“Mattinar lo sposo”: elogio della sposa per celebrarne il consorte

Può essere di qualche aiuto tentare di rispondere ad una questione sortaci mentre – ahimè! l’irrequieta fantasia dove ci porta! – si pregavano le Lodi dello scorso giovedì della III settimana del Salterio: come mai, al primo posto della sezione salmodica della liturgia, è stato posto il salmo 86(87)?  Che c’entra questo salmo che canta Sion come madre di tutti i popoli con il carattere mattinale che, di solito e facilmente, incontriamo nel primo dei salmi delle Lodi? E’ noto che dal tradizionalissimo, e universalmente riconosciuto quale «proprio» ed esemplare delle Lodi, Salmo 62 («O Dio, tu sei il mio Dio, dall’aurora io ti cerco…»), i curatori della nuova Liturgia delle Ore, dopo il Concilio Vaticano II, hanno fatto discendere un criterio basilare: come primo salmo delle Lodi è bene che vi sia un testo che esprima un qualche legame con l’ora della preghiera; la «verità dell’ora» dovrebbe infatti coinvolgere tutti gli elementi della celebrazione, non solo gli Inni o le preghiere, ma anche – in qualche modo – i Salmi.

Così, ad es., nel lunedì della prima settimana, come primo Salmo delle Lodi, incontriamo il Sal 5 (cf. v. 4: «Al mattino ascolta la mia voce, fin dal mattino t’invoco e sto in attesa»); per il giovedì della I settimana è previsto il Sal 56(57) (cf. vv. 8-9: «Voglio cantare, a te voglio inneggiare: svegliati, mio cuore…voglio svegliare l’aurora); passando al lunedì della IV settimana, incontriamo il Sal 89(90) (cf. v. 14: «Saziaci al mattino con la tua grazia…») o al martedì seguente, il Sal 100(101) (cf. v. 8: «Sterminerò ogni mattina tutti gli empi del paese») etc.

Chi avrà modo di soffermarsi con questa prospettiva sui salmi adottati giorno per giorno noterà riferimenti anche meno espliciti e più sfumati al tema della prima ora del nuovo giorno (ricordiamo che il risveglio mattutino è analogicamente connesso al risveglio di Cristo dal sonno della morte). Ma, allo stesso tempo, non di tutti i salmi la presenza può esserne spiegata con questo unico criterio. Fra essi, appunto il salmo 86. Vediamo cosa ne dice uno dei periti che lavorò alla riforma del salterio: anche p. Raffa non lavorò direttamente e specificamente alla nuova distribuzione quadrisettimanale del salterio, la sua parola è assolutamente autorevole:

«I salmi 83 e 86, attraverso la Sion antica, che ne forma il soggetto, richiamano la comunità di culto e della lode che è la Chiesa, sottolineando anche la vera prospettiva della lode ecclesiale, che è quella escatologica. […] Se vogliamo riassumere sinteticamente alcuni criteri di assegnazione dei salmi all’inizio della triade possiamo farlo con queste espressioni: salmi mattutini, tradizionali, programmatici per la giornata, riferiti al mistero della vittoria di Cristo, oggetto celebrativo delle Lodi. Inoltre: salmi escatologici, penitenziali, sulla legge. Salmi di rendimento di grazie per il nuovo giorno, per lo meno considerati nel contesto liturgico concreto. Infine: salmi scelti fra i più belli e facili in considerazione della destinazione anche popolare delle Lodi. Nei salmi di Sion possiamo vedere in filigrana la Chiesa, la nuova città santa, la “Sposa” (“pronta come sposa adorna per il suo sposo: Ap 21), che sorge a “mattinar lo sposo”» (1).

Da notare assolutamente il dotto riferimento che il liturgista orionino incastona alla fine del paragrafo. Si tratta di una citazione del decimo Canto del Paradiso, della Divina Commedia (2). Non si tratta di un vezzo enciclopedico, perché questo collegamento – lungi dall’essere una mera e sterile esibizione culturale – riporta la considerazione al tema centrale in modo assolutamente originale e affascinante. Dante associa poeticamente il sorgere mattiniero della chiesa nella sua liturgia l’immagine della sposa che sveglia dolcemente lo sposo.

