La libertà della liturgia e la libertà dei traduttori italiani

Ci si perdoni se trattiamo qui di dettagli tutto sommato marginali: non vorremmo essere pedanti e scrupolosi. Siamo però rimasti colpiti, pregando e ruminando alcuni testi della liturgia del fine settimana passato (1), dal corpus delle antifone, minori e maggiori, del breviario italiano. Senza prenderci troppo sul serio e senza pretendere consensi, ma quasi a modo di battuta, in una delle antifone in questione si può trovare esplicitato, in un lapsus forse inconscio, l’atteggiamento dei traduttori italiani: si sono sentiti liberi! In effetti, quando si confronta il testo italiano «Il tuo sangue, o Cristo, agnello senza colpa, è il prezzo della nostra libertà» con quello originale latino «Redempti sumus sanguine agni immacolati Christi», non si può non pensare che abbiano preso proprio sul serio la libertà che Cristo ci ha conquistata!

Ma del resto, anche l’antifona dell’edizione tipica latina mostra una certa libertà, quando riformula in una sola sentenza i due versetti del testo biblico che ne sono la fonte: «Scientes quod non corruptibilis argento vel auro redempti estis de vana vestra conversatione paternae traditionis sed pretioso sanguine quasi agni incontaminati et inmaculati Christi (Voi sapete che non a prezzo di cose effimere, come argento e oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta, ereditata dai padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia)» (1Pt 1,18-19). Evidentemente il traduttore italiano  (2) si considerava investito di quell’autorità che la Liturgia possiede di ridire la Scrittura, amplificando ulteriormente la riformulazione, trasformandola in un’acclamazione a Cristo. Costretti dallo spazio di un post a tralasciare il tentativo di offrire considerazioni teologiche sulla capacità e sulla liceità di tali operazioni della Tradizione liturgica, passiamo a vedere altri piccoli esempi; non possiamo però esimerci dall’esprimere il dubbio che un singolo traduttore possa godere della stessa libertà di una tradizione liturgica attestata.

Nell’Ufficio delle Letture del sabato trovavamo il salmo 105(106), uno dei salmi storici che hanno rischiato di non trovare spazio nel cursus psalmorum riformato dopo il Concilio Vaticano II. Sulla questione avevamo già detto qualcosa (3). Qui ci soffermiamo sull’antifona della prima sezione: il latino recita «Memento nostri, Domine, visita nos in salutari tuo». Si tratta della ripresa di un versetto dello stesso salmo: «Memento nostri, Domine, in beneplacito populi sui, visita nos in salutati tuo» (105,4). La versione italiana della Bibbia traduceva: Ricordati di noi, Signore, per amore del tuo popolo, visitaci con la tua salvezza (4). Ma il traduttore della Liturgia delle Ore opera un curioso rovesciamento; l’antifona infatti recita: «Ricordati di noi, Signore, salvaci con la tua visita», cioè i concetti salvezza e visita sono interscambiati. I biblisti diranno a ragione che si tratta della stessa realtà, tuttavia non si comprende tale intervento; forse per rendere meno monotona la preghiera di un salmo così lungo? (5)

Un’ultima osservazione: per i primi Vespri, la Liturgia Horarum propone come antifone maggiori, ossia antifone al Cantico evangelico del Magnificat, tre antifone che riprendono i tre brani evangelici del lezionario, a seconda dell’anno (A, B o C).Il Salterio italiano invece propone antifone ispirate alle lezioni apostoliche della domenica. Vediamo:

Antifone al Magnificat

Anno A: Dicit Dóminus: Si quis bíberit aquam, quam ego dabo ei, non sítiet in ætérnum. Anno B: Dixit Iesus: Auférte ista hinc: Nolíte fácere domum Patris mei domum negotiatiónis. Anno C: Dico vobis: Nisi pæniténtiam egéritis, omnes simíliter períbitis.

Anno A Resi giusti dalla fede abbiamo pace con Dio per mezzo di Cristo Signore. Anno B: Cantiamo Cristo crocifisso, scandalo per gli Ebrei, stoltezza per i pagani; ma per i chiamati, salvezza di Dio. Anno C: Ciò che avvenne in antico ai nostri padri si compie per noi nei tempi nuovi.

