definitive e normative venivano lasciate ad altri, mentre il loro compito era preparare soluzioni ai problemi e alle questioni sulle quali veniva chiesta la loro consulenza propositiva. Non possiamo dire se fu sempre così, ma per quel che abbiamo visto sulla riforma del Breviario, la documentazione fotografa una realtà ben diversa da quanto qualcuno vorrebbe insinuare, immaginando Cardinali e Vescovi che per timore reverenziale accettarono senza discutere le proposte degli esperti. Oggi possiamo mostrare un altro dettaglio, per certi versi ancora più significativo ed eloquente. Si tratta di un passaggio di un documento, la cui importanza è così descritta da Bugnini nelle sue memorie:

In preparazione della VII adunanza generale del “Consilium” (autunno 1966), il can. Martimort inviò ai suoi collaboratori verso la fine di luglio un ampio esposto di 40 fitte pagine, il più ampio di quanti ne abbia scritti sull’argomento, in cui trattava cinque problemi fondamentali: salmi imprecatori e storici; se dire tre ore minori oppure una sola; struttura di lodi e vespri; se proporre uno o due breviari; se ritenere o no gli elementi corali. La relazione si basava sulle risposte al questionario del 16 dicembre 1965, sui desideri e sulle proposte ricevute direttamente dal relatore, sulla documentazione riguardante l’ufficio divino presso altre comunità non cattoliche. L’esposto è di una ricchezza storica e liturgica sorprendente. I singoli punti sono approfonditi alla luce della pastorale e nella cornice dei documenti conciliari (2).

Ci troviamo di fronte, quindi, ad un documento che testimonia una fase critica e decisiva nella dinamica di riforma della preghiera delle Ore, nel suo impianto generale e nei singoli elementi. Secondo la volgata avversa alla riforma e oggi, in qualche modo, di nuovo, per la maggiore, ci si immaginerebbe la parte degli esperti del Consilium in fermento inquieto, innervosita dalla lentezza estenuante delle decisioni e dei ripensamenti dei Padri, agitata da irrequietezza e desiderosa di imporre i propri punti di vista come assoluti. Il fascicolo di Martimort, invece, si distingue per equilibrio, offrendo per ogni questione una sintesi delle diverse opinioni e un’argomentare pacato e prudente, capace di mostrare pro e contro delle diverse opzioni. Manca, insomma, quell’unilateralismo che si è gettato come un sospetto ormai radicato sull’opera di riforma.
Da uno dei più grandi liturgisti del tempo, impegnato in prima persona in tantissimi progetti di riforma, potrebbero sembrare strane e del tutto inaspettate le dichiarazioni che alleghiamo più sotto. Ma come spesso accade, le fonti ci obbligano a rivedere posizioni precostituite e precomprensioni parziali.
Ancora una piccola precisazione: il riferimento a Baumstark – che si vedrà più sotto – si riferisce alla differenza, riportata alla luce dal grande studioso tedesco, fra Ufficio monastico (le ore di preghiera e il tipo di salmodia proprie di assemblee di monaci) e Ufficio di Cattedrale (le ore di preghiera e il tipo di salmodia proprie di assemblee liturgiche del popolo riunito con il proprio vescovo e il clero locale): tale differenziazione rischiava di essere talvolta assolutizzata e usata in modo arbitrario, come prova storica, per appoggiare proposte estreme e non mediate.
Lasciamo dunque la parola a Martimort, grati alla sua sapiente opera di equilibrio e moderazione, auspicando che tale moderazione sia concessa anche a quei liturgisti odierni che paiono ugualmente scontenti della riforma liturgica pur partendo da prospettive opposte: chi ritiene la riforma troppo audace e innovatrice e chi la ritiene troppo prudente e conservativa si ritrova paradossalmente accumunato su posizioni simili, che potrebbero facilmente essere superate con uno studio serio sui documenti.

Par parenthèse, il faut mettre en garde contre tous ces projets de réforme liturgique qui sont l’ouvre de professeurs, moines ou autres, n’ayant aucune expérience du ministère tel qu’il est vécu par les curés de campagne, les prêtres de la ville et les missionnaires.
Ces diverses considérations mettent en garde contre le mirage des reconstitutions historiques. A. Baumstark, s’il vivait, serait le premier à protester contre l’emploi abusif des lois historiques qu’il a découvertes et définies. (3)

Nostra Traduzione: Per inciso, si deve mettere in guardia contro tutti questi progetti di riforma liturgica, opera di professori, monaci o altri, che non hanno alcuna esperienza di ministero pastorale, così come è vissuto dai sacerdoti di campagna, di città o missionari.
Queste diverse considerazioni mettono in guardia contro l’illusione di ricostruzioni storiche. Lo stesso A. Baumstark, se fosse in vita, sarebbe il primo a protestare contro l’abuso delle leggi storiche che lui ha scoperto e definito.

