Un ultimo post, veloce veloce

Abbiamo già scritto qualcosa sulla magnifica orazione colletta della messa del giorno di Natale (1).

Ora, come ultimo post del 2015, vogliamo solamente riprendere alcune cose, già dette da altri, e riassumerle in modo davvero «veloce»: la velocità è richiesta dalle ultime ore dell’anno civile; fra l’altro ci viene quasi suggerita da un dettaglio, che ci fa apprezzare ancora di più la costruzione di questo testo eucologico davvero, è il caso di dirlo, mirabile. Le due espressioni mirabiliter condidisti e mirabilius reformasti infatti hanno un cursus velox, ossia per un gioco particolare di accenti (la prima parola ha l’accento sulla terzultima sillaba mentre la seconda parola lo ha sulla penultima) il ritmo della recitazione assume una cadenza propria.

Velocemente, dunque, lasciamo spazio alla citazione che intendevamo fare, ad ulteriore commento della Colletta. Un parere condiviso attribuisce, in qualche modo, la paternità del testo al Papa san Leone Magno. In effetti, la vicinanza dei due termini conditor e reformator appare, con lo stesso senso teologico della preghiera, in un celebre testo del grande Leone, il Sermone 64 (2).  Ebbene, un altro grande Papa, Benedetto XVI, nella serie di catechesi proposte all’Udienza generale del mercoledì riguardanti i grandi Padri, presentò la figura di San Leone con un taglio assai interessante (3), e citò proprio il sermone in questione.

In particolare Leone Magno insegnò ai suoi fedeli – e ancora oggi le sue parole valgono per noi – che la liturgia cristiana non è il ricordo di avvenimenti passati, ma l’attualizzazione di realtà invisibili che agiscono nella vita di ognuno. E’ quanto egli sottolinea in un sermone (64,1-2) a proposito della Pasqua, da celebrare in ogni tempo dell’anno “non tanto come qualcosa di passato, quanto piuttosto come un evento del presente”. Tutto questo rientra in un progetto preciso, insiste il santo Pontefice: come infatti il Creatore ha animato con il soffio della vita razionale l’uomo plasmato dal fango della terra, così, dopo il peccato d’origine, ha inviato il suo Figlio nel mondo per restituire all’uomo la dignità perduta e distruggere il dominio del diavolo mediante la vita nuova della grazia.

qui il testo completo dell’Udienza (vale la pena leggerla!)


(1) cf. qui.

(2) «In hac autem ineffabili unitate Trinitatis, cujus in omnibus communia sunt opera atque judicia, reparationem humani generis proprie Filii persona suscepit: ut quoniam ipse est, per quem omnia facta sunt, et sine quo factum est nihil, quique plasmatum de limo terrae hominem flatu vitae rationalis animavit, idem naturam nostram ab aeternitatis arce dejectam amissae restitueret dignitati, et cujus erat conditor, esset etiam reformator: sic consilium suum dirigens in effectum, ut ad dominationem diaboli destruendam magis uteretur justitia rationis quam potestate virtutis».

(3) Pare che Benedetto abbia percepito una certa affinità con il suo illustre predecessore: «… (Leone) è anche il primo Papa di cui ci sia giunta la predicazione, da lui rivolta al popolo che gli si stringeva attorno durante le celebrazioni. E’ spontaneo pensare a lui anche nel contesto delle attuali udienze generali del mercoledì, appuntamenti che negli ultimi decenni sono divenuti per il Vescovo di Roma una forma consueta di incontro con i fedeli e con tanti visitatori provenienti da ogni parte del mondo». C’è da notare, infine, che durante il pontificato di Papa Ratzinger capitava assai spesso che, per lo straordinario numero di partecipanti all’Udienza del Mercoledì, alcuni gruppi di pellegrini venivano fatti accomodare in Basilica, dove il Papa rivolgeva alcune parole di saluto, prima di recarsi nell’Aula Paolo VI, strapiena di fedeli, dove teneva la catechesi, che i pellegrini in basilica ascoltavano dagli altoparlanti. Tali erano gli effetti della predicazione di Benedetto! Per paradosso, proprio in questi giorni è stata diffusa la stima del numero dei partecipanti alle Udienze tenute da Papa Francesco, che paiono diminuire….