La lettura apostolica di quest’anno era 1Cor 10. Essa la troviamo già citata nell’Ufficio delle Letture del sabato, come sentenza neotestamentaria che segue il titolo del salmo, appunto il salmo 105 di cui abbiamo parlato prima:

Titolo: Bontà del Signore e infedeltà del popolo

Sentenza neotestamentaria: Tutte queste cose accaddero a loro come esempio e sono state scritte per ammonimento nostro, di noi per il quali è arrivata la fine dei tempi (1Cor 10,11)

Il traduttore italiano, che ha scelto di ricomporre un’antifona diversa da quella, ispirata al vangelo, proposta dall’edizione tipica latina, ci ha però regalato una formulazione di teologia liturgica esatta, portandoci dal piano pedagogico di Paolo (per ammonimento nostro) a quello reale della liturgia: ciò che avvenne ai nostri padri (in figura) si compie oggi nella realtà sacramentale della Chiesa.


(1) Si tratta del sabato della II settimana di quaresima e della III domenica di quaresima.

(2) Francese: Nous sommes rachetés par le sang du Christ, par le sang de l’Agneau sans péché. Spagnolo: Nos rescataron a precio de la sangre de Cristo, el Cordero sin defecto ni mancha. Inglese: We have been redeemed by the precious blood of Christ, the lamb without blemish.

(3) cf., ad esempio, quiqui e qui.

(4) La nuova traduzione della CEI aggiorna anche questo versetto: Ricordati di me, Signore, per amore del tuo popolo, visitami con la tua salvezza.

(5) In inglese viene mantenuta la corrispondenza fra antifona e versetto salmico: come with your saving help; in spagnolo cambia solamente il singolare del versetto (visítame con tu salvación) con il plurale dell’antifona (visítanos con tu salvación); la versione francese della liturgia delle Ore presenta invece un’unica antifona per le tre sezioni salmiche, ispirata piuttosto al titolo del salmo: Quand nous somme infidèles, le Seigneur reste fidèle).

Problemi di cuore: dettagli e distonie intorno al salmo 107

In un approfondimento (1) interessante anche se forse incompleto, Jordi Gibert affrontava il tema delle antifone non salmiche dell’Ordinario della Liturgia delle Ore, cioè di quel gruppo di antifone che , a differenza della grande maggioranza di esse, non sono tratte dallo stesso salmo che accompagnano, ma da altri libri della Sacra Scrittura o sono composizioni ecclesiastiche. Nell’elenco  delle 44 antifone individuate dallo studio del Gibert (stiamo parlando del tempo ordinario) a ragione non compare l’antifona al salmo 107, collocato alle Lodi del mercoledì della IV settimana. Infatti, come dovrebbe sempre essere, a meno di ulteriori specificazioni, uno studio liturgico che voglia essere scientifico va condotto sulle edizioni tipiche: nel nostro caso la versione latina della Liturgia delle Ore riporta come antifona la seguente espressione: «Paratum cor meum, Deus, paratum cor meum», che corrisponde in effetti al primo versetto del salmo: «Paratum cor meum, Deus, paratum cor meum, cantabo et psallam...».

Tuttavia, nella recitazione in italiano, sorge un piccolo corto circuito. Vediamo (2). La traduzione dell’antifona ha letto il latino «paratum» con «pronto» (3), mentre i traduttori del salmo hanno preferito l’aggettivo «saldo». Di per sè, quindi, sembra non cambiare molto il senso, se non per piccole sfumature. Perché allora rompere l’unità di antifona e salmo?  Vale di più il tentativo di rendere il testo scritturistico più fedelmente possibile oppure mantenere nella liturgia una tradizione antifonale, con connessa codificazione musicale, anch’essa attestata? Non converebbe che i liturgisti fossero attenti a simili questioni e che, viceversa, i biblisti considerassero pure tali ricadute, nelle loro scelte di traduzione (4).

Alla fine rimane la domanda: il cuore dell’orante dovrà essere pronto o saldo?