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(1) cf. http://www.sacramentumfuturi.wordpress.com/2014/10/27/quasi-due-anni-di-lavoro-cassati-e-tutto-da-ricominciare-un-momento-difficile-per-a-g-martimort-ma-non-una-parola-fuoriposto/.
(2) A. BUGNINI, La riforma liturgica (1948-1975), (Bibliotheca «Ephemerides Liturgicae» «Subsidia» 30), Roma 19972, 491.
(3) COETUS IX, Rapport general sur l’Office divin [31 juillet 1966] (Aimé-Georges Martimort), f. 29, Fondo Braga, Roma.

Altri due indizi: allora abbiamo una prova! Ancora sul Salmo 32 e la Trinità

Avevamo detto che occorreva fare estrema attenzione all’Ufficio delle Letture della festa della Santissima Trinità, ma non potevamo immaginare che anche nella disposizione tipografica avremmo avuto un dettaglio indicatore così patente.

Infatti, il versetto transitorio, ossia il versetto che, nell’Ufficio delle Letture, segna il passaggio fra la salmodia e la lettura della Parola di Dio e della tradizione, è proprio il versetto 6 del Salmo 32. Ancora – questo vale per l’edizione italiana -, ci sono due parole che hanno la lettera iniziale maiuscola, ad evocare che la lettura di quelle parole debba essere personale e riferita a due delle tre Persone della Trinità. Vediamo:

La Parola del Signore ha fatto i cieli,

e il Soffio della sua bocca, l’universo.

Potrebbe essere un dettaglio, ma aggiunto ad un altro indizio fanno una prova, e che prova!

Possediamo, infatti, un’altra testimonianza della presenza non casuale del salmo 32 nell’ufficiatura della Trinità. Pur non trattandosi di un documento ufficiale, è estremamente importante, poiché è parte di una relazione predisposta dagli esperti che prepararono il sistema di distribuzione dei salmi secondo le intenzioni del Concilio Vaticano II. Già abbiamo scritto qualcosa sul Coetus III, il piccolo gruppo di studiosi che passo passo riuscì ad offrire ai Cardinali e Vescovi del Consilium criteri e schemi che, discussi, rielaborati ed approvati, risultarono poi nell’odierna distribuzione dei salmi nella scansione quadrisettimanale e nelle ufficiature proprie di solennità e feste (1). Per questo riportiamo solamente alcune note, che intendevano motivare le scelte del gruppo di studio davanti alla plenaria del Consilium, e in particolare le proposte per la solennità della Santissima Trinità. La seconda citazione è una tabella, contenuta nello stesso fascicolo, che mostrava le scelte delle diverse tradizioni e dei diversi codici. Il fascicolo è lo schema 244 [De Breviario 59, (20/09/1967)], redatto dal Coetus III, in vista della IX Adunanza del Consilium. Lì troviamo indicazioni inequivocabili, che mostrano la mens della nuova ufficiatura della solennità.

[p. 244/9]

VI
Dominica I.p. Pentecosten seu Ssma Trinitas
48) I. Vesperae
Proponuntur e psalmis BMV. hodierni Breviarii duo psalmi “Laudate”
Ps 112 et 147 addito cantico Eph 1,5-10.
Officium Ssmae Trinitatis in hodierno Breviario habet psalmodiam antiquam B.M.V (!)
49) Officium Lectionis (cf. app. V)
Ps 8 e Officio B.M.V. praedicat maiestatem Dei.

[p. 244/10]
Ps 32,1-11
Ps 32,12-22 propter v. 6: “Verbo Domini caeli firmati sunt et spiritu oris eius omnis virtus eorum”. Hic versus apud Patres interpretatur de Trinitate. Cf. Aug. En. in ps XXXII (CChr. XXXVIII, p. 245) et Cassiodorum: “Nam si diligenter perscrutamur, et sanctam hic Trinitatem significat” (CChr. XCVII, p. 287).
50) II. Vesperae
Ps 109 113A Apc 19 sicut in I. Dominica per annum.

Qui il link alla tabella con i salmi secondo i diversi codici: Tabella salmi Trinità

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(1) Cf. http://www.sacramentumfuturi.wordpress.com/2013/12/27/la-distribuzione-dei-salmi-nellufficiatura-dellottava-di-natale-la-tradizione-rielaborata-senza-perdere-nulla/; anche http://www.sacramentumfuturi.wordpress.com/2014/05/31/i-salmi-dellascensione-uno-squarcio-sulla-tradizione/.

