Riletture di riletture: dalla geografia all’astronomia, ma è liturgia, autentica!

Siamo, evidentemente, fuori tempo, ma può essere utile – a titolo esemplificativo – tornare ad alcuni testi del proprio del tempo di Avvento e Natale, per mostrare la libertà che la liturgia si prende nell’usare e nel citare la Sacra Scrittura, dalla quale però è totalmente ispirata e imbevuta, assumendo da essa le parole che poi rielabora in proprio: il risultato è una mirabile ricchezza.

Il primo caso è la qualifica geografica di Betlemme. E’ celebre la profezia di Michea a riguardo, ripresa – rielaborata – dall’evangelista Matteo. Ebbene, quel processo di citazione riadattata inziato nel Nuovo Testamento si conclude nella liturgia, che riprende un testo di Prudenzio (1) e lo propone come Inno nella liturgia delle Ore. Così, Betlemme passa ad essere non solo non più così piccola nè, ancora, non davvero l’ultima, ma finalmente grande!

E tu, Betlemme di Efrata, così piccola per essere fra i villaggi di Giuda, da te uscirà per me colui che deve essere il dominatore in Israele; le sue origini sono dall’antichità, dai giorni più remoti [et tu Bethlehem Epurata parvulus es in milibus Iuda ex te mihi egredietur qui sit dominator in Israhel et egressus ius ab initio a diebus aeternitatis] (Mi 5,2)

E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te in fatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele [et tu Bethlehem terra Iuda nequaquam minima es in principibus Iuda ex te enim exit dux qui reget populum meum Israhel] (Mt 2,6)

Betlemme, tu sei grande fra le città di Giuda: in te è apparso al mondo il Cristo Salvatore [O sola magnarum urbium maior Bethlem, cui contigit ducem salutis caelitus incorporatum gignere] (Liturgia delle Ore, Inno dell’Ufficio delle Letture e Lodi per il tempo di Natale dalla solennità dell’Epifania)

Abbiamo evidenziato anche il verbo uscire, perché echeggia un altra strofa di un inno importante, strofa che però – un vero peccato -, non è stata conservata nell’attuale liturgia. Essa è parte dell’Inno, attribuibile con certezza al genio di sant’Ambrogio, Intende, qui regis Israel (cf. qui e anche qui). Nell’odierna Liturgia delle Ore una versione ridotta ci viene proposta come Inno per l’Ufficio delle Letture per il tempo di Avvento dopo il 16 dicembre. Il simbolismo del sole e del suo corso è rimasto comunque nell’Inno: si è perso invece il riassunto dell’intera opera salvifica di Gesù Cristo che Ambrogio sviluppa a partire dall’arco dell’orbita solare.

Basterebbe poco, tuttavia, perché la rilettura della Scrittura, di cui i Padri sono stati maestri, possa arrivare fino a noi, e non come testi lontani ed estranei, ma come ricchezze ricevute dalla tradizione da gustare e da far risplendere. Questo dovrebbero fare i liturgisti!

Sorge da un estremo del cielo e la sua orbita (corsa) raggiunge l’altro estremo: nulla si sottrae al suo calore [a summo caeli egressio eius et occursus eius usque ad summum eius nec est qui se abscondat a calore eius] (Sal 18,7)

La sua uscita dal Padre, e il suo ritorno al Padre, la sua discesa fino agli inferi e il suo ritorno al regno di Dio [Egressus eius a Patre, regressus eius ad Patrem ; excursus usque ad inferos recursus ad sedem Dei]


(1) Cf. qui.

Una splendida preghiera al Buon Pastore

Non si tratta di una preghiera liturgica in senso tecnico, non è eucologia quella che segue: comunque è un capolavoro di rilettura e attualizzazione della Scrittura, ridetta a modo di supplica. Solo un grande come il vescovo Ambrogio poteva mettere insieme Mt 18, Lc 15 e Gv 10 in una preghiera così lirica ed efficace. Tutto parte dal salmo 118 (secondo la numerazione della Vulgata). Appunto nelle pagine finali del suo Commento al Salmo 118, dal versetto 176 l’orizzonte si allarga fino al Nuovo Testamento, e poi indietro fino ad Adamo e poi su su fino alla gioia del Cielo.