Sarà interessante vedere come verrano risolte tali problematiche, quando anche nella Liturgia delle Ore si introdurrà la nuova traduzione della Bibbia approvata dalla Conferenza Episcopale Italiana. Senza adesso verificare nei testi, possiamo immaginare che in altre occorrenze si verificherà una distonia fra antifona e salmo, forse pur maggiore della differenza, qui evidenziata, fra cuore pronto e cuore saldo.

Non tutte le versioni, nelle principali lingue europee, presentano la stessa problematica della versione italiana. In inglese, ad esempio, antifona e salmo coincidono: «(A) My heart is ready, o God, my heart is ready; (S) My heart is ready, o God…». Il francese sostituisce del tutto l’antifona: «Éveillez-vous, harpe, cithare: que j’éveille l’aurore; (S) Mon coeur est prêt, mon Dieu…». Lo spagnolo adegua l’antifona al salmo: «(A) Mi corazón está firme, Dios mío, mi corazón está firme; (S) Dios mío, mi corazón está firme..».

P.S. Giovanni Paolo II, nelle sue catechesi sui salmi della Liturgia delle Ore, a proposito del salmo 107, disse alcune cose degne di nota sull’uso liturgico dei salmi: cf. qui: http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/audiences/2003/documents/hf_jp-ii_aud_20030528.html : «anche la liturgia cristiana spesso fonde insieme brani biblici differenti così da trasformarli in un nuovo testo, destinato a illuminare situazioni inedite. Permane tuttavia il legame con la base originaria. In pratica il Salmo 107 – (ma non è il solo; si veda, tanto per evocare un’altra testimonianza, il Salmo 143) – mostra come già Israele nell’Antico Testamento riutilizzava e attualizzava la Parola di Dio rivelata».

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(1) J. Gibert, «Le antifone non salmiche dell’Ordinario della Liturgia Horarum romana. Tracce per ulteriori approfondimenti», in Psallendum. Miscellanea di studi in onore del prof. Jordi Pinell i Pons, osb (Studia Anselmiana 105, Analecta liturgica 15), ed. I. Scicolone, Roma 1992, 111-138.

(2) Non dubitiamo esistano studi che abbiano sottolineato tale problematica, ma confessiamo la nostra impossibilità a verificarlo, a causa della chiusura estiva delle nostre biblioteche di riferimento. Pertanto, introduciamo solo brevemente ad un problema probabilmente evidenziato da altri: come considerare la diversità fra il testo dell’antifona e il testo del salmo?

(3) Partendo dal latino paratum, la traduzione italiana pare ineccepibile: da un semplice vocabolario, l’aggettivo paratus,a,um viene reso in italiano con: preparato, apparecchiato,  pronto, deciso, deliberato, ben preparato, ben fornito, pronto a combattere, preparato convenientemente. Il verbo da cui proviene, paro, sottolinea ancora meglio l’idea di preparazione, allestimento, avere l’intenzione, disporsi.

(4) Un biblista italiano, che fra l’altro ha collaborato alla nuova versione della Bibbia Cei, nota tale differenza, senza però dare ad essa alcun peso: «”Saldo è il mio cuore, o Dio, saldo è il mio cuore. A te voglio cantare. Ti celebrerà tra i popoli, Signore. Il tuo amore è grande al di sopra dei cieli, la tua verità fino alle nubi…”. Altre traduzioni invece di “saldo” hanno “pronto” oppure “tranquillo”, ma – a quanto pare – non ne patisce il significato profondo dell’espressione biblica. Qui infatti si vuole affermare che, per cantare l’amore grande di Dio, il cuore del credente è sempre disponibile, sempre vigilante, sempre sensibile. Questo infattati non altro che la risposta del salvato al Salvatore, la reazione dell’amato all’Amante. Lo traduce bene anche la liturgia delle Ore, formulando per il nostro salmo questa antifona: “Il mio cuore è pronto per te, per te mio Dio”»: C. Ghidelli, Cuore a cuore. Riflessioni bibliche, Milano 2000, 52.

