Omelia e mistagogia: un binomio tutto da riscoprire, insieme ad un Maestro.

Più volte abbiamo evidenziato come Benedetto XVI, nella sua predicazione, si lasciasse ispirare non solo dai testi biblici proclamati nelle particolari celebrazioni ma anche da tutto il contesto dell’azione liturgica: altri testi (antifone, preghiere, etc.) come pure gli stessi segmenti rituali (gesti e simboli). I suoi interventi omiletici non erano isolati e astratti dall’intera azione celebrativa, ma riuscivano spesso ad agganciare in modo mirabile l’insegnamento astratto, anche quello catechetico e morale, alla liturgia in atto.
Un aspetto, questo, assai apprezzabile ed esemplare; eppure non del tutto compreso e apprezzato. E’ ben più facile mettere insieme qualche elemento di esegesi a considerazioni morali edificanti, piuttosto che lasciare che sia la liturgia stessa (Parola e rito) ad informare la predicazione. C’è un metodo da acquisire, uno spirito di cui essere intrisi e una cultura liturgica da cui essere abbeverati.
Per questo paiono assai appropriate le considerazioni sulle Omelie di inizio Pontificato che abbiamo trovato nel Volume curato dall’Ufficio delle Celebrazioni liturgiche del Sommo Pontefice sull’Inizio del ministero petrino del Vescovo di Roma Benedetto XVI, che riproduciamo parzialmente qui sotto.

Nelle omelie che Benedetto XVI ha tenuto nella celebrazione eucaristica di inizio pontificato, il 24 aprile 2005, e in quella celebrata il7 maggio successivo nella Basilica di San Giovanni in Laterano per l’insediamento sulla Cattedra del Vescovo di Roma, ci viene offerto un metodo di predicazione omiletica radicato nella tradizione e forse oggi un po’ trascurato: si tratta del metodo mistagogico. L’omelia mistagogia ha lo scopo di aiutare a vivere la celebrazione liturgica come comunione e partecipazione alla salvezza avvenuta nella storia una sola volta in Cristo. E’ aderente alla Parola proclamata non malgrado il rito celebrato, ma proprio a causa di questo. La mistagogia infatti è prima di tutto il compimento di un’azione sacramentale, perché è il sacramento in quanto celebrato a istituire il rapporto tra l’assemblea e il Mistero stesso di Dio. Il carattere singolare delle omelie mistagogiche è dato da una reciproca interazione: da un lato in esse si fa riferimento alla Scrittura perché è questa che illumina il senso e la risorsa dell’azione sacramentale, dall’altro però l’attenzione è rivolta a quello che accade nella celebrazione perché è in essa che si attua in modo eminente la verità e la potenza della Scrittura. La domanda di partenza del mistagogo è questa: che cosa accade per noi nell’atto liturgico che stiamo compiendo? Questo metodo è particolarmente evidente nell’esperienza dei primi secoli della Chiesa, quando i padri applicavano alla liturgia la tipologia biblica, in modo da far emergere come e prché la celebrazione liturgica partecipi alla salvezza narrata.
Un’omelia mistagogica riesce cosi a rivelare che l’evento di salvezza proclamato nelle letture del giorno non rimane racchiuso nel passato, ma si attua nel presente in forza della stessa celebrazione liturgica. Si capisce allora l’importanza di prendere come punto di partenza dell’omelia le azioni della celebrazione che si sta compiendo. Il Papa, nelle due omelie tenute in occasione delle celebrazioni con le quali ha dato inizio al suo ministero pastorale al servizio della Chiesa, percorre questa via in modo magistrale.
Una delle preoccupazioni che maggiormente assilla il predicatore è quella di far percepire l’attualità dalla Parola proclamata. Per riuscire nell’intento si percorre generalmente la via breve dell’attualizzazione della Parola, facendo riferimento a fatti dell’attualità e fornendo esempi di applicazioni della Scrittura alla vita. Questa modalità raggiunge lo scopo in modo solo apparente e molto fragile, in quanto, non confidando nella forza della Parola stessa, rischia di renderla insignificante. Attribuisce infatti maggiore forza persuasiva ad espedienti che portano l’attenzione su ciò che non è veramente essenziale, invece di lasciar intendere che solo la Parola è degna di fede, sapiente e potente e