La II domenica di Avvento: tracce per una lettura “sapiente” dei formulari liturgici.

In generale, si può dire che i tempi liturgici «forti» siano quelli in cui si riscontra una maggiore stratificazione di antiche tradizioni e una più articolata convergenza e complessità di fonti. Nel caso della II domenica di Avvento di quest’anno (ciclo A del lezionario), questo principio è ben evidente: a comporre l’eucologia e il lezionario che la liturgia ci propone oggi concorrono elementi di varie provenienze, da uno dei più antichi lezionari alle indicazioni conciliari, da tradizioni eucologiche secolari a nuove ricollocazioni. Vediamo.

L’antifona di ingresso (1) è ripresa tale e quale dal Messale precedente, con una piccola differenza nella notazione della citazione: con più correttezza, il Messale di Paolo VI segnala che il testo è ripreso dal capitolo 30 del profeta Isaia, sì, ma con una certa libertà, segnalata appunto con un «Cf.».

La preghiera Colletta è un «nuovo» testo, che sostituisce la preghiera precedente «Excita, Domine, corda nostra ad praeparandas…», ora spostata al giovedì della II settimana. Il nuovo formulario non è nuovo in senso assoluto, perché è ripescato dal Sacramentario Gelasiano (2), con alcuni riaggiustamenti stilistici. La preghiera sulle Offerte è pressoché la stessa di quella del Messale precedente, con una piccola aggiunta che specifica meglio i «tuis praesidiis», che diventano «tuae indulgentiae praesidiis», aiuto, soccorso della tua misericordia, rispetto al più semplice tuo aiuto. Un intervento più incisivo viene fatto sulla preghiera dopo la Comunione, che nella prima parte è derivata tale e quale dal Messale precedente, per poi assumere diverse sfumature (3).

Repleti […] doceas nos terrena despicere et amare caelestia (M1962)

Repleti […] doceas nos terrena sapienter perpendere, et caelestis inhaerere.

Non vorrei soffermarmi ora sulla scelta operata dagli esperti che curarono la revisione della parte eucologica del Messale – c’è chi lo ha fatto in modo eccellente e documentato (cf., ad es., qui) -, quanto notare che come conseguenza, di cui forse non si accorsero, risultano insolitamente due occorrenze della stessa radice tematica: nella colletta il sostantivo (eruditio sapientiae) e nella postcommunio l’avverbio (sapienter). Sia sufficiente per il momento mantenere in mente questo dato, mentre passiamo velocemente a dare uno sguardo alle letture.

Il Vangelo è di Matteo e ha come oggetto la figura di Giovanni il Battista. Ma non più i versetti 2-10 del capitolo 11, come il M1962 riportava (la domanda di Giovanni Battista e testimonianza che a lui rende Gesù) bensì i versetti 1-12 del capitolo 3 (la predicazione di Giovanni Battista) (4). La prima lettura, ovviamente, è tratta dal profeta Isaia, i versetti 1-10 del capitolo 11. Una sezione più ridotta di questo brano era prevista, nel M1962, per il venerdì delle Tempora di Avvento. Come seconda lettura, il Lezionario prevede Rm 15,4-9Questo brano, presente anche nel M1962 proprio in questa II domenica di Avvento, è già segnalato, in una lezione più lunga, comprendente i versetti 4-13 ,  fra le pericopi raccolte nella sezione titolata De Adventu domini dell’antico Capitolare di Würzburg. Come si vede, una continuità in questo caso davvero persistente. Sarebbe interessante delineare le motivazioni di questa scelta, mostrando la rilettura liturgica di questa pericope paolina che diventa un testo di Avvento. Per ora possiamo solo constatare come non aver mantenuto la lezione lunga abbia eliminato la citazione di Isaia 11,10, al versetto 15,12 della Lettera ai Romani, che avrebbe creato un certo legame fra la prima e la seconda lettura. Ma occorre fare i conti con i testi uti iacent, ed osservando il testo latino della versione ci accorgiamo della quarta occorrenza (5)  della famiglia semantica di sapientia: quello che nella versione italiana è reso con «il Dio della perseveranza e della consolazione vi conceda di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti, sull’esempio di Cristo Gesù», nel testo latino è «Deus…det vobis idipsum sapere in alterutrum secundum Christum Iesum» (Rm 15,5). Sapere secundum Christum, ecco una specificazione della sapienza evocata dalle due preghiere. Diventa facile così, già da questa II domenica, allargare lo sguardo fino alla prima delle ferie maggiori dell’Avvento: il 17 dicembre, il testo della prima delle Antifone «O»recita:

 O Sapienza,
che esci dalla bocca dell’Altissimo,
ed arrivi ai confini della terra con forza,
e tutto disponi con dolcezza:
vieni ad insegnarci la via della prudenza.