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“L’ora” di Barnaba…

Forse non molti presteranno attenzione al fatto che in questi giorni la Liturgia della Parola ci offre molteplici attestazioni della rilevanza della figura di Barnaba e del suo ruolo decisivo nella vita della primitiva Chiesa; eppure, la bontà di questo levita convertito, che avrà delle conseguenze impressionanti per il cristianesimo, ci è più volte annunciata, con una frequenza curiosa.

Vediamo meglio:

Mercoledi 28 aprile (feria IV, IV settimana di Pasqua), la prima lettura (At 11,19-26) ci narrava come Barnaba fu inviato dalla Chiesa di Gerusalemme ad Antiochia, alla notiza delle prime conversioni di Greci pagani. Il testo annota che l’esito positivo della missione fu possibile perché Barnaba era uomo virtuoso e pieno di Spirito Santo. Pare tuttavia che non considerò compiuta la sua missione: infattò andò a Tarso a cercare Paolo, per poi tornare ad Antiochia con lui, fermandosi in quella comunità un anno intero.

Il legame fra Barnaba e Paolo risaliva a tempo prima, quando fu proprio Barnaba ad introdurre Paolo nella comunità madre di Gerusalemme. Di nuovo spicca in questo episodio la grande apertura d’animo del nostro cipriota, che non guarda Paolo nel suo passato di persecutore, ma ha il coraggio e la fede di vederlo come fratello e futuro collaboratore. Questo lo leggiamo in Atti 9,26-31, che sarà, in quest’anno B, la prima lettura della VI domenica di Pasqua.

Così, in questi giorni fra la IV e la V settimana di Pasqua, il Lezionario liturgico ci fa vivere una sorta di “ora” di Barnaba, parafrasando una geniale intuizione di Benedetto XVI, che così parla di lui, in una sua catechesi sui collaboratori di Paolo:

Barnaba significa «figlio dell’esortazione» (At 4,36) o «figlio della consolazione» ed è il soprannome di un giudeo-levita nativo di Cipro. Stabilitosi a Gerusalemme, egli fu uno dei primi che abbracciarono il cristianesimo, dopo la risurrezione del Signore. Con grande generosità vendette un campo di sua proprietà consegnando il ricavato agli Apostoli per le necessità della Chiesa (cfr At 4,37). Fu lui a farsi garante della conversione di Saulo presso la comunità cristiana di Gerusalemme, la quale ancora diffidava dell’antico persecutore (cfr At 9,27). Inviato ad Antiochia di Siria, andò a riprendere Paolo a Tarso, dove questi si era ritirato, e con lui trascorse un anno intero, dedicandosi all’evangelizzazione di quella importante città, nella cui Chiesa Barnaba era conosciuto come profeta e dottore (cfr At 13,1). Così Barnaba, al momento delle prime conversioni dei pagani, ha capito che quella era l’ora di Saulo, il quale si era ritirato a Tarso, sua città. Là è andato a cercarlo. Così, in quel momento importante, ha quasi restituito Paolo alla Chiesa; le ha donato, in questo senso, ancora una volta l’Apostolo delle Genti. Dalla Chiesa antiochena Barnaba fu inviato in missione insieme a Paolo, compiendo quello che va sotto il nome di primo viaggio missionario dell’Apostolo. In realtà, si trattò di un viaggio missionario di Barnaba, essendo lui il vero responsabile, al quale Paolo si aggregò come collaboratore, toccando le regioni di Cipro e dell’Anatolia centro-meridionale, nell’attuale Turchia, con le città di Attalìa, Perge, Antiochia di Pisidia, Iconio, Listra e Derbe (cfr At 13-14). Insieme a Paolo si recò poi al cosiddetto Concilio di Gerusalemme dove, dopo un approfondito esame della questione, gli Apostoli con gli Anziani decisero di disgiungere la pratica della circoncisione dall’identità cristiana (cfr At 15,1-35). Solo così, alla fine, hanno ufficialmente reso possibile la Chiesa dei pagani, una Chiesa senza circoncisione: siamo figli di Abramo semplicemente per la fede in Cristo.

