“…le chiese fondate in Germania…”

Lo diciamo dall’inizio: non abbiamo alcuna autorevolezza, se non quella di aver pregato e meditato l’Ufficio delle Letture della festa dell’Evangelista San Marco, pochi giorni fa.

Ma proprio perché ci risuonano ancora alcune parole di un testo della liturgia di quel giorno, usciamo – in questo post – dalle solite e abituali nostre questioni (testi liturgici, storia della riforma, rapporti fra Bibbia e Liturgia, etc.), per far notare una sorta di parallelismo antitetico. Lo riconosciamo, qui accostiamo in modo neanche troppo scientifico – e forse addirittura scorretto -, due diverse citazioni, ma il risultato è davvero sorprendente. La prima è un passaggio del brano del Trattato «Contro le eresie», di Sant’Ireneo, proposto dalla Liturgia delle Ore come lettura patristica dell’ufficiatura di San Marco; la seconda è tratta da una recente intervista al card. Kasper.

Benché infatti nel mondo diverse siano le lingue, unica e identica è la forza della tradizione. Per cui le chiese fondate in Germania non credono o trasmettono una dottrina diversa da quelle che si trovano in Spagna o nelle terre dei Celti o in Oriente o in Egitto o in Libia o al centro del mondo. Come il sole, creatura di Dio, è unico in tutto l’universo, così la predicazione della verità brilla ovunque e illumina tutti gli uomini che vogliono giungere alla conoscenza della verità. E così tra coloro che presiedono le chiese nessuno annunzia una dottrina diversa da questa, perché nessuno è al di sopra del suo maestro.
Si tratti di un grande oratore o di un misero parlatore, tutti insegnano la medesima verità. Nessuno sminuisce il contenuto della tradizione. Unica e identica è la fede. Perciò né il facondo può arricchirla, né il balbuziente impoverirla. [Dal trattato «Contro le eresie» di sant’Ireneo, vescovo (Lib. 1, 10, 1-3; PG 7, 550-554)]

C’è anche una certa libertà per i singoli vescovi e le conferenze episcopali. Perché non tutti i cattolici la pensano come noi tedeschi. Qui [in Germania] può essere consentito ciò che in Africa è proibito. [per il testo più ampio, cf. qui]

E’ singolare, e colpisce, il fatto che il grande Ireneo abbia indicato come primo termine geografico la Germania….

Certamente ci può essere ribattuto che nel primo caso si tratta di dottrina, mentre nella seconda citazione si farebbe riferimento solamente alla prassi pastorale; questa argomentazione, a dir la verità, non ci convince troppo: se è lecito fare questa sottile distinzione, allora crediamo che lo sia anche accostare i due testi.

E’ inutile dire che noi, da liturgisti, preferiamo il brano che la Liturgia ci ha proposto.  L’intervista al card. Kasper era datata 22 aprile, secondo quanto riporta il sito web da cui abbiamo attinto la notizia e parte del testo. A meno che lì non ci sia un calendario liturgico proprio, anche in Germania, il 25 aprile la Liturgia avrebbe dovuto proporre il testo di Sant’Ireneo.

Ci fermiamo qui: lasciamo ai nostri pochi lettori il trarre le loro conclusioni. Non ci azzardiamo ad entrare in un campo che non ci appartiene….noi siamo solo cultori di antichi testi….

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Una “frode” poco liturgica e le giustificazioni di un liturgista..

Non ci convincono affatto – per quello che vale la nostra opinione – le argomentazioni di Enzo Lodi, a proposito della versione degli Inni della Liturgia delle Ore della Settimana Santa. Il confronto fra gli inni latini proposti e – grazie a Dio – mantenuti nella sezione relativa, e quelli italiani che li precedono nella disposizione tipografica, rende evidente il fatto che non si tratti di un tentativo di traduzione quanto piuttosto della sostituzione di testi, forse ritenuti non più adatti. In particolare, risalta l’0missione dell’Inno Pange, lingua, gloriosi proelium certaminis…Ci vuole coraggio, infatti, a qualificare come «saggia»  (1) tale rinuncia. Per cosa, poi? Per mutuare, come inno delle Lodi, l’inno dei vespri dei venerdì del tempo ordinario. Un’operazione un pochino discutibile, che si aggiunge all’altrettanto – o più – discutibile traduzione di questo stesso inno. E’ ancora Lodi che ce la commenta. Prima delle parole del liturgista bolognese, riportiamo la versione originale e una versione italiana in certi aspetti più fedele, e poi la versione di Gherardi, quella che è stata assunta dal libro liturgico ufficiale.

Plasmator hominis Deus, / Qui cuncta solus ordinans, / Humum jubes producere / Reptantis et feræ genus:

Qui magna rerum corpora, / Dictu jubentis vivida, / Ut serviant per ordinem, / Subdens dedisti homini:

Repelle a servis tuis, / Quidquid per immunditiam, /  Aut moribus se suggerit, / Aut actibus se interserit.