La sapienza nel «valutare i beni della terra» non è quindi un saper fare pratico ed organizzativo, quanto un netto criterio cristologico. La realtà mondana e la vita dello spirito non sono realtà contrapposte: la «sapienza che viene dal cielo» «arriva ai confini della terra»! E’ semmai la nostra tortuosità e la nostra doppiezza a voler distorcere le realtà create, nel seguire la nostra volontà, chiusi e autodeterminati nell’inseguire progetti e idee vane e vacue come la pula. Per questo il Battista ci chiama a conversione, nel contesto ampio della liturgia domenicale, i cui testi – dobbiamo riconoscerlo – sono composti in modo davvero sapiente: una sapienza che non può essere solo il risultato del lavoro di esperti, ma che nello stratificarsi di varie tradizioni e intuizioni, testimonia la presenza, nella liturgia, della Sapienza personificata: il Signore Gesù vivo e operante.


(1) Cf. qui un post precedente.

(2) GeV 1153: Festinantes, Omnipotens Deus, in occorsum Filii tui Domini nostri nulla inpediant opera actus terrini,  sed caelestis sapienciae erudicio faciat nos eius esse consortes. Interessante questo attacco insolito della preghiera, con un participio plurale: da notare che, nella stessa sezione da cui è tratto questo formulario, poco più sopra un altro testo inizia con lo stesso verbo, questa volta avente Dio come soggetto: Festina, ne tardaveris, Domine Deus….Si può immaginare così un intreccio di «frette», quella di Dio nel voler visitare il suo popolo, e quella del popolo cristiano nell’andare incontro al Signore che viene. Nella moderna versione italiana, questo senso rimane troppo vago, e sembra che il tema dominante, anche se in negativo, sia «l’impegno nel mondo».

(3) Non possiamo essere d’accordo con P. Regan: nel suo pur meritevole studio comparativo, a proposito  dice: «Nella seconda e terza domenica, la preghiera sulle offerte e la preghiera dopo la comunione sono le stesse nei due messali»: P. Regan, Dall’Avvento alla Pentecoste. La Riforma liturgica nel Messale di Paolo VI, Bologna 2013, 51.

(4) Nella II domenica di Avvento in tutti e tre i cicli del Lezionario è prevista la presentazione della figura del Battista sullo sfondo simbolico di Isaia 40,3 (la voce che grida nel deserto), ovviamente con le particolarità di ciascuno dei tre sinottici.

(5) Nella prima lettura, al versetto 2 leggiamo: «spiritus sapientiae» (Is 11,2).

Tempore terraemotus

Condividiamo le riflessioni riportate nel post Legem credendi lex statuat supplicandi…anche a proposito di terremoti? del blog Cantuale Antonianum. Già da qualche giorno avevamo in mente di scrivere qualcosa a proposito: siamo stati preceduti, e siamo contenti di esserlo stati, perché quanto lì scritto non avremmo saputo dirlo meglio.

Ci limitiamo ad osservare che anche nel Messale attuale è proposto un formulario, sebbene provvisto solo di Colletta – le altre orazioni possono essere tratte da altre sezioni -, da usarsi in un frangente terribile quale è quello di eventi tettonici importanti. Prima di esaminare un poco il testo della preghiera, pare assai interessante rileggere l’introduzione alla sezione delle messe votive e per varie necessità. In effetti, nel considerare i titoli dei formulari, qualcuno potrebbe essere indotto a facile ironia o, peggio, a ipotizzare uno scadimento del Messale verso mentalità pre-cristiane o paganeggianti: troviamo infatti formulari di Messe per la patria, per il presidente della repubblica, per il tempo della semina, per chiedere la pioggia, contro le tempeste, per chiedere la grazia della buona morte. Come si vede, un diversissima varietà di formulari, che coprono un ampio spettro di momenti della vita comunitaria, sociale e personale. Retaggio del Messale preconcilare?

Ebbene, la presentazione del Messale a questa grande varietà è prettamente teologica e proviene direttamente da Sacrosanctum Concilium, con un’abbondante citazione:

Poiché la liturgia dei sacramenti e dei sacramentali offre ai fedeli ben disposti la possibilità di santificare quasi tutti gli avvenimenti della vita per mezzo della grazia che fluisce dal mistero pasquale, e poiché l’Eucaristia è il sacramento per eccellenza, il messale presenta formulari di Messe e orazioni che si possono usare nelle diverse circostanze della vita cristiana, per le necessità di tutto il mondo o della Chiesa universale e locale (PNMR 326) (1).

Non c’è dunque nessun aspetto della vita che non possa essere messo in relazione alla Pasqua del Signore Gesù: non stupisce quindi che nella raccolta di Messe ci sia anche un formulario da recitarsi in occasione di terremoti.

Dio creatore, che reggi con la tua sapienza l’armonia dell’universo, abbi pietà di noi tuoi fedeli, sconvolti dai cataclismi che scuotono le profondità della terra; veglia sull’incolumità delle nostre famiglie, perché, anche nella sventura, sentiamo su di noi la tua mano di Padre, e, liberati dal pericolo, possiamo cantare la tua lode. [Deus, qui fundasti terram super stabiliatem suam, parce metuentibus, propitiare supplicibus, ut, trementis terrae periculis penitus amotis, clementiam tuam iugiter sentiamus, et, tua protectione sicuri, tibi serviamus gratanter].