I due, Paolo e Barnaba, entrarono poi in contrasto, all’inizio del secondo viaggio missionario, perché Barnaba era dell’idea di prendere come compagno Giovanni Marco, mentre Paolo non voleva, essendosi il giovane separato da loro durante il viaggio precedente (cfr At 13,13; 15,36-40). Quindi anche tra santi ci sono contrasti, discordie, controversie. E questo a me appare molto consolante, perché vediamo che i santi non sono “caduti dal cielo”. Sono uomini come noi, con problemi anche complicati. La santità non consiste nel non aver mai sbagliato, peccato. La santità cresce nella capacità di conversione, di pentimento, di disponibilità a ricominciare, e soprattutto nella capacità di riconciliazione e di perdono. E così Paolo, che era stato piuttosto aspro e amaro nei confronti di Marco, alla fine si ritrova con lui. Nelle ultime Lettere di san Paolo, a Filèmone e nella seconda a Timoteo, proprio Marco appare come “il  mio collaboratore”. Non è quindi il non aver mai sbagliato, ma la capacità di riconciliazione e di perdono che ci fa santi. E tutti possiamo imparare questo cammino di santità. In ogni caso Barnaba, con Giovanni Marco, ripartì verso Cipro (cfr At 15,39) intorno all’anno 49. Da quel momento si perdono le sue tracce. Tertulliano gli attribuisce la Lettera agli Ebrei, il che non manca di verosimiglianza perché, essendo della tribù di Levi, Barnaba poteva avere un interesse per il tema del sacerdozio. E la Lettera agli Ebrei ci interpreta in modo straordinario il sacerdozio di Gesù.

Benedetto XVI, Udienza generale, 31/01/2007

per il testo completo: cf. http://www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/audiences/2007/documents/hf_ben-xvi_aud_20070131.html.

La cenere: il cosmo nella liturgia….

Come occasione di approfondimento della liturgia odierna, non sarà affatto tempo perso tornare a leggere una mirabile omelia di Benedetto XVI, in cui ancora una volta viene dimostrata la sua sorprendente capacità di sintesi. Riportiamo solamente un breve brano di tale omelia, indicando poi il riferimento dove si potrà leggere integralmente; offriamo, infine, il link ad un nostro post passato.

Anzitutto, la cenere è uno di quei segni materiali che portano il cosmo all’interno della Liturgia. I principali sono evidentemente quelli dei Sacramenti: l’acqua, l’olio, il pane e il vino, che diventano vera e propria materia sacramentale, strumento attraverso cui si comunica la grazia di Cristo che giunge fino a noi. Nel caso della cenere si tratta invece di un segno non sacramentale, ma pur sempre legato alla preghiera e alla santificazione del Popolo cristiano: è prevista infatti, prima dell’imposizione individuale sul capo, una specifica benedizione delle ceneri – che faremo tra poco -, con due possibili formule. Nella prima esse sono definite «austero simbolo»; nella seconda si invoca direttamente su di esse la benedizione e si fa riferimento al testo del Libro della Genesi, che può anche accompagnare il gesto dell’imposizione: «Ricordati che sei polvere e in polvere tornerai» (cfr Gen 3,19).

Fermiamoci un momento su questo passo della Genesi….