Da gaudiorum præmia, / Da gratiarum munera: / Dissolve litis vincula, / Astringe pacis fœdera.

Præsta, Pater piissime, / Patrique compar Unice, / Cum Spiritu Parassito / Regnans per omne sæculum. Amen.

O Dio, creatore dell’uomo, / che, ordinando da solo tutte le cose, / comandasti alla terra di produrre / ogni specie di rettili e di fiere;

Tu che grandi animali, / chiamasti con un cenno alla vita, / e, sottomettendoli, li desti all’ uomo / affinché secondo la regola lo servissero;

tieni lontano dai tuoi servi / tutto ciò che di impuro / voglia insinuarsi nei costumi, / o mescolarsi alle azioni.

Da’ il premio della gioia, / da’ il dono della grazia; / sciogli i vincoli della discordia, / stringi i legami della pace.

Concedicelo, o Padre pietosissimo, / e (anche) Tu Unigenito uguale al Padre, / che con lo Spirito Parassito / regnate per tutti i secoli. Amen.

O Gesù redentore, / immagine del Padre, / luce d’eterna luce, / accogli il nostro canto.

Per radunare i popoli / nel patto dell’amore, / distendi le tue braccia / sul legno della croce.

Dal tuo fianco squarciato / effondi sull’altare / i misteri pasquali / della nostra salvezza.

A te sia lode, o Cristo, / speranza delle genti, / al Padre e al Santo Spirito / nei secoli dei secoli. Amen.

 

Quest’antico inno (secc. VII-VIII), composto di quattro strofe quaternarie, è stato ridotto a tre strofe (esclusa la dossologia), abbandonando la tematica del sesto giorno della creazione (Gen 1,24-31) dove si evoca la creazione degli animali dalla terra, per sviluppare invece la tematica cristologica della nuova alleanza («nel patto dell’amore») sigillata dal sacrificio della croce («distendi le tue labbra sul legno della croce»). Anche la terza strofa, su questa traccia pasquale, esprime liricamente questo rapporto fra la fonte del fianco squarciato e la vita sacramentale che viene profusa «sull’altare dei misteri pasquali della nostra salvezza». Lo spunto di questo sviluppo è stato dato da un solo verso (v. 16: «astringe pacis foedera»). Una ricostruzione dunque ricca e anche poeticamente riuscita. (2)

Si potrebbe discutere se sia stato fatto un progresso, nel proporre nella settimana santa un inno del tempo ordinario: potrebbe avere un senso, ma più senso parrebbe averlo il contrario, cioè proporre per ogni venerdì del tempo ordinario un inno proprio della settimana santa. A prescindere da tale riflessione, risulta davvero curioso sostenere che a partire da un versetto si possano alterare tutte le altre strofe, spacciando tale operazione come ricostruzione. Viene in mente,  a proposito, un termine che compare proprio nell’inno di Venanzio Fortunato sparito dall’innario italiano: de parentis protoplasti fraude…. Si perdoni la battuta, non si vuole certo paragonare l’inganno originale con la questione poc’anzi sollevata! Forse non sarebbe del tutto giusto parlare di frode, ma neppure si possono accettare giustificazioni così complicate e astruse senza almeno un minimo di ironia: talvolta i liturgisti si prendono troppo sul serio….


(1) E. Lodi, «L’innario della liturgia oraria nell’opera poetica di L. Gherardi», in G. Mattenzi – S. Ottani (edd.), La cupola fra le torri. Scritti per mons. Luciano Gherardi nel 50 di ordinazione sacerdotale, Bologna 1992, 109.

(2) Ibid., 101.

 

 

 

Un ultimo post, veloce veloce

Abbiamo già scritto qualcosa sulla magnifica orazione colletta della messa del giorno di Natale (1).

Ora, come ultimo post del 2015, vogliamo solamente riprendere alcune cose, già dette da altri, e riassumerle in modo davvero «veloce»: la velocità è richiesta dalle ultime ore dell’anno civile; fra l’altro ci viene quasi suggerita da un dettaglio, che ci fa apprezzare ancora di più la costruzione di questo testo eucologico davvero, è il caso di dirlo, mirabile. Le due espressioni mirabiliter condidisti e mirabilius reformasti infatti hanno un cursus velox, ossia per un gioco particolare di accenti (la prima parola ha l’accento sulla terzultima sillaba mentre la seconda parola lo ha sulla penultima) il ritmo della recitazione assume una cadenza propria.

Velocemente, dunque, lasciamo spazio alla citazione che intendevamo fare, ad ulteriore commento della Colletta. Un parere condiviso attribuisce, in qualche modo, la paternità del testo al Papa san Leone Magno. In effetti, la vicinanza dei due termini conditor e reformator appare, con lo stesso senso teologico della preghiera, in un celebre testo del grande Leone, il Sermone 64 (2).  Ebbene, un altro grande Papa, Benedetto XVI, nella serie di catechesi proposte all’Udienza generale del mercoledì riguardanti i grandi Padri, presentò la figura di San Leone con un taglio assai interessante (3), e citò proprio il sermone in questione.