Osservando il testo latino, si può facilmente notare come sia il risultato di una fusione e di una rielaborazione dei testi del Messale precedente, che offriva un formulario completo di tre testi, da due dei quali sono assunti alcuni sintagmi per creare una nuova composizione.

Oratio: Omnipotens sempiterne Deus, qui respicis terra et facis eam tremere: parce metuentibus, propitiare supplicibus; ut, cuius iram terrae fundamenta concutientem expavimus, clemencia contritiones eius  sanantem iugiter sentiamus. [O Dio onnipotente ed eterno tu guardi la terra ed essa trema; perdona chi ti teme, risparmia chi supplica, e, dopo aver temuto il tuo sdegno che scuoteva i cardini della terra, possiamo a lungo esperimentare la tua clemenza che ne ripara le rovine].

Secreta: Deus, qui fundasti terra super stabilitatem suam, suscipe oblationes et preces populi tui: ac, trementis terrae periculis penitus amotis, divinae tuae iracundiae terrores in humanas salutis remedia converte; ut, qui de terra sunt et in terra revententur, gaudeant se fieri sancta conversatione caelestes. [O Dio che hai fondato e reso stabile la terra, accogli le offerte e le preghiere del tuo popolo; rimosso completamente il pericolo del terremoto, muta la paura del tuo giusto sdegno in rimedio per la salvezza degli uomini; ed essi che vengono dalla terra e alla terra ritorneranno, si allietino al pensiero che con una vita santa diventeranno cittadini del cielo].

Post Communio: Tuere nos, Domine, quaesumus, tua sancta sumentes: et terram, quam vidimus nostris iniquitatibus trementem, superno munere firma; ut mortalium corda cognoscant, et te indignante talia flagella prodire, et te miserante cessare. [Proteggi, o Signore, chi si ciba dei santi misteri; e la grazia celeste renda stabile la terra che, a cagione dei nostri peccati, abbiamo visto sussultare; e sappiano gli uomini che dal tuo sdegno nascono questi flagelli e per la tua misericordia hanno fine].

E’ da notare che il nuovo formulario ha escluso ogni riferimento all’ira e allo sdegno divino. Delle due esplicite citazioni bibliche, ne è rimasta una sola, ben chiara nell’originale latino, assai meno evidente nella versione italiana, che come capita spesso va ben oltre una traduzione letterale.

Egli fondò la terra sulle sue basi: non potrà mai vacillare [Sal 104(103),5 – Qui fundasti terram super stabilitatem suam-] [….] Egli guarda la terra ed essa trema, tocca i monti ed essi fumano [Sal 104(103), 32 – Qui respicit terram et facit eam tremere, qui tangit montes, et fumigant].

 

Un’ultima curiosità: il Salm0 104(103) è proposto, in tre sezioni, all’Ufficio delle Letture per la domenica della seconda settimana del salterio. Nel tempo di Pasqua, alla sesta domenica di Pasqua, ad esso sono associate tre antifone proprie, ispirate ai racconti evangelici della resurrezione. Ebbene, nella redazione di Matteo, non solo nel momento della morte di Cristo vi fu un terremoto, ma anche la mattina di Pasqua la terrà tremo: «Ed ecco, vi fu un gran terremoto. Un angelo del Signore, infatti, sceso dal cielo, si avvicinò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa» (Mt 28,2). Riportiamo infine le antifone, avendo nel cuore la preghiera che i nostri fratelli coinvolti da vicino in questo tempo di terremoti possano essere associati al mistero pasquale del Signore e che la luce della Risurrezione illumini questo loro tempo di oscurità. Preghiamo altresì che i loro Pastori possano sostenerne e nutrirne la fede anche in questi frangenti difficili. Un pensiero particolare vada ai monaci benedettini di Norcia, e alla loro testimonianza, che già ha edificato molti.

Ant. 1: Alleluia, lapis revolutus est ab ostio monumenti, alleluia;

Ant. 2: Alleluia, quem quaeris, mulier? Viventem cum mortuis? Alleluia;

Ant. 3: Alleluia, noli flere, Maria: resurrexit Dominus, alleluia.


(1) «…la liturgia dei sacramenti e dei sacramentali offre ai fedeli ben disposti la possibilità di santificare quasi tutti gli avvenimenti della vita per mezzo della grazia divina che fluisce dal mistero pasquale della passione, morte e risurrezione di Cristo, mistero dal quale derivano la loro efficacia tutti i sacramenti e sacramentali» (SC, 61).