Una buona lettura, in vista della IV Domenica di Pasqua:

Vieni, dunque, Signore Gesù, cerca il tuo servo, cerca la tua pecora spossata. Vieni, pastore, cerca, come cercava le pecore Giuseppe. E’ andata errando la tua pecora, finché Tu indugiavi, finché Tu ti intrattenevi sui monti. Lascia stare le tue novantanove pecore e vieni a cercare quell’una che è andata errando. Vieni senza i cani, vieni senza rudi salariati, vieni senza il mercenario che non sa passare attraverso la porta. Vieni senza aiutante, senza intermediari, ché è già da tanto tempo che sto aspettando la tua venuta. So che stai per venire, se è vero che non ho scordato i tuoi comandamenti. Vieni, ma senza bastone; con amore invece e con atteggiamento di clemenza.
Non esitare ad abbandonare sui monti le tue novantanove pecore, perché, fin che stanno sui monti, non subiscono gli attacchi dei lupi rapaci. […] Vieni piuttosto da me, che sono oppresso dall’attacco dei lupi feroci. Vieni da me che, scacciato dal paradiso, subisco da un pezzo i morsi del veleno nella piaga provocata dal serpente; da me che sono andato errando lontano da quel tuo gregge sui monti. Perché anch’io ero stato collocato da Te lassù, ma il lupo della notte mi ha distolto dai tuoi ovili. Cerca me, perché io ricerco Te. Cercami, trovami, sollevami, portami. Tu puoi trovare quello che ricerchi. Tu accetti di prendere su di te quello che hai trovato; di porre sulle tue spalle quello che hai accolto. Non ti dà noia un peso d’amore, non ti è di peso un trasporto che sa di giustizia. Vieni dunque, o Signore, se è vero che, anche se posso aver errato, non ho però scordato i tuoi comandamenti. Vieni, o Signore, perché Tu sei l’unico che possa far tornare indietro una pecora vagabonda, senza far rattristare quelli che hai lasciato. Perché anche loro si rallegreranno del ritorno del peccatore. Vieni ad operare la salvezza sulla terra, la gioia in Cielo.
Vieni, dunque, e cerca la tua pecora; ma non farla cercare dai servitori o dai mercenari; cercala tu di persona! Accogli me con quella carne che è caduta in Adamo. […] Portami sulle spalle della croce, che è salvezza degli erranti, nella quale sola trova riposo chi è stanco, nella quale sola trova vita l’uomo che muore. (XXII,28-30)

La pecora, che Egli chiama errante, è la centesima: la perfetta interezza di questo numero è di per se stessa istruttiva e significativa. E non senza ragione quella pecora viene preferita a tutte le altre, perché vale di più l’essersi sottratti al vizio che l’averne quasi ignorata l’esistenza. Per chi è stato alla scuola del vizio, liberare l’animo dai ceppi dei desideri ed essere riusciti a correggerlo, è segno non solo di perfetta virtù, ma anche di benevolenza celeste. E difatti, correggersi per il futuro è possibile all’uomo che si impegni, ma rimettere il passato è possibile solo alla potenza di Dio. Tant’è vero che quella pecora, una volta trovata, viene issata sulle spalle del pastore. Tu puoi vedere qui in forma certa il misterioso modo con cui viene rianimata la pecorella stanca, dal momento che la condizione umana così stanca non può essere rianimata alla vita se non grazie al sacro segno della Passione del Signore e del sangue di Cristo, di cui il principio sta sulle sue spalle. Su quella croce infatti Egli ha sorretto le nostre debolezze, per cancellare i peccati di tutti. (XXII,3)

Ambrogio di Milano, Commento al Salmo 118. Edizione: Sant’Ambrogio, Tutte le opere di sant’Ambrogio, 10, Opere esegetiche VIII/II, Commento al Salmo 118/2, ed. L. F. Pizzolato, Milano Roma 1987.

