La vostra salvezza è più vicina ora….

No, non si tratta di un titolo dal sapore millenarista, quello che abbiamo posto a queste brevi considerazioni.  Si sarà riconosciuta la citazione del versetti 11 del capitolo 13 della Lettera ai Romani, che costituisco il responsorio breve alle Lodi della prima domenica di Avvento.

Con questa espressione vorremmo semplicemente far notare come quest’anno, nell’anno liturgico 2017/2018, l’Avvento sia il più breve fra le diverse possibilità che derivano dal fatto che il Natale del Signore si celebri nella data fissa del 25 dicembre, qualsiasi sia il giorno della settimana in cui capiti.

Quest’anno, appunto, il 25 dicembre cade di lunedì, per cui appena celebrata la IV domenica di Avvento, il 24 dicembre, la sera della stessa domenica sarà già vigilia di Natale. Solo 22 giorni di Avvento, un Avvento breve, il più breve possibile: «il tempo si è fatto breve», potremmo dire con San Paolo. Una curiosità in più: l’anno scorso, nel precedente anno liturgico, ci trovavamo nel caso opposto, ossia l’avvento 2016/2017 è stato il più lungo possibile; cadendo il 25 dicembre di domenica, fra la IV domenica di Avvento e la Solennità del Natale sono passati altri 6 giorni. La celebrazione della venuta del Salvatore, davvero «è più vicina ora»!

Può sembrare un paradosso, eppure il periodo liturgico che fa riferimento ad una data fissa, conosce variazioni di durata, mentre la quaresima, il cui inizio è stabilito in base ad una data mobile, la Pasqua, mantiene invariato il numero dei suoi giorni.

Dietro a queste semplici considerazioni ci sono questioni molto più complesse, che ora possiamo solo accennare. La prima, legata proprio alla data del 25 dicembre. Quante volte abbiamo dovuto ascoltare, in varie forme, la vulgata superficiale e mai documentata, secondo la quale la Chiesa (quale? quella di Roma, quella di Alessandria, quella di Antiochia…?) avrebbe cristianizzato una festa pagana. Una furbesca operazione di pastorale liturgica, ai limiti dell’inganno malizioso. Eppure c’è chi anche oggi loderebbe questo tipo di approccio! Peccato che già Thomas Talley, uno dei più grandi specialisti sull’anno liturgico, abbia dimostrato che se emulazione ci fu, accadde al contrario: di fronte al fervore della celebrazione del Natale cristiano, ci fu un tentativo di riportare in auge le antiche e ormai quasi dimenticate festività pagane (1). Studi ancora più recenti offrono ulteriori conferme e aprono interessantissime prospettive, che confermano che la Tradizione non si sbagliò (2) né ebbe bisogno di ricorrere a sotterfugi e doppiezze.

Un’altra questione da approfondire, che allo stesso modo possiamo solo accennare, sarebbe quella di studiare se per caso nelle fasi di studio e di elaborazione del nuovo calendario liturgico si sia contemplata l’ipotesi di una diversa struttura del segmento Avvento-Natale. A tal proposito tornerebbe utile lo studio di Goñi Beasoain (3), che ha pubblicato gli schemi del relativo gruppo di studio: ad esso, e agli Atti del Concilio – per una ricerca ancora più completa – possiamo solo rimandare.

Per adesso, santo e «breve» Avvento 2017!


(1) T. J. Talley, Le origini dell’anno liturgico, Brescia 1991.

(2) Cf. qui e, per una lettura più articolata, qui.

(3) J. A. Goñi Beásoain de Paulorena, La reforma del año litúrgico y del calendario romano tras el Concilio Vaticano II (Bibliotheca “Ephemerides Liturgicae” “Subsidia”157), Roma 2011.