Mattinar lo sposo perché l’ami!! A nessuno di tanti e bravi professoroni di liturgia sarebbe mai venuta in mente una così bella descrizione della Liturgia delle Lodi mattutine.

Ritornando al nostro Salmo, ricollocandolo a partire da queste suggestioni, pare finalizzato ad aiutare chi lo prega nel diventare di nuovo e di più consapevole e grato della propria appartenenza alla celeste Gerusalemme; rendendosi conto – anche un in un qualsiasi ed ordinario giovedì mattina – di essere in certo modo la Sposa di cui lo Sposo «dice cose stupende», sarà facile entrare nella lode e infiammarsi d’amore per cotanto Consorte!


(1) V. Raffa, La liturgia delle Ore. Presentazione storica, teologica e pastorale (Collana di teologia e di spiritualità, 8), Milano 1990³, 114. Un’altra importante indicazione la troviamo nel prezioso Cuadernos Phase 83, in cui P. Farnés commenta così l’inserimento del salmo 86 fra quelli della prima serie, quella «mattinale»: «Se trata de un salmo escatologico referido a la futura ciudad mesianica inaugurata con la resurrecion de Jesucristo» (25).

(2) «Indi, come orologio che ne chiami / ne l’ora che la sposa di Dio surge / a mattinar lo sposo perché l’ami»: Dante Alighieri, Paradiso, X, 139-141.

E’ scritto C come Cana, ma si legge E come Epifania. Osservazioni a margine della II domenica del tempo Ordinario

Saremmo veramente ridicoli se presumessimo di obiettare, dal nostro piccolissimo punto di vista, alle decisioni degli esperti e dei membri del Consilium, che secondo le indicazioni di Sacrosanctum Concilium plasmarono il nuovo lezionario. Tuttavia, senza apparire presuntuosi possiamo affermare che sì sarebbe auspicabile che si possa ricostruire quanto più esattamente possibile tutto il processo di revisione, sia con i criteri generali che orientarono le scelte come pure con le specificazioni concrete dei singoli casi. Perché, altrimenti, alcune domande sorgono spontanee.

Come mai assegnare al ciclo C, e solamente al ciclo C, la proclamazione del segno compiuto da Gesù alle nozze di Cana?

La Liturgia delle Ore ha giustamente mantenuto, nell’Ufficiatura dell’Epifania, il riferimento tradizionale ai tre episodi evangelici dai quali si assumevano i contenuti della festa: il cammino e l’adorazione dei Magi, il battesimo di Gesù al Giordano, e le nozze di Cana. Gli inni e le antifone a Benedictus e Magnificat mettono insieme i tre misteri della vita di Cristo i cui brani evangelici troviamo distribuiti per tre domeniche, a partire appunto dall’Epifania, proseguendo con la Domenica del Battesimo del Signore per finire con la domenica delle nozze di Cana. Questo schema, come si è detto senza poterlo qui mostrare, è del tutto tradizionale. Il ciclo del lezionario domenicale di quest’anno – il ciclo C – mantiene ottimamente questa successione, che viene a mancare nei cicli A e B.

A tal proposito, pare un poco interlocutorio il paragrafo dell’Ordinamento delle letture della Messa relativo: «Nella II domenica del Tempo Ordinario il Vangelo si riferisce ancora alla manifestazione del Signore, celebrata nella solennità dell’Epifania: tale riferimento è sottolineato dalla pericope tradizionale delle nozze di Cana e da altre due pericopi, tratte esse pure dal Vangelo di Giovanni» (105).

Sarebbe stato eccessivo mantenere l’unico brano delle nozze di Cana per i tre schemi? E, se proprio si doveva assegnare a solo uno dei tre, perché al ciclo C, mentre per altri momenti al ciclo A viene riconosciuta una sorta di esemplarità particolare?

Quanto potrebbe essere interessante poter studiare le carte degli esperti che al lezionario lavorarono, sperando di trovare in esse le risposte!