“Parlava correttamente”. La “correttezza” secondo la liturgia.

“Parlava correttamente”: ecco l’effetto immediato del gesto terapeutico e della parola del Signore Gesù sull’uomo sordomuto di cui parla il brano dell’evangelista Marco, indicato per la celebrazione eucaristica di oggi, Venerdì della V settimana del Tempo Ordinario (Marco 7,31-37). Certamente gli esegeti potranno offrirci le loro considerazioni e i loro approfondimenti, ma di certo anche la liturgia ci offre un’ermeneutica assai particolare e concreta per leggere quell’avverbio ὀρθῶς, in latino recte (in alcune lingue versioni nazionali: clearly, sin difficultad, correctement, correctamente).  Senza entrare nei dettagli della storia e delle varianti dei testi e dei riti, senza dubbio possiamo affermare che la liturgia ha associato questo testo alla grazia della progressiva iniziazione ai misteri cristiani, e in particolare modo alla professione di fede pre-battesimale. Nelle testimonianze antiche questo dato non è così sottolineato: in Ambrogio, ad es., assume maggiore rilevanza il senso dell’apertio aurium, ossia la capacità di un ascolto di fede e di un’intuizione profonda dei misteri della fede – non a caso nella liturgia descritta dal santo Vescovo non si tocca la bocca del catecumeno, ma piuttosto le narici, perché possa percepire il buon odore di Cristo. Nel rituale del battesimo seguito alla riforma auspicata dal Vaticano II, invece, è evidente il legame fra il testo di Marco e la professione di fede. Che è solamente auspicata, nel caso del battesimo di un bambino: Il celebrante tocca, con il pollice, le orecchie e le labbra del battezzato, dicendo: Il Signore Gesù, che fece udire i sordi e parlare i muti, ti conceda di ascoltare presto la sua parola, e di professare la tua fede, a lode e gloria di Dio Padre (Rito del Battesimo di un bambino, 121). Nel caso, invece, di un adulto che sta per completare il cammino verso il battesimo, il rito dell’Effetà avviene il sabato santo, come preparazione immediata alla Veglia battesimale. Il contesto è quello della riconsegna del Simbolo, che era stato consegnato al catecumeno precedentemente. La formula è eloquente di per sé: Quindi il celebrante, toccando col pollice l’orecchio destro e sinistro dei singoli eletti e la loro bocca chiusa, dice: Effatà, cioè: Apriti, perché tu possa professare la tua fede a lode e gloria di Dio (Rito dell’iniziazione cristiana di un adulto, 202). La professione di fede completa quindi il rito: dopo una preghiera presidenziale, gli eletti professano pubblicamente e solennemente la loro fede: “Concedi, Signore, che questi eletti, che hanno conosciuto il tuo disegno di amore e i misteri della vita del tuo Cristo, li professino con la bocca e li custodiscano con la fede e compiano sempre nelle opere la tua volontà”. Quindi gli eletti recitano il Simbolo: è questo professione di fede pubblica, personale ed esistenzialmente vissuta e testimoniata nella vita quello che nel Vangelo è detto: “parlava correttamente”. La vera fede, questa è la correttezza!
Per finire, riportiamo il testo di uno la cui parola era davvero “corretta”, imbevuta dalla tradizione perenne e allo stesso tempo sorprendentemente fresca e viva: nell’Angelus del 9 settembre 2012, Benedetto XVI così commentava il brano di Marco (da notare la ripresa del dettaglio del sospiro di Cristo, cui il tocco delle narici dell’antica liturgia faceva riferimento):