perciò affidabile. Nell’esperienza cristiana si parla di attualità sempre e solo a partire dalle azioni compiute da Dio nella storia, solo queste infatti inscrivono nel tempo una reale novità. Tali azioni sono giustamente qualificate come “eventi”. Tra le tante e diverse attività compiute dalla Chiesa, sono soprattutto le azioni liturgiche a meritare di essere chiamate “eventi”. Ogni volta che la Chiesa celebra un sacramento, infatti, accade un “nuovo evento”, si compie cioè l’opera di Dio per la salvezza dell’uomo. Nuovo evento non significa naturalmente che ci sia qualcosa di oltre e di più della salvezza realizzata in modo determinante e definitivo in Gesù Cristo, ma piuttosto che quell’unica salvezza, che ha valore escatologico, opera nel nostro oggi qualcosa di realmente nuovo. Il metodo mistagogico conferisce attualità all’omelia perché, pur essendo un atto di parola, fa sì che in essa tutto venga ricondotto e finalizzato alla relazione con l’evento cristologico e lo fa creando nell’assemblea la possibilità di porsi con fede davanti all’evento del donarsi di Dio in Cristo Gesù. […] Nelle omelie dell’inizio del pontificato, risulta molto evidente che il conferimento dell’autorità alla persona del Papa è un atto di Dio e nello stesso tempo che la Chiesa è coinvolta in tale esperienza e vi partecipa proprio perché riunita come comunità orante, comunità che riceve e vive la sua profonda natura accettando di lasciarsi convocare per compiere l’atto della preghiera. Affermare che la percezione del senso del ministero petrino è esito del rito e forse dire troppo, ma non si può negare di rilevare che la celebrazione concorre in modo insostituibile alla riappropriazione della verità di quanto accade. Il rito non è perciò una semplice applicazione e rappresentazione di una verità già acquisita per altra via, ma, in quanto atto di preghiera, è verità in atto: non ha semplice valore espressivo ma ha forza impressiva.
Il riferimento al canto liturgico delle Litanie dei Santi, che il Papa richiama proprio all’inizio dell’omelia del 24 aprile, segnala la consapevolezza che “il compito inaudito”, che supera ogni capacità umana, e che il Papa è chiamato ad assumere, non può essere da lui compiuto con le sue sole forze. E’ il gesto rituale appena compiuto che porta il Papa ad affermare: “non devo portare da solo ciò che in realtà non potrei mai portare da solo”. L’intervento di Dio passa per la comunione dei Santi, che l’assemblea riunita sperimenta mentre compie l’atto di intercessione nel canto orante.[…] Risulta evidente quanto una sequenza rituale, nel nostro caso il canto delle Laudes Regiae come rito di ingresso della Messa di inizio pontificato, concorra ad illuminare il senso del ministero petrino, che è appunto quello di non portare avanti un programma o idee personali, bensì di mettersi “in ascolto, con tutta quanta la Chiesa, della parola e della volontà del Signore, e di lasciarsi guidare da Lui, cosicché sia Egli stesso a guidare la Chiesa”. Un altro elemento che dice il senso vero dell’attualità dell’omelia, e che è tipico delle omelie mistagogiche, consiste nel fare appello alla concreta assemblea riunita perché, insieme a colui che presiede, si ponga con fede davanti al mistero che nella celebrazione si fa dono per tutti. Proprio perché l’assemblea ha cantato le Litanie dei Santi, “voi tutti avete appena invocato l’intera schiera dei Santi”, ad essa si può ricordare: “Noi tutti siamo la comunità dei Santi, noi battezzati nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, noi che viviamo del dono della carne e del sangue di Cristo, per mezzo del quale Egli ci vuole trasformare”. Cosi facendo, l’omelia supera la tentazione di ridursi a semplice spiegazione, a pura illustrazione di un concetto, che può esimersi dal coinvolgimento dei soggetti. L’omelia mistagogica, invece, ha come prima finalità quella di coinvolgere i soggetti nell’atto di fede, nel quale atto consiste la sua vera attualità. L’esigenza vera di attualità è che la parola dell’omelia si riferisca a quell’atto che è la fede. Mentre l’insegnamento mira al sapere, la predicazione mira alla confessione della fede.

