Finalmente Adamo si lascerà trovare?

Abbiamo più volte presentato la Quaresima come un viaggio, il viaggio che Adamo dovrà fare per tornare dal suo esilio verso il Paradiso:

cf. – http://www.sacramentumfuturi.wordpress.com/2014/02/26/sulla-soglia-della-quaresima-con-adamo-in-viaggio-si-ritorna-in-paradiso/ ; – http://www.sacramentumfuturi.wordpress.com/2014/03/03/i-miei-progenitori-seguii-nella-loro-rivolta-eccoci-di-nuovo-con-adamo/

La liturgia del Triduo pasquale ci rivela che questo viaggio di ritorno è possibile solamente perché è preceduto dal viaggio del Nuovo Adamo, che scende agli inferi alla ricerca del progenitore e lo trae con sè nel regno dei cieli. Dal nascondimento e dall’estraneità Adamo può ora passare alla comunione con Dio, come afferma uno dei testi più mirabili della letteratura patristica: “Tu in me e io in te siamo infatti un’unica e indivisa natura…Io non ti rimetto più in quel giardino, ma ti colloco sul trono celeste. Ti fu proibito di toccare la pianta simbolica della vita, ma io, che sono la vita, ti comunico quello che sono” (1)

Accoglierà Adamo questo invito, o nella sua superbia preferirà rimanere nascosto, eludendo ancora una volta quell’antica e sempre nuova domanda: “Dove sei?”(2) ? A giudicare dall’inconografia, il primo Adamo ha saputo approfittare di questa grazia, slanciandosi verso Cristo trionfante, accogliendo le mani di Lui, protese per strapparlo fuori dagli inferi.

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L’antico padre ha quindi imparato che la domanda ascoltata nel primo Eden non celava una condanna già decisa, non era retorica accusatoria: l’interrogare di Dio non è mai sterile né fine a se stesso, tantomeno un rinfacciare la colpa; quella domanda non era curiosità maliziosa, non serviva a Dio, ma all’uomo, come dice Ruperto di Deutz: “E a ciò tendeva la benignità di Colui che lo cercava: che chi era cercato trovasse se stesso, e si rendesse conto di che cosa aveva perduto [Hoc enim benignitas quaerentis intendebat, ut is qui quaerebatur seipsum inveniret et sciret, quid perdidisset, quid commeruisset] (3). Nella liturgia della Veglia pasquale è risuonata una domanda analoga: “Perché, Israele? Perché ti trovi in terra nemica e sei diventato vecchio in terra straniera?” (Bar 3,10; VI lettura).

Ora, secondo l’anonimo omileta, nel profondo degli inferi è risuonata la stessa parola, ma con un diverso effetto: Adamo non si nasconde più: “Dio e il Figlio suo vanno a liberare dalle sofferenze Adamo ed Eva che si trovano in prigione. Il Signore entrò da loro portando le armi vittoriose della croce. Appena Adamo, il progenitore, lo vide, percuotendosi il petto per la meraviglia, gridò a tutti e disse: ‘Sia con tutti il mio Signore’. E Cristo rispondendo disse ad Adamo: ‘E con il tuo spirito’. E, presolo per mano, lo scosse dicendo: ‘ Svegliati, tu che dormi…[…] A te comando: Svegliati tu che dormi! Infatti non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell’inferno. Risorgi dai morti. Io sono la vita dei morti. Risorgi, opera delle mie mani! Risorgi mia effige, fatta a mia immagine! Risorgi, usciamo di qui!”.

Adamo ha trovato se stesso, come il Figliol prodigo (4); può abbandonare il nascondimento e l’esilio. L’antica paura è dissolta, l’amore vince il timore!

La liturgia della cinquantina pasquale ci aiuterà affinché il vecchio Adamo che è in noi si convinca finalmente ad abbandonare la superba e infantile protesta di innocenza e il ridicolo tentativo di giustificarsi incolpando altri ma si lasci denunciare dalla verità, riconoscendo nell’amorevole rimprovero divino il segno del suo amore di Padre e non piuttosto l’accusa che inchioda, tipica invece del Nemico.