Al centro del Vangelo di oggi (Mc 7,31-37) c’è una piccola parola, molto importante. Una parola che – nel suo senso profondo – riassume tutto il messaggio e tutta l’opera di Cristo. L’evangelista Marco la riporta nella lingua stessa di Gesù, in cui Gesù la pronunciò, così che la sentiamo ancora più viva. Questa parola è «effatà», che significa: «apriti». Vediamo il contesto in cui è collocata. Gesù stava attraversando la regione detta «Decapoli», tra il litorale di Tiro e Sidone e la Galilea; una zona dunque non giudaica. Gli portarono un uomo sordomuto, perché lo guarisse – evidentemente la fama di Gesù si era diffusa fin là. Gesù lo prese in disparte, gli toccò le orecchie e la lingua e poi, guardando verso il cielo, con un profondo sospiro disse: «Effatà», che significa appunto: «Apriti». E subito quell’uomo incominciò a udire e a parlare speditamente (cfr Mc 7,35). Ecco allora il significato storico, letterale di questa parola: quel sordomuto, grazie all’intervento di Gesù, «si aprì»; prima era chiuso, isolato, per lui era molto difficile comunicare; la guarigione fu per lui un’«apertura» agli altri e al mondo, un’apertura che, partendo dagli organi dell’udito e della parola, coinvolgeva tutta la sua persona e la sua vita: finalmente poteva comunicare e quindi relazionarsi in modo nuovo.
Ma tutti sappiamo che la chiusura dell’uomo, il suo isolamento, non dipende solo dagli organi di senso. C’è una chiusura interiore, che riguarda il nucleo profondo della persona, quello che la Bibbia chiama il «cuore». E’ questo che Gesù è venuto ad «aprire», a liberare, per renderci capaci di vivere pienamente la relazione con Dio e con gli altri. Ecco perché dicevo che questa piccola parola, «effatà – apriti», riassume in sé tutta la missione di Cristo. Egli si è fatto uomo perché l’uomo, reso interiormente sordo e muto dal peccato, diventi capace di ascoltare la voce di Dio, la voce dell’Amore che parla al suo cuore, e così impari a parlare a sua volta il linguaggio dell’amore, a comunicare con Dio e con gli altri. Per questo motivo la parola e il gesto dell’«effatà» sono stati inseriti nel Rito del Battesimo, come uno dei segni che ne spiegano il significato: il sacerdote, toccando la bocca e le orecchie del neo-battezzato dice: «Effatà», pregando che possa presto ascoltare la Parola di Dio e professare la fede. Mediante il Battesimo, la persona umana inizia, per così dire, a «respirare» lo Spirito Santo, quello che Gesù aveva invocato dal Padre con quel profondo sospiro, per guarire il sordomuto.”

Rigore o misericordia? Due grandi pastori suggeriscono.

Ne nos ira arguas: questo stico dell’inno Auctor perennis gloriae, al riguardo del quale abbiamo detto qualcosa nel post precedente, è evidentemente ispirato al primo versetto del salmo 37: Domine, ne in furore tuo arguas me. Commentando questo salmo, parlando della penitenza, Ambrogio riesce a tenere insieme in modo mirabile aspetti che a prima vista sono per noi inconciliabili: punizione e perdono, correzione e indulgenza. Al santo Vescovo torna utile rileggere il salmo associandolo all’episodio della vita di Davide, in cui il re d’Israele cede alla tentazione di censire il suo popolo e dovrà poi scegliere da se stesso quale punizione subire, se tre anni di carestia, tre anni di fuga dai nemici o tre giorni di peste fra il popolo (1Cr 21). Riportiamo alcuni passaggi del lungo commento santambrosiano:

O Signore, nella tua ira non rimproverarmi e non castigarmi nel tuo sdegno! Chi fa penitenza, deve essere pronto a sopportare vergogne e a sottoporsi ad oltraggi, senza turbarsi se gli vien rinfacciata la colpa del suo peccato. Se deve accusarsi da sé, perché non potrà sopportare il rimprovero altrui? E se non deve aver paura del rimprovero degli uomini, quanto meno di quello del Signore suo, verso cui tutti siamo peccatori, anche se nessuno può vederci! Soprattutto perché la condanna del presente è assoluzione per il futuro. […] Osserva come fa Dio ad insegnare; con che misura si va placando il suo sdegno, a patto che noi non rifiutiamo d’essere battuti interiormente e chiediamo piuttosto il modo di alleviare la punizione, e non di evitarla. […] Giova moltissimo al colpevole un’umile ammissione di colpe; con l’umiltà noi alleggeriamo una punizione che nessuna difesa può farci evitare. Davide ha scelto non la pena immune da colpi, ma che quella che ha ritenuta meno eccessiva: così ha preferito affidarsi alla clemenza di Dio, che sa perdonare, piuttosto che al potere degli uomini, che spesso varcano la misura del castigo. […] E la fiducia di Davide non fu mal riposta, anzi, perfino nel momento della punizione, egli ha ottenuto la grazia della misericordia divina. […] Nota poi la grazia del Signore! E’ stato lui a recedere dalla proposta che aveva fatta. E’ forse una colpa essere misericordiosi ed esigere meno di quanto si minaccia? Egli mantiene le sue promesse, quando deve gratificare, ma si rimangia il contratto, quando deve punire. Quando si adira, rinvia il processo; quando ha compassione, si affretta ad assolvere. Spaventa per correggere; riprende per migliorare; previene per perdonare. […] Il profeta (Davide) quindi riconosce la sua colpevolezza, vede la sua piaga, chiede di essere curato. Chi vuol essere sanato, non ha paura del rimprovero, solo non vuole essere rimproverato nello sdegno, bensì nella parola di Dio. La parola di Dio è salute (Qui sanari vult, argui non reformidat, sed non vult argui in furore, sed in verbo Dei. Verbum Dei sanitas est). […] “E noi, che siamo in questo corpo di morte, preghiamo che non ci abbandoni quel buono, amato da Dio, nostro medico, che il patriarca Davide pregava che non si allontanasse da lui. A lui affidiamoci, pronti ad essere curati come lui vuole! Nessuno dice al proprio medico come debba curarlo. Sa bene il medico quali cure siano adatte a ciascuna piaga, quale sia la cancrena da amputare, perché il contagio non si diffonda per tutto il corpo. Se poi il medico si è pronunciato sul tipo di cura a cui deve sottostare il paziente e questi invece la rifiuta, il medico se ne va e abbandona il malato. Osserva dunque che, chi vuol essere curato, accetta qualsiasi prescrizione del medico, e fa attenzione allo svolgimento! Per prima cosa il malato fa vedere al medico le proprie ferite e gli dice: ‘Curami! Ma, ti prego, senza foga, perché la mia debolezza non può sopportare una cura troppo energica!’. La medicina di Cristo è il rimprovero; il Signore infatti rimprovera chi vuole convertire (Medicina Christi correptio est; corripit enim Dominus quem vult convertere). Perciò anche Paolo dice al medico: Critica, scongiura, biasima. Non rifiuta la cura che chiede di essere criticato; vuole però che la punizione sia più lieve, cioè non vuole essere criticato con durezza od essere rimproverato in un eccesso d’ira. E nota la successione dei fatti! Per prima cosa chiede di essere criticato; successivamente di essere rimproverato, che è più forte! Infine, non solo confessa i propri peccati, ma anche li elenca e se ne incolpa: non vuole che le proprie colpe restino nascoste. Come le infiammazioni, che non possono essere lenite quando sono interne, ma fanno intravedere la possibilità di guarigione quando scoppiano all’esterno, così anche il male dei peccatori: finché resta nascosto, brucia; ma svapora, se vien portato allo scoperto dalla confessione. E per questo che il giusto, quando prende parola, è il primo ad accusare se stesso, prima che il contagio si diffonda all’interno. Il ricordo dei peccati infatti opprime la coscienza, se non si chiede la medicina. E se il medico indugia, è il malato che deve offrirsi all’amputazione immediata, come Davide si offriva ai colpi di frusta del Signore, dicendo: ‘Rendimi il doppio rispetto ai miei peccati; basta che mi liberi quaggiù; non abbandonarmi, non distogliere da me la tua faccia, non disprezzare né avere ribrezzo del fetore delle mie ferite! Anche il tuo povero servo Giobbe era coperto di piaghe da capo a piedi, eppure ha trovato il rimedio per la guarigione, anche se le sue ferite virtuose e queste invece peccaminose. Mandavano fetore le ferite, così che i medici non potevano curarle. Ma tu Signore, hai parlato delle mistiche realtà dei tuoi sacramenti (Locutus es, Domine, mysteria sacramentorum tuorum); hai portato alla luce il veleno del serpente e con l’unica medicina della tua parola (solius sermonis tui medicamento) sono state curate le ferite del tuo servo, poiché tu non lo hai abbandonato: Non abbandonare nemmeno me, o Signore; non allontanarti da me! Mi hanno abbandonato gli uomini, poiché fanno loro schifo le mie piaghe, che io ho ritenuto di dover dischiudere di fronte alla tua misericordia (quae pietati tuae putavi esse reseranda). Quelli dicono: ‘Va’ fuori dai piedi, perché sei un peccatore! Allontanati, che ci insozzi’. Ma tu, o Signore, mi curi e non ti insozzi, mi aiuti e non ti contamini, perché sei il Dio della salvezza, o Signore, e la tua mano è avvezza a guarire, non ad uccidere (Tu autem, Domine, curas et non pollueris, adiuvas et non contaminarsi, quia Deus salutis es, Domine, et manus tua non perdere, sed sanare consuevit)” (1).