Quasi due anni di lavoro cassati e tutto da ricominciare: un momento difficile per A.G. Martimort. Ma non una parola fuoriposto

Disponibilità di tempo e possibilità di accesso diretto alle fonti.
Sono sufficienti questi due elementi, anche in misura minima, per sfatare luoghi comuni ormai affermati e continuamente ripetuti fino ad attribuire ad essi il crisma delle verità. Con il piccolo contributo di questo blog vorremmo invece condividere alcuni dati e scoperte, seppur minime, assai interessanti.
A riguardo della riforma liturgica è frequentemente divulgato il leitmotiv del colpo di mano di pochi liturgisti non equilibrati, di fanatici manipolatori e creatori di liturgie a tavolino, i quali avrebbero circuito e piegato ai loro gusti personali quanti erano preposti a portare a compimento le indicazioni conciliari, dai Vescovi e Cardinali del Consilium, fino al Papa. Anche recentemente si è sentito dire di un Paolo VI ingannato e aggirato con oscure manovre.
Se qualcuno lo afferma, e crediamo che lo si faccia in buona fede, avrà i suoi motivi e i suoi argomenti. Non possiamo davvero presumere di esprimere qui un giudizio complessivo e assolutamente certo per tutte le questioni legate a quanto successo durante e dopo il Concilio Vaticano II. Una piccola tessera, sì, la possiamo aggiungere, in questa storia ancora da scrivere compiutamente.
Approfondendo la questione della nuova distribuzione dei Salmi nella Liturgia delle Ore, abbiamo avuto la possibilità di seguire più dettagliatamente i lavori dei due gruppi di esperti e periti che ad essa lavorarono più da vicino. Si tratta del cosiddetto Coetus III (appunto il gruppo incaricato di studiare e proporre un’ufficiatura salmodica più rispondente alle indicazioni della Sacrosanctum Concilium) e il Coetus IX, il gruppo che faceva da raccordo fra tutti gli ambiti della riforma del Breviario, dalle rubriche alle letture, dalle antifone alle orazioni, etc. A partire dalle indicazioni conciliari cominciarono a studiare la questione, ipotizzando varie possibilità, che costantemente sottomettevano al giudizio dei Padri del Consilium, nel corso delle sessioni plenarie che si tenevano piuttosto frequentemente. La trafila dei lavori dei gruppi di periti era quindi molto articolata: dopo alcuni pronunciamenti generali dei Padri, l’impostazione dei lavori venne dalle indicazioni del Coetus IX, il cui relatore aveva una visione d’insieme di tutte le questioni, poi ogni gruppo procedeva secondo la sua competenza in riunioni particolari; prima che ogni proposta venisse poi presentata ai Padri, veniva discussa all’interno del Coetus IX, che di fatto era composto dai relatori e segretari dei gruppi relativi ad ogni settore del Breviario. I Padri, infine, esprimevano le loro osservazioni talvolta attraverso interventi liberi talvolta con votazioni.
Dopo quasi due anni di lavoro intenso, si arrivò ad una struttura abbastanza definita del Breviario, con una distribuzione dei salmi, se non completamente precisata, già ben delineata. A questo punto i Padri optano per un notevole cambio di direzione. Di fatto, lo schema proposto – frutto di tanta fatica e di parecchie riunioni – viene respinto: in una sessione a loro riservata, i Padri manifestano la loro insoddisfazione (19 ottobre 1965). Viene quindi informato il relatore del Coetus IX, A.G. Martimort, il quale tenta di argomentare a favore di quanto fino ad allora svolto, lavoro fatto in accordo alle indicazioni che gli stessi Padri avevano dato, ma alla fine viene deciso di rimettere in questione tutto l’impianto, attraverso un questionario dal quale poi si ripartirà con una nuova impostazione. A grandi linee fin qui la storia è conosciuta. Ma può essere interessante rileggere l’intervento del Relatore del Coetus IX nella riunione del primo dicembre 1965, appositamente convocata per tentare di superare la situazione di stallo. Si tenga conto Martimort dovrà poi spiegare ai periti, da lui coordinati, che il lavoro fatto era mandato all’aria e si doveva ricominciare da capo, o quasi. Nonostante tutto ciò, non traspare nessun cenno di polemica, di frustrazione o di insubordinazione. I periti avrebbero avuto tutte le loro ragioni e argomenti validi, oltre al sostegno iniziale del Consilium, per difendere ad oltranza le scelte operate; invece senza grosse difficoltà accettarono umilmente le nuove, o più approfondite, intenzioni dei Padri.
Ecco il brano finale della relazione di Martimort:

1. Le cose che da Voi sono state decise nelle precedenti sessioni, vi è del tutto lecito rimetterle in discussione, poiché non era stato votato nulla di definitivo, ma solamente in via provvisoria, come suole accadere con tutti gli schemi.
2. I nostri periti volentieri, come credo, promuoveranno l’impostazione della nuova discussione. Dunque accoglieranno i vostri giudizi, qualsiasi essi siano, con la medesima riverenza e osservanza, e prontamente si applicheranno al loro studio. Per maggiore efficacia e utilità, sarebbe bene, dopo la discussione orale, consegnarci anche per iscritto le vostre decisioni.
3. Nondimeno vi prego di non legarci le mani con un decreto prima di aver potuto ben valutare, sotto tutti gli aspetti, le vostre obiezioni e proposizioni, e se sarà il caso, di avervi relazionato su di esse. Infatti, come ben sapete, ci sono molte cose che ad una prima vista piacciono molto, ma che dopo un esame approfondito risultano impossibili, incongrue o meno adatte.
E questa sintesi a proposito dell’ufficio basti per farvi più sicuri, Venerabili Padri, che i periti di tutto cuore si presteranno al servizio Vostro e dell’ufficio divino.

