Dalla memoria viva della Liturgia, elementi che ritornano: ancora esempi.

Pensavamo di aver detto abbastanza sul tema “destra” nella liturgia, cf. i precedenti post:

https://sacramentumfuturi.wordpress.com/2014/11/19/alla-destra-o-alla-sinistra-del-re-matteo-2531-46-e-alcuni-dettagli-liturgici/ ; – https://sacramentumfuturi.wordpress.com/2014/11/21/rigore-o-misericordia-due-grandi-pastori-suggeriscono/ ; – https://sacramentumfuturi.wordpress.com/2014/11/26/per-meta-o-per-un-terzo-il-dies-irae-e-la-gratuita-della-salvezza/ ;

Eppure, la traduzione italiana dell’inno per l’Ufficio delle Letture del tempo di Avvento fino al 16 dicembre ci fa ravvedere.
Ecco di nuovo che spunta un altro riferimento: “Quando verrai come giudice, fra gli splendori del cielo, accoglici alla tua destra nell’assemblea dei beati”. La strofa originale latina recita invece: “Iudexque cum post aderis rimari facta pectoris, reddens vicem proo abditis iustisque regnum pro bonis” (1) ed una traduzione più fedele potrebbe essere questa: “Quando verrai come giudice per investigare sull’operato dell’uomo, renderai il contraccambio per le azioni nascoste e ai giusti il regno per le azioni buone”.

E’ davvero curioso notare che dove nell’originale vi era il riferimento alla “destra” matteana, esso non è stato poi reso nell’italiano, mentre dove era assente nel testo latino, il traduttore italiano ha ritenuto utile riproporre quel riferimento (cf. gli articoli citati sopra).
Pare come se la Liturgia avesse una memoria viva, capace di far riaffiorare, in modalità nuove e inaspettate, dati ed elementi che appartengono alla grande tradizione, nonostante istanze di riforma od esigenze di traduzione e di stile talvolta ne abbiano suggerito l’omissione o la rivisitazione.

Ciò è vero anche nel caso della sequenza Dies Irae, dalla quale eravamo partiti per questa serie di post sulla “destra”.

In effetti, il gruppo di periti che predispose la riforma del rito delle esequie, considerò che alcuni testi, sebbene venerabili per uso e tradizione, non avrebbero aiutato ad imprimere ai riti funebri, ora più connessi con la messa esequiale, un maggiore senso pasquale. Più che la voce del defunto di fronte al giudizio di Dio, nel nuovo rituale si è preferito far risuonare la voce della Chiesa che raccomanda il defunto alle mani di Dio, della comunità dei santi e degli angeli: è evidente questo cambio di orientamento del momento liturgico, dall’absolutio alla valedictio.
Il Segretario del Consilium, nelle sue memorie, offre una valutazione del lavoro di riforma dei funerali, enfatizzando il carattere della liturgia funebre inteso come celebrazione del mistero pasquale di Cristo nei suoi fedeli: “Ciò è stato una delle principali preoccupazioni della revisione attuata, traendo dal tesoro della tradizione eucologica i testi che meglio esprimono questa dimensione ed eliminando quelli che risentivano di una certa spiritualità negativa di sapore medioevale. Per questo sono stati tolti dei brani, conosciuti e anche amati, come il Libera me Domine, il Dies Irae e altre preghiere troppo insistenti sul giudizio, il timore, la disperazione, preferendo quelli che invitano alla speranza cristiana ed esprimono in modo più efficace la fede nella risurrezione” (2).
La considerazione negativa del Dies Irae che sembra trasparire da queste righe è però poi contraddetta dal fatto che la sequenza, con l’accorgimento della divisione in tre sezioni, sia stata riproposta come Inno per la liturgia delle Ore, in un particolare momento dell’anno liturgico che sottolinea il secondo avvento, glorioso e definitivo, del Signore Gesù e il conseguente giudizio finale. In tale contesto, il Dies Irae pare assai adatto e utile.
Sembra da rivedere, quindi, il parere che vi sia stato un giudizio sul contenuto stesso della sequenza: la riforma liturgica, piuttosto, ne ha riconsiderato l’uso, inserendola in un altro contesto.

E’ pur vero che se nella celebrazione delle esequie non si è attenti a conservare il senso pasquale, nella sua globale interezza – quindi anche come Mistero con il quale ogni vita umana, e in particolare quella del defunto, dovrà essere confrontata e giudicata – si rischia di scadere in un generico rito di commemorazione delle qualità e delle virtù del caro estinto.
Ecco perché “apologie” del Dies Irae non sono affatto fuori luogo o semplici nostalgie, proprio nel momento in cui la predicazione del Papa sulla misericordia rischia di essere banalmente travisata o volutamente ridotta ad indifferenziato e semplice buonismo. Anche nelle esequie, quindi, non dovrebbe mancare un accenno al giudizio di Dio