Al di là di tali questioni, certo è che una vera ermeneutica liturgica del brano giovanneo non può fare a meno di questi dati. Non si dovrebbe isolare tale vangelo dagli altri due, relativi ai Magi e al Battesimo, e sarebbe magnifico se la sua meditazione avesse come sottofondo questi testi:

Oggi la Chiesa,
lavata dalla colpa nel fiume Giordano,
si unisce a Cristo, suo Sposo,
accorrono i magi con doni alle nozze regali
e l’acqua cambiata in vino rallegra la mensa, alleluia. (Ant. Benedictus, Epifania)

Hódie cælésti Sponso iuncta est Ecclésia, quóniam in Iordáne lavit Christus eius crímina: currunt cum munéribus Magi ad regáles núptias, et ex aqua facto vino lætántur convívæ, allelúia.

Le chiavi da ritrovare. Elogio di un libro “poco estivo”

«E’ una grande fatica», scriveva Origene, «ritrovare le chiavi». Egli aveva in mente le chiavi che aprono il mistero di Dio come manifestato nelle sacre Scritture. La sua ricerca è descritta nella famosa Filocalia, l’antologia attribuita a Basilio di Cesarea e a Gregorio di Nazianzo, che raccoglie i testi più belli di Origine, i quali ci insegnano l’amore della bellezza. «Al momento di dare inizio alla spiegazione dei salmi, prendiamo l’avvio da una bella tradizione che mi è stata trasmessa dall’Ebreo e che riguarda in modo generale tutta la santa Scrittura. Secondo quest’uomo, l’insieme delle Scritture divinamente ispirate, a causa delle oscurità che sono in esse, assomiglia a una gran numero di stanze chiuse a chiave, in un’unica casa. Accanto ad ogni stanza è posta una chiave, ma non quella che ad essa corrisponde. Le chiavi sono, infatti, distribuite accanto alle stanze, senza però che ciascuna corrisponda alla stanza accanto alla quale è posta. E’ pertanto una grande fatica ritrovare le chiavi che corrispondono alle stanze che esse possono aprire. Lo stesso – concludeva – accade per le Scritture, che possono essere comprese, anche quelle che sono oscure. Esse tuttavia acquistano il loro senso solo ponendo le une in relazione alle altre. Esse, infatti, hanno un loro principio interpretativo disperso in esse». […] E’ mediante la chiave della tipologia ritrovata, e approfondita con «una grande fatica», che cercheremo di entrare non solo nel mistero racchiuso nella Scrittura, ma in un mistero vivente, dinamico, nel quale è immersa l’intera historia salutis di tutti i tempi, tutta avvolta dal mistero di Cristo, che riempie la storia umana.

[N. Aracki Rosenfeld, Celebrare l’alleanza. La tipologia dalla Bibbia alla liturgia (Bibliotheca «Ephemerides Liturgicae» «Subsidia 184»), Roma 2017, 13.17]

 

Che si trattasse di uno studio importante e di assoluto interesse lo avevamo sospettato dal fatto che esso consiste di fatto della tesi di dottorato dell’autore, seguito dal professor Renato De Zan come moderatore. Ebbene, le aspettative non sono deluse: come non entusiasmarsi per un incipit tale?

E’ deciso, questo sarà il libro da leggere nelle vacanze estive, sebbene non sia proprio un volumetto agile e di argomento leggero. Non capita spesso, ultimamente, di leggere che un autore intenda, con sicura autorità, il suo contributo come un aiuto a «ritrovare le chiavi». Tanti, invece, professando una sciocca e vuota umiltà, esordiscono ponendo solo domande e questioni aperte. Se da una parte è opportuno che un maestro susciti curiosità e stimoli la ricerca senza chiudere ex auctoritate gli argomenti, si rischia dall’altra di discorrere a lungo senza che rimanga alcunché di significativo: oggi, di nuovo, abbiamo bisogno di sintesi, donate da chi ha attraversato con «grande fatica» le asperità della ricerca e gli scogli più difficili delle questioni. Chi si è posto sotto la guida del prof. De Zan per essere accompagnato nella ricerca scientifica, ne siamo certi, quella fatica l’ha conosciuta. Per questo siamo altrettanto certi che questo volume valga la pena di essere acquistato e studiato. Anche in estate!