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(1) Sabato Santo, Ufficio delle Letture, Seconda lettura: Da un’antica ‘Omelia sul Sabato santo’. L’aver collocato questo testo nella liturgia del sabato santo è un indubitabile e ineguagliabile arricchimento della Liturgia delle Ore riformata dopo il Vaticano II. Con tutto il rispetto per sant’Agostino, di cui nel Breviario Romano in questo giorno veniva letta una pagina del Commento al Salmo 63, non è proprio paragonabile la ricchezza e l’appropriatezza liturgica dell’Antica Omelia.

(2) cf. Gen 3,9; Cf. anche Sant’Agostino, La Genesi alla lettera, XI, 34-35: «Dio, il Signore, chiamò poi Adamo e gli chiese: “Dove sei”. Questa domanda è formulata da Colui che rimprovera, non da uno che ignora (Increpantis vox est, non ignorantis) . […] Adamo allora rispose: Ho udito la tua voce nel paradiso e ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto”. […] E Adamo rispose: La donna che mi hai dato per compagna, mi ha dato un frutto dell’albero e io ne ho mangiato”. Quale superbia! Disse forse: “Ho peccato”? Adamo ha la deformità della confusione, ma gli manca l’umiltà della confessione. Questi particolari sono riferiti dalla Scrittura perché le stesse interrogazioni furono fatte appunto per essere tramandate per iscritto fedelmente a nostro insegnamento, poiché se fossero state tramandate in modo menzognero, non ci sarebbero state d’insegnamento. Esse mirano a farci riflettere su quale [grave] malattia sia la superbia di cui sono malati oggi gli uomini che si sforzano di attribuire al Creatore qualsiasi male che hanno potuto fare. La donna – rispose – che hai data con me, cioè che mi hai data perché mi fosse compagna, è stata essa a darmi un frutto dell’albero e io ne ho mangiato, come se la donna gli fosse stata data per questo e non piuttosto perché ubbidisse a suo marito e ambedue ubbidissero a Dio! Allora Dio, il Signore, disse alla donna: “Perché hai fatto ciò?”. La donna rispose: “Il serpente mi ha sedotta e io ho mangiato”. Neppure lei confessa il peccato ma lo fa ricadere su l’altro al quale, sebbene il senso di lei sia differente da quello di Adamo, è uguale nella superbia. Da essi tuttavia nacque – ma non l’imitò – uno che, pur essendo stato provato da innumerevoli sventure, disse e dirà sino alla fine del mondo: Ho detto: “Abbi pietà di me, Signore; guarisci l’anima mia, poiché ho peccato contro di te”. Sarebbe stato preferibile che essi fossero così! Ma il Signore non aveva ancora schiacciato la testa dei peccatori. Sarebbero dovuti sopravvenire ancora affanni, dolori, morte e ogni specie di tribolazioni di questo mondo e la grazia di Dio con cui, al momento opportuno, egli viene in aiuto agli uomini ai quali mostra con l’afflizione che non devono presumere di se stessi», cf. http://www.augustinus.it/italiano/genesi_lettera/index2.htm.

(3) Ruperto di Deutz, In Genesim III, 14; Edizione: Ruperti Tuitiensis De Sancta Trinitate et operibus eius, ed. H. Haacke, Turnholti 1971, CCL Continuatio Mediaevalis XXI, 250.

(4) E’ da notare che la versione italiana dell’inno Haec est dies verus Dei (Ufficio delle letture del tempo di Pasqua) traduce, interpretando, in tal modo l’originale latino Fidem refundit perditis/ caecosque visu illuminat; / quem non gravi solvit metu / latronis absolutio: Torna alla casa il prodigo / splende la luce al cieco; / il buon ladrone graziato / dissolve l’antica paura. Cf. anche http://www.sacramentumfuturi.wordpress.com/2015/02/09/adamo-dove-sei-la-prima-chiamata-di-misericordia/.

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La colpa di Adamo (e la nostra): felice o infelice? La parola, definitiva e autorevole, a Sant’Ambrogio.