Il Libro della Sapienza e la cipolla: quando la liturgia “gioca brutti scherzi”

Quando questa mattina, sabato della XXX settimana del tempo ordinario, abbiamo pregato l’Ufficio delle Letture ci siamo quasi spaventati: è incredibile come la liturgia risponda come fosse davvero, e lo è, un organismo vivente, che sta al passo con i tempi e risponde in presa diretta agli eventi. Naturalmente, lo ribadiamo, queste sono osservazioni semi-serie, ma l’occasione è troppo ghiotta per non parlarne.

Vediamo.

Dunque, come prima lettura dell’Ufficio, appunto, la Liturgia delle Ore proponeva per oggi versetti tratti dai capitoli 11 e 12 del Libro della Sapienza. Ebbene, una più piccola parte di quegli stessi versetti sono riproposti, come prima Lettura, dal Lezionario della Messa della XXXI domenica per l’anno C, quest’anno. In pratica, chi avesse pregato l’Ufficio di oggi e avesse partecipato alla Messa prefestiva, avrebbe per due volte ascoltato, sostanzialmente, lo stesso brano biblico; comunque, sorprende la curiosa insistenza, un giorno dopo l’altro, della Liturgia su questa pagina della Scrittura! Orbene, non guasta affatto questa lettura, nel contesto del Giubileo della Misericordia. Si dà il caso, pure, che queste siano le letture che precedono il viaggio apostolico di Papa Francesco in Svezia “in occasione della commemorazione comune luterano-cattolica della Riforma” (1). Questo viaggio è stato preceduto, poi, da un’intervista rilasciata dal Santo Padre alla rivista dei gesuiti svedesi Signum, da alcuni servizi giornalistici riassunta così: «Lutero? Ha messo la Bibbia nelle mani del popolo». Ora, possiamo essere d’accordo che si tratti di una riduzione semplicistica di un discorso molto più ampio e complesso, come pure sul fatto che per alcuni aspetti tale affermazione descriva la verità delle cose, tuttavia la Liturgia, con i suoi “brutti scherzetti” ci ricorda una questione: quale Scrittura? E’ noto, infatti, che i protestanti rifiutino di accogliere il libro della Sapienza fra i libri ispirati canonici.

Viene in mente qui un’immagine ardita ma assai evocativa creata da Louis Bouyer, sferzante e aspro sia per il suo particolare carattere sia per la sua biografia (da pastore riformato divenne religioso della Congregazione dell’Oratorio), per i suoi studi e per la sua competenza autore degno della più grande attenzione:

….Di qui la stupefacente invenzione di quello che sarà chiamato «un canone all’interno del canone». Questo significa che in nome di una religione che aveva incominciato con il non voler altro all’infuori della sola Bibbia, ma tutta intera, si eliminava adesso dalla Bibbia stessa come sprovvisto di autorità tutto quello che era troppo in contraddizione con essa. La disgrazia è che, quando si arriva a questi miserabili sotterfugi nel fare discriminazione tra il «vangelo puro» e i suoi supposti tradimenti, ci si trova come quando si sfoglia una cipolla: non vi è possibilità di fermarsi se non quando non rimane più nulla di concreto. (L. Bouyer, Gnosis. La conoscenza di Dio nella Scrittura, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1991, 11) (2)

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(1) Riprendiamo quanto riportato dal Bollettino della Sala Stampa della Santa Sede, qui. Altro scherzetto della Liturgia: nonostante pare non sia stato pubblicato il Messale del Viaggio Apostolico, come di consueto preparato dall’Ufficio delle Celebrazioni liturgiche del Sommo Pontefice, alcune indicazioni per sommi capi vengono comunque date: Formulario, Prefazio, Preghiera eucaristica, Letture e il testo completo delle preghiere dei Fedeli (cf. qui). In terra riformata, il Papa celebrerà la Messa di Tutti i Santi, un aspetto non proprio  facilmente digeribile per un non cattolico!

(2) Meriterebbe di essere letto l’intero capitolo introduttivo, da cui traiamo la citazione, il cui titolo è: «Il posto della Bibbia nel cattolicesimo e nel protestantesimo». Un altro passaggio curiosamente anticonformista ma attuale, sempre a proposito di scienza biblica: «…A proposito di tutto questo è un paradosso ancor più strano vedere tanti esegeti cattolici che, dopo il Concilio Vaticano II, si precipitano a sostenere vedute il più possibile opposte alla tradizione della Chiesa, proprie di una critica sviluppatesi nell’ambito di un protestantesimo razionalista o “liberale”. E’ a questo punto che Robinson, dopo una discussione con un gruppo di loro che si erano fatti avanti come rappresentati della Chiesa “postconciliare”, poté venire da me e chiedermi ironicamente: “La Chiesa cattolica è davvero pronta a farsi la funeral home di teorie protestanti che i protestanti stessi, per semplice onestà scientifica, stanno considerando come insostenibili?”: ibid., 14-15. Il saggio, nell’originale francese, è del 1988. Non recentissimo, quindi, ma comunque ancora assai aderente al nostro presente.