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Padre Nikolaj con il moderatore e i censori della sua tesi dottorale

…soltanto l’umiltà divina!

Tu in un vastissimo giardino ricco di alberi da frutta ti sei perduto perché non hai voluto obbedire; lui per obbedienza è venuto come creatura mortale in un angustissimo riparo, perché morendo ritrovasse te che eri morto. Tu che eri uomo hai voluto diventare Dio e così sei morto; lui che era Dio volle diventare uomo per ritrovare colui che era morto. La superbia umana ti ha tanto schiacciato che poteva sollevarti soltanto l’umiltà divina.

Sant’Agostino, Discorso 188,3

[Tu in latissimo fructuosorum nemorum praedio te perdidisti, obedientiam neglegendo: ille obediens in angustissimum diversorium mortalis venit, ut mortuum quaereret moriendo. Tu cum esses homo, Deus esse voluisti, ut perires; ille cum esset Deus, homo esse voluit, ut quod perierat inveniret. Tantum te pressit humana superbia, ut te non posset nisi humilitas sublevare divina.]

Santo Natale!!!

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La piccolissima porta di ingresso alla basilica della Natività.
E’ detta porta dell’umiltà perchè le sue ridotte dimensioni
(solo 1 metro e 20) obbligano chi vuole entrare a piegarsi.

 

 

 

La II domenica di Avvento: tracce per una lettura “sapiente” dei formulari liturgici.

In generale, si può dire che i tempi liturgici «forti» siano quelli in cui si riscontra una maggiore stratificazione di antiche tradizioni e una più articolata convergenza e complessità di fonti. Nel caso della II domenica di Avvento di quest’anno (ciclo A del lezionario), questo principio è ben evidente: a comporre l’eucologia e il lezionario che la liturgia ci propone oggi concorrono elementi di varie provenienze, da uno dei più antichi lezionari alle indicazioni conciliari, da tradizioni eucologiche secolari a nuove ricollocazioni. Vediamo.

L’antifona di ingresso (1) è ripresa tale e quale dal Messale precedente, con una piccola differenza nella notazione della citazione: con più correttezza, il Messale di Paolo VI segnala che il testo è ripreso dal capitolo 30 del profeta Isaia, sì, ma con una certa libertà, segnalata appunto con un «Cf.».

La preghiera Colletta è un «nuovo» testo, che sostituisce la preghiera precedente «Excita, Domine, corda nostra ad praeparandas…», ora spostata al giovedì della II settimana. Il nuovo formulario non è nuovo in senso assoluto, perché è ripescato dal Sacramentario Gelasiano (2), con alcuni riaggiustamenti stilistici. La preghiera sulle Offerte è pressoché la stessa di quella del Messale precedente, con una piccola aggiunta che specifica meglio i «tuis praesidiis», che diventano «tuae indulgentiae praesidiis», aiuto, soccorso della tua misericordia, rispetto al più semplice tuo aiuto. Un intervento più incisivo viene fatto sulla preghiera dopo la Comunione, che nella prima parte è derivata tale e quale dal Messale precedente, per poi assumere diverse sfumature (3).

Repleti […] doceas nos terrena despicere et amare caelestia (M1962)

Repleti […] doceas nos terrena sapienter perpendere, et caelestis inhaerere.

Non vorrei soffermarmi ora sulla scelta operata dagli esperti che curarono la revisione della parte eucologica del Messale – c’è chi lo ha fatto in modo eccellente e documentato (cf., ad es., qui) -, quanto notare che come conseguenza, di cui forse non si accorsero, risultano insolitamente due occorrenze della stessa radice tematica: nella colletta il sostantivo (eruditio sapientiae) e nella postcommunio l’avverbio (sapienter). Sia sufficiente per il momento mantenere in mente questo dato, mentre passiamo velocemente a dare uno sguardo alle letture.