E’ una divina pedagogia: il peccatore che guarirà non chiede che non gli sia detta la verità, blandendolo nei suoi vizi, quanto che non gli venga a mancare l’unica Parola che può sanare proprio mentre accusa: ‘Chi vuol essere sanato, non ha paura del rimprovero, solo non vuole essere rimproverato nello sdegno, bensì nella parola di Dio. La parola di Dio è salute’.
Né servirà, quindi, illudersi che proclamando ai quattro venti una banale misericordia si otterrà più facilmente la conversione e la vita santa dei fedeli. Se, a proposito della misericordia, c’è una qualificazione, nel commento di Ambrogio essa non è la facilità, ma la rapidità: riferendosi all’episodio del buon ladrone, il santo commenta: ‘Quello stava ancora pregando che si ricordasse di lui, quando fosse arrivato nel regno, e il Signore già gli concedeva il regno dei cieli! Che misericordia rapida! E’ più lenta la richiesta di chi prega che la concessione della ricompensa (Quam velox misericordia! Tardius votum precantis quam remunerantis est premium)’.

Per finire, alcuni passaggi dell’allora cardinale Ratzinger, che – come sempre – sono di una sorprendente attualità.

La Chiesa non è una comunità di coloro che “non hanno bisogno del medico”, bensì una comunità di peccatori convertiti, che vivono della grazia del perdono, trasmettendola a loro volta ad altri. Se leggiamo con attenzione il Nuovo Testamento, scopriamo che il perdono non ha in sé niente di magico; esso però non è nemmeno un far finta di dimenticare, non è “un fare come se non”, ma invece un processo di cambiamento del tutto reale, quale lo Scultore lo compie.
Il toglier via la colpa rimuove davvero qualcosa; l’avvento del perdono in noi si mostra nel sopraggiungere della penitenza. Il perdono è in tal senso un processo attivo e passivo: la potente parola creatrice di Dio su di noi opera il dolore del cambiamento e diventa così un attivo trasformarsi. Perdono e penitenza, grazia e propria personale conversione non sono in contraddizione, ma sono invece due facce dell’unico e medesimo evento. Questa fusione di attività e passività esprime la forma essenziale dell’esistenza umana. Infatti tutto il nostro creare comincia con l’essere creati, con il nostro partecipare all’attività creatrice di Dio.
Qui siamo giunti ad un punto veramente centrale: credo infatti che il nucleo della crisi spirituale del nostro tempo abbia le sue radici nell’oscurarsi della grazia del perdono.
Notiamo però dapprima l’aspetto positivo del presente: la dimensione morale comincia nuovamente a poco a poco a venir tenuta in onore. Si riconosce, anzi è divenuto evidente, che ogni progresso tecnico è discutibile e ultimamente distruttivo, se ad esso non corrisponde una crescita morale. Si riconosce che non c’è riforma dell’uomo e dell’umanità senza un rinnovamento morale. Ma l’invocazione di moralità rimane alla fine senza energia, poiché i parametri si nascondono in una fitta nebbia di discussioni. In effetti l’uomo non può sopportare la pura e semplice morale, non può vivere di essa: essa diviene per lui una “legge”, che provoca il desiderio di contraddirla e genera il peccato.