«La predicacion y la catequesis son pocos proclives a insistir sobre este tema, por temor a dar una impresión de “miedo de Dios” en la vita cristiana. Sin duda, “el Padre es misericordioso”, pero hay que estar atento para non formar paulatinamente una imagen de Dios mas light que misericordiosa, un Dios que simplemente da “el pase” al hombre, sin decir nada sobre su vida, porque difícilmente se concibe que exista “la ira/reprobación” de Dios. […] Las exequias non resuenan más el misterio pascual, sino que pierden su dimensión de plegaria por el difunto, para convertirse en un simple “adiós”, que es más un adiós intracomunitario, “personalizado a la carta”, que el echo eclesial de poner el difunto en manos de la misericordia de Dios. […] Esto no es una llamada a la prática medieval, pero sí quiere ser un interrogante sobre nuestra predicación, y sobre la oportunidad de reconsiderar el lenguaje y las referencias de la liturgia exequial, para que en ella aparezcan con suficiente presencia todos los elementos del misterio pascual en relación con la muerte del cristiano» (3).

Se è da considerare il rischio che le esequie cristiane talvolta possano non esprimere l’integrità della fede, si deve pure riconoscere che ciò non debba essere del tutto imputato alla nuova liturgia dei funerali, ai suoi riti e ai suoi testi: nello slittamento stigmatizzato da p. Tena paiono molto più determinanti pratiche extra-liturgiche. Ci riferiamo, ad esempio, all’uso di lasciare la parola ad amici o parenti, per testimonianze o discorsi di addio nei quali, di certo, scompare ogni riferimento al giudizio di Dio, perché il sentimentalismo o una sorta di morale orizzontale, civica e buonista hanno già del tutto giustificato il defunto. Purtroppo diventa difficile correggere questi abusi quando casi particolari ed eccezionali, sia per la persona in questione sia per la presidenza liturgica di quel funerale, vengono poi resi manifesti al grande pubblico dall’enfasi dei mezzi di comunicazione.

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(1) Cf. Inno Verbum supernum prodiens.

(2) A. Bugnini, La riforma liturgica (1948-1975) (Bibliotheca «Ephemerides Liturgicae» «Subsidia» 30), Roma 1997, 747.

(3) P. Tena, «Apología del “Dies Irae”», Phase 53 (2013) 678-679.

Paolo VI e la riforma liturgica. Dalla beatificazione una nuova luce

Con una provvidenziale tempistica, sull’ultimo numero della rivista Ecclesia Orans, è apparso un articolo assai significativo su Paolo VI e la riforma liturgica promossa dal Concilio Vaticano II: I. Scicolone, «Paolo VI, “interprete” della riforma liturgica», Ecclesia Orans 30 (2013) 335-362. Padre Scicolone, noto liturgista, è autore, su richiesta del postulatore della causa di beatificazione, di una particolare positio durante l’iter della causa. Il valore dell’articolo è dunque rilevante e, a pochi giorni dalla beatificazione, la lettura di questo testo può essere un modo interessante per riconsiderare l’importanza di Papa Montini.
Riproduciamo il decimo paragrafo dell’articolo di Scicolone, in cui si tratta della soppressione dell’Ottava di Pentecoste (pp. 356-358).

L’ottava di Pentecoste

Una parola a parte merita la questione della soppressione dell’ottava di Pentecoste. Dopo l’approvazione del nuovo calendario, con la Costituzione apostolica Mysterii paschalis del 14 febbraio 1969 (1), e nonostante la spiegazione delle motivazioni di tale soppressione, data nel Commentarius: “Octava Pentecostes, ut dictum est, supprimitur; attamen feriae currentes inter sollemnitatem Ascensionis et sollemnitatem Pentecostes peculiare momentum acquirunt formulariis enim propriis ditantur quibus in mentem revocantur promissiones Christi relate ad effusionem Spiritus Sancti “(2) il papa personalmente, nei giorni seguenti la Pentecoste del 1970, avvertiva il disagio di trovarsi, ex abrupto, nel tempo ordinario, e ne scriveva, con biglietto autografo, al P. Bugnini, chiedendogli di fare qualcosa per “ripensarvi, e trovare il modo di ristabilire un culto liturgico che contiene in se’ la profonda radice di tutte le altre sue manifestazioni nella Chiesa di Dio, animata dallo Spirito Santo» (3)

Proprio il 1970 fu l’anno in cui entrò in vigore il nuovo calendario universale, ma non era ancora stato pubblicato il nuovo messale. Per cui, i formulari dell’antica ottava erano tolti, ma non erano in uso i formulari nuovi per le ferie che vanno dall’Ascensione alla Pentecoste. Da qui il disagio avvertito da tanti e dallo stesso pontefice. Alla lettera del papa rispose il P. Bugnini, allegando un “Promemoria sulla soppressione dell’ottava di Pentecoste”, di 11 pagine, in cui puntigliosamente espone le ragioni storiche e teologiche, favorevoli non alla soppressione della ottava, ma al ripristino della “Cinquantina” pasquale, che ovviamente si chiude il cinquantesimo giorno.

Qui, oltre le testimonianze di storici della liturgia, quali Schuster, Chavasse, Righetti e Cabié, ricordate dal Bugnini, che affermano giustamente che, all’origine e fino a Leone Magno, la Pentecoste chiudeva la cinquantina e non aveva un’ottava, basti ricordare i testi dei più antichi sacramentari.