Il Vangelo è di Matteo e ha come oggetto la figura di Giovanni il Battista. Ma non più i versetti 2-10 del capitolo 11, come il M1962 riportava (la domanda di Giovanni Battista e testimonianza che a lui rende Gesù) bensì i versetti 1-12 del capitolo 3 (la predicazione di Giovanni Battista) (4). La prima lettura, ovviamente, è tratta dal profeta Isaia, i versetti 1-10 del capitolo 11. Una sezione più ridotta di questo brano era prevista, nel M1962, per il venerdì delle Tempora di Avvento. Come seconda lettura, il Lezionario prevede Rm 15,4-9Questo brano, presente anche nel M1962 proprio in questa II domenica di Avvento, è già segnalato, in una lezione più lunga, comprendente i versetti 4-13 ,  fra le pericopi raccolte nella sezione titolata De Adventu domini dell’antico Capitolare di Würzburg. Come si vede, una continuità in questo caso davvero persistente. Sarebbe interessante delineare le motivazioni di questa scelta, mostrando la rilettura liturgica di questa pericope paolina che diventa un testo di Avvento. Per ora possiamo solo constatare come non aver mantenuto la lezione lunga abbia eliminato la citazione di Isaia 11,10, al versetto 15,12 della Lettera ai Romani, che avrebbe creato un certo legame fra la prima e la seconda lettura. Ma occorre fare i conti con i testi uti iacent, ed osservando il testo latino della versione ci accorgiamo della quarta occorrenza (5)  della famiglia semantica di sapientia: quello che nella versione italiana è reso con «il Dio della perseveranza e della consolazione vi conceda di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti, sull’esempio di Cristo Gesù», nel testo latino è «Deus…det vobis idipsum sapere in alterutrum secundum Christum Iesum» (Rm 15,5). Sapere secundum Christum, ecco una specificazione della sapienza evocata dalle due preghiere. Diventa facile così, già da questa II domenica, allargare lo sguardo fino alla prima delle ferie maggiori dell’Avvento: il 17 dicembre, il testo della prima delle Antifone «O»recita:

 O Sapienza,
che esci dalla bocca dell’Altissimo,
ed arrivi ai confini della terra con forza,
e tutto disponi con dolcezza:
vieni ad insegnarci la via della prudenza.

La sapienza nel «valutare i beni della terra» non è quindi un saper fare pratico ed organizzativo, quanto un netto criterio cristologico. La realtà mondana e la vita dello spirito non sono realtà contrapposte: la «sapienza che viene dal cielo» «arriva ai confini della terra»! E’ semmai la nostra tortuosità e la nostra doppiezza a voler distorcere le realtà create, nel seguire la nostra volontà, chiusi e autodeterminati nell’inseguire progetti e idee vane e vacue come la pula. Per questo il Battista ci chiama a conversione, nel contesto ampio della liturgia domenicale, i cui testi – dobbiamo riconoscerlo – sono composti in modo davvero sapiente: una sapienza che non può essere solo il risultato del lavoro di esperti, ma che nello stratificarsi di varie tradizioni e intuizioni, testimonia la presenza, nella liturgia, della Sapienza personificata: il Signore Gesù vivo e operante.


(1) Cf. qui un post precedente.

(2) GeV 1153: Festinantes, Omnipotens Deus, in occorsum Filii tui Domini nostri nulla inpediant opera actus terrini,  sed caelestis sapienciae erudicio faciat nos eius esse consortes. Interessante questo attacco insolito della preghiera, con un participio plurale: da notare che, nella stessa sezione da cui è tratto questo formulario, poco più sopra un altro testo inizia con lo stesso verbo, questa volta avente Dio come soggetto: Festina, ne tardaveris, Domine Deus….Si può immaginare così un intreccio di «frette», quella di Dio nel voler visitare il suo popolo, e quella del popolo cristiano nell’andare incontro al Signore che viene. Nella moderna versione italiana, questo senso rimane troppo vago, e sembra che il tema dominante, anche se in negativo, sia «l’impegno nel mondo».

(3) Non possiamo essere d’accordo con P. Regan: nel suo pur meritevole studio comparativo, a proposito  dice: «Nella seconda e terza domenica, la preghiera sulle offerte e la preghiera dopo la comunione sono le stesse nei due messali»: P. Regan, Dall’Avvento alla Pentecoste. La Riforma liturgica nel Messale di Paolo VI, Bologna 2013, 51.