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/homilies/2012/documents/hf_ben-xvi_hom_20120222_ceneri.html

https://sacramentumfuturi.wordpress.com/2014/03/04/un-mercoledi-che-riduce-in-cenere-tante-teorie/

“Parlava correttamente”. La “correttezza” secondo la liturgia.

“Parlava correttamente”: ecco l’effetto immediato del gesto terapeutico e della parola del Signore Gesù sull’uomo sordomuto di cui parla il brano dell’evangelista Marco, indicato per la celebrazione eucaristica di oggi, Venerdì della V settimana del Tempo Ordinario (Marco 7,31-37). Certamente gli esegeti potranno offrirci le loro considerazioni e i loro approfondimenti, ma di certo anche la liturgia ci offre un’ermeneutica assai particolare e concreta per leggere quell’avverbio ὀρθῶς, in latino recte (in alcune lingue versioni nazionali: clearly, sin difficultad, correctement, correctamente).  Senza entrare nei dettagli della storia e delle varianti dei testi e dei riti, senza dubbio possiamo affermare che la liturgia ha associato questo testo alla grazia della progressiva iniziazione ai misteri cristiani, e in particolare modo alla professione di fede pre-battesimale. Nelle testimonianze antiche questo dato non è così sottolineato: in Ambrogio, ad es., assume maggiore rilevanza il senso dell’apertio aurium, ossia la capacità di un ascolto di fede e di un’intuizione profonda dei misteri della fede – non a caso nella liturgia descritta dal santo Vescovo non si tocca la bocca del catecumeno, ma piuttosto le narici, perché possa percepire il buon odore di Cristo. Nel rituale del battesimo seguito alla riforma auspicata dal Vaticano II, invece, è evidente il legame fra il testo di Marco e la professione di fede. Che è solamente auspicata, nel caso del battesimo di un bambino: Il celebrante tocca, con il pollice, le orecchie e le labbra del battezzato, dicendo: Il Signore Gesù, che fece udire i sordi e parlare i muti, ti conceda di ascoltare presto la sua parola, e di professare la tua fede, a lode e gloria di Dio Padre (Rito del Battesimo di un bambino, 121). Nel caso, invece, di un adulto che sta per completare il cammino verso il battesimo, il rito dell’Effetà avviene il sabato santo, come preparazione immediata alla Veglia battesimale. Il contesto è quello della riconsegna del Simbolo, che era stato consegnato al catecumeno precedentemente. La formula è eloquente di per sé: Quindi il celebrante, toccando col pollice l’orecchio destro e sinistro dei singoli eletti e la loro bocca chiusa, dice: Effatà, cioè: Apriti, perché tu possa professare la tua fede a lode e gloria di Dio (Rito dell’iniziazione cristiana di un adulto, 202). La professione di fede completa quindi il rito: dopo una preghiera presidenziale, gli eletti professano pubblicamente e solennemente la loro fede: “Concedi, Signore, che questi eletti, che hanno conosciuto il tuo disegno di amore e i misteri della vita del tuo Cristo, li professino con la bocca e li custodiscano con la fede e compiano sempre nelle opere la tua volontà”. Quindi gli eletti recitano il Simbolo: è questo professione di fede pubblica, personale ed esistenzialmente vissuta e testimoniata nella vita quello che nel Vangelo è detto: “parlava correttamente”. La vera fede, questa è la correttezza!
Per finire, riportiamo il testo di uno la cui parola era davvero “corretta”, imbevuta dalla tradizione perenne e allo stesso tempo sorprendentemente fresca e viva: nell’Angelus del 9 settembre 2012, Benedetto XVI così commentava il brano di Marco (da notare la ripresa del dettaglio del sospiro di Cristo, cui il tocco delle narici dell’antica liturgia faceva riferimento):

