A proposito di fake news vaticane. Strane citazioni, purtroppo, non mancano.

Nonostante il post precedente (1) ci abbia portato alle altezze del Paradiso, siamo stati troppo presto precipitati di nuovo a livello terra terra. A malincuore e contrariati – avremmo preferito pubblicare ben altri contributi -, non possiamo esimerci di scrivere queste piccole note, in questi giorni agitati dalla polemica intorno all’ormai famigerata lettera di Benedetto XVI a mons. Viganò, lettera che sembrerebbe essere stata personale e riservata, resa pubblica parzialmente e in un contesto assai diverso. Al di là delle intenzioni, sulle quali non ci pronunciamo, si tratta comunque di una caduta di stile e di professionalità da parte di chi deve gestire il settore, così importante oggi, dell’informazione e della comunicazione.

Con queste premesse, mentre cercavamo  documentazione per una questione altra, sui cui ci stiamo interrogando da qualche giorno, ci è capitato di soffermarci su testo in pdf, disponibile on line sulla piattaforma web della Fondazione Joseph Ratzinger. Si tratta di una lezione tenuta da Nicola Bux, il 3 maggio 2016, nel contesto del master «Joseph Ratzinger: studi e spiritualità», sul tema: «La riforma liturgica del Concilio Vaticano II e la sua applicazione secondo Joseph Ratzinger – Benedetto XVI» (2). Confessiamo apertamente che non abbiamo letto tutto il testo e che ne abbiamo scorso rapidamente le pagine. Un dettaglio, tuttavia, ha attirato la nostra attenzione: una citazione del famoso studio di Annibale Bugnini sulla riforma liturgica, racchiusa fra le virgolette, era riferita in nota all’edizione in lingua inglese dello stesso testo. Davvero curioso: un testo presentato in italiano (probabilmente anche pensato in italiano) ricorre, in citazione, ad una traduzione inglese di un testo pubblicato in edizione originale italiana, pur riportando nell’argomentare del discorso, una versione italiana dell’edizione inglese citata. Vedere per credere:

Di certo, oggi la liturgia si dibatte tra lo ius della Chiesa universale, negato ormai anche in linea di principio, e le richieste arbitrarie di una diocesi o di una parrocchia. Ma, pare che Annibale Bugnini ritenesse le aberrazioni secondarie: è emblematica la sua ammissione circa le responsabilità del Consilium: «ha sempre ritenuto che il modo migliore per prevenire gli abusi fosse di anticiparli piuttosto che reprimerli; di dare ai vescovi e alle conferenze episcopali mezzi adeguati per promuovere la pastorale liturgica piuttosto che inviare loro ‘decreti’ anacronistici che non sarebbero stati né applicati né eseguiti»(9)

(9) Cfr A.BUGNINI, The reform of the liturgy, 1948-1975, tr. M.O’Connell (Collegeville,MN.1990), p. 257, 486.

Con un pò di difficoltà (i due numeri di pagina indicati lascerebbero pensare ad un testo articolato, estrapolato da due passaggi diversi e piuttosto lontani fra loro; non parrebbe così, da quanto ci risulta) siamo riusciti a ritrovare il paragrafo citato da Bux nell’edizione originale: esso suona in modo decisamente diverso:

In termini generali, la Congregazione per il Culto Divino prese sul serio, e non in senso meramente oratorio, meno ancora pletorico o opportunistico, il compito assegnatole da Paolo VI nell’ottobre 1966: «impedire gli abusi, stimolare i ritardatari e i renitenti, risvegliare energie, favorire buone iniziative». E per impedire gli abusi ha sempre creduto che il mezzo migliore fosse quello di prevenirli, più che respingerli; di dare ai vescovi e alle Conferenze episcopali i mezzi adeguati per promuovere la pastorale liturgica, più che inviare anacronistici “verdetti”, né ascoltati né seguiti (3).