De quibusdam questionibus circa distributionem psalterii et structuram Horarum in officio divino instaurando

De quibusdam questionibus circa distributionem psalterii et structuram Horarum in officio divino instaurando

Paolo VI e la riforma liturgica. Dalla beatificazione una nuova luce

Con una provvidenziale tempistica, sull’ultimo numero della rivista Ecclesia Orans, è apparso un articolo assai significativo su Paolo VI e la riforma liturgica promossa dal Concilio Vaticano II: I. Scicolone, «Paolo VI, “interprete” della riforma liturgica», Ecclesia Orans 30 (2013) 335-362. Padre Scicolone, noto liturgista, è autore, su richiesta del postulatore della causa di beatificazione, di una particolare positio durante l’iter della causa. Il valore dell’articolo è dunque rilevante e, a pochi giorni dalla beatificazione, la lettura di questo testo può essere un modo interessante per riconsiderare l’importanza di Papa Montini.
Riproduciamo il decimo paragrafo dell’articolo di Scicolone, in cui si tratta della soppressione dell’Ottava di Pentecoste (pp. 356-358).

L’ottava di Pentecoste

Una parola a parte merita la questione della soppressione dell’ottava di Pentecoste. Dopo l’approvazione del nuovo calendario, con la Costituzione apostolica Mysterii paschalis del 14 febbraio 1969 (1), e nonostante la spiegazione delle motivazioni di tale soppressione, data nel Commentarius: “Octava Pentecostes, ut dictum est, supprimitur; attamen feriae currentes inter sollemnitatem Ascensionis et sollemnitatem Pentecostes peculiare momentum acquirunt formulariis enim propriis ditantur quibus in mentem revocantur promissiones Christi relate ad effusionem Spiritus Sancti “(2) il papa personalmente, nei giorni seguenti la Pentecoste del 1970, avvertiva il disagio di trovarsi, ex abrupto, nel tempo ordinario, e ne scriveva, con biglietto autografo, al P. Bugnini, chiedendogli di fare qualcosa per “ripensarvi, e trovare il modo di ristabilire un culto liturgico che contiene in se’ la profonda radice di tutte le altre sue manifestazioni nella Chiesa di Dio, animata dallo Spirito Santo» (3)

Proprio il 1970 fu l’anno in cui entrò in vigore il nuovo calendario universale, ma non era ancora stato pubblicato il nuovo messale. Per cui, i formulari dell’antica ottava erano tolti, ma non erano in uso i formulari nuovi per le ferie che vanno dall’Ascensione alla Pentecoste. Da qui il disagio avvertito da tanti e dallo stesso pontefice. Alla lettera del papa rispose il P. Bugnini, allegando un “Promemoria sulla soppressione dell’ottava di Pentecoste”, di 11 pagine, in cui puntigliosamente espone le ragioni storiche e teologiche, favorevoli non alla soppressione della ottava, ma al ripristino della “Cinquantina” pasquale, che ovviamente si chiude il cinquantesimo giorno.

Qui, oltre le testimonianze di storici della liturgia, quali Schuster, Chavasse, Righetti e Cabié, ricordate dal Bugnini, che affermano giustamente che, all’origine e fino a Leone Magno, la Pentecoste chiudeva la cinquantina e non aveva un’ottava, basti ricordare i testi dei più antichi sacramentari.

Il SacramentarioVeronese (o Leoniano) non presenta l’ottava. Nella settimana successiva alla Pentecoste si celebrava il digiuno del quarto mese (ossia le Quattuor tempora). Ora era impensabile un digiuno nel tempo pasquale. Anzi il prefazio n. 229 dice espressamente:
post illos enim laetitiae dies, quos in honorem a mortuis resurgentis et in coelos ascendentis exegimus, postque perceptum sancti spiritus donum necessariae nobis haec ieiunia sancta provisa sunt, ut pura conversazione viventi bus quae divinitus ecclesiae sunt collata permaneant (4).

L’ottava fu aggiunta in seguito, a somiglianza della Pasqua, dato che nella veglia di Pentecoste si celebravano i battesimi, per coloro che non avevano potuto celebrarlo a Pasqua. In seguito essa rimase, facendo considerare la Pentecoste come la celebrazione dell’evento della discesa dello Spirito Santo, staccato però dalla Pasqua.