Una devozione singolare ma efficace, quella della vedova del Vangelo

Già avevamo scritto qualcosa (qui), anche se da non prendere troppo sul serio, sui possibili e curiosi legami che si possono intravedere fra l’eucologia e i testi biblici di questa XXIX domenica del tempo Ordinario dell’anno C. Allora era la preghiera dopo la comunione che aveva attirato la nostra attenzione e, diciamolo, la nostra fantasia. Ora, nel confronto fra il testo originale e la versione ufficiale italiana e con sullo sfondo la parabola lucana della cosiddetta vedova importuna, è sulla Colletta che ci soffermiamo un momento, per qualche osservazione bizzarra ma interessante.

Dio Onnipotente ed eterno, crea in noi un cuore generoso e fedele, perché possiamo sempre servirti con lealtà e purezza di spirito (1).

Omnipotens sempiterne Deus, fac nos tibi semper et devotam gerere voluntatem, et maiestati tuae sincero corde servire.

La preghiera che il Messale romano riporta è frutto di qualcosa di più di una traduzione letteralmente intesa. Al di là dell’invocazione (Dio onnipotente ed eterno), sono pochi i termini mantenuti, ed in pratica si tratta di una parafrasi e di una variazione nella sintassi, con l’introduzione di una proposizione finale che nell’originale non è presente. Comunque, non volendo entrare in simili questioni, può essere più divertente, ed è più facile farlo partendo dal testo originale, cercare richiami e allusioni che illuminino a vicenda i testi, della preghiera e del brano evangelico.

Fac nos tibi semper et devotam gerere volutatem…Volontà devota…c’entra la devozione, dunque! Per definire cosa sia devozione, il campo semantico è abbastanza ampio: si  va dall’offerta sacrificale alla divinità per ottenerne la protezione al sentimento di venerazione  e sottomissione, dalla premura e ammirazione per qualcuno all’appassionata fedeltà ed obbedienza fino ad arrivare a definirla come concentrazione di intenti e di energie per cui la volontà si proietta su qualcuno o qualcosa percepito come bene di valore immenso.

Se non si può certo dire che la vedova fosse devota del giudice disonesto, possiamo riconoscere che essa fosse del tutto consacrata alla perorazione della sua causa, senza cedere e venir meno: l’oggetto della sua richiesta era assolutamente importante per lei, fino a farla rischiare di scocciare un così terribile giudice! Esso, fra l’altro, pare proprio un esempio al negativo di devozione al proprio lavoro. Mentre la vedova – che non si stanca, né incomincia a trascurare, per lo scoraggiamento, il suo obiettivo – può diventare, considerato il linguaggio parabolico del testo evangelico, un’applicazione immediata e plastica della devozione di cui parla la preghiera. Essa ha un cuore generoso e fedele, contrariamente al giudice, sleale e disonesto, doppio (senza purezza di spirito)! Le parole della Colletta si inseriscono bene nella parabola di Luca proposta dal lezionario domenicale, e diventano meno astratte e generiche se considerate nel contesto ampio dei testi non solo eucologici ma anche biblici.


(1) Alcuni tentativi di versione italiana: Onnipotente eterno Dio, rendici capaci di offrirti ogni giorno una volontà devota e di servire la tua maestà con cuore sincero. / Dio onnipotente ed eterno, fa’ che abbiamo sempre la volontà a te consacrata e serviamo la tua maestà con cuore sincero.

Versioni ufficiali in alcune lingue europee:

Dieu éternel et tout-puissant, fais-nous toujours vouloir ce que tu veux et servir ta gloire d’un cour sans partage.

Almighty ever-living God, grant that we may always conform our will to yours and serve your majesty in sincerity of heart.

Dios todopoderoso y eterno, te pedimos entregarnos a ti con fidelidad y servirte con sincero corazón.

Cronache un poco sfasate. La difficile vita di uno storico della riforma liturgica

Questo post non ha granché di interessante riguardo al contenuto. Vuole essere piuttosto un’esemplificazione metodologica, diciamo così, intorno alla complessità e alla difficoltà dello scrivere sulla riforma liturgica voluta dal Concilio Vaticano II. Si tratta di un ambito ancora troppo soggetto a valutazioni di parte; la ricerca può essere influenzata da opinioni e considerazioni personali (intendendo qui sia la personalità dei ricercatori sia la personalità degli stessi attori della riforma); soprattutto, la difficile reperibilità delle fonti e della documentazione connessa rimane un problema ad oggi assai considerevole. Ultima delle rogne, il carico di lavoro aggiuntivo per una corretta e critica pubblicazione delle fonti stesse, quando – ed è già un lusso – esse possano essere editate, perché libere da ogni impedimento archivistico o di opportunità.

Quando questi fattori si intrecciano, saltano fuori imprecisioni e pagine non proprio ineccepibili, che rischiano di inficiare lavori per moltissimi altri aspetti meritori e imprescindibili.