Nel metodo mistagogico, il punto di partenza sono le azioni liturgiche che si stanno compiendo. L’omelia mistagogica fa proprio questo metodo, il suo carattere singolare è appunto quello di lasciarsi informare e plasmare da tali azioni, e di assumerne quasi l’andamento: in tal modo diviene essa stessa azione liturgica. […] L’omelia, perciò, non può e non deve abbandonare l’azione celebrativa per sviluppare un discorso a proposito di qualsiasi cosa, ma appartiene alla sua natura di lasciarsi coinvolgere e trascinare nel movimento istituito dal rito stesso. L’omelia è una parola che ha la forma del rito. Nella sua omelia del 24 aprile il Papa Benedetto XVI, in perfetta sintonia con questo metodo, ci fa ripercorrere lo stesso cammino che si sviluppa nella celebrazione, la sua parola scorre al ritmo del rito, seguendone fedelmente la trama. […] Risulta molto chiara la corrispondenza tra la sequenza rituale e il percorso dell’omelia papale. Il Papa Benedetto XVI attua esemplarmente quanto affermato dalla Costituzione conciliare sulla Liturgia Sacrosanctum Concilium, la quale affermava che l’omelia è “pars actionis liturgicae…pars ipsius liturgiae”. Il Concilio richiamava la necessità di non pensare all’omelia come ad un elemento autonomo, quasi un contenuto di pensiero elaborato a monte e già in sé consistente, semplicemente da inserire dentro il contesto celebrativo, bensì come ad un elemento strutturale dell’atto liturgico stesso, partecipe della sua natura e delle sue caratteristiche. […] “L’omelia fa parte della liturgia, ed è vivamente raccomandata: è infatti necessaria per alimentare la vita cristiana. Essa deve consistere nella spiegazione o di qualche aspetto delle letture della Sacra Scrittura, o di un altro testo dell’Ordinario o del Proprio della messa del giorno, tenuto conto sia del Mistero che viene celebrato, sia delle particolari necessità di chi ascolta”. Questo testo è stato generalmente interpretato nel modo seguente: occorre ripercorrere le letture alla ricerca di una tema unificante, nel tentativo di offrire prima un insegnamento, per poi passare ad alcune applicazioni per la morale e per la vita. Quest’interpretazione rivela tutta la sua fragilità: da una parte induce a pensare alla Parola di Dio come a qualcosa che non è già in sé eloquente per la vita dell’uomo; dall’altra assolutizza il testo proclamato, dimenticando tutti gli altri elementi del contesto celebrativo. Si predica il testo, attraverso un’esegesi erudita, senza annunciare, attraverso il testo, la realtà del testo, cioè la presenza attuale di Dio nel mistero. Il contesto impedisce una codificazione del testo, e lo restituisce alla sua vera provenienza e destinazione: la Parola viene da Dio per attuare la nostra comunione con Lui. […] Cosa emerge, dunque, nel modo di spiegare le Scritture praticato da Benedetto XVI? In fondo una cosa semplicissima: l’adesione ferma alle regole ermeneutiche che la tradizione patristica ci ha trasmesso. Le possiamo richiamare così: in primo luogo la percezione che tutta la Bibbia costituisce un unico messaggio per cui si può illuminare un testo con altri testi anche se non sono dello stesso autore o dello stesso tempo. In secondo luogo tutta la Bibbia viene letta in rapporto con la presenza viva di Gesù risorto: non si tratta di capire alcune idee, ma di vivere una comunione che il dialogo della fede e l’atto della preghiera rende personale e ricca. Tutto questo si collega con il cammino attuale dell’uomo per cui le Scritture illuminano quello che oggi la Chiesa vive, soffre e proclama. Unità della Bibbia; centralità del mistero di Cristo; attualità del messaggio. Il Papa si muove su questa linea chiarissima che conosce certo gli strumenti di un’esegesi storico critica, ma li usa all’interno di un’esperienza ecclesiale di fede di cui il contesto delle azioni liturgiche costituisce una sicura garanzia. […] Chiare sono anche le finalità dell’omelia così come sono enucleate nei Praenotanda dell’Ordo lectionum Missae: “Con essa (colui che presiede) guida i fratelli a gustare la Sacra Scrittura, apre il cuore dei fedeli al rendimento di grazie per i fatti mirabili da Dio compiuti; alimenta la fede dei presenti per ciò che riguarda quella parola che nella celebrazione, sotto l’azione dello Spirito Santo, si fa sacramento; li prepara infine ad una fruttuosa comunione e li esorta ad assumersi gli impegni della vita cristiana”. Per far gustare la Parola, aprire il cuore alla lode e alimentare la fede, l’omelia non può limitarsi ad essere discorso intorno ad un tema da cui si traggono conseguenze per la vita. E’ difficile che per questa via si giunga allo “stupore eucaristico”, e sappiamo bene “solo lo stupore conosce”. […] Il Papa ci ha restituito la pertinenza dello stupore anche in quell’atto celebrativo che e l’omelia, le ha permesso di parlare il linguaggio della sua casa natale. Non ha utilizzato la liturgia, neppure quella inaugurale del suo ministero, non si è servito di essa come di un mezzo, di un contenitore neutro, per presentare il proprio programma. Con decisa semplicità, si è voluto incamminare nel suo servizio petrino con il passo della liturgia, con le sue parole non ha mortificato né la forza del messaggio evangelico né la sua ispirazione. Piuttosto ha coinvolto i fedeli nell’avventura a cui il Signore lo ha chiamato. Un’avventura iniziata con il passo della liturgia, che è il passo della Chiesa. Un passo che ha condotto e sta conducendo la Chiesa a vivere un momento di grazia e di vitalità spirituale.

