Liturgia e gravitazione!? Un’accostamento improbabile, ma “benedetto”.

Altre volte avevamo sottolineato l’insuperabile maestria mostrata da Benedetto XVI nel raccogliere insieme spunti e concetti provenienti da ambiti assai diversi ed offrire, quindi, delle sintesi originalissime. Tale ricchezza di contenuti e di riferimenti, tuttavia, aveva spesso agganci immediati con qualche elemento della celebrazione all’interno della quale era tenuta l’omelia. Oltre naturalmente ai testi biblici del lezionario, erano frequenti i richiami ai testi liturgici (antifone, inni, preghiere) e alle particolari ritualità. Mentre Papa Francesco pare meno attento al legame fra il testo biblico e il contesto liturgico in cui quel testo viene proclamato – mostrando la sua geniale ispirazione in efficaci e colorite attualizzazioni di diverso tenore -, la predicazione di Benedetto XVI assumeva il carattere di una modernissima mistagogia.
Non potendo addentrarci in considerazioni di omiletica – non ne siamo capaci – né, tantomeno, intendendo soffermarci in paragoni o confronti, queste parole volevano solamente introdurre un’omelia di Benedetto XVI, in occasione della domenica delle Palme dell’anno 2011, sottolineando, come già abbiamo fatto in occasioni precedenti, il suo frequente ricorrere alle scienze naturali. Solo ad un genio poteva venire in mente di collegare la celebrazione della Domenica delle Palme alla gravitazione! Questo mostra, fra l’altro, quanto l’attenzione alla dimensione cosmica della liturgia fosse per Ratzinger una sensibilità meditata profondamente ed interiore, e non solamente – come per taluni altri – un pretesto ideologico per giustificare polemiche o rivendicazioni (si pensi, ad es. alla questione dell’orientamento). Ma, bando alle polemiche, e gustiamoci la meditazione di Benedetto XVI:

La nostra processione odierna vuole quindi essere l’immagine di qualcosa di più profondo, immagine del fatto che, insieme con Gesù, c’incamminiamo per il pellegrinaggio: per la via alta verso il Dio vivente. È di questa salita che si tratta. È il cammino a cui Gesù ci invita. Ma come possiamo noi tenere il passo in questa salita? Non oltrepassa forse le nostre forze? Sì, è al di sopra delle nostre proprie possibilità. Da sempre gli uomini sono stati ricolmi – e oggi lo sono quanto mai – del desiderio di “essere come Dio”, di raggiungere essi stessi l’altezza di Dio. In tutte le invenzioni dello spirito umano si cerca, in ultima analisi, di ottenere delle ali, per potersi elevare all’altezza dell’Essere, per diventare indipendenti, totalmente liberi, come lo è Dio. Tante cose l’umanità ha potuto realizzare: siamo in grado di volare. Possiamo vederci, ascoltarci e parlarci da un capo all’altro del mondo. E tuttavia, la forza di gravità che ci tira in basso è potente. Insieme con le nostre capacità non è cresciuto soltanto il bene. Anche le possibilità del male sono aumentate e si pongono come tempeste minacciose sopra la storia. Anche i nostri limiti sono rimasti: basti pensare alle catastrofi che in questi mesi hanno afflitto e continuano ad affliggere l’umanità.
I Padri hanno detto che l’uomo sta nel punto d’intersezione tra due campi di gravitazione. C’è anzitutto la forza di gravità che tira in basso – verso l’egoismo, verso la menzogna e verso il male; la gravità che ci abbassa e ci allontana dall’altezza di Dio. Dall’altro lato c’è la forza di gravità dell’amore di Dio: l’essere amati da Dio e la risposta del nostro amore ci attirano verso l’alto. L’uomo si trova in mezzo a questa duplice forza di gravità, e tutto dipende dallo sfuggire al campo di gravitazione del male e diventare liberi di lasciarsi totalmente attirare dalla forza di gravità di Dio, che ci rende veri, ci eleva, ci dona la vera libertà.
Dopo la liturgia della Parola, all’inizio della Preghiera eucaristica durante la quale il Signore entra in mezzo a noi, la Chiesa ci rivolge l’invito: “Sursum corda – in alto i cuori!” Secondo la concezione biblica e nella visione dei Padri, il cuore è quel centro dell’uomo in cui si uniscono l’intelletto, la volontà e il sentimento, il corpo e l’anima. Quel centro, in cui lo spirito diventa corpo e il corpo diventa spirito; in cui volontà, sentimento e intelletto si uniscono nella conoscenza di Dio e nell’amore per Lui. Questo “cuore” deve essere elevato. Ma ancora una volta: noi da soli siamo troppo deboli per sollevare il nostro cuore fino all’altezza di Dio. Non ne siamo in grado. Proprio la superbia di poterlo fare da soli ci tira verso il basso e ci allontana da Dio. Dio stesso deve tirarci in alto, ed è questo che Cristo ha iniziato sulla Croce. Egli è disceso fin nell’estrema bassezza dell’esistenza umana, per tirarci in alto verso di sé, verso il Dio vivente. Egli è diventato umile, dice oggi la seconda lettura. Soltanto così la nostra superbia poteva essere superata: l’umiltà di Dio è la forma estrema del suo amore, e questo amore umile attrae verso l’alto.
Il Salmo processionale 24, che la Chiesa ci propone come “canto di ascesa” per la liturgia di oggi, indica alcuni elementi concreti, che appartengono alla nostra ascesa e senza i quali non possiamo essere sollevati in alto: le mani innocenti, il cuore puro, il rifiuto della menzogna, la ricerca del volto di Dio. Le grandi conquiste della tecnica ci rendono liberi e sono elementi del progresso dell’umanità soltanto se sono unite a questi atteggiamenti – se le nostre mani diventano innocenti e il nostro cuore puro, se siamo in ricerca della verità, in ricerca di Dio stesso, e ci lasciamo toccare ed interpellare dal suo amore. Tutti questi elementi dell’ascesa sono efficaci soltanto se in umiltà riconosciamo che dobbiamo essere attirati verso l’alto; se abbandoniamo la superbia di volere noi stessi farci Dio. Abbiamo bisogno di Lui: Egli ci tira verso l’alto, nell’essere sorretti dalle sue mani – cioè nella fede – ci dà il giusto orientamento e la forza interiore che ci solleva in alto. Abbiamo bisogno dell’umiltà della fede che cerca il volto di Dio e si affida alla verità del suo amore.
La questione di come l’uomo possa arrivare in alto, diventare totalmente se stesso e veramente simile a Dio, ha da sempre impegnato l’umanità. È stata discussa appassionatamente dai filosofi platonici del terzo e quarto secolo. La loro domanda centrale era come trovare mezzi di purificazione, mediante i quali l’uomo potesse liberarsi dal grave peso che lo tira in basso ed ascendere all’altezza del suo vero essere, all’altezza della divinità. Sant’Agostino, nella sua ricerca della retta via, per un certo periodo ha cercato sostegno in quelle filosofie. Ma alla fine dovette riconoscere che la loro risposta non era sufficiente, che con i loro metodi egli non sarebbe giunto veramente a Dio. Disse ai loro rappresentanti: Riconoscete dunque che la forza dell’uomo e di tutte le sue purificazioni non basta per portarlo veramente all’altezza del divino, all’altezza a lui adeguata. E disse che avrebbe disperato di se stesso e dell’esistenza umana, se non avesse trovato Colui che fa ciò che noi stessi non possiamo fare; Colui che ci solleva all’altezza di Dio, nonostante la nostra miseria: Gesù Cristo che, da Dio, è disceso verso di noi e, nel suo amore crocifisso, ci prende per mano e ci conduce in alto.
Noi andiamo in pellegrinaggio con il Signore verso l’alto. Siamo in ricerca del cuore puro e delle mani innocenti, siamo in ricerca della verità, cerchiamo il volto di Dio. Manifestiamo al Signore il nostro desiderio di diventare giusti e Lo preghiamo: Attiraci Tu verso l’alto! Rendici puri! Fa’ che valga per noi la parola che cantiamo col Salmo processionale; cioè che possiamo appartenere alla generazione che cerca Dio, “che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe” (Sal 24,6). Amen.

Per l’omelia completa si può vedere: http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/homilies/2011/documents/hf_ben-xvi_hom_20110417_palm-sunday_it.html

Paolo VI, novello Amleto? In margine ad una ri-lettura della riforma liturgica.