Il SacramentarioVeronese (o Leoniano) non presenta l’ottava. Nella settimana successiva alla Pentecoste si celebrava il digiuno del quarto mese (ossia le Quattuor tempora). Ora era impensabile un digiuno nel tempo pasquale. Anzi il prefazio n. 229 dice espressamente:
post illos enim laetitiae dies, quos in honorem a mortuis resurgentis et in coelos ascendentis exegimus, postque perceptum sancti spiritus donum necessariae nobis haec ieiunia sancta provisa sunt, ut pura conversazione viventi bus quae divinitus ecclesiae sunt collata permaneant (4).

L’ottava fu aggiunta in seguito, a somiglianza della Pasqua, dato che nella veglia di Pentecoste si celebravano i battesimi, per coloro che non avevano potuto celebrarlo a Pasqua. In seguito essa rimase, facendo considerare la Pentecoste come la celebrazione dell’evento della discesa dello Spirito Santo, staccato però dalla Pasqua.

Il Bugnini ricorda ancora che già la Commissione piana, nel 1950 aveva proposto l’abolizione dell’ottava di Pentecoste. Nel Consilium la questione è stata ampiamente discussa e votata a grande maggioranza, senza problemi. La Congregazione della dottrina della fede, pur facendo alla riforma del calendario molte osservazioni, non ha trovato nulla da dire contro la soppressione dell’ottava di Pentecoste, anzi l’ha incoraggiata:

«Questa sacra Congregazione non vede motivi di principio contro l’abolizione di tale Ottava, perché in tal modo risulterebbe più efficace il simbolismo antichissimo del 50° giorno. Inoltre l’Ottava nella sua attuale struttura, benché di antica istituzione (attorno al sec. VI per Roma), è meno organica per la sovrapposizione delle Tempora d’estate. Pastoralmente poi è certo più sentita la Novena di Pentecoste che non l’Ottava come continuata celebrazione della Pentecoste. I testi chiaramente allusivi al battesimo, poi, oggi sono più anacronistici, mentre potrebbero trovare la loro sede nel tempo che precede la Pentecoste. Questa sacra Congregazione, tuttavia condiziona l’abolizione dell’Ottava di Pentecoste al fatto che siano conservate le Messe dell’Ottava, anticipandole nella Novena di preparazione (che una volta era l’ottava dell’Ascensione)» (5).

Oggi, a distanza di 40 anni, con il nuovo messale già alla terza edizione, non credo che tale soppressione faccia problema. Nelle nazioni dove sono giorni festivi il lunedì e il martedì dopo Pentecoste, è stato provveduto, come allora si era previsto nello stesso Consilium. Il caso dell’abolizione dell’ottava di Pentecoste dimostra che Paolo VI non ha subito le pressioni del Consilium o del P. Bugnini, ma — da persona intelligente e saggia qual era — ha compreso le ragioni teologico—storiche e le ha accolte. Basti pensare al fatto che ha più senso invocare lo Spirito Santo (Veni, Creator Spiritus…) al Vespro dei giorni che precedono, anziché nei giorni che seguono la venuta dello Spirito Santo.

Segnaliamo il giudizio assai duro espresso da L. Bouyer nelle sue memorie, sulle quali già abbiamo detto qualcosa: «Je préfère ne rien dire ou si peu que rien du nouveau calendrier, oeuvre d’un trio de maniaques, supprimant sans aucun motif sérieux la Septuagésime e l’octave de Pentecote, et balançant les trois quarts des saints n’importe où, en fonction d’idées à eux» (6).

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(1) PAOLO VI, «Litterae apostolicae motu proprio datae Mysterii paschalis (14 februarii 1969)», AAS 61(1969) 222-226.
(2) Calendarium romanum ex decreto sacrosancti oecumenici concilii Vaticani II instauratum auctoritate Pp. Pauli VI promulgatum, Città del Vaticano 1969, 57.
(3) Mi piace riportarne il testo integrale: «(confidenziale) Al caro e veneratissimo Padre Annibale Bugnini, Segretario della Sacra Congregazione per il Culto Divino, non sappiamo nascondere, durante questa settimana, che succede alla Pentecoste, il nostro senso di afflizione spirituale, per la mortificazione inflitta dalla riforma liturgica al culto dello Spirito Santo, quando la festa, dedicata al fatto strepitoso e al mistero della missione del medesimo Spirito Divino nella Chiesa nascente e tuttora vivente per sua soprannaturale virtù, sembra per intrinseca ragione richiedere d’esser protratta nella meditazione e nella celebrazione, come appunto era splendidamente (e non mai abbastanza), prima della presente abolizione dell’Ottava. Non definisce S. Giovanni Crisostomo la Pentecoste “metropolim festorum”? (PG 50, 463, hom. II). Non ha il recente Concilio dato grande e nuovo risalto alla teologia dello Spirito Santo? Perché il rinnovamento liturgico dovrebbe talmente impoverire il culto dovuto al Paraclito? Noi sappiamo che molti ottimi Ecclesiastici e Fedeli sono meravigliati e addolorati per simile costrizione. Non sarà forse opportuno ripensarci, e trovare il modo di ristabilire un culto liturgico, che contiene in se la profonda radice di tutte le altre sue manifestazioni nella Chiesa di Dio, animata dallo Spirito Santo? Ecco una delle questioni successive alla riforma liturgica, degna di memoria. Alla sua intanto la affidiamo, e invocando per Lei e per i suoi Collaboratori il lume dello Spirito, di cuore La benediciamo. Paulus Pp. VI. 21 maggio 1970», (copia della lettera è in possesso della postulazione della causa di beatificazione).
(4) Sacramentarium Veronense (Cod. Bibl. Capit. Veron. LXXXV[80]), ed. L. Einzenhofer – P. Siffrin – L.C. Mohlberg (Rerum ecclesiasticarum documenta, Series maior – Fontes I), Roma 1994, 29.
(5) Prot. D.F. 2134/ 67 del 27 maggio 1968. (Copia della lettera è in possesso della postulazione della causa di beatificazione).
(6) L. Bouyer, Mémoires, Paris 2014, 199-200.