G. Busani, “Le due omelie mistagogiche”, in Ufficio delle Celebrazioni liturgiche del Sommo Pontefice, Inizio del ministero petrino del Vescovo di Roma Benedetto XVI, Città del Vaticano 2006, 443-457.

B&B: Bonifacio e Benedetto….

Se è vero, ed è vero, che l’omelia è parte della liturgia, allora non ci deve essere estranea l’attenzione a questo segmento della celebrazione. Le grandi omelie dei Padri, considerato il loro valore dottrinale e spirituale, sono diventate – giustamente – oggetto di studi critici, che ne hanno fatto risaltare i contenuti, le fonti, i riferimenti alla Scrittura. Ma anche ai nostri giorni non sono mancati Pastori, le cui omelie sono veri e propri tesori, tutti da gustare e da studiare: Benedetto XVI, nella predicazione liturgica, è stato un maestro eccellentissimo. Come non conservare nella memoria l’omelia di inizio del suo pontificato?
Questa mattina, pregando l’Ufficio di san Bonifacio – un santo che Benedetto XVI sicuramente conosce molto bene, essendo questo martire così legato alla storia del cristianesimo germanico – è stato naturale fare alcune associazioni, fra il testo patristico proposto dalla Liturgia delle Ore e l’omelia di Papa Benedetto. Che l’uno abbia ispirato l’altro? O, semplicemente, si tratta di una coincidenza, che mostra tuttavia la sintonia e la grandezza di due Pastori?
Ecco i testi:

Stiamo saldi nella giustizia e prepariamo le nostre anime alla tentazione per ottenere l’appoggio di Dio e diciamogli: “O Signore, tu sei stato per noi rifugio di generazione in generazione” (Sal 89,1). Confidiamo in lui che ha messo sulle nostre spalle questo peso. Ciò che noi da soli non siamo capaci di portare, portiamolo con il suo aiuto. Egli è onnipotente e dice: “Il mio giogo è dolce e il mio carico leggero (Mt 11, 30). Stiamo saldi nella battaglia fino al giorno del Signore, perché ci sono venuti addosso giorni di angustia e di tribolazione. Moriamo, se Dio vorrà, per le sante leggi dei nostri padri, per poter conseguire con essi l’eredità eterna. Non siamo dei cani muti, non siamo spettatori silenziosi, non siamo mercenari che fuggono il lupo, ma pastori solleciti e vigilanti sul gregge di Cristo. Predichiamo i disegni di Dio ai grandi e ai piccoli, ai ricchi e ai poveri. Annunziamoli a tutti i ceti e a tutte le età finché il Signore ci darà forza…
(Dalle Lettere di San Bonifacio, lett. 78; MGH, Epistolae, 3,352.354)

Quanto ci siamo sentiti abbandonati dopo la dipartita di Giovanni Paolo II! Il Papa che per ben 26 anni è stato nostro pastore e guida nel cammino attraverso questo tempo. Egli varcava la soglia verso l’altra vita – entrando nel mistero di Dio. Ma non compiva questo passo da solo. Chi crede, non è mai solo – non lo è nella vita e neanche nella morte. In quel momento noi abbiamo potuto invocare i santi di tutti i secoli – i suoi amici, i suoi fratelli nella fede, sapendo che sarebbero stati il corteo vivente che lo avrebbe accompagnato nell’aldilà, fino alla gloria di Dio. Noi sapevamo che il suo arrivo era atteso. Ora sappiamo che egli è fra i suoi ed è veramente a casa sua. Di nuovo, siamo stati consolati compiendo il solenne ingresso in conclave, per eleggere colui che il Signore aveva scelto. Come potevamo riconoscere il suo nome? Come potevano 115 Vescovi, provenienti da tutte le culture ed i paesi, trovare colui al quale il Signore desiderava conferire la missione di legare e sciogliere? Ancora una volta, noi lo sapevamo: sapevamo che non siamo soli, che siamo circondati, condotti e guidati dagli amici di Dio. Ed ora, in questo momento, io debole servitore di Dio devo assumere questo compito inaudito, che realmente supera ogni capacità umana. Come posso fare questo? Come sarò in grado di farlo? Voi tutti, cari amici, avete appena invocato l’intera schiera dei santi, rappresentata da alcuni dei grandi nomi della storia di Dio con gli uomini. In tal modo, anche in me si ravviva questa consapevolezza: non sono solo. Non devo portare da solo ciò che in realtà non potrei mai portare da solo. La schiera dei santi di Dio mi protegge, mi sostiene e mi porta. […] Cari amici – in questo momento io posso dire soltanto: pregate per me, perché io impari sempre più ad amare il Signore. Pregate per me, perché io impari ad amare sempre più il suo gregge – voi, la Santa Chiesa, ciascuno di voi singolarmente e voi tutti insieme. Pregate per me, perché io non fugga, per paura, davanti ai lupi. Preghiamo gli uni per gli altri, perché il Signore ci porti e noi impariamo a portarci gli uni gli altri.
(http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/homilies/2005/documents/hf_ben-xvi_hom_20050424_inizio-pontificato_it.html)

Ancora su “geografia” liturgica: il parere di Benedetto XVI

La profondità del Magistero di Benedetto XVI era il risultato di una vita di studio e di meditazione: è impressionante la facilità che aveva nel far riemergere, anche in discorsi a braccio e quasi estemporanei, tesori di sapienza depositati nel suo cuore.