In particolare Leone Magno insegnò ai suoi fedeli – e ancora oggi le sue parole valgono per noi – che la liturgia cristiana non è il ricordo di avvenimenti passati, ma l’attualizzazione di realtà invisibili che agiscono nella vita di ognuno. E’ quanto egli sottolinea in un sermone (64,1-2) a proposito della Pasqua, da celebrare in ogni tempo dell’anno “non tanto come qualcosa di passato, quanto piuttosto come un evento del presente”. Tutto questo rientra in un progetto preciso, insiste il santo Pontefice: come infatti il Creatore ha animato con il soffio della vita razionale l’uomo plasmato dal fango della terra, così, dopo il peccato d’origine, ha inviato il suo Figlio nel mondo per restituire all’uomo la dignità perduta e distruggere il dominio del diavolo mediante la vita nuova della grazia.

qui il testo completo dell’Udienza (vale la pena leggerla!)


(1) cf. qui.

(2) «In hac autem ineffabili unitate Trinitatis, cujus in omnibus communia sunt opera atque judicia, reparationem humani generis proprie Filii persona suscepit: ut quoniam ipse est, per quem omnia facta sunt, et sine quo factum est nihil, quique plasmatum de limo terrae hominem flatu vitae rationalis animavit, idem naturam nostram ab aeternitatis arce dejectam amissae restitueret dignitati, et cujus erat conditor, esset etiam reformator: sic consilium suum dirigens in effectum, ut ad dominationem diaboli destruendam magis uteretur justitia rationis quam potestate virtutis».

(3) Pare che Benedetto abbia percepito una certa affinità con il suo illustre predecessore: «… (Leone) è anche il primo Papa di cui ci sia giunta la predicazione, da lui rivolta al popolo che gli si stringeva attorno durante le celebrazioni. E’ spontaneo pensare a lui anche nel contesto delle attuali udienze generali del mercoledì, appuntamenti che negli ultimi decenni sono divenuti per il Vescovo di Roma una forma consueta di incontro con i fedeli e con tanti visitatori provenienti da ogni parte del mondo». C’è da notare, infine, che durante il pontificato di Papa Ratzinger capitava assai spesso che, per lo straordinario numero di partecipanti all’Udienza del Mercoledì, alcuni gruppi di pellegrini venivano fatti accomodare in Basilica, dove il Papa rivolgeva alcune parole di saluto, prima di recarsi nell’Aula Paolo VI, strapiena di fedeli, dove teneva la catechesi, che i pellegrini in basilica ascoltavano dagli altoparlanti. Tali erano gli effetti della predicazione di Benedetto! Per paradosso, proprio in questi giorni è stata diffusa la stima del numero dei partecipanti alle Udienze tenute da Papa Francesco, che paiono diminuire….

Nelle stanzette e nei corridoi del palazzo Santa Marta…

L’ermeneutica della continuità della riforma è davvero una prospettiva valida e sicura, per interpretare con saggezza ed equilibrio le vicende della Chiesa in tutta la loro originalità. Le categorie mondane non paiono valere nel caso del Corpo mistico di Cristo: fa sorridere l’ermeneutica – talvolta esageratemente forzata – che vede novità dappertutto, nel pontificato di Francesco. Ad esempio, la scelta di risiedere nel Palazzo Santa Marta, rivestita spesso di significati alieni dalle motivazioni manifestate dallo stesso Papa, ha suscitato diverse suggestioni. La divertente verità storica è che non solo ai nostri giorni in quei locali si lavorò alla riforma della Chiesa. Sono passati ormai cinquant’anni da quando negli stessi locali si preparava una riforma ben più importante dell’odierna riforma della Curia romana: nel palazzo Santa Marta prese alloggio il Consilium ad exsequendam Constitutionem de Sacra Liturgia, anche se le primissime riunioni dovettero svolgersi in ambienti rimediati. Il Segretario del Consilium così lo ricordava:

La prima adunanza si tenne nell’Ospizio Pontificio di Santa Marta, all’ombra di S. Pietro, in una stanzetta messa a disposizione dalla locale sezione della Segreteria generale del Concilio, il 15 febbraio 1964. Colloquio a tre, più il Segretario che annotava ogni parola (Card. Arcadio M. Larraona, Prefetto della S. Congregazione dei Riti; il Card. Paolo Giobbe, Datario di Sua Santità; e il Card. Giacomo Lercaro, Arcivescovo di Bologna). […] Per l’11 marzo fu indetta la prima adunanza generale. In un corridoio del Palazzo di Santa Marta (1), che la Floreria Apostolica, per l’occasione, aveva approntato nel modo migliore, quaranta Cardinali e Vescovi, convocati da tutte le parti del mondo, sotto la presidenza del Card. Lercaro, diedero inizio a quelle adunanze plenarie che costituiscono la spina dorsale dell’attività del “Consilium“. La forma modesta della prima adunanza non riuscì a nascondere il fervore e l’entusiasmo che cementò in un cuore solo i membri del nuovo organismo. E il Presidente parlò loro, con cuore aperto, con animo sereno, con l’animo del pastore. “Il compito assegnatovi è di grande responsabilità. Lo ricorderà la storia; per secoli infatti la Chiesa beneficierà di una riforma che deve ridare splendore alla sacra liturgia per onorare la Maestà divina e santificare le anime. É un onore ed un onere: dobbiamo rinnovare gli strumenti dei quali Cristo stesso nel suo Corpo mistico si serve per esercitare il suo Sacerdozio sommo ed eterno, nella adorazione del Padre, nell’opera di santificazione.