Come si vede, innanzitutto il soggetto della frase citata da Bux non era il Consilium ma la Congregazione per il Culto Divino, nel cui organigramma il Consilium fu inquadrato in una fase della sua attività; i due soggetti non coincidevano. La generalizzazione che Bux compie si potrebbe pure tollerare, capendone il senso. Ciò che invece appare assai più grave l’alterazione dei tre verbi: dove nel testo originale abbiamo impedire, prevenire e respingere, nel testo di Bux troviamo rispettivamente prevenire, anticipare, reprimere. In tal modo, si insinua che grazie a Bugnini gli abusi fossero tollerati al punto da essere addirittura, in un certo senso, assecondati o, peggio, suggeriti: nel contesto del paragrafo il senso di prevenire pare discostarsi dall’impedire originale, così come l’anticipare dal prevenire (4). Non sarebbe stato meglio citare il testo originale? Certo, esso non era così funzionale all’intenzione dell’autore, che pare voler attribuire al Bugnini, che di colpe ne avrà avute sicuramente nel corso della sua vita, la responsabilità di aver aperto la porta ai fenomeni di cui siamo oggi tutti testimoni. Non neghiamo certamente –  lo sperimentiamo frequentemente anche in diverse parrocchie romane – che ci troviamo di fronte ad abusi ripetuti ed anche gravi (talora è più grave l’ignoranza che la disobbedienza), ma le questioni sono assai più complesse.

Non si può pensare di liquidare il problema con una citazione scopiazzata, e per giunta in modo maldestro.

 


(1) Si trattava della canonizzazione di Paolo VI (qui).

(2) Cf. qui e qui.

(3) A. Bugnini, La riforma liturgica (1948-1975) («Bibliotheca Ephemerides Liturgicae» «Subsidia» 30), Roma 1997², 480.

(4) Appena dopo la citazione, Bux aggiunge: «La linea-guida di quell’organismo era che, tollerando ufficialmente gli abusi, questi avrebbero cessato d’essere tali».

 

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Paolo VI santo, finalmente rasserenato. Un altro piccolo segno

Con la canonizzazione di un suo figlio, la Chiesa proclama solennemente la certezza che esso sia ammesso alla beatitudine del Paradiso. Prossimamente, tale pronunciamento riguarderà il beato Paolo VI. Possiamo senza alcun dubbio ritenerlo, dunque, concittadino dei santi e partecipe della liturgia del cielo, con la speranza che cessino giudizi malevoli e si smetta di gettare ombre e insinuazioni sulla sua vita e sul suo pontificato, pur tribolato e complesso.

Le cose del cielo non sono affatto separate e totalmente altre rispetto agli accidenti di quaggiù e pertanto, anche questa volta, eventi su piani diversi si intersecano curiosamente e provvidenzialmente. Quasi in contemporanea all’annuncio della canonizzazione, papa Francesco ha decretato l’obbligatorietà della memoria liturgica di Maria Madre della Chiesa per tutto il rito latino, inserendola nel calendario il lunedì dopo la solennità di Pentecoste. «E’ evidente il nesso tra la vitalità della Chiesa della Pentecoste e la sollecitudine materna di Maria nei suoi confronti», afferma il commento del Prefetto della Congregazione del Culto al testo del decreto, continuando poi così: «Nei testi della Messa e dell’Ufficio il testo di At 1,12-14 illumina la celebrazione liturgica». Questo sembra centrare ancora molto poco Paolo VI. Eppure, si tratta di una questione non del tutto irrilevante. Infatti, intorno al lunedì dopo Pentecoste – e ai giorni seguenti -, è stata montata una polemica importante concernente la riforma liturgica, in questo caso più specificamente la riforma del calendario e dell’anno liturgico. La posizione di Paolo VI fu resa pubblica in modo chiaro ed esauriente in occasione della sua beatificazione (cf. qui). Infatti si resero accessibili alcune carte e documentazione che ricostruivano impressioni, pareri e, poi, decisioni, dell’allora Pontefice, a proposito della soppressione dell’Ottava di Pentecoste e dei relativi formulari. Da quelle testimonianze si evince come Papa Montini seguisse ben da vicino il lavoro del Consilium, avendone confronti franchi e aperti, confortati da pareri e impressioni anche di personalità esterne, con cui corroborava le sue convinzioni e sensibilità. Sappiamo quanto gli costò la soppressione dell’Ottava di Pentecoste, ed espresse esplicitamente il suo disagio e la sua difficoltà fino al turbamento a proposito del lunedì dopo Pentecoste, primo giorno di feria del tempo ordinario dopo il lungo spazio temporale della quaresima e della cinquantina pasquale.