Perciò là dove il perdono, il vero perdono pieno di efficacia, non viene riconosciuto o non vi si crede, la morale deve venir tratteggiata in modo tale che le condizioni del peccare per il singolo uomo non possano mai propriamente verificarsi.
A grandi linee si può dire che l’odierna discussione morale tende a liberare gli uomini dalla colpa, facendo sì che non subentrino mai le condizioni della sua possibilità. Viene in mente la mordace frase di Pascal: “Ecce patres, qui tollunt peccata mundi!”. Ecco i padri, che tolgono i peccati del mondo. Secondo questi “moralisti”, non c’è semplicemente più alcuna colpa. Naturalmente, tuttavia, questa maniera di liberare il mondo dalla colpa è troppo a buon mercato. Dentro di loro, gli uomini così liberati sanno assai bene che tutto questo non è vero, che il peccato c’è, che essi stessi sono peccatori e che deve pur esserci una maniera effettiva di superare il peccato. Anche Gesù stesso non chiama infatti coloro che si sono già liberati da sé e che perciò – come essi ritengono – non hanno bisogno di Lui, ma chiama invece coloro che si sanno peccatori e che perciò hanno bisogno di Lui.
La morale conserva la sua serietà solamente se c’è il perdono, un perdono reale, efficace; altrimenti essa ricade nel puro e vuoto condizionale. Ma il vero perdono c’è solo se c’è il “prezzo d’acquisto”, l'”equivalente nello scambio”, se la colpa è stata espiata, se esiste l’espiazione.
La circolarità che esiste tra “morale – perdono -espiazione” non può essere spezzata; se manca un elemento cade anche tutto il resto. Dall’indivisa esistenza di questo circolo dipende se per l’uomo c’è redenzione oppure no. Nella Torah, nei cinque libri di Mosé, questi tre elementi sono indivisibilmente annodati l’uno all’altro e non è possibile perciò da questo centro compatto appartenente al Canone dell’Antico Testamento scorporare, alla maniera illuminista, una legge morale sempre valida, abbandonando tutto il resto alla storia passata. Questa modalità moralistica di attualizzazione dell’Antico Testamento finisce necessariamente in un fallimento; in questo punto preciso stava già l’errore di Pelagio, il quale ha oggi molti più seguaci di quanto non sembri a prima vista. Gesù ha invece adempiuto a tutta la Legge, non solamente ad una parte di essa e così l’ha rinnovata dalla base. Egli stesso, che ha patito espiando ogni colpa, è espiazione e perdono contemporaneamente, e perciò è anche l’unica sicura e sempre valida base della nostra morale.
Non si può disgiungere la morale dalla cristologia, poiché non la si può separare dall’espiazione e dal perdono. In Cristo tutta quanta la Legge è adempiuta, e quindi la morale è diventata una vera, adempibile esigenza rivolta nei nostri confronti. A partire dal nucleo della fede, si apre così sempre di nuovo la via del rinnovamento per il singolo, per la Chiesa nel suo insieme e per l’umanità (2).

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(1) Sant’Ambrogio, Commento al salmo XXXVII, passim: Opera Omnia di Sant’Ambrogio, 7, Commento a dodici salmi /1, Roma – Milano 1980, 254-327.

(2) J. Ratzinger, Una compagnia sempre riformanda, Conferenza a conclusione dell’XI edizione del Meeting per l’amicizia dei popoli, Rimini, 25- agosto-1 settembre 1990; si può vedere il video della conferenza qui: https://www.youtube.com/watch?v=DAfBfpOSIok