Ecco un brano estratto dal lavoro di Nicola Giampietro, frutto dello studio delle carte del Cardinale Ferdinando Antonelli, Segretario della Commissione liturgica conciliare (1). Fra molti altri dati (2), l’autore offre, commentandole, le annotazioni che l’Antonelli registrava nell’occasione delle Adunanze plenarie del Consilium. Dopo aver riportato quanto Antonelli osservava sui lavori della II Adunanza, Giampietro chiosa:

Nello sfogliare la cronaca, è interessante rilevare le impressioni che l’Antonelli provava e che rivelano il clima nel quale si lavorava. Si viene inoltre a sapere che non c’erano solo discussioni su determinati problemi, ma che si facevano anche degli esperimenti liturgici veri e propri. Il 19 giugno 1964 alle ore 08.30 l’Antonelli scrive: ….(3)

E’ assolutamente certo che le impressioni di un testimone diretto di un evento passato siano fondamentali per il lavoro di una ricostruzione storica seria, critica e documentata. E’ tuttavia altrettanto vero che le informazioni che si acquisiscono dalle note personali di un solo testimone vadano poi confrontate con altre; inoltre, il lavoro di critica in vista della pubblicazione delle stesse impone un ordine e una disciplina ferra. Conosciamo bene l’entusiasmo che scaturisce dalla scoperta di manoscritti e di documentazione inedita: quando si ha l’occasione di avere fra le mani testi personali di chi fu tra i protagonisti di un evento così importante quale la riforma liturgica conciliare, si rischia di eccedere e di perdere la necessaria obiettività.

Non lo si scopre dalle note dell’Antonelli che durante i lavori del Consilium furono approvati dei testi e dei riti per azioni liturgiche ad exeperimentum. Inoltre, a proposito del «clima nel quale si lavorava», non fu l’Antonelli a rivelare chissà quali segreti o misteri. Certamente, dalle sue carte abbiamo la sua impressione e il suo punto di vista, ma per riportare il tutto nell’ambito più oggettivo, basta leggere la comunicazione dell’ordine del giorno dei lavori, comunicato ai membri, con lettera protocollata, qualche giorno prima dell’Adunanza (cf. terza-adunanza). E’ curioso e singolare quanto scrive Giampietro: «Il 19 giugno 1964 alle ore 8.30 l’Antonelli scrive:… ». Se la sintassi italiana vale ancora, l’autore starebbe affermando che dalle sue fonti può attestare che Antonelli abbia scritto quelle note proprio alle 08.30 del 19 giugno. In realtà, sappiamo che per le 8.30 era previsto (e fu probabilmente così) l’inizio dell’adunanza della Plenaria presso l’Abbazia di Sant’Anselmo. In effetti, le osservazioni di Antonelli riguardano lo svolgimento e la valutazione di quella celebrazione, che fu sì un esperimento, ma non di un «nuovo sacramento» o di una del tutto nuova invenzione liturgica, ma del tentativo di restaurare l’antica prassi della concelebrazione eucaristica. Per di più nel testo di Giampietro notiamo un’ulteriore imprecisione, di cui  però riteniamo più responsabili quanti lo aiutarono nella revisione del testo: può capitare che nell’organizzazione dell’imponente materiale documentario qualcosa sfugga, mentre chi impaginò e rilesse la bozza per l’edizione del testo avrebbe dovuto accorgersi che un paragrafo con la data 19 giugno 1964 non avrebbe dovuto essere compreso nel sottotitolo «Adunanza II (17-20 aprile 1964)» quanto in quello seguente «Adunanza III (18-20 giugno 1964)».

In un altro studio del Giampietro, specificatamente dedicato alla concelebrazione eucaristica, abbiamo a disposizione una versione più completa delle note in questione. Le poche righe in più sono interessanti perché registrano, parrebbe, una distensione nei rapporti, talvolta burrascosi, fra Bugnini e Antonelli: i lettori assidui del nostro blog potranno ricordare numerosi post al riguardo. Se davvero gli animi si siano rasserenati non possiamo assicurarlo con certezza, ma sarebbe stato senz’altro un beneficio per la riforma liturgica:

Assistono al rito: Card. Lercaro, Card. Bea, Card. Ritter; poi circa 15 vescovi, P. Bevilacqua, io. Padre Bugnini è molto contento della mia presenza (4).

Registriamo dunque la buona notizia, che Giampietro ci riporta, 13 anni dopo la prima edizione delle carte dell’Antonelli, anche se la domanda sulla motivazione dell’omissione nella sua opera prima rimane senza comprensibile risposta.

Ben vengano tuttavia studi e lavori come quelli del Giampietro. Nella storia, ancora molto incompleta, della riforma liturgica, per ricostruire l’insieme, ogni tassello è prezioso ed utilissimo!


(1) N. Giampietro, Il Card. Ferdinando Antonelli e gli sviluppi della riforma liturgica dal 1948 al 1970 (Studia Anselmiana 121), Roma 1998.