Memorie su memorie, per superare pregiudizi.

 SAMSUNG

In attesa di un esame più approfondito, necessario e interessante per le questioni coinvolte, ci permettiamo di evidenziare una piccola svista nelle memorie autobiografiche di L. Bouyer. Effettivamente, come ci suggerisce nella quarta di copertina il card. Lustiger, si tratta di un personaggio davvero anticonformista: i giudizi e le valutazioni che il Bouyer lascia nel suo scritto sono inconsueti. Forse nella foga del suo scrivere si è lasciato un poco prendere la mano: su Bugnini abbiamo sentito e letto di tutto, ma che fosse “napoletano”, non lo si era mai insinuato. Forse, almeno su questo, conviene dare credito al Bugnini; sentiamolo:

«Sono nato a Civitella del Lago, Provincia di Terni e allora di Perugia, unica provincia dell’Umbria, diocesi di Todi. Venni al mondo il venerdì 14 giugno 1912, alle 10 del mattino. Alla ‘festa’, come nei nostri paesi si soleva chiamare la domenica, fui battezzato in parrocchia con i nomi di Annibale, Nazareno, Erminio, dal parroco don Perseo Morelli. Fecero da Padrini Pietro Giontella di Montecchio e Clelia Bacci. Ero quinto di sette figli. Tre ci consacrammo al Signore: Fidenzio, converso dei Servi di Maria (Fra Filippo); Celestina tra le Figlie della Carità (Sr. Agnese) e chi scrive tra i Missionari Vincenziani. Gli altri, tranne una, si accasarono onestamente. […] Mio padre, Giobbe, era d’animo semplice e pio. Era attaccato alla terra e al lavoro. Dalle prime ore del mattino alla sera passava la vita nei campi con la zappa o all’aratro. La domenica, vestito a festa, saliva invariabilmente al paese per la Messa. ‘Saliva’ perché eravamo mezzadri i poderi della famiglia Gradoli che sono nella zona sottostante al paese nel versante di Orvieto. […] Mia madre, Maria Agnese Ranieri, era una buona donna del popolo…» (1).

Come si vede, non si evincono influssi napoletani: forse Bouyer si riferiva ad ascendenti? O forse, semplicemente, quell’annotazione ‘napolitain’, non è intesa in senso geografico stretto, ma significa qualcosa di più? Oppure è un semplice errore?

«Je ne voudrais pas être trop dur pour les travaux de cette commission. Il s’y trouvait un certain nombre de savants authentiques et plus d’un pasteur averti et judicieux. Dans d’autre conditions, ils auraient pu accomplir un excellent travail. Malheuresement, d’une part, une fatale erreur de jugement plaça la direction théorique de ce comité entre les mains d’un homme généreux et courageux, mais peu instruit, le cardinal Lercaro. Il fut complètement incapable de résister aux manœuvres du scélérat doucereux qui ne tarda pas à se révéler en la personne du lazariste napolitain, aussi dépourvu de culture que de simple honnêteté, qu’était Bugnini» (2)

Per ora, ci si ferma qua. Le altre questioni non possiamo risolverle in pochi giorni e in poche righe (3).

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(1) «Liturgiae cultor et amator, servì la Chiesa». Memorie autobiografiche, G. Pasqualetti (ed.), Roma 2012, 25-26.
(2) L. Bouyer, Mémoires, Paris 2014, 197-198.