Il Bugnini ricorda ancora che già la Commissione piana, nel 1950 aveva proposto l’abolizione dell’ottava di Pentecoste. Nel Consilium la questione è stata ampiamente discussa e votata a grande maggioranza, senza problemi. La Congregazione della dottrina della fede, pur facendo alla riforma del calendario molte osservazioni, non ha trovato nulla da dire contro la soppressione dell’ottava di Pentecoste, anzi l’ha incoraggiata:

«Questa sacra Congregazione non vede motivi di principio contro l’abolizione di tale Ottava, perché in tal modo risulterebbe più efficace il simbolismo antichissimo del 50° giorno. Inoltre l’Ottava nella sua attuale struttura, benché di antica istituzione (attorno al sec. VI per Roma), è meno organica per la sovrapposizione delle Tempora d’estate. Pastoralmente poi è certo più sentita la Novena di Pentecoste che non l’Ottava come continuata celebrazione della Pentecoste. I testi chiaramente allusivi al battesimo, poi, oggi sono più anacronistici, mentre potrebbero trovare la loro sede nel tempo che precede la Pentecoste. Questa sacra Congregazione, tuttavia condiziona l’abolizione dell’Ottava di Pentecoste al fatto che siano conservate le Messe dell’Ottava, anticipandole nella Novena di preparazione (che una volta era l’ottava dell’Ascensione)» (5).

Oggi, a distanza di 40 anni, con il nuovo messale già alla terza edizione, non credo che tale soppressione faccia problema. Nelle nazioni dove sono giorni festivi il lunedì e il martedì dopo Pentecoste, è stato provveduto, come allora si era previsto nello stesso Consilium. Il caso dell’abolizione dell’ottava di Pentecoste dimostra che Paolo VI non ha subito le pressioni del Consilium o del P. Bugnini, ma — da persona intelligente e saggia qual era — ha compreso le ragioni teologico—storiche e le ha accolte. Basti pensare al fatto che ha più senso invocare lo Spirito Santo (Veni, Creator Spiritus…) al Vespro dei giorni che precedono, anziché nei giorni che seguono la venuta dello Spirito Santo.

Segnaliamo il giudizio assai duro espresso da L. Bouyer nelle sue memorie, sulle quali già abbiamo detto qualcosa: «Je préfère ne rien dire ou si peu que rien du nouveau calendrier, oeuvre d’un trio de maniaques, supprimant sans aucun motif sérieux la Septuagésime e l’octave de Pentecote, et balançant les trois quarts des saints n’importe où, en fonction d’idées à eux» (6).

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(1) PAOLO VI, «Litterae apostolicae motu proprio datae Mysterii paschalis (14 februarii 1969)», AAS 61(1969) 222-226.
(2) Calendarium romanum ex decreto sacrosancti oecumenici concilii Vaticani II instauratum auctoritate Pp. Pauli VI promulgatum, Città del Vaticano 1969, 57.
(3) Mi piace riportarne il testo integrale: «(confidenziale) Al caro e veneratissimo Padre Annibale Bugnini, Segretario della Sacra Congregazione per il Culto Divino, non sappiamo nascondere, durante questa settimana, che succede alla Pentecoste, il nostro senso di afflizione spirituale, per la mortificazione inflitta dalla riforma liturgica al culto dello Spirito Santo, quando la festa, dedicata al fatto strepitoso e al mistero della missione del medesimo Spirito Divino nella Chiesa nascente e tuttora vivente per sua soprannaturale virtù, sembra per intrinseca ragione richiedere d’esser protratta nella meditazione e nella celebrazione, come appunto era splendidamente (e non mai abbastanza), prima della presente abolizione dell’Ottava. Non definisce S. Giovanni Crisostomo la Pentecoste “metropolim festorum”? (PG 50, 463, hom. II). Non ha il recente Concilio dato grande e nuovo risalto alla teologia dello Spirito Santo? Perché il rinnovamento liturgico dovrebbe talmente impoverire il culto dovuto al Paraclito? Noi sappiamo che molti ottimi Ecclesiastici e Fedeli sono meravigliati e addolorati per simile costrizione. Non sarà forse opportuno ripensarci, e trovare il modo di ristabilire un culto liturgico, che contiene in se la profonda radice di tutte le altre sue manifestazioni nella Chiesa di Dio, animata dallo Spirito Santo? Ecco una delle questioni successive alla riforma liturgica, degna di memoria. Alla sua intanto la affidiamo, e invocando per Lei e per i suoi Collaboratori il lume dello Spirito, di cuore La benediciamo. Paulus Pp. VI. 21 maggio 1970», (copia della lettera è in possesso della postulazione della causa di beatificazione).
(4) Sacramentarium Veronense (Cod. Bibl. Capit. Veron. LXXXV[80]), ed. L. Einzenhofer – P. Siffrin – L.C. Mohlberg (Rerum ecclesiasticarum documenta, Series maior – Fontes I), Roma 1994, 29.
(5) Prot. D.F. 2134/ 67 del 27 maggio 1968. (Copia della lettera è in possesso della postulazione della causa di beatificazione).
(6) L. Bouyer, Mémoires, Paris 2014, 199-200.