Ora, – possiamo dirlo in tono scherzoso – sarà del tutto soddisfatto: un suo successore lo sta per annoverare nel numero dei santi e il lunedì dopo la Pentecoste avrà una veste liturgica rinnovata. L’integrità della Cinquantina pasquale è rimasta inalterata, ma il passaggio al tempo ordinario parebbe adesso meno brusco. E’ proprio vero, i santi fanno miracoli!

Che questo piccolo segno aiuti tutti noi nell’approfondimento della riforma liturgica.

Giona nel tempo ordinario: tutto facile?

Il titolo di questo breve post crediamo lo si capirà alla fine, dopo alcune riflessioni e dopo aver mostrato qualche esemplificazione parallela.

Parliamo della prima lettura della III domenica del tempo ordinario, secondo il ciclo B del lezionario, che quest’anno 2018 cade il 21 gennaio.

La pericope liturgica ritaglia un brano da un contesto più ampio, come accade spesso nelle celebrazioni festive, nelle quali la presenza di tre letture ha suggerito una lunghezza non eccessiva delle singole unità, talvolta fatta eccezione del vangelo. Ebbene, nel nostro caso abbiamo un testo che presenta i primi 5 versetti del capitolo terzo del libro di Giona – appunto -, per poi concludere con il versetto 10. Parrebbe la consueta e ormai «pacifica» operazione. Se non che, ad un confronto con il testo biblico uti iacet, ci si dovrebbe accorgere subito di un secondo, e particolare, intervento sulla pericope. Nel brano liturgico scompaiono tre parole del primo versetto: «una seconda volta». Potrebbe sembrare una sottigliezza, ma non è proprio così; una cosa è leggere: «Fu rivolta a Giona una seconda volta questa parola del Signore…», e altro è leggere: «Fu rivolta a Giona una seconda volta questa parola del Signore…».

La seconda espressione esclude tutto quello che precede e pure quanto segue il capitolo III e che, tutto sommato, rende unico ed avvincente il libro di Giona: la sua particolarissima vicenda di profeta recalcitrante e capriccioso, la cui missione tuttavia si compie – misteriosamente – come meglio non si poteva: tutta Ninive, uomini e animali, (!) si convertono e si salvano.

«Una seconda volta», rimanda alla prima volta in cui alla parola del Signore Giona risponde facendo l’opposto, tentando di fuggire più lontano possibile da Ninive. Come si sa, non furono i Niniviti ad opporre resistenza all’invito alla conversione: lo accolsero immediatamente, addirittura senza aspettare le indicazioni del re, che pure lui appena avuta conoscenza della predicazione di Giona, non esitò un attimo a fare propri i tipici gesti penitenziali.

Il fatto della conversione di Ninive è stato ritenuto un buon accostamento tematico alla pronta risposta alla chiamata del Signore Gesù da parte di Simone e Andrea, e di Giacomo e Giovanni. Il brano evangelico riporta, in pochi versetti, il termine «subito». E’ impressionante il dinamismo temporale del brano: «Dopo che Giovanni fu arrestato…Passando lungo il mare di Galilea…E subito lasciarono le reti…E subito li chiamò…e andarono dietro a lui» (Mc 1,14-20).

In tutto questo incedere, la lentezza di Giona è stata ritenuta fuorviante! Così, il riferimento ad essa è stato semplicemente omesso.