Di nuovo sul buon ladrone e sulle sue “ricadute” liturgiche

Quando si stava preparando il post precedente, sul tema del buon ladrone nella liturgia pasquale, non si era prestata attenzione alle antifone della Liturgia delle Ore. Così, quando ieri mattina (venerdì 23 maggio) si sono pregati i salmi delle Lodi Mattutine, la liturgia ha ancora una volta confermato la sua sorprendente ricchezza. Come ogni venerdì, come primo salmo, si doveva pregare il Miserere. Ma in questa prima settimana del ciclo quadrisettimanale del salterio adattato al tempo di Pasqua, il salmo 50 è accompagnato da un’antifona eccezionale, costituita da una citazione esplicita della frase del buon ladrone. Un tale rimando aiuta la contestualizzazione del salmo nella concreta celebrazione, e favorisce il senso spirituale con cui si prega quel salmo. Avendo ben presente l’episodio del buon ladrone e la ricchezza dell’interpretazione patristica a riguardo, si può essere introdotti nella preghiera del salmo 50 in un modo davvero particolare e proprio.
Ma anche nelle altre settimane del tempo pasquale il medesimo testo pregato nelle lodi dei venerdì assume un particolare tono.
Ecco le antifone proprie del tempo di Pasqua che accompagnano il ciclo quadrisettimanale.
I Sett., Ant.: Ricordati di me, Signore mio Dio, quando sarai nel tuo regno, alleluia [Memento mei, Domine Deus, dum veneris in regnum tuum, alleluia]: cf. Lc 23,42
II Sett., Ant.: Coraggio, figlio, i tuoi peccati sono perdonati, alleluia [Confide, fili, remittuntur tibi peccata tua, alleluia]: cf. Mt 9,2 [la guarigione del paralitico]
III Sett., Ant: Purificami ancora, o Dio, da ogni mia colpa, alleluia [Amplius lava me, Domine, ab iniustitia mea, alleluia]: cf. Sal 50(51),4a
IV Sett., Ant: Per noi Cristo ha dato la sua vita, sacrificio gradito a Dio, alleluia [Christus se tradidit pro nobis oblationem et hostiam De, alleluia]: cf. Ef 5,2 [parenesi di Paolo sulla vita nuova in Cristo].

Non è sempre facile, è vero, aver presente la molteplicità dei rimandi e dei possibili intrecci, dal libro liturgico solamente accennati, né, del resto, si può appesantire eccessivamente la preghiera e la meditazione con richiami testuali al di fuori della struttura schematica della celebrazione delle Ore. Rimane però assai utile mantenere il principio e una certa familiarità con la Bibbia e con la Liturgia: in essa, infatti, la Scrittura si illumina con altra Scrittura, e quest’ultima riceve nuova luce dalla celebrazione liturgica (gesti, testi e contesti): si viene così formando un ordito preziosissimo e raffinato, tutto da svelare e da gustare. E che non cessa di sorprendere.

 

Un salmo, due antifone differenti. Ecco cosa ne traeva J. Ratzinger!

Riportiamo una meditazione di J. Ratzinger, preparata per il Meeting di Rimini del 2002 (la meditazione sarebbe stata poi inviata e pubblicata nella rivista Tracce – Litterae communionis). E’ incredibile la profondità del pensiero dell’allora cardinale, e sorprendente è il fatto che tale meditazione ha l’avvio da quello che, se vogliamo, può essere considerato un “dettaglio” dell’odierna Liturgia delle Ore. Forse ai più sfugge o risulta insignificante il fatto che la disposizione grafica del II volume del Breviario (tempo di Quaresima e Pasqua) abbia disposto di seguito, per uno stesso salmo, tre antifone differenti (da recitarsi rispettivamente in quaresima, nella settimana santa e nel tempo di pasqua), ma per Ratzinger tale “coincidenza” suggerisce qualcosa di molto, molto interessante. Il tema della meditazione è la bellezza, e il suo rapporto con la verità. Un testo tutto da leggere e meditare, tuttavia qui ne riportiamo solo alcuni passaggi. Il testo è stato poi edito nella raccolta di saggi J. RATZINGER, In cammino verso Gesù Cristo, Roma 2004, 27-34. Si può vedere anche http://papabenedettoxvitesti.blogspot.it/2011/03/card-ratzinger-2004-colui-che-e-la.html