Al centro del Vangelo di oggi (Mc 7,31-37) c’è una piccola parola, molto importante. Una parola che – nel suo senso profondo – riassume tutto il messaggio e tutta l’opera di Cristo. L’evangelista Marco la riporta nella lingua stessa di Gesù, in cui Gesù la pronunciò, così che la sentiamo ancora più viva. Questa parola è «effatà», che significa: «apriti». Vediamo il contesto in cui è collocata. Gesù stava attraversando la regione detta «Decapoli», tra il litorale di Tiro e Sidone e la Galilea; una zona dunque non giudaica. Gli portarono un uomo sordomuto, perché lo guarisse – evidentemente la fama di Gesù si era diffusa fin là. Gesù lo prese in disparte, gli toccò le orecchie e la lingua e poi, guardando verso il cielo, con un profondo sospiro disse: «Effatà», che significa appunto: «Apriti». E subito quell’uomo incominciò a udire e a parlare speditamente (cfr Mc 7,35). Ecco allora il significato storico, letterale di questa parola: quel sordomuto, grazie all’intervento di Gesù, «si aprì»; prima era chiuso, isolato, per lui era molto difficile comunicare; la guarigione fu per lui un’«apertura» agli altri e al mondo, un’apertura che, partendo dagli organi dell’udito e della parola, coinvolgeva tutta la sua persona e la sua vita: finalmente poteva comunicare e quindi relazionarsi in modo nuovo.
Ma tutti sappiamo che la chiusura dell’uomo, il suo isolamento, non dipende solo dagli organi di senso. C’è una chiusura interiore, che riguarda il nucleo profondo della persona, quello che la Bibbia chiama il «cuore». E’ questo che Gesù è venuto ad «aprire», a liberare, per renderci capaci di vivere pienamente la relazione con Dio e con gli altri. Ecco perché dicevo che questa piccola parola, «effatà – apriti», riassume in sé tutta la missione di Cristo. Egli si è fatto uomo perché l’uomo, reso interiormente sordo e muto dal peccato, diventi capace di ascoltare la voce di Dio, la voce dell’Amore che parla al suo cuore, e così impari a parlare a sua volta il linguaggio dell’amore, a comunicare con Dio e con gli altri. Per questo motivo la parola e il gesto dell’«effatà» sono stati inseriti nel Rito del Battesimo, come uno dei segni che ne spiegano il significato: il sacerdote, toccando la bocca e le orecchie del neo-battezzato dice: «Effatà», pregando che possa presto ascoltare la Parola di Dio e professare la fede. Mediante il Battesimo, la persona umana inizia, per così dire, a «respirare» lo Spirito Santo, quello che Gesù aveva invocato dal Padre con quel profondo sospiro, per guarire il sordomuto.”

Fallimento degli uomini e amore di Dio, a margine di Matteo 22,1-14

Alcuni passaggi di meditazioni sorprendenti, dal tesoro delle meditazioni di papa Benedetto XVI.

Gesù nel Vangelo ci parla della risposta che viene data all’invito di Dio – rappresentato da un re – a partecipare a questo suo banchetto (cfr Mt 22,1-14). Gli invitati sono molti, ma avviene qualcosa di inaspettato: si rifiutano di partecipare alla festa, hanno altro da fare; anzi alcuni mostrano di disprezzare l’invito. Dio è generoso verso di noi, ci offre la sua amicizia, i suoi doni, la sua gioia, ma spesso noi non accogliamo le sue parole, mostriamo più interesse per altre cose, mettiamo al primo posto le nostre preoccupazioni materiali, i nostri interessi. L’invito del re incontra addirittura reazioni ostili, aggressive. Ma ciò non frena la sua generosità. Egli non si scoraggia, e manda i suoi servi ad invitare molte altre persone. Il rifiuto dei primi invitati ha come effetto l’estensione dell’invito a tutti, anche ai più poveri, abbandonati e diseredati. I servi radunano tutti quelli che trovano, e la sala si riempie: la bontà del re non ha confini e a tutti è data la possibilità di rispondere alla sua chiamata.