A. Bugnini, «Presidente del “Consilium”», in Miscellanea liturgica in onore di Sua Eminenza il Cardinale Giacomo Lercaro, I,  Roma 1966,12-14.

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(1) Da altre carte sappiamo che fu un corridoio del primo piano: cf. http://www.sacramentumfuturi.wordpress.com/2015/07/17/domus-sanctae-marthae-chi-non-vi-entro-mai-e-chi-ne-prese-il-posto/

Ex (Medio)Oriente Lux? Ferragosto ed Assunta: le sorprese della liturgia, con un pensiero a tanti cristiani perseguitati e indifesi.

La storia liturgica della solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria racchiude un paradosso: la ricchezza di testimonianze, indizi, suggestioni è talmente ridondante che diventa poi difficile formarsi un’idea certa e del tutto coerente. Le pagine dei manuali classici sovrabbondano di citazioni intriganti, ma difficili da tenere insieme in un sistema del tutto armonico e coerente. Buone sintesi sono disponibili anche sul web [cf., ad es., http://www.academia.edu/9711378/La_solennità_dellAssunta._Appunti_di_storia_liturgica%5D.

Invece di ripetere cose già dette molto bene da altri, proviamo a sottolineare solamente alcuni aspetti, per mostrare quanto sia sorprendente accostarsi alla liturgia, gustandone le sorprese, come se fossimo – e lo siamo – di fronte ad un «organismo» vivo, che regala perle e attraverso le imperscrutabili vicende storiche ci mostra i segni della sua perenne freschezza.

Il primo dato che vorremmo sottolineare è una curiosa coincidenza: il 15 agosto, alle 12.00, su invito della Conferenza Episcopale, le campane delle chiese di Francia suoneranno a distesa, invitando alla preghiera e al ricordo dei fratelli cristiani perseguitati in Medio Oriente (1). Tutto questo cosa ha a che fare con la festa dell’Assunta? La storia ci ricorda che a Roma, e in generale in Occidente, la festa dell’Assunzione fu inserita nel calendario, e adornata poi da solennità tale che ben presto  diventò festa importante e popolare, proprio ad opera di un figlio di immigrati siriani, che probabilmente fuggirono dalle persecuzioni musulmane fino ad impiantarsi in Sicilia. Da un certo Tiberio di Antiochia e dalla moglie, a Palermo, nel 650 circa, nacque quello che diventerà papa Sergio I (687-701): la sua importanza per la liturgia è notevole, e appunto fra i suoi contributi vi è quello a riguardo della festa dell’Assunta.

In senso molto lato possiamo quindi dire che la festa liturgica che accompagna il ferragosto si deve ad una coppia di cristiani siriani emigrati.

Ma il legame fra la festa dell’Assunta e il Medio Oriente affonda radici ancora più profonde, che partono misteriosamente da un luogo ubicato fra Gerusalemme e Betlemme. Grazie a recenti scavi archeologici, le minuziose citazioni che parevano solo esercizio di erudizione, tornano ad avere sorprendente attualità ed interesse. Anche noi ora lasciamo la parola a due citazioni, la prima delle quali è costituita dalle prime righe di un testo che si può leggere sul web, tutto da leggere [ http://www.latheotokos.it/modules.php?name=News&file=print&sid=632 ] :

Le scienze storiche progrediscono grazie all’archeologia e allo studio delle fonti letterarie. Problemi che erano stati confinati negli archivi possono essere ripresi quando scoperte archeologiche portano alla luce elementi nuovi o quando lo studio delle fonti produce risultati originali. Questo principio generale vale per la storia della fede nell’Assunzione di Maria. I recenti scavi archeologici della chiesa detta del Kathisma invitano i cercatori a riprendere in mano il dossier della storia della Dormizione di Maria.

Sorvolando su tantissime altre cose, ci piace sottolineare i legami che il prof. Manns introduce fra la liturgia della Dormitio Mariae e la festa delle Capanne. Inevitabile associare i dati riproposti da Manns alle ultime pagine di uno dei capolavori di Danielou, Bibbia e liturgia:

Il Nuovo Testamento non annulla, ma a porta a compimento il Vecchio. Non esiste dimostrazione più chiara della validità di questa affermazione che quella delle feste liturgiche: le grandi solennità del giudaismo, Pasqua e Pentecoste, sono state recepite dal Cristianesimo ed arricchite soltanto da un nuovo contenuto. C’è tuttavia un’eccezione a questa regola: la terza grande festa del giudaismo, quella dei Tabernacoli, la «Scenopegia» (innalzamento di una tenda) dei 70, che aveva luogo dal 15 al 22 settembre. Ne sussiste solo una traccia: un passo del Levitico (23,29-43), il sabato delle quattro tempora di settembre. Tuttavia, se la festa giudaica dei Tabernacoli non è giunta fino alla liturgia cristiana, essa è apparsa ai Padri della Chiesa come una figura delle realtà cristiane.