Ecco con che equilibrio e maestria parla di quella sorta di geografia liturgica di cui abbiamo dato un esempio nel post precedente [https://sacramentumfuturi.wordpress.com/2014/05/01/una-curiosa-geografia-biblico-liturgica-lottava-di-pasqua-a-roma/]

Facciamo notare che le parole che seguono sono state pronunciate senza la preparazione di un testo scritto, ma ex abundantia cordis…

….Questo punto è importante anche riguardo al Concilio. Non bisogna vivere – come ho detto prima di Natale alla Curia Romana – l’ermeneutica della discontinuità, ma vivere l’ermeneutica del rinnovamento, che è spiritualità della continuità, dell’andare avanti in continuità. Questo mi sembra molto importante anche riguardo alla Liturgia. Prendo un esempio concreto che mi è venuto proprio oggi con la breve meditazione di questo giorno. La “Statio” di questo giorno, giovedì dopo il Mercoledì delle Ceneri, è san Giorgio. Corrispondenti a questo santo soldato, una volta vi erano due letture su due santi soldati. La prima parla del re Ezechia, che, malato, è condannato a morte e prega il Signore piangendo: dammi ancora un po’ di vita! E il Signore è buono e gli concede ancora 17 anni di vita. Quindi una bella guarigione e un soldato che può riprendere di nuovo in mano la sua attività. La seconda è il Vangelo che narra dell’ufficiale di Cafarnao con il suo servo malato. Abbiamo così due motivi: quello della guarigione e quello della “milizia” di Cristo, della grande lotta. Adesso, nella Liturgia attuale, abbiamo due letture totalmente diverse. Abbiamo quella del Deuteronomio: “Scegli la vita”, e il Vangelo: “Seguire Cristo e prendere la croce su di sé”, che vuol dire non cercare la propria vita ma donare la vita, ed è una interpretazione di cosa vuol dire “scegli la vita”. Devo dire che io ho sempre molto amato la Liturgia. Ero proprio innamorato del cammino quaresimale della Chiesa, con queste “chiese stazionali” e le letture collegate a queste chiese: una geografia di fede che diventa una geografia spirituale del pellegrinaggio col Signore. Ed ero rimasto un po’ male per il fatto che ci avessero tolto questo nesso tra la “stazione” e le letture. Oggi vedo che proprio queste letture sono molto belle ed esprimono il programma della Quaresima: scegliere la vita, cioè rinnovare il “Sì” del Battesimo, che è proprio scelta della vita. In questo senso, c’è un’intima continuità e mi sembra che dobbiamo impararlo da questo che è solo un piccolissimo esempio tra discontinuità e continuità. Dobbiamo accettare le novità ma anche amare la continuità e vedere il Concilio in questa ottica della continuità. Questo ci aiuterà anche nel mediare tra le generazioni nel loro modo di comunicare la fede.

Discorso al Clero romano, 2 marzo 2006

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/speeches/2006/march/documents/hf_ben-xvi_spe_20060302_roman-clergy_it.html

Liturgia e gravitazione!? Un’accostamento improbabile, ma “benedetto”.

Altre volte avevamo sottolineato l’insuperabile maestria mostrata da Benedetto XVI nel raccogliere insieme spunti e concetti provenienti da ambiti assai diversi ed offrire, quindi, delle sintesi originalissime. Tale ricchezza di contenuti e di riferimenti, tuttavia, aveva spesso agganci immediati con qualche elemento della celebrazione all’interno della quale era tenuta l’omelia. Oltre naturalmente ai testi biblici del lezionario, erano frequenti i richiami ai testi liturgici (antifone, inni, preghiere) e alle particolari ritualità. Mentre Papa Francesco pare meno attento al legame fra il testo biblico e il contesto liturgico in cui quel testo viene proclamato – mostrando la sua geniale ispirazione in efficaci e colorite attualizzazioni di diverso tenore -, la predicazione di Benedetto XVI assumeva il carattere di una modernissima mistagogia.
Non potendo addentrarci in considerazioni di omiletica – non ne siamo capaci – né, tantomeno, intendendo soffermarci in paragoni o confronti, queste parole volevano solamente introdurre un’omelia di Benedetto XVI, in occasione della domenica delle Palme dell’anno 2011, sottolineando, come già abbiamo fatto in occasioni precedenti, il suo frequente ricorrere alle scienze naturali. Solo ad un genio poteva venire in mente di collegare la celebrazione della Domenica delle Palme alla gravitazione! Questo mostra, fra l’altro, quanto l’attenzione alla dimensione cosmica della liturgia fosse per Ratzinger una sensibilità meditata profondamente ed interiore, e non solamente – come per taluni altri – un pretesto ideologico per giustificare polemiche o rivendicazioni (si pensi, ad es. alla questione dell’orientamento). Ma, bando alle polemiche, e gustiamoci la meditazione di Benedetto XVI:

La nostra processione odierna vuole quindi essere l’immagine di qualcosa di più profondo, immagine del fatto che, insieme con Gesù, c’incamminiamo per il pellegrinaggio: per la via alta verso il Dio vivente. È di questa salita che si tratta. È il cammino a cui Gesù ci invita. Ma come possiamo noi tenere il passo in questa salita? Non oltrepassa forse le nostre forze? Sì, è al di sopra delle nostre proprie possibilità. Da sempre gli uomini sono stati ricolmi – e oggi lo sono quanto mai – del desiderio di “essere come Dio”, di raggiungere essi stessi l’altezza di Dio. In tutte le invenzioni dello spirito umano si cerca, in ultima analisi, di ottenere delle ali, per potersi elevare all’altezza dell’Essere, per diventare indipendenti, totalmente liberi, come lo è Dio. Tante cose l’umanità ha potuto realizzare: siamo in grado di volare. Possiamo vederci, ascoltarci e parlarci da un capo all’altro del mondo. E tuttavia, la forza di gravità che ci tira in basso è potente. Insieme con le nostre capacità non è cresciuto soltanto il bene. Anche le possibilità del male sono aumentate e si pongono come tempeste minacciose sopra la storia. Anche i nostri limiti sono rimasti: basti pensare alle catastrofi che in questi mesi hanno afflitto e continuano ad affliggere l’umanità.
I Padri hanno detto che l’uomo sta nel punto d’intersezione tra due campi di gravitazione. C’è anzitutto la forza di gravità che tira in basso – verso l’egoismo, verso la menzogna e verso il male; la gravità che ci abbassa e ci allontana dall’altezza di Dio. Dall’altro lato c’è la forza di gravità dell’amore di Dio: l’essere amati da Dio e la risposta del nostro amore ci attirano verso l’alto. L’uomo si trova in mezzo a questa duplice forza di gravità, e tutto dipende dallo sfuggire al campo di gravitazione del male e diventare liberi di lasciarsi totalmente attirare dalla forza di gravità di Dio, che ci rende veri, ci eleva, ci dona la vera libertà.
Dopo la liturgia della Parola, all’inizio della Preghiera eucaristica durante la quale il Signore entra in mezzo a noi, la Chiesa ci rivolge l’invito: “Sursum corda – in alto i cuori!” Secondo la concezione biblica e nella visione dei Padri, il cuore è quel centro dell’uomo in cui si uniscono l’intelletto, la volontà e il sentimento, il corpo e l’anima. Quel centro, in cui lo spirito diventa corpo e il corpo diventa spirito; in cui volontà, sentimento e intelletto si uniscono nella conoscenza di Dio e nell’amore per Lui. Questo “cuore” deve essere elevato. Ma ancora una volta: noi da soli siamo troppo deboli per sollevare il nostro cuore fino all’altezza di Dio. Non ne siamo in grado. Proprio la superbia di poterlo fare da soli ci tira verso il basso e ci allontana da Dio. Dio stesso deve tirarci in alto, ed è questo che Cristo ha iniziato sulla Croce. Egli è disceso fin nell’estrema bassezza dell’esistenza umana, per tirarci in alto verso di sé, verso il Dio vivente. Egli è diventato umile, dice oggi la seconda lettura. Soltanto così la nostra superbia poteva essere superata: l’umiltà di Dio è la forma estrema del suo amore, e questo amore umile attrae verso l’alto.
Il Salmo processionale 24, che la Chiesa ci propone come “canto di ascesa” per la liturgia di oggi, indica alcuni elementi concreti, che appartengono alla nostra ascesa e senza i quali non possiamo essere sollevati in alto: le mani innocenti, il cuore puro, il rifiuto della menzogna, la ricerca del volto di Dio. Le grandi conquiste della tecnica ci rendono liberi e sono elementi del progresso dell’umanità soltanto se sono unite a questi atteggiamenti – se le nostre mani diventano innocenti e il nostro cuore puro, se siamo in ricerca della verità, in ricerca di Dio stesso, e ci lasciamo toccare ed interpellare dal suo amore. Tutti questi elementi dell’ascesa sono efficaci soltanto se in umiltà riconosciamo che dobbiamo essere attirati verso l’alto; se abbandoniamo la superbia di volere noi stessi farci Dio. Abbiamo bisogno di Lui: Egli ci tira verso l’alto, nell’essere sorretti dalle sue mani – cioè nella fede – ci dà il giusto orientamento e la forza interiore che ci solleva in alto. Abbiamo bisogno dell’umiltà della fede che cerca il volto di Dio e si affida alla verità del suo amore.
La questione di come l’uomo possa arrivare in alto, diventare totalmente se stesso e veramente simile a Dio, ha da sempre impegnato l’umanità. È stata discussa appassionatamente dai filosofi platonici del terzo e quarto secolo. La loro domanda centrale era come trovare mezzi di purificazione, mediante i quali l’uomo potesse liberarsi dal grave peso che lo tira in basso ed ascendere all’altezza del suo vero essere, all’altezza della divinità. Sant’Agostino, nella sua ricerca della retta via, per un certo periodo ha cercato sostegno in quelle filosofie. Ma alla fine dovette riconoscere che la loro risposta non era sufficiente, che con i loro metodi egli non sarebbe giunto veramente a Dio. Disse ai loro rappresentanti: Riconoscete dunque che la forza dell’uomo e di tutte le sue purificazioni non basta per portarlo veramente all’altezza del divino, all’altezza a lui adeguata. E disse che avrebbe disperato di se stesso e dell’esistenza umana, se non avesse trovato Colui che fa ciò che noi stessi non possiamo fare; Colui che ci solleva all’altezza di Dio, nonostante la nostra miseria: Gesù Cristo che, da Dio, è disceso verso di noi e, nel suo amore crocifisso, ci prende per mano e ci conduce in alto.
Noi andiamo in pellegrinaggio con il Signore verso l’alto. Siamo in ricerca del cuore puro e delle mani innocenti, siamo in ricerca della verità, cerchiamo il volto di Dio. Manifestiamo al Signore il nostro desiderio di diventare giusti e Lo preghiamo: Attiraci Tu verso l’alto! Rendici puri! Fa’ che valga per noi la parola che cantiamo col Salmo processionale; cioè che possiamo appartenere alla generazione che cerca Dio, “che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe” (Sal 24,6). Amen.