La sera del mondo

Nelle sue meditazioni sull’anno liturgico, l’abate Guéranger accenna, di passaggio, ad uno stico del famoso Inno Conditor alme siderum (1), introducendo le Antifone “O” delle feire maggiori dell’Avvento: “Tutti i giorni, ai Vespri, si canta una grande Antifona che è un grido verso il Messia e nella quale gli si dà ogni giorno qualcuno dei titoli che gli sono attribuiti nella Scrittura. […] Il momento scelto per far ascoltare questo sublime appello alla carità del Figlio di Dio è l’ora dei Vespri, perché è alla sera del mondo, vergente mundi vespere, che è venuto il Messia”. [http://www.unavoce-ve.it/pg-antifone.htm].
Vergente mundi vespere, mentre scendeva la sera del mondo: in questo versetto la liturgia riunisce, come in un diamante, sfumature poliedriche e diverse. L’indicazione oraria della preghiera è solamente un aspetto di una ricchezza di significati, che passando dall’astronomia – siamo nei giorni in cui, nell’emisfero boreale, più durature sono le ore delle tenebre – e dalla cosmologia, tocca la morale e l’essere più profondo. Si traduce in poesia e in invocazione di preghiera un’idea diffusa nei padri latini, quella della “vecchiezza” del mondo, indebolito e stanco. In questo concetto non mancano gli influssi derivati dallo stoicismo, come bene ha dimostrato J. Danielou (2), ma l’esaurimento delle energie e delle risorse e il decadimento delle virtù segnala la radicale debolezza dell’uomo, bisognoso di salvezza. A questa debolezza invincibile corrisponde un’altrettanto indefettibile offerta di salvezza. Ecco perché le considerazioni sulla malvagità dei tempi non sono solamente sterili lamenti, ma si possono sviluppare in una fiduciosa preghiera. Alcune letture patristiche dell’Ufficio del tempo di Avvento ci hanno aiutato in questo senso: riconoscere la nostra debolezza è un ottima preparazione all’incontro con il Dio divenuto debole bambino, per sanarci ed offrirci il rimedio. Così, la storia della salvezza ha progressivamente mostrato non solo il volto di Dio, ma anche la nostra necessità di essere salvati: per questo Dio ha atteso a mandarci suo Figlio. Che in queste feste accogliamo di nuovo, come nuova luce nella sera del mondo.

– Questa è la tua Parola per noi, Signore, questo il tuo Verbo onnipotente, che mentre un profondo silenzio, cioè un’aberrazione profonda, avvolgeva tutte le cose, dal trono regale si lanciò, inflessibile oppugnatore degli errori, dolce fautore dell’amore. [dal Trattato “La contemplazione di Dio” di Guglielmo, abate di Saint-Thierry, Lunedì terza settimana]

– ..neppure poteva approvare quel tempo d’iniquità, ma preparava l’era attuale di giustizia, perché riconoscendoci in quel tempo chiaramente indegni della vita a motivo delle nostre opere, ne diventassimo degni in forza della sua misericordia, e perché, dopo aver mostrato la nostra impossibilità di entrare con le nostre forze nel suo regno, ne diventassimo capaci per la sua potenza. Quando poi giunse al colmo la nostra ingiustizia e fu ormai chiaro che le sovrastava, come mercede, solo la punizione e la morte…. [dalla “Lettera a Diogneto”, 18 dicembre]

– Per questo Dio stesso ci ha dato come “segno” della nostra salvezza colui che, nato dalla Vergine, è l’Emmanuele: poiché lo stesso Signore era colui che salvava coloro che di per se stessi non avevano nessuna possibilità di salvezza. Per questo Paolo, indicando la radicale debolezza dell’uomo, dice: “So che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene” (Rm 7,18), poiché il bene della salvezza non viene da noi, ma da Dio. [dal Trattato “Contro le eresie” di Sant’Ireneo, 19 dicembre].

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(1) https://sacramentumfuturi.wordpress.com/2013/12/12/linno-conditor-alme-siderum-uno-strano-caso-di-riforma-della-riforma/.
(2) J. Danielou, “Cipriano e l’invecchiamento del mondo”, in Id., Le origini del cristianesimo latino. Storia delle dottrine cristiane prima di Nicea, Bologna 2010 (ristampa), 241-248.