Il Sinodo dei Vescovi, prima assemblea generale ordinaria, autunno 1967.

SAMSUNG

In questi giorni è del tutto logico che l’attenzione sia riservata ai lavori del Sinodo dei Vescovi, riunito in assemblea straordinaria. Nonostante questo, può essere interessante volgere un poco indietro lo sguardo, per ritornare al primo Sinodo svoltosi, dopo il Concilio Vaticano II, dal 29 settembre al 29 ottobre 1967 (http://www.vatican.va/news_services/press/documentazione/documents/sinodo_indice_it.html#1%20-%20I%20ASSEMBLEA%20GENERALE%20ORDINARIA%20%2829%20SETTEMBRE-29%20OTTOBRE%201967%29). Fu quella un’occasione per il Consilium ad exsequendam Constitutionem de sacra Liturgia di presentare una relazione generale sulla riforma, sui lavori in corso e, più particolarmente, sulla messa e sull’ufficio divino. A consolazione di quanti si stupiscono esterrefatti e sgomenti per le pressioni indebite e i tentativi di diffondere confusione, a cui abbiamo assistito in questo periodo, può giovare sapere che anche in quella circostanza non mancarono polemiche ed episodi spiacevoli. Eccone un resoconto:

Durante la celebrazione del sinodo, organi di stampa di tendenza conservatrice, fogli distribuiti sottobanco non avevano mancato di dirigere i loro strali contro il segretario del Consilium. […] Il consiglio di presidenza fu unanime nel deplorare la cosa e nell’esprimere la sua solidarietà al segretario del Consilium. Anzi, scrisse una lettera al Papa nella quale si diceva: I membri del Consiglio di Presidenza del Consilium…, preso atto di alcune pubblicazioni divulgate soprattutto durante il recente Sinodo dei Vescovi, contro il Segretario del Consilium, P. Annibale Bugnini e il lavoro da lui svolto prendono occasione dalla IX Adunanza generale del medesimo Consilium per assicurare, con tutta riverenza, Vostra Santità della piena fiducia del Consiglio di Presidenza e di tutto il Consilium all’opera del predetto segretario, avendo egli adempiuto lodevolmente il suo compito nella restaurazione della sacra Liturgia. La lettera, datata 28 novembre 1967, porta la firma dei cardinali Lercaro, Confalonieri, Pellegrino e dei vescovi: Spulbeck, Boudon, Isnard, Bluyssen. Nell’udienza del 1 dicembre successivo, il Santo Padre mostrò al P. Bugnini la lettera, la lesse e aggiunse: E a queste voci Noi uniamo la nostra. (1)

Ecco, ora, una nostra traduzione del testo della relazione approntata dal Consilium.

I. Sullo stato della riforma liturgica
Il giorno 4 dicembre 1963 è stata promulgata la Costituzione sulla sacra Liturgia “Sacrosanctum Concilium”. Dopo un mese, il romano Pontefice Papa Paolo VI, istituì una prima Commissione, incaricata di portare a compimento le deliberazioni del sacrosanto Concilio, vale a dire il “Consilium ad exsequendam Constitutionem de Sacra Liturgia”.
1. Al presente il “Consilium” è formato di 48 Membri, fra i quali 11 Padri Cardinali, 36 Vescovi, 1 Abate, scelti “dalle diverse regioni del mondo” (Cost. sulla sacra Liturgia, art. 25). Questi Padri sono coadiuvati da circa 200 periti, suddivisi in 42 gruppi di studio, i quali, in tre anni di intenso e arduo lavoro, hanno posto le basi dell’opera con la quale si dovrà portare a compimento la Costituzione sulla sacra Liturgia. Perché si abbia nozione almeno generica della mole di questo lavoro, sia sufficiente sapere che fino al giorno primo maggio 1967 sono stati redatti dai gruppi di studio 228 schemi ufficiali, ai quali sono da aggiungere parecchi schemi particolari e studi preparatori, scritti da di singoli periti o da gruppi minori o sottocommissioni. La organizzazione dei gruppi di studio è tale che l’intera opera della riforma liturgica, e nelle singole sue parti, che spesso fra di loro sono connesse, possa procedere con equilibrio e passo sufficientemente spedito.