(2) La parte più corposa del suo studio riguarda piuttosto il periodo in cui Antonelli ebbe maggiore responsabilità: i lavori della Commissione pontificia per la riforma liturgica – la cosiddetta Comm

(3) Ibid., 229.

(4) N. Giampietro, La concelebrazione eucaristica e la comunione sotto le due specie nella storia della liturgia, Verona 2011, 85.

Utile o inutile? Divagazioni sulla XXVII domenica anno C

Riproponiamo un vecchio post, pubblicato ormai tre anni fa. Eravamo ai primi mesi vita del blog: ancora oggi ci accompagna la stessa domanda: è utile o inutile il nostro piccolo lavoro? I testi di questa domenica ci aiutano a ritrovare una qualche risposta.

Non possiamo, perché non ne siamo capaci, addentrarci con proprietà in analisi esegetiche sul valore della traduzione che anche l’ultima versione della CEI ha scelto per questa espressione – siamo servi inutili. Il testo è questo, con questo pertanto ci si deve confrontare. Però ci sorprende, ancora una volta, come il contesto eucologico che circonderà, in questa domenica, la proclamazione di questo vangelo, apra prospettive interessanti. Vediamo, forse sono solo divagazioni. Oppure no?

Colletta. Omnipotens sempiterne Deus, qui abundatia pietatis tuae et merita supplicum excedis et vota, effunde super nos misericordiam tuam, ut dimittas quae conscientia metuit, et adicias quod oratio non praesumit.

Traduzione più letterale. Dio onnipotente et eterno, che con la sovrabbondanza della tua clemenza oltrepassi i meriti e i desideri di quanti ti supplicano, effondi su di noi la tua misericordia, così da rimettere ciò che la coscienza teme ed aggiungere ciò che la preghiera non osa chiedere.

Versione Messale CEI. O, Dio fonte di ogni bene che esaudisci le preghiere del tuo popolo al di là di ogni desiderio e di ogni merito, effondi su di noi la tua misericordia: perdona ciò che la coscienza teme e aggiungi ciò che la preghiera non osa sperare.

Si parla di meriti, non corrispondenti tuttavia alla più grande sovrabbondanza della clemenza, che eccede rispetto a quanto invece sarebbe giusto e, appunto,  meritato; si parla di aggiunta rispetto a quanto si ha timore persino di chiedere. Da una parte, dunque, c’è una professata impossibilità nel pretendere, nel presumere, vantando crediti nel ricevere; dall’altra, una munificenza assolutamente non retributiva. Con Dio non si possono fare conti, non si potrà mai millantare credito. Sono abolite le categorie quantitative (aumenta la nostra fede, daccene di più…. se aveste fede quanto un granello di senape…). Dio ci pone in un altro ordine, quello della gratuità, appunto, che è sovrabbondante, generosa, sorprendente, inaspettata, non dovuta.

E nel Vangelo? I servi che faranno quanto gli è stato ordinato, dovranno dire: “Siamo servi inutili“. Cosa significa? Inutile…. in-utile…Nei nostri tempi, in cui ogni giorno i notiziari ci dilettano sull’andamento della borsa, su ogni sorta di indicatori economici… il termine “inutile” risuona con sfumature nuove… non dà utili, non fruttica, non produce “utile”. “Utile” significa anche “guadagno”, “profitto”, “rendita”… “Inutile” potrebbe voler intendere, allora, ciò che non profitta, ciò che non dà guadagno, ciò che non avanza. In effetti, nell’originale greco del Nuovo Testamento, l’altra occorrenza del termine usato in Lc 17,10 è Matteo 25,30 (“E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre..”): il contesto parla di talenti, di guadagno, di banchieri! Il servo «inutile» è inutile proprio perchè non ha affidato il denaro del padrone ai banchieri e così, ritornato, il padrone non ha potuto ritirare il suo denaro con gli interessi!!

Forse stiamo fantasticando troppo e occorre tornare alla serietà di analisi di biblisti (cf. ad es.: qui), tuttavia il contesto offerto dall’eucologia era troppo invitante per non pensare ad una lettura simile. Gesù chiede ai suoi discepoli di servirlo senza aspettarsi ricompense straordinarie, chiede di servire senza aspettarsi «utili» e tornaconti, senza fare calcoli. Non può valere un simile ragionamento: «Dunque, ho arato tutto il giorno, ho pascolato il gregge…adesso tornato a casa del padrone, sicuramente lui mi farà accomodare alla sua mensa…., ne ho diritto, me lo sono meritato….»! No! Ricordiamo l’altra parabola, quella degli operai mandati nella vigna a diverse ore: quelli che avevano lavorato tutto il giorno pensavano di guadagnare di più, calcolavano…pensavano di meritare di più.. e invece: «Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono» (Mt 20,13-15). Lui è buono! La preghiera di colletta ce lo annuncia e ce lo ricorda facendoci pregare, per questo possiamo dire anche noi «siamo servi inutili»! Non ci interessa fare calcoli, perchè comunque Dio ci darà sovrabbondantemente anche quello che non osiamo nemmeno sperare.