[….]

…la festa dei Tabernacoli non è interamente legata con alcun mistero della vita di Cristo. E’ forse per il fatto che, più di ogni altra festa, essa è legata a quello che tra i Suoi misteri non è ancora compiuto: quello dell’ultima Parusia..

Alla luce di antiche testimonianze e di nuove scoperte, si potrebbero dare nuove risposte alla questione sollevata da Danielou? L’influsso della tradizione giudeo-cristiana non si limiterebbe allora solamente alla data del 15 agosto, probabilmente legata alla fondazione della Chiesa in Kathisma, ma anche ad una serie di altri riferimenti, forse più velati, ma pur sempre presenti anche nell’odierna liturgia, e connessi in qualche modo con la simbologia e la ritualità della festa delle Capanne. Si veda, ad esempio, il tema del «riposo» nel salmo responsoriale della messa della vigilia (3).

Sorgi, Signore, tu e l’arca della tua potenza.

Ecco, abbiamo saputo che era in Èfrata,
l’abbiamo trovata nei campi di Iàar.
Entriamo nella sua dimora,
prostriamoci allo sgabello dei suoi piedi.

I tuoi sacerdoti si rivestano di giustizia
ed esultino i tuoi fedeli.
Per amore di Davide, tuo servo,
non respingere il volto del tuo consacrato.

Sì, il Signore ha scelto Sion,
l’ha voluta per sua residenza:
«Questo sarà il luogo del mio riposo per sempre:
qui risiederò, perché l’ho voluto».

Pare strano che proprio il responsorio sia mutilo delle parole che avrebbero costituito un legame ancora con più esplicito con l’antica liturgia gerosolimitana, in cui, secondo il lezionario armeno, la liturgia del 15 agosto era accompagnata appunto dal salmo 131 (132) Alzati verso il luogo del tuo riposo (cf. Sal 131,8: Sorgi, Signore, verso il luogo del tuo riposo, tu e l’arca della tua potenza).

Evidentemente, non si può qui continuare ad approfondire questa pista. Non ce ne sarebbe lo spazio, né saremmo in grado, in questo periodo anche per noi di riposo. Nostra intenzione era solamente quella di mostrare, ancora un volta, quanto la conoscenza della liturgia non sia sterile erudizione tecnica, ma possa aiutare a comprendere meglio anche la storia attuale: cristiani di diverse tradizioni hanno arricchito la liturgia latina, che ha poi plasmato la cultura e la vita dell’occidente. Come pare indifendibile il sogno di una liturgia romana pura, così – in modo analogo ma purtroppo assai più drammatico – si configura come un peccato contro la storia, oltre ad essere un peccato contro la carità, quello di un’Occidente del tutto indifferente alla persecuzione di tanti cristiani del Medio Oriente.

Panoramica dall'alto degli scavi archeologici sulla chiesa del Kathisma

Panoramica dall’alto dei resti della  chiesa del Kathisma

Lavori di scavo e pulitura di parte del mosaico della Chiesa del Kathisma (si intravede la grande palma con frutti abbondanti posta come immagine in evidenza dell''articolo)

Lavori di scavo e pulitura di parte del mosaico della Chiesa del Kathisma (si intravede la grande palma con frutti abbondanti posta come immagine in evidenza dell”articolo)

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(1) Cf. http://www.tempi.it/francia-ferragosto-campane-chiese-suoneranno-cristiani-perseguitati-e-in-italia#.Vc4aU0LD5AY. Altre tonalità si sono udite dalla Conferenza Episcopale italiana, o meglio dal suo Segretario, in questi giorni impegnato in una polemica inaudita con alcune posizioni politiche a riguardo al fenomeno dell’immigrazione e all’accoglienza senza alcun criterio.

(2) J. Danielou, Bibbia e liturgia, Roma 1998, 239.305.

(3) Si veda il già citato articolo di F. Manns, di cui sopra l’indirizzo http: «La festa delle capanne esprime il riposo del settimo millennio. La vita è un passaggio verso la vita eterna. Chi pratica le virtù potrà celebrare la festa e risorgere durante il settimo millennio. Se la patristica prenicena fornisce paralleli all’interpretazione dei simboli presenti nel Transitus Mariae, questo significa che l’apocrifo della Dormizione può essere datato al secondo o terzo secolo. Se questo simbolismo è accettato, il senso dell’apocrifo sarebbe questo: Maria celebra la sua ultima festa delle capanne sul Monte degli Ulivi. Il simbolismo giudaico di tale festa illustrava bene il senso della sua morte e la sua fede nella risurrezione. In altre parole significa che la fede nell’Assunzione di Maria risale ai giudeo-cristiani di Gerusalemme».