Se da una parte si possono comprendere le ragioni di questa scelta, dall’altra si rimane un poco più perplessi quando ci si accorge che capita «una seconda volta»! Il mercoledì della I settimana di quaresima ritorna Giona (3,1-10), anche questa volta «ripulito», ossia senza il riferimento all’insistenza di Dio nel chiamarlo ancora alla missione profetica a Ninive dopo la sua rocambolesca fuga. Il lezionario della Messa, nella versione italiana, offre dunque un’immagine alquanto diversa del profeta, immagine che Papa Francesco ha curiosamente e a modo suo sintetizzato, assegnandogli il «Nobel delle lamentele» (1).

Tornando invece al Lezionario, può risultare curioso come la versione inglese almeno nel tempo di quaresima (2) mantenga il testo biblico così com’è, mentre nel tempo ordinario, nel caso della nostra domenica, registri lo stesso fenomeno che abbiamo evidenziato. Nel tempo ordinario sembra dunque tutto più semplice e piano.


(1) Cf. Omelia a santa Marta, 11 dicembre 2017; qui il testo, secondo la ricostruzione dell’Osservatore romano.

(2) Cf. quanto avevamo notato qualche anno fa, qui.

Peccati veniali (?) in un testo sulla confessione…

Da una parte non possiamo che rallegrarci per la possibilità di consultazione online, gratuitamente accessibile a tutti, di una raccolta di studi importante. Dall’altra ci dispiace segnalare delle omissioni ripetute: una leggerezza veniale, se reiterata, diventa più grave? Lasciamo la questione ai teologi moralisti, rimanendo sul piano della scientificità di una pubblicazione. Non abbiamo timore di confessare che la questione ci coinvolge – indirettamente – anche dal punto di vista personale, rammaricandoci; tuttavia ben più dispiacere ci dà constatare ancora una volta che la documentazione della riforma liturgica post-conciliare sia lasciata, per così dire, nell’ombra, non accessibile se non attraverso una mediazione. Ora, per moltissima parte, tale documentazione è ancora inedita e consultabile solo per pochi privilegiati e fortunati. Ma nel caso della riforma della penitenza, no! Pressochè la totalità degli schemi dei due gruppi di studio succedutisi nell’esecuzione del mandato conciliare è stata resa pubblica e disponibile. Non si capisce pertanto come si possa continuare a lasciare in sospeso quanti vogliano prendere visione diretta delle fonti.
Scendiamo nel concreto di un esempio, facendo riferimento ad un articolo pubblicato in un volume che raccoglie gli atti del XXV corso di aggiornamento per docenti di teologia (Roma, 29-31/12/2014) dell’associazione teologica italiana. Estrapoliamo un brano dal contributo di M. Busca, «L’attuazione della riforma della Penitenza voluta dal Concilio Vaticano II», in La Riconciliazione e il suo Sacramento (ed. M. Nardello), Padova – Roma 2015, 161-203; ecco una lunga citazione:

Lo spazio di questo contributo non ci permette una ricostruzione puntuale e dettagliata di tutto l’iter che ha seguito la riforma post-conciliare e ci limitiamo a verificare la congruenza dell’attuazione di tale riforma rispetto alle indicazioni conciliari, rinviando ad altri studi una presentazione più esaustiva dell’argomento.(25)

2.1 Le proposte di riforma del coetus XXIII bis De Paenitentia
In data 14.10.1966 il Consilium ad exsequendam Constitutionem de Sacra Liturgia costituì il coetus XXIII bis, De Rituali Romano III (De Paenitentia) al quale fu richiesto di indagare le fonti occidentali e orientali allo scopo di verificare quale ampiezza di riforma dei riti fosse legittimata dalla Tradizione e, in un secondo momento, di formulare alcune proposte in base al mandato di SC 72. (26) Il testo chiedeva di realizzare la riforma nel duplice aspetto delle formule e dei riti e, precisamente, in direzione di una maggiore evidenziazione della loro natura ecclesiale. Verifichiamo come il coetus ha inteso ottemperare al mandato conciliare….