Ogni anno, nella liturgia delle ore del tempo di Quaresima, torna a colpirmi un paradosso che s’incontra nei vespri del lunedì della seconda settimana del Salterio. Qui, una accanto all’altra, ricorrono due antifone – una per il tempo di Quaresima, l’altra per la Settimana santa – che introducono il salmo 44, offrendone però una chiave interpretativa del tutto contrapposta. E’ il salmo che descrive le nozze del re, la sua bellezza, le sue virtù, la sua missione, e poi si trasforma in un’esaltazione della sposa. Nella Quaresima il salmo ha come cornice la medesima antifona che viene utilizzata per tutto il resto dell’anno liturgico; si tratta del terzo versetto che recita: “Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo, /sulle tue labbra è diffusa la grazia”. La Chiesa, ovviamente, legge questo salmo come espressione poetica/profetica del rapporto speciale di Cristo con la sua Chiesa. Riconosce Cristo come il più bello tra gli uomini; la grazia diffusa sulle sue labbra significa l’intima bellezza della sua parola, significa la gloria del suo annuncio. Non è dunque la bellezza esteriore della figura del Redentore a essere glorificata: ciò che si manifesta in lui è invece la bellezza della Verità, la bellezza stessa di Dio che ci attira e nel contempo ci procura la ferita dell’Amore, l’eros (la “sacra passione”) che ci fa correre, assieme alla Chiesa e nella Chiesa/Sposa, incontro all’Amore che ci chiama. Ma il lunedì della Settimana santa la Chiesa cambia l’antifona, invitandoci a leggere il medesimo salmo alla luce di Is 53,2: “Non ha bellezza né apparenza; / l’abbiamo veduto: un volto sfigurato dal dolore”. Come si conciliano le due visioni? Il “più bello” tra i figli degli uomini è tanto misero d’aspetto al punto che nemmeno lo si vuol vedere. Pilato lo mostra alla folla: Ecce homo! Cerca di suscitare un po’ di pietà verso quell’essere maltrattato e percosso, ormai privo di ogni esteriore bellezza. Sant’Agostino – che nella sua giovinezza aveva scritto un’operetta (andata perduta) “sul bello e sull’utile”, e che era un cultore del bello nel linguaggio, nella musica e nelle arti figurative – aveva colto acutamente questo paradosso, intuendo che la raffinata filosofia greca del bello veniva qui non soltanto accantonata, bensì posta drammaticamente e radicalmente in discussione: cos’è il bello? / cos’è la bellezza? Riferendosi al contenuto dei due testi citati, Agostino parla di “due trombe” che suonano in contrasto tra loro, eppure i loro suoni provengono da un medesimo soffio, dal medesimo Spirito. Nel paradosso egli vede contrapposizione, ma non contraddizione. Unico infatti è lo Spirito che suscita la Scrittura, traendone però differenti note e ponendoci, proprio in questo modo, di fronte alla perfezione della Bellezza, della Verità in sé. Il testo isaiano ha indotto non pochi Padri a domandarsi se Cristo fosse bello oppure no. Ma sotto questo interrogativo cova una questione ben più decisiva: cioè, se la bellezza sia anche vera, o non sia piuttosto la bruttezza a condurci alla verità profonda del reale. Chi crede in Dio, nel Dio che proprio nelle sembianze alterate del Crocifisso si è manifestato come amore “sino alla fine” (GV 13,1), sa che la bellezza è verità e che la verità è bellezza; ma nel Cristo sofferente apprende anche che la bellezza della verità include offesa , dolore e persino l’oscuro mistero della morte. Bellezza e verità possono rinvenirsi soltanto nell’accettazione del dolore, e non nel suo rifiuto. Una certa coscienza del fatto che alla bellezza non è estraneo il dolore, è riscontrabile già nel mondo greco.

[…] Io ho espresso sovente la mia convinzione che la vera apologia del cristianesimo, ovvero la prova più persuasiva della sua verità, contro ogni negazione, sono da un lato i santi, dall’altro la bellezza che la fede è stata capace di generare. Affinché oggi la fede possa crescere dobbiamo facilitare a noi stessi e alle persone in cui c’imbattiamo l’incontro con i santi, il contatto con il bello. Abbiamo già respinto l’obiezione secondo cui ciò che finora è stato sostenuto significherebbe una fuga nell’irrazionale, nel puro estetismo. E’ vero invece l’opposto: proprio così la ragione viene liberata dal suo torpore e messa in condizione d’agire. Maggior peso però ha un’altra obiezione: il messaggio della bellezza verrebbe messo in dubbio dal prevalere della menzogna, della seduzione, della violenza, del male. Può la bellezza pretendere di essere autentica, o alla fine si riduce a pura illusione? La realtà non è forse radicalmente iniqua? Da sempre gli uomini hanno temuto che, alla resa dei conti, non sia affatto lo strale del bello a svelarci la verità, ma che siano piuttosto la menzogna, la bruttezza e il volgare a rappresentare l’autentica “realtà”.