Per l’omelia completa si può vedere: http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/homilies/2011/documents/hf_ben-xvi_hom_20110417_palm-sunday_it.html

Paolo VI, novello Amleto? In margine ad una ri-lettura della riforma liturgica.

Abbiamo appena iniziato una nuova “sezione” di questo minuscolo blog e subito ne verifichiamo l’importanza e la necessità.
Ci è capitato fra le mani uno studio di P. Fernández Rodríguez, La sagrada liturgia en la escuela de Benedicto XVI, Città del Vaticano 2014.
Dobbiamo per la verità innanzitutto confessare che non abbiamo studiato in profondità quanto l’autore scrive, né possiamo essere sicuri che l’impressione ricavata dalla lettura veloce di alcune pagine non debba essere poi smentita dalla lettura di tutto il volume, comunque degno di attenzione, anche per la prefazione del Cardinale Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, Antonio Cañizares Llovera. Tuttavia rimaniamo un po’ perplessi di fronte ad alcune affermazioni, che paiono veicolare alcune “vulgate” che dovrebbero invece essere una volta per tutte demitizzate.
Da quanto si può capire dalla lettura di alcune pagine (1), sembrerebbe che l’opera della riforma liturgica sia stata ideata, improntata e attuata dal solo Bugnini, che – ricordiamo – era il Segretario di una commissione che aveva un Cardinale Presidente, neanche di poco peso, e oltre 50 membri, di cui alcuni Cardinali, altri Vescovi, oltre che numerosi periti ed esperti. Di queste varie istanze non si parla. Si lascia immaginare, invece, una “fretta” e una precipitosità nell’attuazione della riforma (2) . Un lettore non addentro alle questioni potrebbe essere indotto ad una errata comprensione.
Fa specie, inoltre, un apprezzamento un poco irrispettoso nei confronti di Papa Paolo VI: “fue evidente el temperamento hamletiano de Pablo VI […] Pablo VI era llamativamente un hombre caracterizado por lo laico y por la sensibilidad del hombre moderno, come reconoció su biógrafo Jean Guitton, que a veces encontró dificultad para ir en contra de la corriente” (p. 64).

Lo ripetiamo ancora: non siamo in grado di formulare un giudizio critico onesto e serio sul contenuto dell’intero libro di Fernández Rodríguez, ma ci chiediamo se giovi davvero insinuare debolezze e incongruenze nell’operato di Paolo VI; è fruttuoso insinuare una discontinuità fra Paolo VI e Benedetto XVI (cf. il titolo: la liturgia alla scuola di Benedetto XVI)?
Per correggere, o comunque migliorare, le acquisizioni e la ricezione della riforma liturgica conviene una simile operazione? Nessuno che sia seriamente addentro alle problematiche liturgiche post-conciliari pensa che non siano da rivedere o da ritoccare alcune concrete modalità celebrative, o che i rinnovati libri liturgici siano perfetti o assolutamente indiscutibili. Siamo del parere che questo debba essere fatto a partire di un serio e scientifico lavoro di investigazione sui documenti, sui testi e sui testimoni, senza cedere a pre-giudizi o, addirittura, a giudizi, questi sì, affrettati.

Ci sovviene di pensare che, paradossalmente, fu un bene per Bugnini – e per la Sacrosanctum Concilium – la mancata conferma (3) come Segretario della Commissione Conciliare De Liturgia: se al religioso vincenziano, già Segretario della Commissione Preparatoria e poi del Consilium, viene attribuita l’intera responsabilità della riforma – e presso molti con connotazioni negative e ingenerose -, immaginiamo cosa sarebbe potuto accadere se ci fosse stata una continuità di direzione in tutte le fasi della Costituzione liturgica (preparazione, discussione, attuazione)!

Terminiamo questa piccola considerazione con un riferimento ad un momento particolare del ministero petrino di G.B. Montini: anche se si tratta di un ambito assai diverso dalla questione della riforma liturgica, ci pare interessante attingere ad una riflessione di A. Sicari intorno alla questione dell’Enciclica di Paolo VI Humanae Vitae: in quell’occasione il Papa fu tutt’altro che hamletico e incapace di andare contro corrente! Senza entrare qui nei contenuti dell’enciclica, riportiamo alcune illuminanti frasi di commento generale della vicenda:

La reazione di quasi tutta l’opinione pubblica – compresi parte del clero e alcuni esponenti dell’episcopato – si sollevò contro la decisione del pontefice. Molti altri tentarono almeno di ridurne la portata e di sminuirne l’obbligatorietà. In complesso possiamo dire che il magistero pontificio toccò nell’epoca moderna il punto più basso della sua credibilità mondana e lo stesso Paolo VI venne aggredito da una indegna campagna diffamatoria. Era proprio l’anno 1968, già attraversato a livello mondiale da turbini di ribellione. In complesso quella dell’Humanae vitae fu una delle pagine più tristi della storia della Chiesa – per le disobbedienze di alcuni cristiani – anche se oggi appare sempre più, agli occhi di molti, come una delle pagine più gloriose e profetiche. Prima di dare le motivazioni di quest’ultimo giudizio vale la pena riportare le accorate riflessioni con cui lo stesso Paolo VI spiegò a tutta la Chiesa i motivi della sua inattesa decisione. Lo fece con passione durante una udienza pubblica, nonostante egli fosse noto per il suo carattere schivo, non facile alle confidenze. Dopo due giorni dalla pubblicazione dell’Enciclica confidò: “Vi diremo semplicemente qualche parola, non sul documento in questione, quanto su alcuni nostri sentimenti, che hanno riempito il nostro animo nel periodo non breve della sua preparazione. Il primo sentimento è stato quello di una gravissima responsabilità. Esso ci ha introdotto e sostenuto nel vivo della questione, durante quattro anni dovuti allo studio e all’elaborazione di questa enciclica. Vi diremo che tale sentimento ci ha fatto non poco soffrire spiritualmente. Mai abbiamo sentito come in questa congiuntura il peso del nostro ufficio. Abbiamo anche molto pregato. Quante volte abbiamo avuto quasi l’impressione di essere soverchiati da questo cumulo di documentazione e quante volte, umanamente parlando, abbiamo avvertito l’inadeguatezza della nostra povera persona al formidabile obbligo apostolico di doversi pronunciare al riguardo. Quante volte abbiamo trepidato
davanti al dilemma di una facile condiscendenza alle opinioni correnti, ovvero di una sentenza mal sopportata dall’odierna società, che fosse troppo grave per la vita coniugale. Ci siamo valsi di molte consultazioni particolari, di persone di alto livello scientifico, morale e pastorale e, invocando il dono dello Spirito, abbiamo messo la nostra coscienza nella piena e libera disponibilità alla voce della verità, cercando di interpretare la norma divina”.
Ricordare questa accorata “confessione” di un papa ha per noi cristiani un notevole valore pedagogico: ci costringe a metterci con serietà e sobrietà, con volontà di comprendere e di amare, di fronte alla verità che ci viene proposta, anche se difficile.
Di tutta la polemica che allora si scatenò – e fu davvero dura e amara – ci sembra meriti di essere ancora ricordato (anche perché meno noto). Mentre alcuni noti teologi cattolici inorridivano davanti alla decisione del papa e si scusavano soprattutto nei riguardi dei loro colleghi non cattolici, il più prestigioso e grande dei teologi protestanti allora vivente, K. Barth – per tanti versi lontano dalle posizioni cattoliche – scrisse a Paolo VI, esprimendo il suo giudizio favorevole sulla decisione del pontefice, aggiungendo: “Vi assicuro il più grande rispetto per ciò che potrebbe essere chiamato l’eroico isolamento in cui, Santità, ora vi trovate”. E fu talmente vero che il Papa s’era messo solo di fronte a Dio, nella sua decisione, che Paolo VI non volle rendere pubblica la lettera che pure sarebbe stata per lui una soddisfazione non indifferente, davanti a un certo mondo di teologi scandalizzati e sprezzanti. Insistiamo su questi particolari storici – anche se questo non é uno studio, ma solo un breve testo di aiuto agli sposi – perché pensiamo non sia possibile oggi a dei fedeli cristiani accogliere con gioia l’insegnamento della loro Chiesa se prima non si liberano di quel disprezzo verso la dottrina cattolica al riguardo, che hanno accumulato – coscientemente o no – in forza di mille “sentito dire”, e di luoghi comuni ancora ripetuti fino alla noia, nei mezzi di comunicazione di massa.

A. SICARI, Breve catechesi sul Matrimonio, Milano 1990, 64-65.


(1) Cf. P. Fernández Rodríguez, La sagrada liturgia en la escuela de Benedicto XVI, Città del Vaticano 2014, 45-68.

(2) Nei nostri piccoli e modesti contributi, fra l’altro, abbiamo mostrato un piccolo esempio di come una questione se vogliamo piuttosto marginale come il problema dei salmi imprecatori e storici sia stata più e più volte discusso, nelle varie istanze e livelli del Consilium, senza che vi sia stata alcuna accelerazione forzata o indebita. Cf., fra altri, il post https://sacramentumfuturi.wordpress.com/2013/12/14/ii-settimana-di-avvento-sabato-ufficio-delle-letture-un-approdo-non-scontato-per-un-salmo/

(3) Nel precedente post ci eravamo posti la domanda se fosse stata una buona scelta, per il migliore svolgimento dei lavori conciliari, l’aver cambiato la Segreteria della Commissione: cf. https://sacramentumfuturi.wordpress.com/2014/03/24/commissio-conciliaris-de-liturgia-le-adunanze-con-un-convitato-di-pietra/