XVI settimana: una preghiera sulle offerte dagli orizzonti sconfinati.

Nel post precedente abbiamo visto come la preghiera delle Offerte della Domenica XVI del tempo Ordinario ci inviti a contemplare in unità le tante tipologie di vittime e di sacrifici del culto di Israele e dell’Antico Testamento. Ma lo sguardo che la liturgia permette di allargare arriva ancora ben più giù, fino ad Abele:

O Dio, che nell’unico e perfetto sacrificio del Cristo hai dato valore e compimento alle tante vittime della legge antica, accogli e santifica questa nostra offerta come un giorno benedicesti i doni di Abele, e ciò che ognuno di noi presenta in tuo onere giovi alla salvezza di tutti [Deus, qui legalium differentiam hostiarum unius sacrifici perfectione sanxisti, accipe sacrificium a devotis tibi famulis, et pari benedictione, sicut munera Abel, sanctifica, ut, quod singuli obutlerunt ad maiestatis tuae honorem, cunctis proficiat ad salutem].

Al proposito, prima di eventuali altre considerazioni, pensiamo sia interessante riprendere alcuni brani di una più articolata riflessione di J. Danielou, sul significato di Abele, nella Scrittura e nella liturgia.

Ora questo Abele, di cui la Scrittura e la Tradizione proclamano la santità, non appartiene al cristianesimo e nemmeno al giudaismo, ma a quel lontano periodo dell’umanità che ha preceduto l’uno e l’altro, e che, secondo l’espressione di san Paolo, Dio “non ha lasciato senza testimonianza” (At 14,17) della propria esistenza.

[…]

Abele non ha discendenti. Egli appare come estraneo alle varie generazioni che costituiscono la città terrena; e così prefigura Melchisedech, che pure è senza generazione. Egli appartiene a un’altra città. Costituisce un altro ordine. Mentre Caino inaugura la lunga serie dei persecutori, egli inaugura quella delle vittime, di coloro la cui prosperità non è carnale, ma spirituale. E’ il primo martire. Cristo stesso gli ha reso questa testimonianza e lo ha designato come prefigurazione, così come ha mostrato in Caino il prototipo dei persecutori della sua Chiesa: “Io vi invio profeti, dottori e scribi. Voi li ucciderete e crocifiggerete, affinché ricada su di voi tutto il sangue innocente sparso sulla terra, dal sangue del giusto Abele fino al sangue di Zaccaria, figlio di Barcaccia (Mt 23,34-35). […] La morte di Abele introduce nella storia il mistero del sangue versato. La voce del sangue infatti parla: “La voce del sangue del tuo fratello grida a me dalla terra” (Gen 4,10). Questa voce del sangue reclama vendetta, non in nome della legge del clan, della vendetta della razza ma in nome del diritto di Dio violato. Il sangue appartiene infatti a Dio, e il sangue innocente, attraverso tutti i secoli, innalza a Dio la sua protesta. Abele morto continua a parlare, come dice la Lettera agli Ebrei (11,4). Questa voce si amplifica attraverso i secoli, è “quella di tutti coloro che sono stati immolati per la parola di Dio. Essi gridano con voce decisa: Fino a quando, o Maestro Santo e Venerabile, non farete giustizia e non richiederete il nostro sangue a tutti coloro che abitano sulla terra? (Ap 6,10). Tutto il sangue innocente versato “da quello di Abele fino a quello di Zaccaria” richiede l’espiazione. Questa espiazione si realizzerà alla fine dei tempi, per il sangue che sarà versato in riparazione di tutti i peccati degli uomini, “per il sangue dell’aspersione la cui voce coprirà la voce del sangue di Abele (Eb 13,24) e che otterrà il perdono del castigo dovuto ad ogni sangue versato dalle origini del mondo. Ma già la voce del sangue di Abele era la prefigurazione di questa voce, solo che essa nn giungeva che a Dio. Essa non attirava su Caino la vendetta, ma la grazia, perché gli strappava un grido di pentimento. La Scrittura attesta dunque che Abele è il primo di coloro che “hanno dato la vita per i loro fratelli” (1Gv 4,16).

Così alle origini della storia umana, in un mondo che è già quello del peccato, che non è ancora quello dell’alleanza giudaica, la Scrittura ci mostra che Dio ha già suscitato dei santi.  Con la sua elezione, Abele è già la prima espressione della libertà delle scelte divine che accompagneranno tutta la storia della salvezza; con la sua morte egli appare come il primo martire e prefigura il sacrificio del Cristo. La liturgia ha dunque ragione di accordare un posto a colui il cui esempio attesta che Dio non ha mai lasciato senza soccorso, perché è dalle origini dell’umanità che appare questa misteriosa protezione che continuerà durante gli immensi periodi dell’alleanza cosmica e dell’umanità pagana.

J. Daniélou, I santi pagani dell’Antico Testamento,  Brescia 1988,  37-48.

Antico Testamento ai nostri giorni? Ebbene sì!