(3) Cf. https://sacramentumfuturi.wordpress.com/2014/09/21/l-bouyer-memorie-tutte-da-leggere-e-da-gustare-ma-con-attenzione/SAMSUNG

L. Bouyer. Memorie tutte da leggere e da gustare. Ma con attenzione.

Senza dubbio, sarà molto interessante e utile leggere e studiare le Memorie di p. Louis Bouyer, recentemente pubblicate in Francia (Cf. http://www.editionsducerf.fr/html/fiche/fichelivre.asp?n_liv_cerf=10038). Un lettore del blog ci ha già segnalato l’eco di alcuni passaggi di tale pubblicazione, sottolineati dal giornalista S. Magister sul suo sito web (https://sacramentumfuturi.wordpress.com/2014/09/12/il-nuovo-rito-della-penitenza-paolo-vi-critico-dalla-carte-del-card-antonelli-unannotazione-da-approfondire/#comments)
Che dire a proposito? Innanzitutto ogni occasione di studio e approfondimento è sempre propizia e stimolante. E se nuova luce può essere apportata è davvero cosa utile e positiva. Occorre anche, del resto, non dimenticare che si tratta di memorie personali, che vanno lette criticamente, incrociandole con altri studi e, soprattutto, con la documentazione relativa.
L. Bouyer è sicuramente un’autorità: per questo fu cooptato nel lavoro di riforma del Consilium. Ma è pur sempre soggetto, come ciascuno di noi, a tentazioni di polemiche, valutazioni personali e, talora, di risentimenti.
Siamo grati alle Edizioni Du Cerf per averci dato la possibilità di accedere ai testi inediti delle memorie del grande Bouyer, e siamo sicuri che la lettura sarà interessante e arricchente. Non siamo esentati, tuttavia, dall’attenzione necessaria per non cadere in partigianerie non del tutto oggettive.

Non è in discussione la buona fede o la retta intenzione, ma per avvicinarci quanto più possibile alla verità e alla scientificità oggettiva, si deve pur considerare la parziale limitatezza di ogni ricostruzione, specie quando in essa sono coinvolte le storie personali.

Un esempio. Fortunatamente il saggio principale sulla riforma liturgica, lo studio di Bugnini (1), non è rimasto unico ed isolato. Oltre a tanti studi più settoriali con cui può essere integrato e confrontato, esso può essere completato anche da un’opera altrettanto ampia e generale, come la ricerca di N. Giampietro sull’operato dell’Antonelli (2). Da alcuni quest’ultimo saggio è stato salutato come il necessario e provvidenziale contraltare ad una visione troppo positiva e idilliaca della riforma liturgica, interessatamente e assai personalmente – dicono – proposta dal Bugnini. Non manca chi, del resto, fa notare che pure la lettura dello studio sulle carte dell’Antonelli non possa prescindere da considerazioni legate alle vicende delle persone coinvolte. A proposito di quest’ultimo studio, Gy commenta:

Everybody knew how disappointed Antonelli was that John XXIII had not made him, as head of the previous Commission (3), responsible for the Council’s work on the liturgical reform. […] I’m afraid that the recent dissertation written on the private papers of Cardinal Antonelli does not pay sufficient attention to this disappointment. But future historians should be aware of it when judging the liturgical reform of Vatican II.

P. M. GY, The Reception of Vatican II Liturgical Reforms in the Life of the Church, Milwaukee (WI) 2003, 14-15.

[Tutti sapevano come era deluso Antonelli, per il fatto che Giovanni XXIII non avesse costituito lui, in quanto capo della precedente Commissione, come responsabile dei lavori conciliari sulla riforma liturgica… Mi rincresce che la recente dissertazione scritta sulle carte private del Cardinale Antonelli non abbia prestato sufficiente attenzione a questa delusione. Ma i futuri storici dovrebbero di ciò essere coscienti, nel valutare la riforma liturgica del Vaticano II.]

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(1) A. BUGNINI, La riforma liturgica (1948-1975), (Bibliotheca «Ephemerides Liturgicae» «Subsidia» 30), Roma 1997.
(2) N. GIAMPIETRO, Il Card. Ferdinando Antonelli e gli sviluppi della riforma liturgica dal 1948 al 1970, (Studia Anselmiana 121 – Analecta Liturgica 21), Roma 1998.
(3) Gy si riferisce qui alla cosiddetta Commissione Piana, un gruppo di esperti interno alla sezione storica della Congregazione dei Riti, costituita da Pio XII il 28 maggio 1948 al fine di preparare un prospetto generale di riforma liturgica. Le adunanze e i lavori di tale Commissione erano guidati e coordinati dall’Antonelli. La Commissione Piana cedette il campo alla Commissione liturgica preparatoria, istituita nel 1960.

Paolo VI, novello Amleto? In margine ad una ri-lettura della riforma liturgica.