2. Le leggi che dirigono questo lavoro, e che discendono dalla stessa Costituzione del sacrosanto Concilio, sono:
1) Il significato pastorale della liturgia, secondo la norma dell’art. 14 della medesima Costituzione: “a tale piena e attiva partecipazione di tutto il popolo va dedicata una specialissima cura nel quadro della riforma e dell’incremento della liturgia”.
2) Prestare fede alla viva tradizione della Chiesa, dalla quale nel corso dei secoli, poco a poco i sacri riti sono venuti formandosi.
3) La possibilità, mantenuta la sostanziale unità del rito romano, di una più ampia flessibilità, o adattamento, specialmente per alcune forme rituali e le loro formule.

3. L’iter dei singoli schemi, per arrivare alla loro formulazione definitiva, comprende queste fasi successive:
a) Preparazione e discussione nell’ambito dei rispettivi gruppi di studio, dopo aver premesso le indispensabili ricerche sia dottrinali sia storiche e pastorali.
b) Previo esame della stesura del nuovo schema da parte di un gruppo di periti e di un gruppo di padri del “Consilium”.
c) Redazione più completa dello schema, con le formule necessarie.
d) Esame delle singole parti e delle singole formule da parte di gruppi di esperti e di padri, esame non raramente ripetuto più volte, con nuovi rimaneggiamenti ed emendamenti eseguiti da un competente gruppo di studio.
e) Approvazione del Sommo Pontefice perché lo schema venga sottoposto ad esperimento.
Infatti, prima che lo schema venga esteso definitivamente a tutta la Chiesa, viene sottoposto a una serie di esperimenti, in diversi paesi sì che risulti chiaramente la convenienza sia dei riti sia delle formule.

4. In questi tre anni il “Consilium” ha tenuto 8 sessioni plenarie, alle quali vanno aggiunte centinaia di sessioni particolari di gruppi di studio incaricate di preparare le sessioni plenarie.
Alcuni frutti di questo lavoro sono già maturati e hanno visto la luce:
1) L’Istruzione che regola l’esecuzione della Costituzione sulla sacra Liturgia (26 settembre 1964);
2) Il rito della concelebrazione (7 marzo 1965);
3) Il rito della comunione sotto le due specie (7 marzo 1965);
4) L’Istruzione sulla musica nella sacra Liturgia (5 marzo 1965);
5) La seconda Istruzione per l’esatta esecuzione della costituzione sulla sacra Liturgia (4 maggio 1967);
6) L’Istruzione sul culto dell’Eucaristia (25 maggio 1967).
Ad essi si possono aggiungere altri documenti direttamente connessi: cioè il Kyriale simplex e i Canti che ricorrono nel messale (14 dicembre 1964), l’Ordo missae e il Ritus servandus in celebratione Missae (27 ianuarii 1965), l’Istruzione sulla lingua che i religiosi devono usare nella celebrazione dell’ufficio divino e nella messa (23 novembre 1965), il Graduale simplex; schemi per la Preghiera dei fedeli propositi alle Conferenze Episcopali come norma direttiva (1966).
Fra le innovazioni approvate dal “Consilium” sono al presente in esperimento le seguenti: a) L’Ordo Baptismi adultorum, con il catecumenato disposto per gradi; b) L’Ordo per le esequie degli adulti; c) L’Ordo delle letture feriali.
Parecchi altri schemi sono ancora allo studio presso i gruppi particolari, ma fra non molto giungeranno in porto. La maggior parte di essi riguarda direttamente le singole parti della messa e dell’ufficio divino, e se ne parlerà più avanti. Di quelli, invece, riguardanti i sacramenti è difficile dare una comune idea generale, dal momento che, oltre alle norme generali, soltanto i singoli capitoli ne considerano le linee strutturali.
5. Oltre a questa attività di studio sulla riforma generale, il “Consilium” in questi tre anni ha dovuto occuparsi dell’approvazione degli atti delle Conferenze Episcopali per quelle parti che richiedono l’approvazione, cioè la conferma della Sede Apostolica. La maggior parte di questo lavoro è consistito nell’esaminare e nell’approvare sia le decisioni sia i testi necessari all’introduzione della lingua volgare nella liturgia: cose tutte che spesso arrivarono al “Consilium” in tempi e parti successivi. Sono stati emessi 539 decreti per diverse nazioni e diocesi e 219 per i religiosi. Le diverse questioni generali o particolari, trattate dal “Consilium” sulla riforma liturgica, ammontano, fino al 1 maggio 1967, a un totale di 12.157. Il Consilium inoltre ha aiutato le Conferenze Episcopali per mezzo di lettere inviati ai presidenti di esse o ai presidenti delle Commissioni per la liturgia; con le quali lettere si è cercato di dare una certa uniformità e sicurezza all’azione liturgica, in quest’epoca così esposta a profonde trasformazioni.
6. Il 7 marzo 1965 fu possibile vedere per la prima volta i frutti di quest’attività del “Consilium”, quando furono introdotte nelle sacre celebrazioni, e specialmente nella messa, parecchie varianti e di non poca importanza, insieme con l’uso delle lingua vernacola.
Prima e dopo di allora ci furono molte altre iniziative, in tutto il mondo, per formare il popolo e guidarlo a comprendere più profondamente e ad amare questa parte della riforma liturgica. E in verità i frutti non sono mancati. Infatti sia questa prima forma più semplice e più chiara delle cerimonie sia l’uso della lingua vernacola hanno contribuito molto alla partecipazione consapevole, attiva e fruttuosa dei fedeli alle sacre celebrazioni. E’ avvenuto perciò che il popolo santo di Dio, attraverso questa più piena celebrazione dei sacri riti, e attraverso il canto e la preghiera in comune, ha meglio acquisito il senso della famiglia di Dio in preghiera. Dove, infatti, per mezzo di un’opportuna catechesi i fedeli sono formati dal punto di vista spirituale e rituale, i gruppi finora muti e inerti acquistano voce nel cantare le lodi di Dio insieme col sacerdote celebrante e si inseriscono consapevolmente nel mistero che si celebra. (continua)