Il sabato santo si apre, nell’Ufficio divino, con uno dei testi insieme assai lirico e di una profondità spirituale, un brano tratto da un’Antica Omelia sul sabato santo (cf. http://www.vatican.va/spirit/documents/spirit_20010414_omelia-sabato-santo_it.html). Ma non è l’unico testo eccezionale di questo giorno: la notte delle notti, nella madre di tutte le veglie, ci farà ascoltare un’altra inarrivabile composizione, l’Exultet. Come non stupirsi, grati e commossi, di fronte all’annuncio audace della così straordinaria vittoria di Cristo risorto, che cambia la sorte e la qualità della colpa di Adamo? Ma pure questo testo ebbe i suoi censori.
L’eccellente saggio di R. AMIET, purtroppo non ancora tradotto in italiano, La veillée pascale dans l’Église latine, I, Le rite romain, Paris 1999, dà notizia dei maldestri tentativi di elidere dal Preconio Pasquale l’eccezionale espressione lirica “O certe necessarium Adae peccatum, quod Christi morte deletum est. O felix culpa, quae talem ac tantum meruit habere redemptorem”. Provvidenzialmente il Messale della Curia Romana del XIII secolo conserva quel passaggio “litigieux”, e da lì poi il Messale romano del 1570 lo assumerà, mettendolo definitivamente al riparo da improbabili censori e oltremodo zelanti teologi improvvisati che, ritenendosi illuminati, elidevano questa strofa dai manoscritti. Addirittura vi fu chi ritenne doveroso correggere quello che forse consideravano un eccesso imperdonabile: “Dans Saint-Brieuc 1543, ces deux phrases ont été biffe par un gros trait à l’encre noire et remplacées, dans la marge inférieure de la page, par les deux suivantes: O nimis abominationis Adae peccatum, quod Christi morte deleri necesse fuit. O infelix culpa, quae tale opus habuit. On aimerait connaître par son nom l’excellent ecclésiastique de ce diocèse, auteur de cet extraordinaire transformation de texte!” (209)
Se un tale correttore ci è ignoto, dell’idea originale, nel suo contenuto teologico, abbiamo un nome certo, e non è un nome da tenere poco in conto: il santo Vescovo di Milano, Ambrogio.
Ecco alcuni, fra svariati, passaggi che echeggiano quel versetto del Preconio:

– “Ti ho sempre invocato, chiedendo che non abbiano mai a vantarsi i miei nemici, perché anche se ho peccato, il peccato tu me lo rimetti; anche se sono caduto, tu mi rialzi, perché non esultino quelli che godono dei peccati altrui. Infatti noi, che abbiamo peccato di più, abbiamo guadagnato di più, perché la tua grazia ci rende più beati della nostra assenza di colpa (Plus enim adquisivimus qui plus peccavimus, quia beatiores facit tua gratia quam nostra innocentia). […] Non è fatale la caduta di una debolezza (non est gravis infirmitatis ruina), se non l’accompagna la deliberata volontà di rialzarti (si non sit etiam voluntatis studium ab ea non surgendi). Abbi dunque questa volontà di rialzarti: è vicino a te chi ti fa rialzare (Habe voluntatem surgendi: praesens est qui faciat ut resurgas). (Commento al Salmo 37,47)
– “Il Signore non aveva detto ad Adamo: ‘Sarai con me’ (come fece con il buon ladrone, ndr), perché sapeva che sarebbe caduto, per essere poi redento da Cristo. Felice caduta, che trova una rinascita più bella! (Felix ruina, quae reparatur in melius). (Commento al Salmo 39,20).

A proposito dell’episodio del buon ladrone, ecco cosa Ambrogio poteva dire poco prima:

“Egli ha confessato il suo peccato, che poteva perdonarlo, perché sulla croce ha contemplato con gli occhi dello spirito quel regno di Dio che Giuda non è riuscito a vedere nella cena di Cristo. Perciò l’invocazione del ladrone è stata seguita da questa parola celeste: In verità ti dico, oggi sarai con me in paradiso. Esultavi, drago infernale, perché avevi sottratto a Cristo un suo apostolo: ma hai perso più di quanto hai guadagnato, perché ti tocca vedere un ladrone trasportato in paradiso. Allora vuol dire che nessuno può esserne escluso, dal momento che un ladrone, un tuo seguace, ne è stato ammesso ed è tornato nel luogo donde tu sei stato cacciato”. (Commento al Salmo 39,17)

Per finire tornando all’inizio, se si vuole, una bellissima meditazione di Benedetto XVI, davanti alla Sindone (o2/05/2010), che riprende, anche, l’antica Omelia sul sabato:

Cari amici,
questo è per me un momento molto atteso. In diverse altre occasioni mi sono trovato davanti alla sacra Sindone, ma questa volta vivo questo pellegrinaggio e questa sosta con particolare intensità: forse perché il passare degli anni mi rende ancora più sensibile al messaggio di questa straordinaria Icona; forse, e direi soprattutto, perché sono qui come Successore di Pietro, e porto nel mio cuore tutta la Chiesa, anzi, tutta l’umanità. Ringrazio Dio per il dono di questo pellegrinaggio, e anche per l’opportunità di condividere con voi una breve meditazione, che mi è stata suggerita dal sottotitolo di questa solenne Ostensione: “Il mistero del Sabato Santo”.
Si può dire che la Sindone sia l’Icona di questo mistero, l’Icona del Sabato Santo. Infatti essa è un telo sepolcrale, che ha avvolto la salma di un uomo crocifisso in tutto corrispondente a quanto i Vangeli ci dicono di Gesù, il quale, crocifisso verso mezzogiorno, spirò verso le tre del pomeriggio. Venuta la sera, poiché era la Parasceve, cioè la vigilia del sabato solenne di Pasqua, Giuseppe d’Arimatea, un ricco e autorevole membro del Sinedrio, chiese coraggiosamente a Ponzio Pilato di poter seppellire Gesù nel suo sepolcro nuovo, che si era fatto scavare nella roccia a poca distanza dal Golgota. Ottenuto il permesso, comprò un lenzuolo e, deposto il corpo di Gesù dalla croce, lo avvolse con quel lenzuolo e lo mise in quella tomba (cfr Mc 15,42-46). Così riferisce il Vangelo di san Marco, e con lui concordano gli altri Evangelisti. Da quel momento, Gesù rimase nel sepolcro fino all’alba del giorno dopo il sabato, e la Sindone di Torino ci offre l’immagine di com’era il suo corpo disteso nella tomba durante quel tempo, che fu breve cronologicamente (circa un giorno e mezzo), ma fu immenso, infinito nel suo valore e nel suo significato.
Il Sabato Santo è il giorno del nascondimento di Dio, come si legge in un’antica Omelia: “Che cosa è avvenuto? Oggi sulla terra c’è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme … Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi” (Omelia sul Sabato Santo, PG 43, 439). Nel Credo, noi professiamo che Gesù Cristo “fu crocifisso sotto Ponzio Pilato, morì e fu sepolto, discese agli inferi, e il terzo giorno risuscitò da morte”.
Cari fratelli e sorelle, nel nostro tempo, specialmente dopo aver attraversato il secolo scorso, l’umanità è diventata particolarmente sensibile al mistero del Sabato Santo. Il nascondimento di Dio fa parte della spiritualità dell’uomo contemporaneo, in maniera esistenziale, quasi inconscia, come un vuoto nel cuore che è andato allargandosi sempre di più. Sul finire dell’Ottocento, Nietzsche scriveva: “Dio è morto! E noi l’abbiamo ucciso!”. Questa celebre espressione, a ben vedere, è presa quasi alla lettera dalla tradizione cristiana, spesso la ripetiamo nella Via Crucis, forse senza renderci pienamente conto di ciò che diciamo. Dopo le due guerre mondiali, i lager e i gulag, Hiroshima e Nagasaki, la nostra epoca è diventata in misura sempre maggiore un Sabato Santo: l’oscurità di questo giorno interpella tutti coloro che si interrogano sulla vita, in modo particolare interpella noi credenti. Anche noi abbiamo a che fare con questa oscurità.
E tuttavia la morte del Figlio di Dio, di Gesù di Nazaret ha un aspetto opposto, totalmente positivo, fonte di consolazione e di speranza. E questo mi fa pensare al fatto che la sacra Sindone si comporta come un documento “fotografico”, dotato di un “positivo” e di un “negativo”. E in effetti è proprio così: il mistero più oscuro della fede è nello stesso tempo il segno più luminoso di una speranza che non ha confini. Il Sabato Santo è la “terra di nessuno” tra la morte e la risurrezione, ma in questa “terra di nessuno” è entrato Uno, l’Unico, che l’ha attraversata con i segni della sua Passione per l’uomo: “Passio Christi. Passio hominis”. E la Sindone ci parla esattamente di quel momento, sta a testimoniare precisamente quell’intervallo unico e irripetibile nella storia dell’umanità e dell’universo, in cui Dio, in Gesù Cristo, ha condiviso non solo il nostro morire, ma anche il nostro rimanere nella morte. La solidarietà più radicale.