Abbiamo appena iniziato una nuova “sezione” di questo minuscolo blog e subito ne verifichiamo l’importanza e la necessità.
Ci è capitato fra le mani uno studio di P. Fernández Rodríguez, La sagrada liturgia en la escuela de Benedicto XVI, Città del Vaticano 2014.
Dobbiamo per la verità innanzitutto confessare che non abbiamo studiato in profondità quanto l’autore scrive, né possiamo essere sicuri che l’impressione ricavata dalla lettura veloce di alcune pagine non debba essere poi smentita dalla lettura di tutto il volume, comunque degno di attenzione, anche per la prefazione del Cardinale Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, Antonio Cañizares Llovera. Tuttavia rimaniamo un po’ perplessi di fronte ad alcune affermazioni, che paiono veicolare alcune “vulgate” che dovrebbero invece essere una volta per tutte demitizzate.
Da quanto si può capire dalla lettura di alcune pagine (1), sembrerebbe che l’opera della riforma liturgica sia stata ideata, improntata e attuata dal solo Bugnini, che – ricordiamo – era il Segretario di una commissione che aveva un Cardinale Presidente, neanche di poco peso, e oltre 50 membri, di cui alcuni Cardinali, altri Vescovi, oltre che numerosi periti ed esperti. Di queste varie istanze non si parla. Si lascia immaginare, invece, una “fretta” e una precipitosità nell’attuazione della riforma (2) . Un lettore non addentro alle questioni potrebbe essere indotto ad una errata comprensione.
Fa specie, inoltre, un apprezzamento un poco irrispettoso nei confronti di Papa Paolo VI: “fue evidente el temperamento hamletiano de Pablo VI […] Pablo VI era llamativamente un hombre caracterizado por lo laico y por la sensibilidad del hombre moderno, come reconoció su biógrafo Jean Guitton, que a veces encontró dificultad para ir en contra de la corriente” (p. 64).

Lo ripetiamo ancora: non siamo in grado di formulare un giudizio critico onesto e serio sul contenuto dell’intero libro di Fernández Rodríguez, ma ci chiediamo se giovi davvero insinuare debolezze e incongruenze nell’operato di Paolo VI; è fruttuoso insinuare una discontinuità fra Paolo VI e Benedetto XVI (cf. il titolo: la liturgia alla scuola di Benedetto XVI)?
Per correggere, o comunque migliorare, le acquisizioni e la ricezione della riforma liturgica conviene una simile operazione? Nessuno che sia seriamente addentro alle problematiche liturgiche post-conciliari pensa che non siano da rivedere o da ritoccare alcune concrete modalità celebrative, o che i rinnovati libri liturgici siano perfetti o assolutamente indiscutibili. Siamo del parere che questo debba essere fatto a partire di un serio e scientifico lavoro di investigazione sui documenti, sui testi e sui testimoni, senza cedere a pre-giudizi o, addirittura, a giudizi, questi sì, affrettati.

Ci sovviene di pensare che, paradossalmente, fu un bene per Bugnini – e per la Sacrosanctum Concilium – la mancata conferma (3) come Segretario della Commissione Conciliare De Liturgia: se al religioso vincenziano, già Segretario della Commissione Preparatoria e poi del Consilium, viene attribuita l’intera responsabilità della riforma – e presso molti con connotazioni negative e ingenerose -, immaginiamo cosa sarebbe potuto accadere se ci fosse stata una continuità di direzione in tutte le fasi della Costituzione liturgica (preparazione, discussione, attuazione)!

Terminiamo questa piccola considerazione con un riferimento ad un momento particolare del ministero petrino di G.B. Montini: anche se si tratta di un ambito assai diverso dalla questione della riforma liturgica, ci pare interessante attingere ad una riflessione di A. Sicari intorno alla questione dell’Enciclica di Paolo VI Humanae Vitae: in quell’occasione il Papa fu tutt’altro che hamletico e incapace di andare contro corrente! Senza entrare qui nei contenuti dell’enciclica, riportiamo alcune illuminanti frasi di commento generale della vicenda:

La reazione di quasi tutta l’opinione pubblica – compresi parte del clero e alcuni esponenti dell’episcopato – si sollevò contro la decisione del pontefice. Molti altri tentarono almeno di ridurne la portata e di sminuirne l’obbligatorietà. In complesso possiamo dire che il magistero pontificio toccò nell’epoca moderna il punto più basso della sua credibilità mondana e lo stesso Paolo VI venne aggredito da una indegna campagna diffamatoria. Era proprio l’anno 1968, già attraversato a livello mondiale da turbini di ribellione. In complesso quella dell’Humanae vitae fu una delle pagine più tristi della storia della Chiesa – per le disobbedienze di alcuni cristiani – anche se oggi appare sempre più, agli occhi di molti, come una delle pagine più gloriose e profetiche. Prima di dare le motivazioni di quest’ultimo giudizio vale la pena riportare le accorate riflessioni con cui lo stesso Paolo VI spiegò a tutta la Chiesa i motivi della sua inattesa decisione. Lo fece con passione durante una udienza pubblica, nonostante egli fosse noto per il suo carattere schivo, non facile alle confidenze. Dopo due giorni dalla pubblicazione dell’Enciclica confidò: “Vi diremo semplicemente qualche parola, non sul documento in questione, quanto su alcuni nostri sentimenti, che hanno riempito il nostro animo nel periodo non breve della sua preparazione. Il primo sentimento è stato quello di una gravissima responsabilità. Esso ci ha introdotto e sostenuto nel vivo della questione, durante quattro anni dovuti allo studio e all’elaborazione di questa enciclica. Vi diremo che tale sentimento ci ha fatto non poco soffrire spiritualmente. Mai abbiamo sentito come in questa congiuntura il peso del nostro ufficio. Abbiamo anche molto pregato. Quante volte abbiamo avuto quasi l’impressione di essere soverchiati da questo cumulo di documentazione e quante volte, umanamente parlando, abbiamo avvertito l’inadeguatezza della nostra povera persona al formidabile obbligo apostolico di doversi pronunciare al riguardo. Quante volte abbiamo trepidato
davanti al dilemma di una facile condiscendenza alle opinioni correnti, ovvero di una sentenza mal sopportata dall’odierna società, che fosse troppo grave per la vita coniugale. Ci siamo valsi di molte consultazioni particolari, di persone di alto livello scientifico, morale e pastorale e, invocando il dono dello Spirito, abbiamo messo la nostra coscienza nella piena e libera disponibilità alla voce della verità, cercando di interpretare la norma divina”.
Ricordare questa accorata “confessione” di un papa ha per noi cristiani un notevole valore pedagogico: ci costringe a metterci con serietà e sobrietà, con volontà di comprendere e di amare, di fronte alla verità che ci viene proposta, anche se difficile.
Di tutta la polemica che allora si scatenò – e fu davvero dura e amara – ci sembra meriti di essere ancora ricordato (anche perché meno noto). Mentre alcuni noti teologi cattolici inorridivano davanti alla decisione del papa e si scusavano soprattutto nei riguardi dei loro colleghi non cattolici, il più prestigioso e grande dei teologi protestanti allora vivente, K. Barth – per tanti versi lontano dalle posizioni cattoliche – scrisse a Paolo VI, esprimendo il suo giudizio favorevole sulla decisione del pontefice, aggiungendo: “Vi assicuro il più grande rispetto per ciò che potrebbe essere chiamato l’eroico isolamento in cui, Santità, ora vi trovate”. E fu talmente vero che il Papa s’era messo solo di fronte a Dio, nella sua decisione, che Paolo VI non volle rendere pubblica la lettera che pure sarebbe stata per lui una soddisfazione non indifferente, davanti a un certo mondo di teologi scandalizzati e sprezzanti. Insistiamo su questi particolari storici – anche se questo non é uno studio, ma solo un breve testo di aiuto agli sposi – perché pensiamo non sia possibile oggi a dei fedeli cristiani accogliere con gioia l’insegnamento della loro Chiesa se prima non si liberano di quel disprezzo verso la dottrina cattolica al riguardo, che hanno accumulato – coscientemente o no – in forza di mille “sentito dire”, e di luoghi comuni ancora ripetuti fino alla noia, nei mezzi di comunicazione di massa.

A. SICARI, Breve catechesi sul Matrimonio, Milano 1990, 64-65.


(1) Cf. P. Fernández Rodríguez, La sagrada liturgia en la escuela de Benedicto XVI, Città del Vaticano 2014, 45-68.

(2) Nei nostri piccoli e modesti contributi, fra l’altro, abbiamo mostrato un piccolo esempio di come una questione se vogliamo piuttosto marginale come il problema dei salmi imprecatori e storici sia stata più e più volte discusso, nelle varie istanze e livelli del Consilium, senza che vi sia stata alcuna accelerazione forzata o indebita. Cf., fra altri, il post https://sacramentumfuturi.wordpress.com/2013/12/14/ii-settimana-di-avvento-sabato-ufficio-delle-letture-un-approdo-non-scontato-per-un-salmo/

(3) Nel precedente post ci eravamo posti la domanda se fosse stata una buona scelta, per il migliore svolgimento dei lavori conciliari, l’aver cambiato la Segreteria della Commissione: cf. https://sacramentumfuturi.wordpress.com/2014/03/24/commissio-conciliaris-de-liturgia-le-adunanze-con-un-convitato-di-pietra/

Commissio Conciliaris De Liturgia: le adunanze con un “convitato di pietra”

Nell’accingersi ad approfondire l’opera di riforma liturgica del Vaticano II sono imprescindibili alcuni strumenti, fra i quali spiccano due studi[1], che, rifacendosi in grande parte alla documentazione ad essa relativa, offrono al contempo un’ampia visione generale e preziosi dettagli. Per alcuni aspetti, questi due contributi potrebbero essere complementari: temporalmente coprono periodi diversi e offrono una prospettiva talvolta personale. Per questo, la ricerca diretta sulle carte non cessa mai di arrecare sorprese e particolari interessanti e significativi.

Quello che vogliamo presentare qui può essere un dettaglio forse marginale, ma comunque fornisce una tessera in più nella ricerca, e permette di valutare meglio il valore di alcune ricostruzioni: l’oggettività e la completezza, per quanto possibile, sono quanto mai necessarie oggi, a causa di alcune voci polemiche e di dubbi che continuano ad essere divulgati, senza essere appoggiati su di una pur minima documentazione.

E’ cosa risaputa che la mancata conferma del Segretario della Commissione Preparatoria De Liturgia come Segretario anche della Commissione Conciliare De Liturgia suscitò grande sorpresa. Negli studi citati si possono notare anche gli aspetti più personali della vicenda, che coinvolse A. Bugnini, il Segretario dell’Antipreparatoria, e F. Antonelli, il nuovo Segretario nella fase conciliare. Maggiori dettagli sulla vicenda si possono trovare nelle Memorie autobiografiche di mons. Bugnini, pubblicate recentemente da p. Pasqualetti[2].