E’ interessante anche la Post Communio. Concede nobis, omnipotens Deus, ut de perceptis sacramentis inebriemur atque pascamur, quatenus in id quod sumimus transeamus.

Traduzione più letterale: Concedici, Dio onnipotente, di essere inebriati e nutriti dai sacramenti che abbiamo ricevuto, così da divenire ciò che riceviamo.

Versione Messale CEI. La comunione a questo sacramento sazi la nostra fame e sete di te, o Padre, e ci trasformi nel Cristo tuo Figlio.

Nessun nome, ma molti aggettivi

Il Messale romano italiano, nella proposta (facoltativa!, quindi da verificare volta per volta) delle collette per le domeniche e solennità, intende offrire testi più direttamente ispirati alla Scrittura del Lezionario relativo, secondo il triplice schema, anno A, B o C. Nel caso della colletta per la prossima Domenica (XXVI, anno C), il testo appare assai inconsueto e particolare. In esso sono riprese alcune espressioni piuttosto forti della Liturgia della Parola – «poni fine all’orgia degli spensierati »: generalmente, nell’eucologia di questa sezione le immagini sono piuttosto sfumate, se non – talvolta – edulcorate. In questo caso, al contrario, vengono riportate in forma di un’insolita preghiera – potremmo dire quasi una preghiera imprecatoria: «stabilisci con giustizia la sorte di tutti gli oppressi, poni fine all’orgia degli spensierati». Ma quello che risalta maggiormente sono i due stichi precedenti: sia dal punto di vista sintattico sia dal punto di vista del contenuto, si potrebbe avere qualcosa da osservare. Se dal punto di vista linguistico e stilistico non siamo del tutto competenti, e quindi non siamo in grado di affermare conclusioni e giudizi definitivi, permettendoci di segnalare solamente le nostre perplessità, dal punto di vista del contenuto ci pare più fondata la nostra obiezione.

Iniziamo con l’aspetto stilistico. L’ampliamento dell’invocazione (O Dio, tu….) pare qui un poco complicato, costruito su di un contrasto (tu chiami…mentre…), che però rimane poi sospeso. Generalmente l’ampliamento è una semplice proposizione relativa oppure due proposizioni relative coordinate, come pure frasi assertive e anamnetiche (come ad esempio la prima del nostro caso: «O Dio, tu chiami per nome i tuoi poveri», con evidente riferimento al testo evangelico «Un mendicante, di nome Lazzaro…», anche se – volendo essere rigorosi – Lazzaro non viene mai «chiamato»! Il suo nome è citato 4 volte, ma mai in discorso diretto. Il secondo stico, costruito con una proposizione avversativa, invece di facilitare il passaggio all’epiclesi, alla domanda vera e propria (nel nostro caso quel poni fine…), rimane collegata, anche sintatticamente, alla prima proposizione, che infatti regge la seconda. Insomma, il discorso non scivola via facilmente e armoniosamente.

E il contenuto? Dal punto di vista della verità, esso è indiscutibile. Il ricco non ha nome. Ma  quest’idea è un’astrazione, non sta letteralmente nel testo evangelico. La colletta non è più dunque una centonizzazione della Parola, né ad essa è materialmente ispirata. Il testo eucologico assume invece un’idea, una riflessione che pare avere il genere letterario della pia considerazione, del fervorino spirituale. Più che eucologia sembra già un omelia…, dai toni forse riduttivamente sociologici e classisti: il dramma del vangelo non sembra sia l’essere povero o ricco, ma l’essere chiusi al prossimo, sì ma non solo: essere chiusi a Dio, alla sua Parola e alla sua visita nella storia, che determinerà la chiusura nell’eternità.

Noi non lo possiamo fare nei prossimi giorni, ma sarebbe interessante poter consultare due articoli, entrambi sul numero (esaurito!) 22 di Rivista di Pastorale liturgica:

  • P. Visentin, «Dall’ascolto alla preghiera: la nuova serie di preghiere domenicali», RPL 22 (1984) 39-47.
  • L. Gherardi, «Il linguaggio delle nuove orazioni», RPL 22 (1984) 48-52.

Chissà se qualche lettore benintenzionato non voglia intanto approfondire ed offrirci il suo punto di vista!

Per finire, riprendendo alcune espressioni delle Letture bibliche, possiamo affermare che se Epulone, ebbene sì, non sia nominato con il suo nome personale e proprio, la Scrittura tuttavia ci offre alcune indicazioni aggettivali, oltre alla descrizione che ne fa Luca: spensierato,  buontempone (come diceva la vecchia traduzione del testo di Amos), scioperato, dissoluto. E di esso conosciamo il guardaroba, porpora e bisso, che nel frattempo è diventato lino finissimo..