(25)  Cf. M. BUSCA, Verso un nuovo sistema penitenziale? Studio sulla riforma della riconciliazione dei penitenti, Subsidia CLV 118, Roma 2002; ID., «La Riconciliazione: tra crisi, tentativi di riforma e ripensamento. Lo stato attuale della riflessione teologico-pastorale», in Il sacramento della Penitenza, Glossa, Milano, 2010, 4-73.
(26) Il gruppo era composto dai maggiori specialisti in materia: J. Lécuyer (presidente), F. Nikolasch (segretario), da Z. Alszeghy, P. Anciaux e K. Rahner per la parte dogmatica, C. Floristán e A. Kirchgässner per la competenza pastorale, A. Ligier esperto della tradizione orientale e C. Vogel per gli aspetti storici della tradizione latina. Il coetus elaborò 12 schemi successivi che confluirono nel testo finale: «De Sacramento Paenitentiae», Schemata n. 361, De Paenitentia 12, 31.1.1970, 1-57. Per la ricostruzione puntuale dei lavori del coetus cf. M. BUSCA, Verso…, 95-212.
[169]

Come si vede, dello Schema n. 361 se ne dà notizia, senza però indicare dove si possa consultare. Altre volte l’autore introduce citazioni più o meno corpose attinte da documentazione analoga, e di nuovo dandone solo un’indicazione cui non segue nulla  che possa permetterne la rintracciabilità. Anche per quel che riguarda la «ricostruzione puntuale dei lavori del coetus», non vi è dubbio che lo studio di Busca Verso un nuovo sistema penitenziale rappresenti un lavoro importante e apprezzato: si rimane tuttavia sorpresi e un poco delusi dal constare che l’autore, pur dimostrando l’onore e il merito di avere a disposizione la documentazione relativa, si limiti ad una generica indicazione della fonte, senza assumersi anche l’onere di rendere pubblica l’integralità del testo che cita parzialmente o solo indirettamente.

La delusione aumenta quando si riscontra che tale omissione continua anche anni dopo, pur potendo rinviare ad uno studio il cui pregio maggiore è proprio quello di aver pubblicato il corposo apparato documentario della produzione del Coetus XXIIIbis (1).
Sappiamo per esperienza che l’acquisizione di simile documentazione può essere fortuita, legata ad incontri e a conoscenze particolari, soggetta a condizioni curiose e bizzarre (si tratta talvolta di situazioni analoghe a quelle di una spy-story!), tuttavia ci pare un peccato (grave?) non mettere in comune e disponibile a molti quello che da più parti si è riusciti a trovare. Comprendiamo che si possa rimanere legati a promesse di anonimato o, ancora, si abbia una sorta di gelosia per l’esclusività di accesso a fonti inedite come pure per il prestigio della propria fatica, ma le ragioni della ricerca scientifica dovrebbero prevalere, a beneficio della comunità degli studiosi.

Quanto sarebbe utile e prezioso una sorta di archivio, aperto e pubblico, della produzione del Consilium ad exsequendam Constitutionem de Sacra Liturgia!!

Cosa lo impedisce e chi lo teme? E, all’opposto, come si potrebbe realizzare?


(1) Cf. M. Felini, La parola della riconciliazione (Studia Anselmiana 157 – Analecta liturgia 31), Roma 2013. Simile impostazione, su tutt’altro argomento, la si può trovare in S. Bocchin, La verginità «professata», «celebrata», «confessata» (Bibliotheca «Ephemerides Liturgica» 151), Roma 2009 come pure J. A. Goñi Beásoain, La riforma del año liturgico y del calendario romano tras el Concilio Vaticano II (Bibliotheca «Ephemerides Liturgicae» 157), Roma 2011. Si tratta di studi in cui oltre alla profondità di analisi si apprezza il corposo apparato documentale: il lettore viene messo così in grado di verificare le fonti e di ampliare eventualmente le indagini dell’autore.