In quel “tempo-oltre-il-tempo” Gesù Cristo è “disceso agli inferi”. Che cosa significa questa espressione? Vuole dire che Dio, fattosi uomo, è arrivato fino al punto di entrare nella solitudine estrema e assoluta dell’uomo, dove non arriva alcun raggio d’amore, dove regna l’abbandono totale senza alcuna parola di conforto: “gli inferi”. Gesù Cristo, rimanendo nella morte, ha oltrepassato la porta di questa solitudine ultima per guidare anche noi ad oltrepassarla con Lui. Tutti abbiamo sentito qualche volta una sensazione spaventosa di abbandono, e ciò che della morte ci fa più paura è proprio questo, come da bambini abbiamo paura di stare da soli nel buio e solo la presenza di una persona che ci ama ci può rassicurare. Ecco, proprio questo è accaduto nel Sabato Santo: nel regno della morte è risuonata la voce di Dio. E’ successo l’impensabile: che cioè l’Amore è penetrato “negli inferi”: anche nel buio estremo della solitudine umana più assoluta noi possiamo ascoltare una voce che ci chiama e trovare una mano che ci prende e ci conduce fuori. L’essere umano vive per il fatto che è amato e può amare; e se anche nello spazio della morte è penetrato l’amore, allora anche là è arrivata la vita. Nell’ora dell’estrema solitudine non saremo mai soli: “Passio Christi. Passio hominis”.
Questo è il mistero del Sabato Santo! Proprio di là, dal buio della morte del Figlio di Dio, è spuntata la luce di una speranza nuova: la luce della Risurrezione. Ed ecco, mi sembra che guardando questo sacro Telo con gli occhi della fede si percepisca qualcosa di questa luce. In effetti, la Sindone è stata immersa in quel buio profondo, ma è al tempo stesso luminosa; e io penso che se migliaia e migliaia di persone vengono a venerarla – senza contare quanti la contemplano mediante le immagini – è perché in essa non vedono solo il buio, ma anche la luce; non tanto la sconfitta della vita e dell’amore, ma piuttosto la vittoria, la vittoria della vita sulla morte, dell’amore sull’odio; vedono sì la morte di Gesù, ma intravedono la sua Risurrezione; in seno alla morte pulsa ora la vita, in quanto vi inabita l’amore. Questo è il potere della Sindone: dal volto di questo “Uomo dei dolori”, che porta su di sé la passione dell’uomo di ogni tempo e di ogni luogo, anche le nostre passioni, le nostre sofferenze, le nostre difficoltà, i nostri peccati – “Passio Christi. Passio hominis” -, da questo volto promana una solenne maestà, una signoria paradossale. Questo volto, queste mani e questi piedi, questo costato, tutto questo corpo parla, è esso stesso una parola che possiamo ascoltare nel silenzio. Come parla la Sindone? Parla con il sangue, e il sangue è la vita! La Sindone è un’Icona scritta col sangue; sangue di un uomo flagellato, coronato di spine, crocifisso e ferito al costato destro. L’immagine impressa sulla Sindone è quella di un morto, ma il sangue parla della sua vita. Ogni traccia di sangue parla di amore e di vita. Specialmente quella macchia abbondante vicina al costato, fatta di sangue ed acqua usciti copiosamente da una grande ferita procurata da un colpo di lancia romana, quel sangue e quell’acqua parlano di vita. E’ come una sorgente che mormora nel silenzio, e noi possiamo sentirla, possiamo ascoltarla, nel silenzio del Sabato Santo.
Cari amici, lodiamo sempre il Signore per il suo amore fedele e misericordioso. Partendo da questo luogo santo, portiamo negli occhi l’immagine della Sindone, portiamo nel cuore questa parola d’amore, e lodiamo Dio con una vita piena di fede, di speranza e di carità.