Povero Natan, da profeta di Dio a giornalista d’inchiesta. Ovvero dell’autorità che pare mancare nella Chiesa

Non volevamo crederci, e abbiamo atteso che qualche commentatore si facesse avanti. Pare, invece, che sia passato sotto silenzio l’azzardato parallelismo fra la missione di Natan presso l’adultero e omicida Re Davide e il lavoro dei giornalisti nella ricerca e denuncia dei drammatici casi di abusi (1). Non ce ne voglia la categoria: non si nega l’importanza e, talvolta, il ruolo decisivo di inchieste giornalistiche nel smascherare casi complicati e occulti, ma che da quella simbolica e profonda vicenda biblica venga assunto questo parallelismo pare un insolito e assai riduttivo appiattimento a categorie mondane.

Il testo della Scrittura lo evidenzia in modo ripetuto: quella di Natan è una missione profetica ispirata da Dio; Natan è sì «inviato speciale», ma non nel senso in cui le testate giornalistiche presentano gli articoli di loro collaboratori, mandati sul campo per capire meglio e raccontare fatti e notizie particolari («dal nostro inviato speciale n.n….»), a meno che non si vogliano intendere le redazioni e i direttori dei mezzi di informazione come «padreterni». Ad essere sinceri, immaginiamo che alla smisurata opinione di sé, che alcuni di loro posseggono, l’accostamento solleticherebbe… Ma torniamo a Natan: i primi versetti del capitolo 12 del secondo libro di Samuele, concettualmente consequenziali agli ultimi del cap. 11, sono quelli tipici e preclari di una chiamata divina: «Il Signore mandò il profeta Natan a Davide, e Natan andò da lui e gli disse…»; Natan parla e agisce con l’autorità divina, con finezza proverbiale smaschera Davide e il male da lui compiuto, in modo che il re possa prenderne coscienza e possa distaccarsene, pentendosi ed essendo disposto a portarne le conseguenze. E proprio per questo, al termine del dialogo con Natan, Davide potrà udire, da parte dello stesso profeta, sorprendenti parole di perdono e misericordia: «Natan rispose a Davide: «Il Signore ha rimosso il tuo peccato…» (2Sam 12,13). Questa dinamica è resa di nuovo evidente dalla prime parole del più celebre dei salmi penitenziali: «Al maestro del coro. Salmo. Di Davide.  Quando il profeta Natan andò da lui, che era andato con Betsabea» (Sal 51,1-2). La missione di Natan è un atto di misericordia, nonostante le parole da lui pronunciate siano terribili e dure. La sua denuncia è una correzione; la riparazione della giustizia infranta dal peccato di Davide sarà il cuore contrito del re peccatore.

C’è dunque ben altro rispetto al mero svelamento di un peccato occulto! Tanto che il meglio della scienza (2) biblica ha individuato in questa vicenda l’esemplificazione principe  di una dinamica giudiziale presente nel popolo di Israele, che nella Sacra Scrittura in più pagine è testimoniata, il cosiddetto rîb. Lo schema e le categorie sono assunte dal mondo forense e del diritto violato, ma traspare in modo altrettanto netto il sottofondo teologico della chiamata alla conversione e dell’offerta della misericordia.

Sono le stesse dinamiche che – crediamo di averlo dimostrato (3) – soggiacciono alle intenzioni di riforma del nuovo rito della penitenza. In questo aspetto, assai più di altri, il Concilio Vaticano II attende ancora di essere attuato!

Se quindi si parla di Natan, ci si inoltra in un contesto penitenziale, nel senso più eminente ed ampio, incluso anche quello sacramentale: la figura del profeta che denuncia il male commesso da Davide reca con sé un portato e una ricchezza teologica e spirituale così rilevante che ci pare davvero un peccato il fatto che possa essere ridotta ad un’immagine ad effetto. Quella che ci pare davvero una banalizzazione mostra fra l’altro – almeno fino a prova contraria – la mancanza di una comprensione del fenomeno alla luce della fede e, in misura ancora più drammatica, la latitanza sconcertante di chi avrebbe l’autorità per parlare come Natan; di quanti, rivestiti di una potestà e di un ministero, dovrebbero accusare con chiarezza il male e chi lo compie, mossi dallo stesso desiderio di Dio, che venga ristabilita la giustizia, che i peccatori si convertano e che le ferite possano essere risanate.

Si chiede giustamente che si rompa il silenzio: che tristezza non sperare che siano profeti e uomini di Dio a farlo! Che sconfitta dover confidare nelle inchieste dei mezzi di informazione!


(1) Cf. il testo ufficiale del Discorso di Papa Francesco alla Curia Romana in occasione della presentazione degli auguri natalizi, qui. I mezzi di informazione non hanno avuto alcun dubbio nell’attribuirsi in toto la citazione papale, che di per sé non è del tutto univoca. Non è del resto giunta nessuna precisazione o smentita del senso che la stampa ha attribuito a quella parte del testo.

(2) Si veda, ad es., https://liturgiaebibbia.com/2015/03/05/amore-eo-accusa-dalla-bibbia-nuova-luce-sul-perdono-e-sulla-sua-celebrazione-sacramentale/

(3) Si possono vedere alcuni post pubblicati da tempo, con gli ulteriori altri rimandi:

 

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