La chiave di Davide funziona! Riletture natalizie dell’Ufficiatura di santo Stefano.

Risulta piuttosto evidente, nei testi della liturgia di santo Stefano protomartire, una particolare insistenza su alcune immagini. Li riportiamo, evidenziando quanto ci interessa sottolineare, per poter fare poi alcuni collegamenti.

  • Ufficio delle Letture

Responsorio dopo la lettura biblica: «Stefano, servo di Dio, lapidato dai Giudei, vide i cieli aperti, e vi entrò: beato l’uomo a cui il cielo si schiude».

  • Lodi

Antifona al II salmo: «Stefano vide i cieli aperti, e vi entrò: beato quest’uomo, a cui il cielo si schiude»; Antifona al III salmo: «Vedo i cieli aperti, e Gesù alla destra della potenza di Dio»; Antifona al Benedictus: «Le porte del cielo si aprono a Stefano; per primo è coronato con la gloria dei martiri».

  • Messa

Antifona d’ingresso: «Si aprirono le porte del cielo per santo Stefano; egli è il primo nella schiera dei martiri e ha ricevuto in cielo la corona di gloria».

Come era naturale aspettarsi, testo ispiratore principale è la narrazione degli Atti degli Apostoli: «Stefano, pieno di Spirito Santo, fissando gli occhi al cielo, vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla sua destra e disse: “Ecco, io contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio”» (At 7,55-56). Ma la liturgia trasporta questa visione in un modo particolare: il cielo è aperto, perché le porte delle cielo si sono schiuse, e ora Stefano può oltrepassarle ed entrare nella gloria.

L’immagine della porta richiama un’altra immagine, quella della chiave che apre (o chiude). Ora, anche quest’ultimo simbolismo, mutuato dalla Sacra Scrittura, è stato ben presente nella liturgia pre-natalizia.

Antifona al Magnificat del 20 dicembre: «O Chiave di Davide, scettro della casa d’Israele, che apri, e nessuno può chiudere, chiudi e nessuno può aprire: vieni, libera l’uomo prigioniero, che giace nelle tenebre e nell’ombra di morte». Mettendo insieme e in parafrasi le antifone maggiori dei vespri delle ferie della novena di Natale, è stato composto un inno popolare, il Veni, Veni Emmanuel, di cui riportiamo la strofa relativa alla chiave di Davide: «Vieni, Chiave di Davide, spalanca la patria celeste, rendi sicura la via dei cieli e chiudi l’accesso all’inferno».

L’invocazione e la preghiera dell’Avvento ha trovato dunque compimento: la chiave di Davide dimostra tutta la sua efficacia, e la liturgia di Santo Stefano lo afferma con sicurezza!

 

Signore, hai messo luce negli abissi,

redento i corpi e liberato i cuori.

Il diavolo dal luogo suo è scacciato,

il tuo corpo è chiave ad ogni porta.

(Giovanni il solitario)

Adamo dovrà smetterla di scusarsi. In margine alla Solennità dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria

Più volte abbiamo riportato in questi brevi post alcuni brani tratti dalla produzione esuberante di autori orientali, più facili al lirismo e a una rilettura della Scrittura libera e arricchita di vivezza e immaginazione. Romano il Melode ne è un esempio preclaro. Ma anche in Occidente talvolta si raggiungono vette di preziosissima qualità.