[Omelia Domenica 9 ottobre 2011, Lamezia Terme (Visita pastorale a Lamezia Terme e a Serra San Bruno); per l’intero testo cf. http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/homilies/2011/documents/hf_ben-xvi_hom_20111009_lamezia-terme_it.html%5D

Se la prima Lettura esalta la fedeltà di Dio alla sua promessa, il Vangelo con la parabola del banchetto nuziale ci fa riflettere sulla risposta umana. Alcuni invitati della prima ora hanno rifiutato l’invito, perché attratti da diversi interessi; altri hanno persino disprezzato l’invito del re provocando un castigo che s’è abbattuto non solo su di loro, ma sull’intera città. Il re però non si scoraggia e invia i suoi servi a cercare altri commensali per riempire la sala del suo banchetto. Così il rifiuto dei primi ha come effetto l’estensione dell’invito a tutti, con una predilezione speciale per i poveri e i diseredati. E’ quanto è avvenuto nel Mistero pasquale: lo strapotere del male è sconfitto dall’onnipotenza dell’amore di Dio. Il Signore risorto può ormai invitare tutti al banchetto della gioia pasquale, fornendo Egli stesso ai commensali la veste nuziale, simbolo del dono gratuito della grazia santificante.

[Omelia Domenica 12 ottobre 2008, Cappella papale per la Canonizzazioni di beati; per il testo completo, cf. http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/homilies/2008/documents/hf_ben-xvi_hom_20081012_canonizzazioni_it.html%5D

Ma, come sempre a partire dalla caduta di Adamo, il fallimento degli uomini diventa l’occasione per un impegno ancora più grande dell’amore di Dio nei nostri confronti.

[Omelia Domenica 16 marzo 2008, Delle Palme; per il testo completo, cf. http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/homilies/2008/documents/hf_ben-xvi_hom_20080316_palm-sunday_it.html]

Vetus Ordo contro Novus Ordo: nihil novi sub sole

Nella liturgia, come in tanti altri ambiti, la storia viene in soccorso, impedendo di cadere in assolutizzazioni o in reazioni spropositate ed emozionali, che allontanano dalla lucidità necessaria per affrontare questioni delicate e importanti.
Secondo alcuni, ad esempio, la situazione della liturgia dopo la riforma avviata dal Concilio Vaticano II sarebbe giunta ad un livello di decomposizione tale da costituire un unicum assolutamente nuovo e sconvolgente. E non mancano, a proposito, zelanti paladini di una restaurazione dell’antico, come sola garanzia della preservazione della vera e ortodossa liturgia.
Senza negare i problemi e le difficoltà di oggi, può essere utile e consolante rileggere alcune pagine della storia liturgica. Un esempio preclaro può essere la vicenda della crisi della penitenza cosiddetta canonica e la sorprendente diffusione della penitenza tariffata. Si tratta di un momento di evidente discontinuità formale fra due modi di amministrare la riconciliazione. Senza entrare nelle complesse questioni relative, ci interessava far notare le reazioni di fronte alla novità. Mentre alcune chiese locali adottarono senza particolari problemi un sistema penitenziale che provvidenzialmente rimediava a una prassi ormai sterile e impraticabile – la penitenza canonica appunto – altri pastori, del tutto legittimi e ugualmente autorevoli, si opposero con veemenza, esplicitata in modo assai duro anche ad un livello gerarchico elevato, quale le formulazioni canoniche di un Concilio locale. Ci riferiamo al terzo concilio di Toledo (589), capitale del regno visigotico:

«Abbiamo saputo che, in alcune chiese di Spagna, i fedeli fanno penitenza dei loro peccati non secondo la maniera canonica (non secundum canones), ma in un modo scandaloso (foedissime): ogni volta che hanno peccato chiedono di essere riconciliati dal sacerdote. Per reprimere una così esecranda audacia (pro coercendo tam execrabili praesumptione…), la nostra santa assemblea ha decretato che si dia la penitenza secondo la forma canonica degli antichi…» (1)