Senza fermarci adesso in questo ambito più personale, vorremmo proporre un altro tipo di riflessione: fu saggia la decisione di sostituire – non così avvenne per le altre Commissioni – il Segretario della Preparatoria? Non si rischiava di alterare un metodo e un gruppo di lavoro che aveva dato buoni frutti, visto il generale e apprezzamento dello schema preparatorio?

In effetti, nelle prime Adunanze della Commissione Conciliare fu necessario discutere di questioni di procedura e di natura giuridica, e i lavori concreti di revisione dello schema, secondo quanto i Padri conciliari nel frattempo osservavano, procedevano con molta lentezza. Alla settima Adunanza una lettera, firmata da alcuni Padri della Commissione, propose un metodo più celere per far procedere il lavoro, e mons. Malula, arcivescovo di Kinshasa, chiese la parola, rivolgendosi al Presidente per “esprimere tutta la sua insoddisfazione per il modo di procedere, lento e inconcludente, della Commissione. Lo supplica di cambiar metodo, evitando così altra perdita di tempo”[3]!

Nell’Adunanza precedente un altro Vescovo aveva manifestato la sua perplessità per la complicazione sopraggiunta. L’aver privato lo schema della declarationes esplicative del voto rendeva spesso incomprensibili e troppo generici gli articoli del testo. Per questo si chiedeva che ai Vescovi fosse fornito il testo delle declarationes. E, per i lavori della Commissione, fu proposto di avvalersi dell’esperienza e del parere di Bugnini, che di fatto era presente come perito alle riunioni della Commissione, nonostante dovette subire, contestualmente alla cessazione dell’incarico come Segretario, anche l’umiliazione della sospensione della sua cattedra all’Università Lateranense (fu fatto un tentativo di estromissione anche dalla cattedra all’Urbaniana, ma il card. Agagianian si oppose al provvedimento). Al Vescovo di Biella, mons. Carlo Rossi, in nome di un buon senso pratico, nella sua semplicità parve del tutto ovvio chiedere che fosse coinvolto maggiormente il Segretario della Commissione Preparatoria. Il Cardinale Presidente della Commissione Conciliare rispose in modo piuttosto generico, forse imbarazzato.

Curiosamente questo dettaglio non viene riferito nella ricostruzione dei verbali delle Adunanze offerta da Giampietro nello studio citato. Che l’Antonelli non l’abbia annotato?

Nell’Archivio Segreto Vaticano, nella busta 1385 del fondo del Vaticano II, relativa ai lavori della Commissione Conciliare De Liturgia, sono raccolti in un fascicolo i Verbali delle Adunanze: dai fogli dattiloscritti della Prima Sessione abbiamo attinto quanto segue:

 «6° Adunanza (7 novembre 1962)[…]

[f. 12]

2. – Subito dopo la preghiera, S.E. Mons. Rossi chiede la parola, che gli viene concessa. Egli ricorda brevemente il lavoro accurato svolto dalla Commissione Preparatoria, e lamenta che nell’Aula Conciliare siano state rivolte certe osservazioni allo Schema. Queste obiezioni – rileva – non ci sarebbero state, se si fossero conservate nel testo dello Schema distribuito ai Padri le “Declarationes” che la Commissione Preparatoria aveva aggiunto ad alcuni articoli, allo scopo di renderne più chiaro il significato e le conseguenze. Propone inoltre che prima di ogni deliberazione sia ascoltato P. Bugnini, che fu Segretario della Commissione Preparatoria, circa il significato esatto delle questioni prospettate dallo Schema.

Il Presidente risponde dicendo di non dare eccessivo peso alle osservazioni fatte dai Padri, i quali, nell’Aula Con-[f. 13]ciliare, godono della massima libertà. A suo tempo poi sarà ascoltato anche P. Bugnini. [….]

Quanto alle “Declarationes”, sebbene alcuni Padri, in Aula, abbiano chiesto la loro ristampa e distribuzione a tutti i Padri, il Presidente, Card. Larraona, fa osservare che esse non fanno parte dello Schema approvato dal Papa: tutt’al più possono avere valore di delucidazione, ma non valorre giuridico. Tuttavia egli non si oppone a che vengano ristampate e distribuite ai Padri perché facilitino la comprensione dello Schema. […]

[f. 14]

[…] 6. – L’adunanza si chiude alle ore 19, dopo un nuovo intervento di S.E. Mons. Jenny perché siano ristampate e distribuite le “declarationes” aggiunte allo Schema dalla Commissione Preparatoria»

ASV, Conc. Vat. II, busta 1385, Commissio Conciliaris De Sacra Liturgia, Acta Sessionum.

(Le sottolineature sono nostre)


[1] A. Bugnini, La riforma Liturgica (1948-1975), Roma 19972; N. Giampietro, Il Card. Ferdinando Antonelli e gli sviluppi della riforma liturgica dal 1948 al 1970, Roma 1998.

 [2] A. Bugnini, “Liturgiae cultor et amator, servì la Chiesa. Memorie autobiografiche, ed. G. Pasqualetti, Roma 2012.

[3] Giampietro, Il card. Ferdinando Antonelli, 113.