San Bernardo e le sue Lodi alla Vergine Madre, ad esempio, ci offrono brani di gustosa dolcezza, oltre a profondità di dottrina e di spiritualità. Se, in passato, con i Padri dell’oriente tante volte è stata data la parola ad Adamo, o si è descritto – con le immagini di grandi scrittori ecclesiastici – le sue emozioni e il suo stato (1),  ora, a commento della prima lettura della Solennità dell’Immacolata (Gen 3,9-15.20) riportiamo un brano del grande doctor mellifluus. Di esso vorremmo qui sottolineare solamente un aspetto: Adamo non ha più scuse, nel senso che il maldestro e goffo tentativo di scaricare la responsabilità della sua colpa su Eva e, in ultima istanza, su Dio stesso, ormai non ha più senso ed è del tutto menzognero. Dio gli ha concesso graziosamente l’aiuto, la vicinanza e l’intercessione della Vergine Maria: con questa nuova donna a fianco, Adamo potrà  smettere di accampare futili pretesti per non assumersi la propria responsabilità. Ma proprio perché può finalmente riconoscere la verità della sua debolezza e la verità della misericordia di Dio, può – invece di chiudersi con una scusa iniqua – aprirsi al rendimento di grazie. Un altro tema assai interessante, da riprendere, sarebbe il parallelismo antitetico Eva – Maria, anch’esso ben frequentato dalla tradizione patristica, il cui eco si ritrova nell’Inno dei Vespri della Solennità (Sumens illud ‘Ave’ / Gabrielis ore, / funda nos in pace, / mutans (2) Evae nomen – L’Ave del messo celeste / reca l’annunzio di Dio, / muta la sorte di Eva, / dona al mondo la pace); lo spazio non ce lo consente adesso, per cui lasciamo volentieri la parola a san Bernardo:

Rallegrati, o padre Adamo, e più ancora tu, o madre Eva, esulta. Voi da cui tutti sono nati e per cui tutti sono morti, anzi (ed è più triste) voi che ci avete dato la morte prima ancora di darci la vita, consolatevi entrambi per questa figlia, e quale figlia! E più si consoli colei da cui prima si è originato il male e il cui disonore è passato a tutte le donne. E’ infatti giunto il tempo in cui ogni disonore viene abolito e l’uomo non ha più nulla da rimproverare alla donna, quell’uomo che mentre cercava imprudentemente di scusare se stesso, non esitò ad accusarla crudelmente, dicendo: «La donna che tu mi hai posto accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato». Perciò, Eva, corri da Maria, tu, madre, corri dalla figlia; e la figlia risponda per la madre, ella della madre cancelli il disonore, paghi al padre il debito della madre, perché, ecco, se l’uomo è caduto a causa della donna, non viene ora rialzato se non a causa della donna?
Che cosa dicevi, Adamo? «La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato». Queste parole sono piene di malizia, e con esse tu aumenti la tua colpa piuttosto che cancellarla. Tuttavia la Sapienza vince la malizia, quando trova un pretesto sufficiente al perdono nel tesoro della sua misericordia, che non viene mai meno; quel pretesto che, interrogandoti, Dio allora cercò di ottenere da te, senza riuscirci. Ora in realtà, per una donna ti viene data in cambio un’altra donna, in luogo della sciocca la prudente, in luogo della superba l’umile, che invece del frutto della morte ti offra il cibo gustoso della vita, e invece del cibo velenoso, con tutta la sua amarezza, ti prepari la dolcezza del frutto eterno. Muta dunque le parole della tua iniqua scusa in voce di rendimento di grazie, dicendo: «O Signore, la donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato, ed è diventato dolce più del miele alla mia bocca, perché con esso mi hai dato la vita» (2).

Bernardo, Lodi alla Vergine Madre (ed. C. Leonardi), Roma 1990, 35-36.


(1) Cf. alcuni post passati: qui e qui.

(2) «Muta ergo iniquae excusationis verbum in vocem gratiarum actionis, et dic: Domine, mulier, quam dedisti mihi, dedit mihi de ligno vitae, et comedi; et dulce factum est super mel ori meo, quia in ipso vivificasti me»: quel «muta» può essere messo in relazione alla stessa espressione dell’Inno, «mutans Evae nomen»: dal momento che il nome, la sorte di Eva (alcuni padri giocano anche sul binomio fra il nome della progenitrice e il saluto dell’angelo: Eva – Ave) è stata mutata, può mutare anche la risposta di Adamo; non più dunque scuse messe insieme in modo ridicolo, ma ringraziamento e lode.