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(1) A. Bugnini, La riforma liturgica (1948-1975), Roma 1997, 180.

Memorie su memorie, per superare pregiudizi.

 SAMSUNG

In attesa di un esame più approfondito, necessario e interessante per le questioni coinvolte, ci permettiamo di evidenziare una piccola svista nelle memorie autobiografiche di L. Bouyer. Effettivamente, come ci suggerisce nella quarta di copertina il card. Lustiger, si tratta di un personaggio davvero anticonformista: i giudizi e le valutazioni che il Bouyer lascia nel suo scritto sono inconsueti. Forse nella foga del suo scrivere si è lasciato un poco prendere la mano: su Bugnini abbiamo sentito e letto di tutto, ma che fosse “napoletano”, non lo si era mai insinuato. Forse, almeno su questo, conviene dare credito al Bugnini; sentiamolo:

«Sono nato a Civitella del Lago, Provincia di Terni e allora di Perugia, unica provincia dell’Umbria, diocesi di Todi. Venni al mondo il venerdì 14 giugno 1912, alle 10 del mattino. Alla ‘festa’, come nei nostri paesi si soleva chiamare la domenica, fui battezzato in parrocchia con i nomi di Annibale, Nazareno, Erminio, dal parroco don Perseo Morelli. Fecero da Padrini Pietro Giontella di Montecchio e Clelia Bacci. Ero quinto di sette figli. Tre ci consacrammo al Signore: Fidenzio, converso dei Servi di Maria (Fra Filippo); Celestina tra le Figlie della Carità (Sr. Agnese) e chi scrive tra i Missionari Vincenziani. Gli altri, tranne una, si accasarono onestamente. […] Mio padre, Giobbe, era d’animo semplice e pio. Era attaccato alla terra e al lavoro. Dalle prime ore del mattino alla sera passava la vita nei campi con la zappa o all’aratro. La domenica, vestito a festa, saliva invariabilmente al paese per la Messa. ‘Saliva’ perché eravamo mezzadri i poderi della famiglia Gradoli che sono nella zona sottostante al paese nel versante di Orvieto. […] Mia madre, Maria Agnese Ranieri, era una buona donna del popolo…» (1).

Come si vede, non si evincono influssi napoletani: forse Bouyer si riferiva ad ascendenti? O forse, semplicemente, quell’annotazione ‘napolitain’, non è intesa in senso geografico stretto, ma significa qualcosa di più? Oppure è un semplice errore?

«Je ne voudrais pas être trop dur pour les travaux de cette commission. Il s’y trouvait un certain nombre de savants authentiques et plus d’un pasteur averti et judicieux. Dans d’autre conditions, ils auraient pu accomplir un excellent travail. Malheuresement, d’une part, une fatale erreur de jugement plaça la direction théorique de ce comité entre les mains d’un homme généreux et courageux, mais peu instruit, le cardinal Lercaro. Il fut complètement incapable de résister aux manœuvres du scélérat doucereux qui ne tarda pas à se révéler en la personne du lazariste napolitain, aussi dépourvu de culture que de simple honnêteté, qu’était Bugnini» (2)

Per ora, ci si ferma qua. Le altre questioni non possiamo risolverle in pochi giorni e in poche righe (3).

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(1) «Liturgiae cultor et amator, servì la Chiesa». Memorie autobiografiche, G. Pasqualetti (ed.), Roma 2012, 25-26.
(2) L. Bouyer, Mémoires, Paris 2014, 197-198.

(3) Cf. https://sacramentumfuturi.wordpress.com/2014/09/21/l-bouyer-memorie-tutte-da-leggere-e-da-gustare-ma-con-attenzione/SAMSUNG