(4) Nella II domenica di Avvento in tutti e tre i cicli del Lezionario è prevista la presentazione della figura del Battista sullo sfondo simbolico di Isaia 40,3 (la voce che grida nel deserto), ovviamente con le particolarità di ciascuno dei tre sinottici.

(5) Nella prima lettura, al versetto 2 leggiamo: «spiritus sapientiae» (Is 11,2).

Un Natan da scoprire per un sacramento (ancora) da riscoprire

…se l’accusatore era mosso dall’amore nella sua azione, cioè dal desiderio del bene altrui e di una comunione nella reciproca verità, quando si trova di fronte alla dichiarazione che attesta questa verità e alla domanda di ristabilire la comunione, egli può rivelarsi, senza ambiguità, nella sua dimensione di perdono. Se egli perdonasse senza accusare, assomiglierebbe a colui che è connivente col male; se perdonasse senza confessione della colpa, promuoverebbe una relazione senza coscienza della verità; e se perdonasse senza richiesta, la comunione sarebbe imperfetta, perché non doluta da entrambe le parti.

P. Bovati, Ristabilire la giustizia. Procedure, vocabolario, orientamenti (Analecta Biblica 110), Roma 1997, 113.

La pericope liturgica della prima lettura di domenica scorsa, XI domenica del tempo Ordinario, (2Sam 12,7-10.13) così come è stata delimitata e composta, potrebbe suscitare alcune perplessità. Infatti, nel testo selezionato per la proclamazione liturgica, la lunga e pesante requisitoria di Natan pare assai poco proporzionata alle cinque parole di pentimento del re Davide, a cui segue la sorprendente e inaspettata – con quelle premesse! – dichiarazione di perdono, che il profeta pronuncia a nome del Signore. La denuncia per l’ingratitudine, la poca considerazione dei benefici ricevuti e la stupida malvagità di Davide motivano le conseguenze annunciategli da Natan: l’abbandono da parte del Signore, che lo aveva invece eletto, e la minaccia della spada sempre incombente. Una condanna senza speranza; eppure il tono minaccioso e di condanna viene poi sfumato dall’umile confessione del re e dall’immediata assicurazione di perdono.

Parrebbe davvero facile la misericordia! Forse pure troppo superficiale e banale la questione. Una lettura più estesa della pagina biblica ci mostra che la serietà del pentimento di Davide è molto profonda e radicata e che le conseguenze del crimine del re si faranno sentire, storicamente ed esistenzialmente, ancora per molto: non si tratta dunque di un colpo di spugna. E, nemmeno, il profeta Natan non si reca da Davide per pronunciare un vuoto ed ipocrita fervorino moralista, che ben presto cede il passo ad una misericordia facile facile e ad un perdono scontato e, tutto sommato, banale. E’ invece tutto molto serio e storico. Aiuterebbe certo la comprensione la lettura integrale di tutta la vicenda narrata nel libro di Samuele, ma ancora di più sarebbe utile inserirla nello sfondo del rîb, quella particolare procedura che nella Scrittura è stata usata per articolare la questione problematica del ristabilimento della giustizia. Natan ci si rivelerebbe per quel profeta che é, inviato da Dio con una missione precisa, che usa parole non a caso e che, soprattutto, si muove per amore, anche quando deve correggere, rimproverare e minacciare: la prova è appunto l’immediata dichiarazione di perdono successiva alla confessione sincera di Davide.

La citazione iniziale, in questo senso, era doverosa: al biblista Bovati e ai suoi giovani discepoli (1) dobbiamo una rinnovata prospettiva, che si rivela davvero interessante e feconda a proposito del sacramento della confessione, o riconciliazione – come dir si voglia -; anche nelle odierne discussioni ecclesiali, non guasterebbe affatto un pochino di sapienza biblica, per evitare che in nome di una presunta pastoralità si rischi di uscire dai binari della Rivelazione.

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(1) Ne abbiamo già parlato qui e nei post segnalati in codesto.