L’insolito rigore espresso in tale canone comunque non fermò la diffusione della penitenza tariffata e la diffusione di quel particolare genere di “libro liturgico” costituito dai libri penitenziali, una sorta di prontuari ad uso dei confessori, che regolava con scrupolo una corrispondenza fra peccato e penitenza (digiuni, elemosine, pratiche di pietà e mortificazioni varie). Nella progressiva copiatura e diffusione di tali libri non mancarono grossolani errori di attribuzione e sviste, generando talvolta confusione e incertezza, nel sanzionare un peccato o nell’offrire la possibilità di commutare la penitenza prescritta con altre forme di soddisfazione. Un sussulto dello sdegno per questa forma di riconciliazione si ebbe così, ad esempio, nel Concilio di Parigi (829):

«A tutti noi è sembrato necessario che ogni vescovo faccia cercare nella sua diocesi questi opuscoli e li faccia bruciare!» (2).

Grazie a Dio, seppure non siano mancate – e continuino a non mancare, a dispetto di quanto desiderava Benedetto XVI – accuse pesanti verso il cosiddetto Novus Ordo, finora non si è arrivati, almeno per quanto ne sappiamo, ad invocare il rogo dei nuovi libri liturgici. Tuttavia la riconciliazione liturgica ancora sembra lontana, e il possibile mutuo arricchimento è impedito da prese di posizioni e arroccamenti che dimenticano le lezioni della storia. Le responsabilità non dipendono solo da una parte.

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(1) Concilio di Toledo III, cit. in C. Vogel, Il peccatore e la penitenza nel medioevo, Leumann (TO) 1988, 282.

(2) Concilio di Parigi, can. 82; cit. in Vogel, Il peccatore e la penitenza nel medioevo, 160.

Cf. anche A. Santantoni, La penitenza. Una pagina di storia antica utile per i nostri giorni, Leumann (TO) 1983.

Cf. http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/letters/2007/documents/hf_ben-xvi_let_20070707_lettera-vescovi_it.html

“Bestiario salmico”: dal bue del nord-africa all’orso delle alpi.

L’ufficio delle Letture propone per il lunedì della quarta settimana la recitazione del salmo 72[73].

Fra le varie immagini che descrivono lo sgomento del giusto di fronte al dilagare prospero del male, nel versetto 22 si fa riferimento ad una generica bestia, a significare la difficoltà nel comprendere tale mistero. “Io ero stolto e non capivo, davanti a te stavo come una bestia”. Ma proprio quello “stare davanti” a Dio, anche se “come bestia”, apre poi il cuore alla novità di Dio. Anche se in modo non tanto adeguato, anzi talvolta “bestiale”, mettersi comunque alla presenza del Signore, permette a Dio di operare e di cambiare il nostro cuore. In questo senso potrebbe intendersi il senso della preghiera oraria e della sua “obbligatorietà”. A prescindere dalle sensazioni personali, dalla “voglia” o dal proprio “sentire”, la fedeltà al ciclo delle Ore di preghiera ci aiuta ad uscire dalla nostra autoreferenzialità, facendoci ritornare, così come siamo, con la nostra fatica e i nostri pesi, e talvolta con le nostre arrabbiature e resistenze, perfino con la nostra carnalità da animaletti, davanti a Dio. E questo guarisce poco a poco, ci placa e ci apre all’intimità con il Signore e con il suo sapiente consiglio. Se aspettassimo sempre il migliore contesto e l’ottimale disposizione interiore, la preghiera sarebbe certamente cosa rara! Al contrario, il cursus quotidiano di preghiera, che talvolta potrebbe sembrare oltremodo pesante e faticoso – e irrispettoso delle nostre personali sensazioni ed emozioni -, risulta ben più sapiente dei nostri pensieri.
Non si voleva però offrire personali considerazioni, quanto introdurre un’illuminatissima e personale attualizzazione del salmo, espressa da Benedetto XVI nel corso del viaggio apostolico nella sua Baviera, nel settembre del 2006. La bestia del salmo 72 non è più e solo il bue, lo “iumentum” da traino usato per arare i campi, ma pure l’orso di san Corbiniano, la singolare cavalcatura con cui il santo si presentò a Roma.
Un bestiario salmico che si apre dunque a nuove interpretazioni, e che rende assai gustosa la preghiera…
Ma ecco la meditazione del Papa:

Forse mi permettete di tornare in questa occasione su un pensiero che, nelle mie brevi memorie, ho sviluppato nel contesto della mia nomina ad Arcivescovo di Monaco e Frisinga. Dovevo divenire successore di san Corbiniano e lo sono diventato. Della sua leggenda mi ha affascinato fin dalla mia infanzia la storia, secondo la quale un orso avrebbe sbranato l’animale da sella del santo, durante il suo viaggio sulle Alpi. Corbiniano lo rimproverò duramente e, come punizione, gli mise sul dorso tutto il suo bagaglio affinché lo portasse fino a Roma. Così l’orso, caricato col fardello del santo, dovette camminare fino a Roma, e solo lì da Corbiniano fu lasciato libero di andarsene.
Quando, nel 1977, mi trovai davanti alla difficile scelta di accettare o no la nomina ad Arcivescovo di Monaco e Frisinga che mi avrebbe strappato alla mia consueta attività universitaria portandomi verso nuovi compiti e nuove responsabilità, riflettei molto. E proprio allora mi ricordai di questo orso e dell’interpretazione dei versetti 22 e 23 del Salmo 72 [73] che sant’Agostino, in una situazione molto simile alla mia nel contesto della sua ordinazione sacerdotale ed episcopale ha sviluppato e, in seguito, espresso nei suoi sermoni sui Salmi. In questo Salmo, il salmista si chiede perché spesso ai malvagi di questo mondo le cose vanno tanto bene e perché, invece, a molte persone buone le cose vanno così male. E allora il Salmista dice: ero stolto per come la pensavo; davanti a te stavo come una bestia, ma poi sono entrato nel santuario e ho compreso che proprio nelle mie difficoltà ero molto vicino a te e che tu eri sempre con me. Agostino, con amore, ha ripreso spesso questo Salmo e, vedendo nell’espressione “davanti a te stavo come una bestia” (iumentum in latino) un riferimento all’animale da tiro che allora veniva usato in Nordafrica per lavorare la terra, ha riconosciuto in questo “iumentum” se stesso come bestia da tiro di Dio, vi si è visto come uno che sta sotto il peso del suo incarico, la “sarcina episcopalis”. Aveva scelto la vita dell’uomo di studio e, come dice in seguito, Dio lo aveva chiamato a fare “l’animale da tiro”, il bravo bue che tira l’aratro nel campo di Dio, che fa il lavoro pesante, che gli viene assegnato. Ma poi riconosce: come l’animale da tiro è molto vicino al contadino, sotto la cui guida lavora, così io sono vicinissimo a Dio, perché così lo servo direttamente per l’edificazione del suo Regno, per la costruzione della Chiesa.
Sullo sfondo di questo pensiero del Vescovo di Ippona, l’orso di san Corbiniano mi incoraggia sempre di nuovo a compiere il mio servizio con gioia e fiducia – trent’anni fa come anche adesso nel mio nuovo incarico – dicendo giorno per giorno il mio “sì” a Dio: Sono divenuto per te come una bestia da soma, ma proprio così “io sono con te sempre” (Sal 72[73], 23). L’orso di san Corbiniano, a Roma, fu lasciato libero. Nel mio caso, il “Padrone” ha deciso diversamente.

(www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/speeches/2006/september/documents/hf_ben-xvi_spe_20060909_speech-mariensaeule_it.html)