[…] Non resta dunque che tornare alle “due trombe” della Bibbia da cui avevamo preso le mosse, cioè al paradosso di Cristo, del quale si può dire: “Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo…”, ma anche: “Non ha bellezza né apparenza;…un volto sfigurato dal dolore”. Nella passione di Cristo, l’estetica greca – ammirevole per il suo presunto contatto col divino, che tuttavia rimane indicibile – non viene ricuperata, ma è del tutto superata. L’esperinza del bello riceve una nuova profondità, un nuovo realismo. Colui che è la “Bellezza in sé” si è lasciato percuotere sul volto, coprire di sputi, incoronare di spine: la Sacra Sindone di Torino ci racconta tutto ciò in maniera toccante. Ma proprio in quel volto sfigurato appare l’autentica, estrema Bellezza dell’Amore che ama “sino alla fine”, mostrandosi così più forte di ogni menzogna e violenza. Soltanto chi sa cogliere questa bellezza comprende che proprio la verità, e non la menzogna, è l’estrema “affermazione” del mondo. E’ semplicemente un trucco astuto della menzogna quello di presentarsi come “unica verità”, quasi che al di fuori e al di là di essa non ne esista alcun’altra. Soltanto l’icona del Crocifisso è capace di liberarci da quest’inganno, oggi così prepotente. Ma ad una condizione: che assieme a Lui ci lasciamo ferire, fidandoci di quell’Amore che non esita a svestirsi della bellezza esteriore, per annunciare proprio in questo modo la Verità della Bellezza. La menzogna conosce anche un altro stratagemma: la bellezza ingannevole e falsa, quella bellezza che abbaglia e imprigiona gli uomini in se stessa, impedendo loro di aprirsi all’estasi che indirizza verso l’alto. Una bellezza che non risveglia la nostalgia dell’indicibile, la disponibilità all’offerta, all’abbandono di sé; che alimenta invece la brama e la volontà di dominio, di possesso, di piacere. E’ di questo genere di bellezza che parla la Genesi: Eva vide che il frutto dell’albero era “buono da mangiare e seducente per gli occhi…” (Gn 3.6). La bellezza, così colme la donna la sperimenta, risveglia in lei il desiderio del possesso: la fa come ripiegare su se stessa. Chi non vede, ad esempio, l’abilità estrema con cui la pubblicità fa ricorso alle immagini con lo scopo di risvegliare la brama del possesso, la ricerca del soddisfacimento momentaneo, anziché l’apertura a qualcosa d’altro da sé? Perciò l’arte cristiana si trova oggi (ma forse già da sempre) tra due fuochi: da un lato deve opporsi al culto del brutto, tendente a convincere che ogni bellezza è inganno, e che soltanto la rappresentazione della crudeltà, della bassezza e del volgare sarebbe verità e illuminazione; dall’altro deve contrastare la bellezza menzognera che mira a rendere l’uomo più piccolo, anziché espanderlo nella verità. Con notevole frequenza udiamo citare Dostoevskij: “La bellezza ci salverà”. Ma il più delle volte si dimentica che il grande autore russo pensa alla bellezza redentiva di Cristo. Occorre imparare a “vedere” Cristo. Non basta conoscerlo semplicemente a parole: bisogna lasciarsi colpire dal dardo della sua bellezza paradossale: così avviene la vera conoscenza, attraverso l’incontro personale con la Bellezza della Verità che salva. E nulla può metterci maggiormente a contatto con la Bellezza di Cristo che il mondo del bello realizzato dalla fede, e la luce che risplende sul volto dei santi: così diventa per noi visibile la sua stessa Luce.