Mettiamo insieme due citazioni assai diverse, nella categoria tematica del nostro blog “Storia”. Si tratta di testi differenti per argomento, stile ed autore, ma che convergono nel metterci in guardia da un rischio che corriamo: l’evaporazione del contenuto della nostra fede in modo così grave da non capire più né l’agire di Dio nella storia né la Sua opera nella storia.

La prima citazione è tratta da un libro di agiografia. Ma di agiografia seria e bene scritta, con aperture e sottolineature indovinate e stimolanti, quella del carmelitano Antonio Maria Sicari, autore dei riuscitissimi Ritratti di Santi. La santa in questione è Santa Giovanna d’Arco

Il secondo testo è un saggio magistrale di J. Ratzinger, «Cristo e la Chiesa. Problemi attuali di teologia e conseguenze per la catechesi», pubblicato nel volume Cantare al Signore un canto nuovo. Saggi di cristologia e liturgia, Milano 2005², 39-47.

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Una ragazza non ancora ventenne è stata elevata all’onore degli altari per aver svolto con fedeltà, fino alla morte più terribile, una missione che lei sosteneva di aver ricevuto da Dio: liberare una delle nostre nazione europee da eserciti stranieri, impedendo così che tale nazione scomparisse dalla carta geopolitica: ciò che sarebbe stato altrimenti inevitabile.
Sembrerebbe questo un avvenimento comprensibile solo a patto di essere ancora ai tempi dell’Antico Testamento, quando il popolo eletto combatteva le sue battaglie guidato da eroi (a volte anche da “eroine”) inviati da Dio. Si era invece ormai nella metà del secolo XV. Un cronista francese del tempo scrisse: “Con questa giovinetta pura e senza macchia Dio ha salvato la parte più bella della cristianità: questo è il fatto più solenne che sia accaduto da cinque secoli”.
A parte il riconoscibile orgoglio di un figlio della Francia, l’avvenimento a cui egli si riferisce ha esattamente il senso che gli è attribuito.
Messa in questione, ne esce proprio un’idea che si è data troppo per scontata: che il Nuovo Testamento si distingua dall’Antico per una sorta di spiritualizzazione, che con la venuta di Gesù le promesse di “salvezza” siano state ben ripulite d qualsiasi carattere “mondano”, che l’interesse “cristiano” riguardi esclusivamente l’anima o, al massimo, la “persona” umana.
Si dice che il Nuovo Testamento abbia fatto saltare i confini delle nazioni e dei popoli, a favore di un universalismo nel quale avrebbe in fondo poca importanza essere italiano o francese o qualsiasi altra cosa. Si dice che gli interventi dei profeti e degli inviati di Dio, nel campo delle scelte politiche, economiche e sociali appartengono a una fase superata della storia della salvezza e molte altre cose ancora.
In tutte queste affermazioni c’è indubbiamente anche qualcosa di vero, ma resta tuttavia un nucleo dimenticato eppure bruciante: non è proprio con Nuovo Testamento che Dio entra nella nostra storia, assume la nostra carne, si fa partecipe delle vicende umane?
C’è qualcosa che, in linea di principio, gli debba essere impedita, se veramente Egli si è incarnato? Anzi, non dovremmo attenderci piuttosto il contrario, cioè una maggiore e più abituale compromissione di Dio con i fatti della storia?
E’ possibile affermare che Dio con la storia fatta dai cristiani c’entri assai meno di quanto c’entrasse con la storia fatta dal suo antico popolo eletto? Anche perché, a ben guardare, questi fatti continuano indisturbati a prodursi e a determinare la nostra vita.

M. Sicari, Il grande libro dei Ritratti di Santi Dall’antichità ai giorni nostri, Milano 1997, 108-109.

Ecco ora Ratzinger:

Ma interroghiamoci circa i motivi di questa presa di posizione nel presente. Ce ne sono ovviamente molti. Un primo, non molto appariscente, ma assai efficace, sta nella costruzione di un «Gesù storico» dietro al Gesù dei Vangeli. Esso viene distillato secondo i parametri della cosiddetta visione del mondo contemporanea, e della forma di storiografia ispirata dall’illuminismo, la quale parte dalle fonti e si rivolta poi contro le fonti stesse. C’è il presupposto secondo cui nella storia può accadere solo ciò che fondamentalmente è sempre accaduto. Il presupposto secondo cui il contesto causale normale non viene mai interrotto, e che perciò non è sto­rico ciò che va a urtare contro queste leggi a noi note.
Così il Gesù dei Vangeli non può essere il Gesù reale. Bisogna trovarne uno nuovo, dal quale deve venir tolto tutto ciò che è comprensibile solo a partire da Dio. Il principio di costruzione in base a cui questo Gesù deve venir edificato esclude perciò da Lui il divino, alla maniera illuministica: questo Gesù storico può essere solo un non-Cristo, un non-Figlio. Così all’uomo d’oggi, che nella sua lettura della Bibbia si affida alla guida di questo tipo di interpretazione, parla non più il Gesù dei Vangeli, ma quello degli illuministi, un Gesù «illuminato».
Con ciò crolla da sé anche la Chiesa. Essa può essere soltanto un’organizzazione fatta da uomini, che con maggiore o minore destrezza, con maggiore o minore cordialità nei confronti degli uomini cerca di servirsi di questo Gesù.
Naturalmente crollano poi anche i sacramenti. Come potrebbe esserci una presenza reale di questo «Gesù storico» nella Eucaristia? Ciò che resta sono segni della edificazione della comunità, rituali che tengono assieme la comunità e la stimolano all’azione nel mondo.
È divenuto chiaro che dietro questo depotenziamento di Gesù, rappresentato nella parola-chiave «Gesù storico», ci sta una decisione di fondo filosofica, che si può riassumere nella parola-chiave «moderna immagine del mondo». Dovremmo ritornarci sopra più avanti.
[….]
Tutto questo, la riduzione del mondo a ciò che è dimostrabile e la riduzione della nostra esistenza a ciò che è sperimentabile, riposa ultimamente su una terza causa, su di un terzo decisivo evento: lo sbiadirsi dell’immagine di Dio, che progredisce costantemente a partire dall’illuminismo.
Il deismo si è praticamente imposto nella coscienza comune. Non ci si può più raffigurare un Dio che si preoccupa del singolo uomo e che è in grado di intervenire nel mondo. Dio può aver dato avvio al big bang, se c’è stato, ma di più non gli rimane nel mondo illuminista. Sembra quasi ridicolo immaginarsi che lo interessino i nostri fatti e misfatti, noi che siamo così piccoli nei confronti del grande universo. Appare mitologico attribuirgli delle azioni nel mondo. Di cose inspiegabili possono certo essercene, ma per queste si cercano altre cause. La superstizione sembra più fondata che la fede, gli dèi – cioè le potenze non illuminate nel corso della nostra vita, con le quali ci si deve incontrare marginalmente – più credibili di Dio.
Ma se Dio ultimamente non ha nulla a che fare con noi, allora crolla anche l’idea di peccato. Che un’azione umana possa offendere Dio è divenuta per molti un’idea del tutto insostenibile. Così per la redenzione nel senso classico della fede cristiana non sussiste più alcun appiglio, poiché quasi a nessuno viene in mente di cercare nel peccato la causa della miseria del mondo e della propria esistenza.
Perciò naturalmente non ci può essere neppure nessun Figlio di Dio che venga nel mondo per redimerci dal peccato, e che per questo muoia in croce.
A partire di qui si spiega ancora una volta la fondamentale mutazione nella comprensione di culto e liturgia verificatasi negli ultimi tempi (da lungo preparati): il loro soggetto primo non è Dio, e nemmeno Cristo, ma il «noi» dei celebranti. E la liturgia non può nemmeno avere l’adorazione come senso primario; per essa anzi non c’è alcuna motivazione, in una concezione deistica di Dio.
Così pure non si può parlare di espiazione, di sacrificio, di remissione dei peccati. Si tratta piuttosto di questo, che i celebranti si assicurino della loro comunione fraterna e così escano dall’isolamento in cui l’esistenza moderna rinchiude il singolo. Si tratta di trasmettere esperienze di liberazione, di gioia, di riconciliazione, di denunciare ciò che è dannoso e di dare impulsi per l’azione.
Per questo è la comunità che deve costruire da sé la sua liturgia, e non riceverla da tradizioni divenute incomprensibili. Essa presenta se stessa e celebra se stessa.
A dire il vero non si può trascurare nemmeno un movimento in direzione opposta, che proprio nelle giovani generazioni diviene sempre più evidente: la banalità e il razionalismo infantile della liturgia fatta da sé, con la sua teatralità artificiosa, vengono evidenziati sempre più nella loro ingenuità; la loro nullità diventa manifesta. La piena autorità del mistero è scomparsa, e le piccole auto conferme, con cui ci si vuol sbarazzare di questa perdita, alla lunga non possono soddisfare nemmeno i funzionari, e tanto meno coloro che si dovrebbero sentire interpellati da simili celebrazioni.
Così cresce la ricerca di reale presenza di redenzione. Essa conduce certamente in direzioni completamente opposte. I grandi festival rock sono scatenamenti dell’esistenza, selvagge antiliturgie, in cui l’uomo viene strappato da sé e può dimenticare la mancanza di splendore e l’abitudinarietà della vita quotidiana. Anche la droga sta su questa direzione. Dall’altra parte il magico e l’esoterico attirano sempre più, come luogo in cui apparentemente il mistero afferra l’uomo.
In fin dei conti si può dire che là dove la liturgia è rischiarata dal mistero sorgono nuovamente nuovi luoghi di fede.

cf. la bolla di canonizzazione di Giovanna d’Arco: http://www.w2.vatican.va/content/benedict-xv/it/bulls/documents/hf_ben-xv_bulls_19200516_divina-disponente.html