Abbiamo appena iniziato una nuova “sezione” di questo minuscolo blog e subito ne verifichiamo l’importanza e la necessità.
Ci è capitato fra le mani uno studio di P. Fernández Rodríguez, La sagrada liturgia en la escuela de Benedicto XVI, Città del Vaticano 2014.
Dobbiamo per la verità innanzitutto confessare che non abbiamo studiato in profondità quanto l’autore scrive, né possiamo essere sicuri che l’impressione ricavata dalla lettura veloce di alcune pagine non debba essere poi smentita dalla lettura di tutto il volume, comunque degno di attenzione, anche per la prefazione del Cardinale Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, Antonio Cañizares Llovera. Tuttavia rimaniamo un po’ perplessi di fronte ad alcune affermazioni, che paiono veicolare alcune “vulgate” che dovrebbero invece essere una volta per tutte demitizzate.
Da quanto si può capire dalla lettura di alcune pagine (1), sembrerebbe che l’opera della riforma liturgica sia stata ideata, improntata e attuata dal solo Bugnini, che – ricordiamo – era il Segretario di una commissione che aveva un Cardinale Presidente, neanche di poco peso, e oltre 50 membri, di cui alcuni Cardinali, altri Vescovi, oltre che numerosi periti ed esperti. Di queste varie istanze non si parla. Si lascia immaginare, invece, una “fretta” e una precipitosità nell’attuazione della riforma (2) . Un lettore non addentro alle questioni potrebbe essere indotto ad una errata comprensione.
Fa specie, inoltre, un apprezzamento un poco irrispettoso nei confronti di Papa Paolo VI: “fue evidente el temperamento hamletiano de Pablo VI […] Pablo VI era llamativamente un hombre caracterizado por lo laico y por la sensibilidad del hombre moderno, come reconoció su biógrafo Jean Guitton, que a veces encontró dificultad para ir en contra de la corriente” (p. 64).

Lo ripetiamo ancora: non siamo in grado di formulare un giudizio critico onesto e serio sul contenuto dell’intero libro di Fernández Rodríguez, ma ci chiediamo se giovi davvero insinuare debolezze e incongruenze nell’operato di Paolo VI; è fruttuoso insinuare una discontinuità fra Paolo VI e Benedetto XVI (cf. il titolo: la liturgia alla scuola di Benedetto XVI)?
Per correggere, o comunque migliorare, le acquisizioni e la ricezione della riforma liturgica conviene una simile operazione? Nessuno che sia seriamente addentro alle problematiche liturgiche post-conciliari pensa che non siano da rivedere o da ritoccare alcune concrete modalità celebrative, o che i rinnovati libri liturgici siano perfetti o assolutamente indiscutibili. Siamo del parere che questo debba essere fatto a partire di un serio e scientifico lavoro di investigazione sui documenti, sui testi e sui testimoni, senza cedere a pre-giudizi o, addirittura, a giudizi, questi sì, affrettati.

Ci sovviene di pensare che, paradossalmente, fu un bene per Bugnini – e per la Sacrosanctum Concilium – la mancata conferma (3) come Segretario della Commissione Conciliare De Liturgia: se al religioso vincenziano, già Segretario della Commissione Preparatoria e poi del Consilium, viene attribuita l’intera responsabilità della riforma – e presso molti con connotazioni negative e ingenerose -, immaginiamo cosa sarebbe potuto accadere se ci fosse stata una continuità di direzione in tutte le fasi della Costituzione liturgica (preparazione, discussione, attuazione)!

Terminiamo questa piccola considerazione con un riferimento ad un momento particolare del ministero petrino di G.B. Montini: anche se si tratta di un ambito assai diverso dalla questione della riforma liturgica, ci pare interessante attingere ad una riflessione di A. Sicari intorno alla questione dell’Enciclica di Paolo VI Humanae Vitae: in quell’occasione il Papa fu tutt’altro che hamletico e incapace di andare contro corrente! Senza entrare qui nei contenuti dell’enciclica, riportiamo alcune illuminanti frasi di commento generale della vicenda:

La reazione di quasi tutta l’opinione pubblica – compresi parte del clero e alcuni esponenti dell’episcopato – si sollevò contro la decisione del pontefice. Molti altri tentarono almeno di ridurne la portata e di sminuirne l’obbligatorietà. In complesso possiamo dire che il magistero pontificio toccò nell’epoca moderna il punto più basso della sua credibilità mondana e lo stesso Paolo VI venne aggredito da una indegna campagna diffamatoria. Era proprio l’anno 1968, già attraversato a livello mondiale da turbini di ribellione. In complesso quella dell’Humanae vitae fu una delle pagine più tristi della storia della Chiesa – per le disobbedienze di alcuni cristiani – anche se oggi appare sempre più, agli occhi di molti, come una delle pagine più gloriose e profetiche. Prima di dare le motivazioni di quest’ultimo giudizio vale la pena riportare le accorate riflessioni con cui lo stesso Paolo VI spiegò a tutta la Chiesa i motivi della sua inattesa decisione. Lo fece con passione durante una udienza pubblica, nonostante egli fosse noto per il suo carattere schivo, non facile alle confidenze. Dopo due giorni dalla pubblicazione dell’Enciclica confidò: “Vi diremo semplicemente qualche parola, non sul documento in questione, quanto su alcuni nostri sentimenti, che hanno riempito il nostro animo nel periodo non breve della sua preparazione. Il primo sentimento è stato quello di una gravissima responsabilità. Esso ci ha introdotto e sostenuto nel vivo della questione, durante quattro anni dovuti allo studio e all’elaborazione di questa enciclica. Vi diremo che tale sentimento ci ha fatto non poco soffrire spiritualmente. Mai abbiamo sentito come in questa congiuntura il peso del nostro ufficio. Abbiamo anche molto pregato. Quante volte abbiamo avuto quasi l’impressione di essere soverchiati da questo cumulo di documentazione e quante volte, umanamente parlando, abbiamo avvertito l’inadeguatezza della nostra povera persona al formidabile obbligo apostolico di doversi pronunciare al riguardo. Quante volte abbiamo trepidato
davanti al dilemma di una facile condiscendenza alle opinioni correnti, ovvero di una sentenza mal sopportata dall’odierna società, che fosse troppo grave per la vita coniugale. Ci siamo valsi di molte consultazioni particolari, di persone di alto livello scientifico, morale e pastorale e, invocando il dono dello Spirito, abbiamo messo la nostra coscienza nella piena e libera disponibilità alla voce della verità, cercando di interpretare la norma divina”.
Ricordare questa accorata “confessione” di un papa ha per noi cristiani un notevole valore pedagogico: ci costringe a metterci con serietà e sobrietà, con volontà di comprendere e di amare, di fronte alla verità che ci viene proposta, anche se difficile.
Di tutta la polemica che allora si scatenò – e fu davvero dura e amara – ci sembra meriti di essere ancora ricordato (anche perché meno noto). Mentre alcuni noti teologi cattolici inorridivano davanti alla decisione del papa e si scusavano soprattutto nei riguardi dei loro colleghi non cattolici, il più prestigioso e grande dei teologi protestanti allora vivente, K. Barth – per tanti versi lontano dalle posizioni cattoliche – scrisse a Paolo VI, esprimendo il suo giudizio favorevole sulla decisione del pontefice, aggiungendo: “Vi assicuro il più grande rispetto per ciò che potrebbe essere chiamato l’eroico isolamento in cui, Santità, ora vi trovate”. E fu talmente vero che il Papa s’era messo solo di fronte a Dio, nella sua decisione, che Paolo VI non volle rendere pubblica la lettera che pure sarebbe stata per lui una soddisfazione non indifferente, davanti a un certo mondo di teologi scandalizzati e sprezzanti. Insistiamo su questi particolari storici – anche se questo non é uno studio, ma solo un breve testo di aiuto agli sposi – perché pensiamo non sia possibile oggi a dei fedeli cristiani accogliere con gioia l’insegnamento della loro Chiesa se prima non si liberano di quel disprezzo verso la dottrina cattolica al riguardo, che hanno accumulato – coscientemente o no – in forza di mille “sentito dire”, e di luoghi comuni ancora ripetuti fino alla noia, nei mezzi di comunicazione di massa.

A. SICARI, Breve catechesi sul Matrimonio, Milano 1990, 64-65.


(1) Cf. P. Fernández Rodríguez, La sagrada liturgia en la escuela de Benedicto XVI, Città del Vaticano 2014, 45-68.

(2) Nei nostri piccoli e modesti contributi, fra l’altro, abbiamo mostrato un piccolo esempio di come una questione se vogliamo piuttosto marginale come il problema dei salmi imprecatori e storici sia stata più e più volte discusso, nelle varie istanze e livelli del Consilium, senza che vi sia stata alcuna accelerazione forzata o indebita. Cf., fra altri, il post https://sacramentumfuturi.wordpress.com/2013/12/14/ii-settimana-di-avvento-sabato-ufficio-delle-letture-un-approdo-non-scontato-per-un-salmo/

(3) Nel precedente post ci eravamo posti la domanda se fosse stata una buona scelta, per il migliore svolgimento dei lavori conciliari, l’aver cambiato la Segreteria della Commissione: cf. https://sacramentumfuturi.wordpress.com/2014/03/24/commissio-conciliaris-de-liturgia-le-adunanze-con-un-convitato-di-pietra/